Pagine

▼

lunedì 21 settembre 2026

Diego de Sagredo. Misure romane

 

Diego de Sagredo
Misure romane
Traduzione e saggio introduttivo di Nicoletta Lepri

Firenze, Angelo Pontecorboli editore

Recensione di Giovanni Mazzaferro

 


Una piacevole scoperta

Confesso che solo di recente, e casualmente, ho scoperto che nel 2017 Nicoletta Lepri ha pubblicato la prima traduzione italiana delle Medidas del Romano di Diego de Sagredo, il primo scritto d’architettura ad andare a stampa in una lingua diversa dal latino o dall’italiano. Siamo nel 1526, ossia in date molto precoci. Per intenderci, la prima traduzione italiana a stampa di Vitruvio, quella a cura di Cesare Cesariano, risale ad appena cinque anni prima. Siamo anche in anni di transizione, ossia in quel periodo che, in un suo celebre saggio, Pier Nicolo Pagliara ha individuato come l’arco temporale in cui Vitruvio passa da essere “testo”, ossia opera a cui attingere, ma rielaborabile, a “canone”, ovvero una sorta di bibbia dell’architettura che ha una funzione normativa al di fuori della quale tutto ciò che è eccentrico è sbagliato.

Vorrei chiarire immediatamente due punti: sembra evidente che Diego de Sagredo, nato a Burgos attorno al 1490 e morto a Toledo attorno al 1528, non abbia mai avuto la volontà di porsi in competizione con trattati di architettura universali come quelli di Vitruvio e Alberti. La sua è un’opera che potremmo definire compilativa: «ho ricavato, dalle opere degli antichi che scrissero ampiamente sulla scienza dell’edificare, questo breve dialogo, in cui si tratta delle misure che devono conoscere quegli artefici che intendano imitare e contraffare gli edifici romani» (p. 34). Per “edifici romani” si intendono, in realtà, realizzazioni derivanti dal mondo greco: Sagredo parla di “misure romane” nella consapevolezza che le conoscenze architettoniche greche sono state storicamente implementate da Roma, che ne rappresenta quindi l’espressione più genuina.

Quella di Lepri, poi, non è un’edizione critica, né pretende di esserlo. Siamo di fronte a una traduzione preceduta da un saggio introduttivo che contestualizza l’opera, e già non è poco, se si tiene conto che, prima del 2017, le Medidas del Romano non erano mai state tradotte nella nostra lingua, il che ha dato luogo ha un grosso equivoco, ossia che la loro fortuna sia stata, in pratica, inesistente. Concluse nel 1524 e pubblicate a Toledo nel 1526, le Misure romane furono edite nel 1536 in francese, con modifiche non irrilevanti e un grande successo, e varie volte in Portogallo fra 1541 e 1542 (ma in lingua castigliana). Soprattutto, diedero vita a un genere, chiamato convenzionalmente “trattato di colonne”, di ampio successo in tutta Europa (si pensi per esempio al trattato sulle colonne di Hans Blum). Complessivamente sono state pubblicate in circa 500 edizioni e in una dozzina di lingue: cfr. la nota bibliografica di Lepri, pp. 27-28.

L’opera di Diego de Sagredo rivela precocemente, insomma, la necessità di smagrire i grandi trattati universali di architettura per mettere insieme una grammatica di base con informazioni (come recita il sottotitolo) «necessarie agli artefici che intendono riprodurre la conformazione di basi, colonne, capitelli e altre parti degli edifici antichi».


Diego de Sagredo, Medidas del Romano, Proporzioni della testa umana
Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Diego_Sagredo_Medidas_del_Romano
,_proporciones_de_la_cabeza_humana.jpg

 

Un’opera di passaggio

Sappiamo pochissimo della vita di Diego de Sagredo, che possiamo considerare un alto funzionario del giovane regno di Spagna, «canonico e bibliotecario della cattedrale di Toledo […], cappellano personale di Giovanna la Pazza, madre dell’imperatore Carlo V, e servitore particolare dell’arcivescovo locale don Alfonso de Fonseca, a cui le Misure romane sono infatti dedicate» (p. 20). Soprattutto non sappiamo se e quando (ma verrebbe da rispondere spontaneamente di sì) fu in Italia. Nel trattato sono citati pochissimi monumenti, fra Firenze e Roma, come se fossero stati visti. Una cosa, tuttavia, è certa. Le Medidas non si fondano sullo studio personale da parte dell’autore delle rovine antiche. Le “misure” sono elemento cardine del mondo romano, nei confronti del quale Diego prova evidentemente una fascinazione, ma sono desunte da altre fonti (Vitruvio, Alberti etc., ma qui sarebbe necessario uno studio approfondito). Sono fornite al lettore in maniera prescrittiva: sono quelle esposte, tanto da poter essere riassunte in apposite tabelle presentate nell’opera. Tutto ciò indurrebbe a pensare che Diego de Sagredo sia espressione di un ambiente per il quale Vitruvio è canone inscalfibile. Qui, a mio parere, ma soprattutto a parere della curatrice, bisogna essere cauti. Innanzi tutto, non si deve confondere un approccio geometrico e matematico alla materia, di cui Sagredo è senza dubbio espressione, con la rigidità della medesima. Sagredo, rifacendosi al mondo romano, ha come stella polare il fatto che tutte le forme, nell’antichità, erano riconducibili matematicamente al cerchio o al quadrato, ma in realtà si mostra molto più tollerante di quanto non sembri: «Ognuno ha facoltà di aggiungere ciò che gli pare, ad ornamento delle parti dell’edificio, purché rispetti l’insieme e la concertazione che l’arte richiede, e sappia impiegare questi interventi decorativi dove risulti più a proposito» (p. 52).

