Pagine

mercoledì 7 settembre 2016

Giovanni Mazzaferro. Imola nella letteratura artistica


English Version

Giovanni Mazzaferro
Imola nella letteratura artistica
Con fotografie di Elena Bacchilega

Imola, Rocca Sforzesca.
Foto Elena Bacchilega

Julius von Schlosser dedica un intero capitolo della sua Letteratura artistica a quella che definisce ‘letteratura dei Ciceroni’, intendendo con quest’espressione l’insieme delle guide per i forestieri (ma anche di descrizioni di singole città e del loro patrimonio artistico) che conosce un’autentica esplosione nel corso del Settecento. Il mondo dell’erudizione ha in ogni centro abitato uno o più referenti, quasi sempre religiosi o esponenti dell’aristocrazia locale, che si occupano di disseppellire i documenti dagli archivi, di metterli in fila e di renderli pubblici ai potenziali interessati. Non si deve credere che tutti questi personaggi agiscano in maniera totalmente isolata; quasi sempre si mantengono in contatto epistolare con i referenti di altri centri e danno vita a un proficuo scambio di dati e di informazioni.

In Italia, peraltro, la raccolta erudita di informazioni sul patrimonio artistico locale è fortemente sollecitata dallo spirito di rivalsa che si viene a creare dopo la pubblicazione di relazioni di viaggio straniere (soprattutto francesi) destinate al pubblico del Grand Tour, in cui si mettono in discussione gerarchie artistiche consolidatesi da secoli e si esprimono giudizi secchi su alcuni dei grandi dell’arte italiana. È il caso, ad esempio, della guida di Charles Nicolas Cochin o di quella del de Lalande. È noto come alcuni storiografi italiani (primo fra tutti Luigi Crespi, i cui comportamenti furono peraltro assai discutibili) progettarono la redazione di una serie di resoconti estesi da eruditi locali proprio per controbattere alle tesi francesi [1].

In questo quadro va considerate il materiale dedicato ad Imola, accomunato da un elemento: redatto a cavallo fra Sette ed Ottocento, composto di guide o appunti di viaggio, nonché di biografie di artefici, non ha mai portato alla stampa di una qualsiasi pubblicazione. Mi pare giusto esaminare tutti gli scritti in un unico post per evidenziare l’importanza dell’attività svolta dall’Associazione per Imola storico-artistica che, nell’arco di una quindicina d’anni, ha patrocinato e portato alla pubblicazione di queste fonti. Ciò permette di cogliere la ricchezza culturale di un territorio che per secoli è vissuto in termini amministrativi nel cono d’ombra bolognese (pur riconoscendosi, in termini di appartenenza, nella realtà romagnola). Passato attraverso due diversi editori, il progetto, nella molteplicità d’impianto degli scritti, è comunque tenuto insieme dalla realizzazione di un apparato di indici volto a garantire la migliore fruibilità delle opere ai fini della consultazione. Ad essere presi in considerazione sono, in ordine cronologico di redazione originale, gli scritti di Marcello Oretti, Giovanni Nicolò Villa, Gaetano Giordani e Pietro Antonio Meloni.

Imola. Chiesa di Santa Maria dei Servi
Foto Elena Bacchilega

Imola, Campanile della Chiesa di Santa Maria in Regola
Foto Elena Bacchilega

Le pitture della città d’Imola 
descritte da Marcello Oretti nell’anno 1777
A cura di Cristina Castellari

Imola, La Mandragora, 2009

Il bolognese Marcello Oretti (1714-1787) è la classica figura di erudito del Settecento. La biblioteca dell’Archiginnasio rigurgita di suoi manoscritti dedicati al mondo dell’arte. Oretti curò nel 1776 la pubblicazione della nuova edizione delle Pitture di Bologna di Carlo Cesare Malvasia, la prima guida a stampa di Bologna (1686). Il suo progetto principale fu la redazione delle Notizie de’ professori del disegno bolognesi e forestieri di sua scuola, a cui attese per decenni, salvo poi essere preceduto dal Crespi sopra citato (gli ambienti eruditi vivono anche di gelosie: i due si odiavano) che nel 1769 non si fece troppi scrupoli a dare alle stampe le Vite dei pittori bolognesi non descritte nella Felsina Pittrice (autoproclamandosi sin dal titolo diretto erede del Malvasia). In Archiginnasio è conservato anche un manoscritto (segnatura B. 165II) intitolato Notizie artistiche di diversi luoghi d’Italia raccolte da Marcello Oretti in cui è a sua volta conservato un fascicolo di una decina di pagine dal nome Le Pitture della Città d’Imola descritte da Marcello Oretti nell’anno 1777. Si tratta, nella sostanza, di un resoconto di un viaggio effettuato ad Imola nell’agosto del 1777, rielaborato successivamente con un indice dei luoghi e dei nomi.

