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lunedì 4 settembre 2017

Marta P. Cacho Casal. Francisco Pacheco y su 'Libro de retratos'. Parte Prima


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Marta P. Cacho Casal
Francisco Pacheco y su Libro de retratos


Siviglia-Madrid, Fundación Focus-Abengoa e Marcial Pons Ediciones, 2011

Recensione di Giovanni Mazzaferro. Parte Prima

Fig. 1) La copertina del libro

Francisco Pacheco (1564-1644) è noto ai più per il suo Arte de la pintura (uscito postumo nel 1649), che è già stato ampiamente recensito su questo blog. In realtà è noto che le opere principali dell’artista e letterato di Sanlúcar sono due: all’Arte de la pintura va infatti aggiunto il Libro de retratos, assai meno noto per una serie di motivi. Innanzi tutto il Libro non fu mai pubblicato (e – come vedremo – probabilmente non era nemmeno destinato alla stampa); ben noto ai contemporanei (tanto che Vicente Carducho ne tesse gli elogi nei Dialoghi sulla pittura (1633) e così caro all’autore che cinque anni prima di morire, estendendo il suo testamento, Pacheco ordina agli eredi che sia venduto nella sua integrità, senza che ne siano smembrati i fogli, il manoscritto del Libro de retratos si perde ben presto e, con esso, se ne smarrisce di fatto la memoria. Palomino, autore delle Vidas di inizio Settecento che hanno portato molti a chiamarlo il Vasari spagnolo, non ne conosce i contenuti, e cita solo riferimenti tratti dall’Arte de la pintura. Nel 1864 lo riscopre un letterato spagnolo studioso di Cervantes, José María Asensio (1829-1905), che però lo fa pubblicare in dispense solo fra 1881 e 1884 in un’edizione chiamata facsimilare, ma non completamente esente da pecche (si veda https://archive.org/stream/BRes140079/libroDeDescripcion#page/n0/mode/2up). José Lázaro Galdiano lo comprò dagli eredi di Asensio ai primi del Novecento. Da qui l’opera transitò alla biblioteca della Fundación Lázaro Galdiano, istituita nel 1948, dove è tuttora conservata. Bisogna attendere però gli anni ’80, quando in Spagna si respira un’aria nuova, dopo l’isolazionismo franchista, perché il Libro venga finalmente ristampato (ho qui sotto mano l’edizione del 1983 con prologo di Diego Angulo, pubblicata nel 1983 da Prevision Española, a cui anche Marta P. Cacho Casal fa riferimento nella sua opera). Si tratta – si badi bene – di riproduzioni, e non di edizioni critiche. Non esiste, ad oggi, un’edizione critica dell’opera, che è quanto mai attesa. Marta P. Cacho Casal pubblica tuttavia nel 2011 il presente libro che rappresenta senza dubbio uno straordinario passo in avanti per la conoscenza del testo in termini critici e che (dato da non sottovalutare) comprende anche, in appendice, un preziosissimo indice dei nomi contenuti nel manoscritto della Fondazione Galdiano. Va peraltro ricordato che, in Italia, la conoscenza di Pacheco è ai minimi termini, posto che nessuno dei suoi scritti è mai stato tradotto nella nostra lingua.