Soffermiamoci sull’“ornamento”: è questo, a ben vedere l’interesse principale dell’autore. Sarebbe inutile cercare, nello scritto, una scansione uguale o simile alla firmitas, utilitas e venustas vitruviane. Le stesse varietà di colonne sono definite ancora “géneros”, e non “ordini”, esattamente come in Italia dove la comparsa del lemma “ordini”, a certificazione della loro inscalfibilità, è comunque imminente. È del resto significativo, che quando si comincia a parlare di ornamenti Diego de Sagredo parta dalle cornici e dalle modanature, e non dalle colonne: «non c’è nessun elemento di quelli a cui dobbiamo dar forma che non sia guarnito da una cornice o da modanature» (p. 48).

Le Medidas escono a Toledo nel 1526 e, in fondo, non è un caso. Toledo appena da qualche anno è divenuta una delle sedi della corte reale e imperiale di Carlo V e gli orientamenti della corte sono per una svolta in senso classicista (potremmo dire neoimperiale) dell’architettura spagnola. Le Medidas del Romano vanno lette in questo contesto. Vi è, a dire il vero, una diversa maniera di considerare l’opera del nativo di Burgos. Secondo parte della critica siamo di fronte a un cambiamento di rotta dal gotico fiorito di matrice spagnola verso, appunto, il classicismo; secondo altri, limitandosi agli ornamenti, in realtà Diego dà vita a una nuova fase del cosiddetto stile “plateresco”, ampiamente affermatosi in Spagna, ossia a uno stile caratterizzato da sovrabbondanza di ornamentazione su un impianto architettonico ancora riconducibile al gotico. Rispondere con certezza è difficile. A me non pare che l’autore promuova una sintesi, quanto piuttosto una vera e propria virata verso le forme dell’antico. Ciò detto, resta aperta la questione se lo faccia “per moda” o perché nutrito e consapevole dei valori dell’umanesimo.

La questione dello status dell’architetto può essere letta in questo contesto: è fuori di dubbio che Diego si schieri per la nobiltà dell’architettura: «Devi sapere che “architetto” è un termine greco: significa “costruttore principale”. E così vengono detti propriamente architetti coloro che fabbricano edifici e, a quanto risulta dal nostro Vitruvio, sono tenuti a essere esercitati nelle scienze filosofiche e nelle arti liberali. Non potrebbero, diversamente, essere dei perfetti architetti, gli strumenti dei quali sono proprio le mani degli artefici meccanici» (p. 45). D’altra parte, non sono poche le situazioni in cui, chi scrive, sembra rivolgersi più a un capomastro che a un architetto: «Devi sapere che non c’è un’altra arte, come quella romana, dove meglio si possano impiegare le opere della natura insieme alla fantasia dell’uomo; e il capomastro deve osservare criteri di uniformità e armonizzazione nel distribuire e disegnare questi interventi ornamentali» (p. 74)


Diego de Sagredo, Medidas del Romano, Esempi di balaustri

 

Lo statuto ambiguo del moderno (fra centro e periferia)

Alla stessa maniera, mi sembra giusto segnalare un altro punto particolarmente suggestivo, proprio nelle pagine finali del trattatello. Cosa vuol dire esattamente la raccomandazione «Guarda di non avere la presunzione di mescolare classico con moderno» (p. 100)? Sinceramente, non lo so. Cos’è il moderno, in termini umanistici e albertiani, se non la rinascita dell’antico? Eppure, a queste date esiste anche una versione di “moderno” che è considerata degenerata e resta legata al fare artistico genericamente indicato come “gotico”. Cambiando completamente area geografica di riferimento, possiamo citare, per esempio, la lettera scritta a Marcantonio Michiel da Pietro Summonte nel 1523. Michiel ha chiesto a Summonte di descrivere lo stato delle arti nel Regno di Napoli. Ebbene, l’anziano erudito napoletano risponde, parlando di scultura, in questi termini: “«Poria ancora in questa parte nominarvi molte porte marmoree d’ecclesie, molti sepolcri fatti per nostri re passati: però sono di mal disegno, ancorché siano ricchi di molto marmo. Insumma puzzano del moderno e del mal tempo nel quale tali lavori fôro facti; ché, come sa Vostra Signoria molto miglior di noi di qua, per un certo tempo in questo paese, così come in altre parti, non si faceano se non cose piane, cose tedesche, francesche e barbare» [1]

Ragionandoci, l'unica spiegazione che riesco a darmi è che il moderno in senso diminutivo caratterizza aree (Napoli, la Spagna) che, in senso artistico, si sentono periferia rispetto al centro tosco-romano (e direi anche veneto, ma ancora non completamente a queste date) in cui il classicismo è in pieno dispiegamento. Più che esprimere una valutazione temporale, insomma, il moderno di Sagredo sarebbe espressione di un mondo ancora legato a forme architettoniche non rispondenti al modello vitruviano. 

I dubbi, come si vede, non mancano, ma è proprio qui che sta l'importanza delle Medidas, un testo molto particolare, probabile espressione di una situazione ancora fluida e di cui, a mio modestissimo avviso, difficilmente Diego de Sagredo può avere avuto consapevolezza al di fuori di un periodo significativamente lungo passato in Italia. In attesa di saperne di più, ancora grazie a Nicoletta Lepri per la benemerita traduzione.

 

NOTE

[1] Fausto Nicolini, L'arte napoletana del Rinascimento e la lettera di Pietro Summonte a Marcantonio Michiel, Napoli, Ricciardi, 1925, pp. 166-167.

Nessun commento:

Posta un commento