Come capita assai spesso in queste situazioni, l’attenzione dell’autore si concentra quasi esclusivamente sui luoghi di culto e i palazzi pubblici; sono assai rari i riferimenti alle collezioni dei palazzi nobiliari (per la difficoltà ad accedervi) e di fatto inesistenti quelli alle opere d’arte medievali. Altro elemento da non tralasciare è come, dal regesto di Oretti, appaia che, salvo eccezioni come Innocenzo da Imola, gli artisti operanti in città siano tutti bolognesi. Quest’aspetto da un lato testimonia come la cittadina sul Santerno subisse ormai da secoli l’egemonia culturale e del gusto felsinei; d’altra parte conferisce maggiore importanza alla scelta della curatrice di inserire in appendice le biografie degli artisti redatte da Oretti contenute nelle inedite Notizie purché presenti almeno con un’opera nella rassegna imolese dell’erudito. Stiamo parlando di oltre duecento pagine di materiale (sulle 288 del libro) che a noi risulta sostanzialmente inedito e su cui spicca, fra tutte, la biografia di Ludovico Carracci, che, secondo una precisa scuola di pensiero del classicismo bolognese (di cui un riscontro anche nell’epistolario di Alessandro Maggiori: cfr. Anna Maria Ambrosini Massari, Una scoperta nel Fondo Ricci di Macerata: manoscritti e disegni di Alessandro Maggiori in Dotti amici’. Amico Ricci e la nascita della storia dell’arte nelle Marche) Oretti ritiene senz’altro superiore ad Agostino, ma soprattutto ad Annibale.

Imola, Basilica Cattedrale di San Cassiano
Foto Elena Bacchilega
Imola. Campanile della Basilica di San Cassiano
Foto Elena Bacchilega

Giovanni Nicolò Villa
Pitture della Città d’Imola
A cura di Claudia Pedrini

Imola, La Mandragora, 2001

Non c’è scritto più dissimile rispetto a quello di Oretti in termini quantitativi, eppure sostanzialmente analogo nell’impianto erudito, delle Pitture della Città d’Imola del sacerdote imolese Giovanni Nicolò Villa (1740-1814). Un manoscritto di 1400 pagine, anonimo ma chiaramente riconducibile al religioso, datato 1794, ma che contiene materiale relativo al primo decennio dell’Ottocento, e quindi di volta in volta aggiornato, ampliato, esteso a dismisura dall’autore. Quella di Villa doveva essere la vera guida di Imola, scritta non in tre giorni da un bolognese, ma in vent’anni da un imolese erudito. Se non che il reale problema che ne impedì la pubblicazione è facilmente intuibile sin dal titolo integrale che è il seguente: “Pitture della Città d’Imola ossia un Guazzabuglio composto di varie cose Pittoriche, Architettoniche anche estranee, Ove lusingasi, che un’amatore [sic], o un Principiante Avrà un’Idea del più bello, che trovasi fatto nelle tre bell’arti del Disegno per imitarlo, E anche del più brutto per ischivarlo. Tomo primo E unico anche vantaggiosamente. Imola In nessuna Stamperia 1794”. Villa, insomma, non ha il dono della sintesi, né la capacità di selezionare le informazioni. Direi di più: non ne ha nessuna intenzione. La sua guida è redatta (sono parole sue) per divertimento e per servire di aiuto ai suoi (poveri) scolari, nonché perché “m’è venuto altresì l’umore in testa di ricattarmi di quella stizza grande che presemi per l’amor patrio in leggendo la franchezza d’un viaggiatore che asserì essere questo un paese da trapassarsi ove nulla era da osservarsi” (Pedrini segnala che si tratta della guida del de Lalande). Partendo dall’esame del bello e del “brutto” Villa redige una guida che segue sì un percorso topografico, ma continuamente si allarga in trattazioni collaterali di decine e decine di pagine che nulla hanno a che fare con Imola stessa, ma molto con la formazione intellettuale e l’erudizione dell’autore. Un esempio per tutti, uno dei più indolori: avviandosi verso la conclusione (siamo a p. 1268, ne mancano appena 150) Villa parla del ponte degli Alidosi a Castel del Rio: “Nella nostra Diocesi abbiamo un bel ponte di pietra; egli è quello di Castel del Rio fabbricato dicesi dagli Alidosi una volta padroni di Imola e di quel castello quindi. È d’un occhio o a volta sola in forma ovale […]. De ponti d’un arco solo se ne troveranno forse molti, ma due soltanto per ora ne trovo citati dal Chambers: quello cioè di Venezia nominato Rialto, di cui si parlerà in appresso; e l’altro nella città di Mostar nella Bosnia, ch’è molto più ardito di quello di Rialto”. E da qui parte una divagazione di parecchie pagine sul ponte di Rialto, e poi sul modo di costruire i ponti prescritto da Vitruvio e così via.

