Diego de Sagredo
Misure romane
Traduzione e saggio introduttivo di Nicoletta Lepri
Firenze, Angelo Pontecorboli editore
Recensione di Giovanni Mazzaferro
Una piacevole scoperta
Confesso che solo di recente, e
casualmente, ho scoperto che nel 2017 Nicoletta Lepri ha pubblicato la prima
traduzione italiana delle Medidas del Romano di Diego de Sagredo, il
primo scritto d’architettura ad andare a stampa in una lingua diversa dal
latino o dall’italiano. Siamo nel 1526, ossia in date molto precoci. Per
intenderci, la prima traduzione italiana a stampa di Vitruvio,
quella a cura di Cesare Cesariano, risale ad appena cinque anni prima. Siamo
anche in anni di transizione, ossia in quel periodo che, in un suo celebre
saggio, Pier Nicolo Pagliara ha individuato come l’arco temporale in cui
Vitruvio passa da essere “testo”, ossia opera a cui attingere, ma rielaborabile,
a “canone”, ovvero una sorta di bibbia dell’architettura che ha una funzione
normativa al di fuori della quale tutto ciò che è eccentrico è sbagliato.
Vorrei chiarire immediatamente due
punti: sembra evidente che Diego de Sagredo, nato a Burgos attorno al 1490 e
morto a Toledo attorno al 1528, non abbia mai avuto la volontà di porsi in
competizione con trattati di architettura universali come quelli di Vitruvio
e Alberti.
La sua è un’opera che potremmo definire compilativa: «ho ricavato, dalle opere
degli antichi che scrissero ampiamente sulla scienza dell’edificare, questo
breve dialogo, in cui si tratta delle misure che devono conoscere quegli
artefici che intendano imitare e contraffare gli edifici romani» (p. 34). Per
“edifici romani” si intendono, in realtà, realizzazioni derivanti dal mondo
greco: Sagredo parla di “misure romane” nella consapevolezza che le conoscenze
architettoniche greche sono state storicamente implementate da Roma, che ne
rappresenta quindi l’espressione più genuina.
Quella di Lepri, poi, non è
un’edizione critica, né pretende di esserlo. Siamo di fronte a una traduzione
preceduta da un saggio introduttivo che contestualizza l’opera, e già non è
poco, se si tiene conto che, prima del 2017, le Medidas del Romano non
erano mai state tradotte nella nostra lingua, il che ha dato luogo ha un grosso
equivoco, ossia che la loro fortuna sia stata, in pratica, inesistente.
Concluse nel 1524 e pubblicate a Toledo nel 1526, le Misure romane
furono edite nel 1536 in francese, con modifiche non irrilevanti e un grande
successo, e varie volte in Portogallo fra 1541 e 1542 (ma in lingua
castigliana). Soprattutto, diedero vita a un genere, chiamato convenzionalmente
“trattato di colonne”, di ampio successo in tutta Europa (si pensi per esempio
al trattato sulle colonne di Hans Blum). Complessivamente sono state pubblicate
in circa 500 edizioni e in una dozzina di lingue: cfr. la nota bibliografica di
Lepri, pp. 27-28.
L’opera di Diego de Sagredo rivela
precocemente, insomma, la necessità di smagrire i grandi trattati universali di
architettura per mettere insieme una grammatica di base con informazioni (come
recita il sottotitolo) «necessarie agli artefici che intendono riprodurre la
conformazione di basi, colonne, capitelli e altre parti degli edifici antichi».
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| Diego de Sagredo, Medidas del Romano, Proporzioni della testa umana Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Diego_Sagredo_Medidas_del_Romano ,_proporciones_de_la_cabeza_humana.jpg |
Un’opera di passaggio
Sappiamo pochissimo della vita di
Diego de Sagredo, che possiamo considerare un alto funzionario del giovane
regno di Spagna, «canonico e bibliotecario della cattedrale di Toledo […],
cappellano personale di Giovanna la Pazza, madre dell’imperatore Carlo V, e
servitore particolare dell’arcivescovo locale don Alfonso de Fonseca, a cui le Misure
romane sono infatti dedicate» (p. 20). Soprattutto non sappiamo se e quando
(ma verrebbe da rispondere spontaneamente di sì) fu in Italia. Nel trattato
sono citati pochissimi monumenti, fra Firenze e Roma, come se fossero stati
visti. Una cosa, tuttavia, è certa. Le Medidas non si fondano sullo
studio personale da parte dell’autore delle rovine antiche. Le “misure” sono
elemento cardine del mondo romano, nei confronti del quale Diego prova
evidentemente una fascinazione, ma sono desunte da altre fonti (Vitruvio,
Alberti etc., ma qui sarebbe necessario uno studio approfondito). Sono fornite
al lettore in maniera prescrittiva: sono quelle esposte, tanto da poter essere
riassunte in apposite tabelle presentate nell’opera. Tutto ciò indurrebbe a
pensare che Diego de Sagredo sia espressione di un ambiente per il quale
Vitruvio è canone inscalfibile. Qui, a mio parere, ma soprattutto a parere della
curatrice, bisogna essere cauti. Innanzi tutto, non si deve confondere un
approccio geometrico e matematico alla materia, di cui Sagredo è senza dubbio
espressione, con la rigidità della medesima. Sagredo, rifacendosi al mondo
romano, ha come stella polare il fatto che tutte le forme, nell’antichità,
erano riconducibili matematicamente al cerchio o al quadrato, ma in realtà si
mostra molto più tollerante di quanto non sembri: «Ognuno ha facoltà di
aggiungere ciò che gli pare, ad ornamento delle parti dell’edificio, purché
rispetti l’insieme e la concertazione che l’arte richiede, e sappia impiegare questi
interventi decorativi dove risulti più a proposito» (p. 52).