Fig. 2) La copertina dell'edizione del Libro de retratos pubblicata nel 1983


Un volume manoscritto

Il titolo completo dell’opera di Pacheco, così come risulta dal curatissimo frontespizio è Libro de descripción de verdaderos retratos de ilustres y memorables varones. Si è discusso molto sulle intenzioni dell’artista sivigliano; si è supposto, in particolare, che, come nel caso dell’Arte de la Pintura, Pacheco non fosse riuscito a giungere a una pubblicazione a stampa. In realtà, la tesi di Cacho Casal (che mi sembra convincente) è che ci si trovi di fronte a un tipico esempio (molto più diffuso di quanto si pensi) di libro-manoscritto, ovvero a un manoscritto che, formalmente, presenta tutte le caratteristiche grafiche di un libro a stampa (tanto da poter essere ‘scambiato’ come ‘ultimo stadio’ di un'opera prima della pubblicazione), senza però ambire alla stampa stessa. Ci sono alcuni aspetti in proposito che suggeriscono questa ipotesi: il testo, in formato in-folio, presenta 56 ritratti ‘veritieri’ (torneremo su questo punto) di ‘uomini illustri’. Non si tratta di incisioni, ma di 56 disegni originali di Pacheco, eseguiti a matita nera e rossa, e ritoccati a gouache color seppia. L’autrice fa notare che la traduzione a stampa dei disegni avrebbe comportato un investimento finanziario, ma anche una professionalità editoriale di cui da un lato Pacheco e dall’altro gli operatori editoriali di Siviglia sembrano essere del tutto privi. Il libro, peraltro, non riporta una dedica, ed è dunque da escludere l’ipotesi di un mecenate che sostenesse l’impresa. La stessa puntigliosa sistemazione del testo (non necessaria a livello di bozza) sembra essere chiaro indizio che non era prevista una versione a stampa: “Il Libro de retratos presenta il formato e il progetto di un libro a stampa, come si può apprezzare facendo caso al frontespizio, all’organizzazione del testo e a altri dettagli, come le parole-guida. Quest’attenzione al dettaglio è forse un indizio sufficientemente conclusivo del fatto che il pittore non aveva pianificato di pubblicare l’opera” (p. 118).

Fig. 3) Frontespizio e un ritratto dell'opera
Fonte: https://bibliotecalazarogaldiano.wordpress.com/2014/06/12/el-libro-de-retratos-en-el-450-aniversario-del-nacimiento-de-francisco-pacheco/

Ritratti, elogi, componimenti poetici

Si è detto che i personaggi illustri di cui appare il ritratto nell’opera di Pacheco sono 56. Si tratta di uomini religiosi (i più numerosi), umanisti, soldati, artisti e musicisti. La struttura di ogni paragrafo non si limita al semplice ritratto, ma si ripete secondo uno schema prestabilito, che normalmente si estende su quattro pagine. La prima è occupata quasi tutta dal ritratto incorniciato, con un riquadro che indica il nome del personaggio in questione. In fondo alla prima pagina comincia l’elogio in prosa vero e proprio del soggetto, che prosegue nella seconda e nella terza facciata. La quarta pagina presenta uno o più epitaffi o componimenti poetici (non tutti di mano di Pacheco) dedicati all’elogiato. A loro volta, gli elogi in prosa sono svolti secondo uno schema ripetitivo che si può schematizzare in cinque punti: a) introduzione retorica; b) famiglia di origine e infanzia; c) educazione ricevuta; d) qualità personali e fatti memorabili; e) morte. “I protagonisti di questi ritratti sono uomini famosi, in maggioranza andalusi, che vissero tra i regni di Filippo II [n.d.r. re di Spagna dal 1556 al 1598] e di Filippo IV [n.d.r. re dal 1621 al 1665; ovviamente va ricordato che Pacheco muore nel 1644]” (p. 118). Va peraltro detto che la maggioranza degli elogiati appartiene a una generazione precedente a quella di Pacheco, e quindi a un momento storico in cui Filippo II è all’apice del suo regno. “La gioventù e parte della vita adulta di Pacheco si svolsero sotto il regno di questo monarca, che morì quando il pittore aveva 34 anni (…). Tenendo conto di questo aspetto, non sembra assurdo concludere che il Libro dei ritratti fu, in parte, un omaggio a Filippo II e all’epoca del suo regno” (p. 177-78). Se la situazione standard è quella appena descritta (ritratto, elogio, componimenti poetici) va pur detto che undici ritratti fanno eccezione, non riportando il nome dell’effigiato o l’elogio in prosa o i componimenti poetici, o nessuno di essi. Non appare un caso il fatto che, quando il nome non manca, e quindi quando siamo in grado di sapere di chi si tratti, risulti che quei personaggi morirono dopo Pacheco. Pare cioè ragionevole pensare che l’artista e scrittore spagnolo avesse un ‘repertorio’ di ritratti a cui elogi ed epitaffi venivano aggiunti solo in un secondo momento, dopo la morte di ogni singolo elogiato.