È appena evidente che orientarsi in questo magma erudito è impresa impossibile. Per questo motivo il volume curato da Claudia Pedrini si rivela particolarmente prezioso: perché non presenta la trascrizione dell’opera, ma gli indici della medesima. Passo tutti i Ferragosto a Castel del Rio. Secondo voi avrei mai potuto trovare i luoghi del manoscritto in cui se ne parlava senza un indice affidabile in mano? Rientra quindi nella categoria del puro eroismo (a cui la curatrice viene ascritta di diritto) la redazione di un repertorio onomastico suddiviso fra indice degli artisti e indice degli scrittori d’arte (a cui Villa attinge a piene mani), nonché di un indice topografico. Il testo del manoscritto è comunque reso disponibile e consultabile su Cd-Rom, anche se qui va fatto presente che esiste un problema (del tutto indipendente dall’editore) di obsolescenza tecnologica, per cui oggi la consultazione di un Cd-Rom pubblicato nel 2001 è disagevole.

Imola. Chiesa del Suffragio
Foto Elena Bacchilega
Imola. Portale della Chiesa dei Santi Niccolò e Domenico
Foto Elena Bacchilega

Ciò detto, con tutti i limiti possibili e con l’avvertenza di stare attenti alle attribuzioni, con l’indicazione che spesso i quadri sono solo citati e non descritti e che manca sicuramente una capacità critica peraltro difficile da trovare in quei tempi, tutti allineati sul “bello ideale” di pieno neoclassico, il manoscritto di Giovanni Nicolò Villa risulta di consultazione imprescindibile per chiunque si occupi di storia della città, e si rivela di particolare interesse per gli avvenimenti sostanzialmente coevi all’autore. Nel caso specifico, trattandosi della demolizione e della ricostruzione della cattedrale, avvenuta nel secondo Settecento, è evidente che si tratta di informazioni non trascurabili. Allo stesso modo non trascurabile è l’attenzione che Villa dimostra nei confronti delle cosiddette arti minori; un’attenzione non so fino a che punto dettata da consapevolezza e volontà (che sarebbero molto moderne) di descrivere un “contesto” e non la singola opera d’arte, o piuttosto dall’esigenza compulsiva di raccontare tutto, senza nulla farsi sfuggire; ma comunque oggi preziosa per chi legge.

Le Pitture della Città d’Imola sono conservate presso la Biblioteca Comunale di Imola, con segnatura Manoscritti Imolesi, n. 43. Nel 1925 ne è stata pubblicata una versione fortemente accorciata, ma soprattutto che ne stravolge l’impianto di guida suddividendo le opere fra pitture, sculture e architetture (G. Gambetti, Guida pittorica d’Imola dell’Abate Giovanni Villa (1794) in Documenti e Studi della R. Deputazione di Storia patria per le province di Romagna, V (1925)). Per gli insofferenti è disponibile (manoscritta) una versione ridotta intitolata Zibaldone artistico compilato e scritto dal fu Canonico Gian Nicolò Villa Imolese intelligente delle belle arti (Biblioteca Comunale di Imola, Manoscritti Imolesi, n. 167). Il lettore se la cava con 700 pagine.

Imola. Palazzo Sersanti
Foto Elena Bacchilega

Imola. Loggia del cortile interno di Palazzo Monsignani
Foto Elena Bacchilega

Memorie manoscritte intorno alle vite ed alle opere de’ pittori scultori architetti eccetera d’Imola
Raccolte da Gaetano Giordani nell’anno 1826
A cura di Matteo Bacci e Francesca Grandi

Coordinamento scientifico e introduzione di Donatella Biagi Maino
Imola, La Mandragora, 2006

Il manoscritto è conservato con segnatura B. 1809 presso la biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna. “Si tratta di una sorta di dizionario enciclopedico dei più importanti artisti di origine imolese per i quali Giordani oltre a fornire qualche significativa annotazione dal punto di vista biografico, redige una sorta di elenco delle opere da essi realizzate. L’elenco dei personaggi trattati non sempre rispetta l’ordine alfabetico e spesso l’autore, dopo aver analizzato le opere, le descrive una seconda volta riunendole per città... Benché il testo, come scrive lo stesso Giordani, sia datato 1826 [n.d.r. Giordani aveva 26 anni], si può affermare con certezza che sia stato riveduto e aggiornato almeno fino agli anni Sessanta dell’Ottocento: vi si trovavano infatti notizie relative alla vita degli artisti e citazioni bibliografiche di testi successivi al 1826 [nd.r. oltre a] numerosi spazi bianchi o parti trattate dopo l’elenco degli artisti che rivelano un approfondimento successivo” (p. 17).