Soffermiamoci sull’“ornamento”: è
questo, a ben vedere l’interesse principale dell’autore. Sarebbe inutile
cercare, nello scritto, una scansione uguale o simile alla firmitas, utilitas
e venustas vitruviane. Le stesse varietà di colonne sono definite ancora
“géneros”, e non “ordini”, esattamente come in Italia dove la comparsa del
lemma “ordini”, a certificazione della loro inscalfibilità, è comunque
imminente. È del resto significativo, che quando si comincia a parlare di
ornamenti Diego de Sagredo parta dalle cornici e dalle modanature, e non dalle
colonne: «non c’è nessun elemento di quelli a cui dobbiamo dar forma che non
sia guarnito da una cornice o da modanature» (p. 48).
Le Medidas escono a Toledo
nel 1526 e, in fondo, non è un caso. Toledo appena da qualche anno è divenuta
una delle sedi della corte reale e imperiale di Carlo V e gli orientamenti
della corte sono per una svolta in senso classicista (potremmo dire
neoimperiale) dell’architettura spagnola. Le Medidas del Romano
vanno lette in questo contesto. Vi è, a dire il vero, una diversa maniera di
considerare l’opera del nativo di Burgos. Secondo parte della critica siamo di
fronte a un cambiamento di rotta dal gotico fiorito di matrice spagnola verso,
appunto, il classicismo; secondo altri, limitandosi agli ornamenti, in realtà
Diego dà vita a una nuova fase del cosiddetto stile “plateresco”, ampiamente
affermatosi in Spagna, ossia a uno stile caratterizzato da sovrabbondanza di
ornamentazione su un impianto architettonico ancora riconducibile al gotico. Rispondere
con certezza è difficile. A me non pare che l’autore promuova una sintesi,
quanto piuttosto una vera e propria virata verso le forme dell’antico. Ciò
detto, resta aperta la questione se lo faccia “per moda” o perché nutrito e
consapevole dei valori dell’umanesimo.
La questione dello status
dell’architetto può essere letta in questo contesto: è fuori di dubbio che Diego
si schieri per la nobiltà dell’architettura: «Devi sapere che “architetto” è un
termine greco: significa “costruttore principale”. E così vengono detti
propriamente architetti coloro che fabbricano edifici e, a quanto risulta dal
nostro Vitruvio, sono tenuti a essere esercitati nelle scienze filosofiche e
nelle arti liberali. Non potrebbero, diversamente, essere dei perfetti
architetti, gli strumenti dei quali sono proprio le mani degli artefici
meccanici» (p. 45). D’altra parte, non sono poche le situazioni in cui, chi
scrive, sembra rivolgersi più a un capomastro che a un architetto: «Devi sapere
che non c’è un’altra arte, come quella romana, dove meglio si possano impiegare
le opere della natura insieme alla fantasia dell’uomo; e il capomastro deve
osservare criteri di uniformità e armonizzazione nel distribuire e disegnare
questi interventi ornamentali» (p. 74)
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| Diego de Sagredo, Medidas del Romano, Esempi di balaustri |
Lo statuto ambiguo del moderno (fra centro e periferia)
Alla stessa maniera, mi sembra
giusto segnalare un altro punto particolarmente suggestivo, proprio nelle
pagine finali del trattatello. Cosa vuol dire esattamente la raccomandazione
«Guarda di non avere la presunzione di mescolare classico con moderno» (p.
100)? Sinceramente, non lo so. Cos’è il moderno, in termini umanistici e
albertiani, se non la rinascita dell’antico? Eppure, a queste date esiste anche
una versione di “moderno” che è considerata degenerata e resta legata al fare
artistico genericamente indicato come “gotico”. Cambiando completamente area
geografica di riferimento, possiamo citare, per esempio, la lettera scritta a
Marcantonio Michiel da Pietro Summonte nel 1523. Michiel ha chiesto a Summonte
di descrivere lo stato delle arti nel Regno di Napoli. Ebbene, l’anziano
erudito napoletano risponde, parlando di scultura, in questi termini: “«Poria ancora in questa parte nominarvi molte porte marmoree
d’ecclesie, molti sepolcri fatti per nostri re passati: però sono di mal
disegno, ancorché siano ricchi di molto marmo. Insumma puzzano del moderno e
del mal tempo nel quale tali lavori fôro facti; ché, come sa Vostra Signoria
molto miglior di noi di qua, per un certo tempo in questo paese, così come in
altre parti, non si faceano se non cose piane, cose tedesche, francesche e
barbare» [1]
Ragionandoci, l'unica spiegazione che riesco a darmi è che il moderno in senso diminutivo caratterizza aree (Napoli, la Spagna) che, in senso artistico, si sentono periferia rispetto al centro tosco-romano (e direi anche veneto, ma ancora non completamente a queste date) in cui il classicismo è in pieno dispiegamento. Più che esprimere una valutazione temporale, insomma, il moderno di Sagredo sarebbe espressione di un mondo ancora legato a forme architettoniche non rispondenti al modello vitruviano.
I dubbi, come si vede, non
mancano, ma è proprio qui che sta l'importanza delle Medidas, un testo
molto particolare, probabile espressione di una situazione ancora fluida e di
cui, a mio modestissimo avviso, difficilmente Diego de Sagredo può avere avuto
consapevolezza al di fuori di un periodo significativamente lungo passato in
Italia. In attesa di saperne di più, ancora grazie a Nicoletta Lepri per la
benemerita traduzione.
NOTE
[1] Fausto
Nicolini, L'arte napoletana del Rinascimento e la lettera di Pietro Summonte
a Marcantonio Michiel, Napoli, Ricciardi, 1925, pp. 166-167.



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