Fig. 4) Ritratto di Fernando de Herrera nel Libro de retratos di Francisco Pacheco
Fonte: https://bibliotecalazarogaldiano.wordpress.com/2014/08/21/el-libro-de-retratos-en-el-450-aniversario-del-nacimiento-de-francisco-pacheco-ii/

Quanto è affidabile il manoscritto della biblioteca Galdiano?

Inutile dire che la vera questione che si presenta immediatamente allo studioso è capire se il manoscritto conservato presso la biblioteca Lazaro Galdiano ci è giunto senza modifiche di alcun tipo rispetto al progetto di Pacheco oppure no. Cacho Casal sottolinea come sia molto improbabile che le volontà testamentarie dell’artista (che – come detto – nel 1639 aveva stabilito che il Libro fosse venduto, a beneficio degli eredi, ma che venisse alienato nella sua integrità) siano state rispettate. Gli indizi in merito sono numerosi. Innanzi tutto c’è da chiedersi se il Libro fosse già stato rilegato da Pacheco o se invece fosse costituito da una serie di fogli sciolti, facilmente sottraibili (il discorso vale soprattutto per i disegni, che ovviamente erano particolarmente ambiti). Il fatto che l’artista si preoccupi di esplicitare una disposizione testamentaria in merito e l’ipotesi che l’opera fosse un ‘work in progress’, con inserimenti e completamenti in occasione della morte di un ritrattato, induce a propendere per il secondo caso. Vi sono poi le parole stesse dell’autore: nell’ Arte de la pintura (cfr. p. 164) Pacheco scrive di aver realizzato nel corso della sua vita più di 170 ritratti a matita nera e rossa, e di avere selezionato fra essi un centinaio di personaggi, eminenti per le loro particolari qualità. Stando a queste parole, la versione manoscritta giunta sino a noi sarebbe priva di 44 elogi. Sempre nell’ Arte de la pintura sono citati elogi di personaggi (anche di artisti) che nel manoscritto non compaiono. Inutile dire che una delle grandi sfide degli studiosi odierni è quella di ricostruire la lista degli elogiati scomparsi (e se possibile rintracciarne i testi).

E ancora: l’ordine con cui i personaggi compaiono nel manoscritto Galdiano appare essere del tutto casuale. L’elogio di re Filippo II (che esplicitamente Pacheco scrive essere quello con cui comincia l’opera) nel manoscritto è il quarantaduesimo. Nella sequenza del manoscritto gli elogi si susseguono senza una logica ben precisa, alternando fra loro personaggi di rango e formazione diversa, mentre è chiaro da evidenze interne degli elogi in prosa che Pacheco aveva in mente una sequenza ben precisa, raggruppando ad esempio fra loro uomini religiosi appartenenti a un medesimo ordine.

Nell’incertezza generale, dunque, è possibile avanzare due tesi che hanno realisticamente buone possibilità di essere vere: il Libro dei ritratti non era destinato alla stampa, ma il libro-manoscritto è giunto fino a noi in una versione manipolata, il che – ovviamente – complica l’analisi del testo.