Gaetano Giordani (1800-1873), ispettore prima (1838), direttore poi della Pinacoteca di Bologna (dal 1842 alla morte), fu personaggio di spicco dell’erudizione felsinea. Della sua consistente produzione a stampa, a volte criticata per eccessivi toni elogiastici, si ricorda soprattutto il Catalogo dei Quadri che si conservano nella Pinacoteca della Pontificia Accademia delle Belle Arti in Bologna (1826 e poi in diverse edizioni fino alla morte). A noi preme tuttavia segnalare che Giordani collaborò alla seconda edizione della Felsina Pittrice (1841-1844) e si occupò della pubblicazione della Graticola del Lamo (1844), fino ad allora nota solo in base a circolazione manoscritta. Vale inoltre la pena ricordare la sua amicizia con il barone pesarese Antaldo Antaldi, in virtù della quale, alla morte del nobile marchigiano (1847), entrò in possesso del manoscritto relativo alle Notizie di alcuni architetti, pittori, scultori di Urbino, Pesaro e de’ luoghi circonvicini.

Imola. Scalone monumentale di Palazzo Tozzoni (particolare)
Foto Elena Bacchilega
Imola. Scalone monumentale di Palazzo Tozzoni (particolare)
Foto: Elena Bacchilega

Pietro Antonio Meloni
Memorie delli pittori, scultori, ed architetti della città, e diocesi d’Imola (manoscritto del 1834)

Appendice bio-bibliografica a cura di Vittorio Canuti con la collaborazione di Liliana Vivoli e Claudia Pedrini. Indice onomastico a cura di Giorgio Cassani. Indice toponomastico a cura di Vittorio Canuti
Imola, Grafiche Galeati, 1992

Otto anni dopo quelle di Giordani, nel 1834, il pittore imolese Pietro Antonio Meloni (1761-1835) è sul punto di pubblicare le sue Memorie sugli artisti imolesi, tanto da far stampare, come si usava a quei tempi, un manifesto “di associazione e di prenotazione” (uno strumento per finanziare l’uscita del libro, in poche parole). In realtà il manoscritto che testimonia la fatica del Meloni presenta ancora alcune lacune. Mancano ad esempio alcune biografie di artisti di cui sono ricordati solo i nomi. Di lì a poco il decesso dell’autore porterà al fallimento del progetto. Lo spirito squisitamente localistico del manoscritto (conservato presso l’Archivio parrocchiale di Bagnara) è in realtà il suo punto di forza, fornendo indicazioni del tutto inedite su autori e opere. L’opera si divide in quattro sezioni: la prima è dedicata agli artefici imolesi, la seconda a coloro che si dimostrarono vicini al mondo artistico della città per via dei loro studi o come committenti (e quindi ha ampio spazio il ceto aristocratico), il terzo è dedicato a figure di artisti giudicate minori e il quarto contiene un “discorso molto interessante” che, a dire il vero, tale non è, soffermandosi su aspetti legati all’insegnamento del disegno nei Collegi, francamente di scarsissimo rilievo (si tratta in realtà di pagine legate ad esperienze personali. Meloni fu a lungo insegnante di disegno).

Non vorrei che sembrasse che l’opera di Meloni riveli una coscienza critica che francamente non ha. Fra le biografie proposte cinque pagine sono dedicate a Innocenzo Francucci, ovvero Innocenzo da Imola, a cui pure Pietro Giordani (all’epoca segretario dell’Accademia di Belle Arti di Bologna) aveva consacrato anni di studio e la redazione di una monografia di cui era uscita solo la prima parte (nel 1819); sono nove invece quelle scritte per parlare di Michele Angelo Gottarelli, che certo non ebbe una carriera scintillante. Ma, forse involontariamente (in fondo sta parlando del suo maestro), Meloni coglie un aspetto inedito: ovvero che Gottarelli fu colui che traghettò dall’Accademia di Bologna a Imola i metodi di insegnamento accademici, istituendo una scuola del nudo; e ci permette anche di avere un’idea della consistenza del fenomeno, delineando figure di artisti che furono suoi allievi. Non mancano peraltro alcune pagine che contengono una sua autobiografia. In sostanza, le memorie del Meloni si dimostrano preziose quando si tratta di ricostruire un mondo altrimenti sommerso vissuto a cavallo fra Sette ed Ottocento, mentre, quando rivolte ad artisti precedenti, recepiscono di fatto dati già proposti da Villa. Sembrano invece essere sostanzialmente indipendenti rispetto allo scritto di Gaetano Giordani, probabilmente non conosciuto.

NOTE



Nessun commento:

Posta un commento