Fig. 5) Ritratti di Lope de Vega e Luis del Alcázar nel Libro de retratos
Fonte: https://bibliotecalazarogaldiano.wordpress.com/2014/08/21/el-libro-de-retratos-en-el-450-aniversario-del-nacimiento-de-francisco-pacheco-ii/

Anni di composizione

Il frontespizio del Libro di Pacheco non lascia dubbi: è datato esplicitamente 1599. Tuttavia la data non aiuta. Il materiale raccolto nell’opera giunge quanto meno fino al 1638. Si può pensare che il 1599 sia l’anno in cui l’artista cominciò a sviluppare l’idea del manoscritto, ma anche qui si rischia il buco nell’acqua. Evidenze interne e testimonianze terze anticipano tale data ai primi anni ’90 (quando cioè Pacheco aveva poco più di 25 anni). In realtà Cacho Casal non riesce a dare una risposta convincente al problema (e non certo per colpa sua; mancano gli elementi). Se si pensa che l’opera fu pensata come omaggio al regno di Filippo II si potrebbe immaginare che la data del frontespizio abbia in qualche modo a che fare con la morte del sovrano (1598): ma allora perché 1599 e non 1598? Se qualcosa c’è di chiaro, nella vicenda, è comunque che il Libro dei ritratti è l’opera di una vita; anzi, che, nel caso di Pacheco, le opere della vita furono due, fra loro evidentemente pensate come complementari: da un lato appunto il Libro dei ritratti e dall’altro l’Arte de la pintura, come  messo in evidenza da Bonaventura Bassegoda i Hugas nell’edizione critica di quest’ultima opera.


Fig. 6) Ritratto di fray Juan Bernal nel Libro de retratos
Fonte: https://www.abebooks.com/LIBRO-DESCRIPCION-VERDADEROS-RETRATOS-ILUSTRES-MEMORABLES/11967657855/bd#&gid=1&pid=3

Libro de retratos e Arte de la pintura

Qui si pone un ulteriore problema: comprendere in che relazione siano fra loro Libro de retratos e Arte de la pintura. Una cosa va detta, preliminarmente: sia Bassegoda sia Cacho Casal sembrano condividere un’idea in qualche modo ‘riduttiva’ degli scritti di Pacheco. Se Bassegoda lo fa in maniera più sfumata, Cacho Casal, invece, appare più determinata a ricostruire la figura di un uomo che non fu un maître à penser, ma comunque parte integrante del mondo culturale e letterario andaluso. Suo merito principale, peraltro, sarebbe stato quello di renderci fruibili le idee che circolavano in quegli ambienti nella prima metà del Seicento. La premessa era doverosa perché sia nel Libro de retratos sia nell’Arte de la pintura una parte consistente del testo appare avere natura compilativa ed è tratta da fonti precedenti. Se nell’Arte de la pintura la circostanza è immediatamente evidente perché l’autore segnala a lato della pagina l’autore da cui attinge (e, come noto, dimostra una conoscenza vastissima della letteratura artistica spagnola e italiana), l’identificazione delle fonti, prendendo in considerazione il Libro de retratos, è più difficile perché tale tipo di segnalazione manca. In proposito Cacho Casal avverte: “il Libro de retratos è stato considerato tradizionalmente come una miniera d’informazioni bibliografiche relative a importanti autori spagnoli dei secoli XVI e XVII. Di conseguenza, studiosi e storici hanno impiegato e citato frammenti di questa opera direttamente, come se si trattasse di una fonte primaria. Tuttavia Pacheco si servì di numerosi testi altrui e di informazioni che vari amici e colleghi gli fornirono per redigere i suoi elogi” (p. 188). Compito dell’interprete è, dunque, quello di individuare la fonte a cui attinge l’artista sivigliano. Compito assai ingrato, nel caso specifico, perché, mentre nel caso dell’Arte de la Pintura le citazioni sono da opere a stampa, qui appaiono essere soprattutto da fonti manoscritte, di cui Pacheco si rivela essere grande collezionista (si veda il paragrafo Pacheco como editor y coleccionista de textos (pp. 92-102).

Ad ogni modo, se nell’Arte de la pintura emergono chiaramente contenuti di carattere didattico, che inducono a ritenere che il pubblico a cui facesse riferimento Pacheco fosse quello dei suoi colleghi artisti e (al più) quello degli “intenditori”, il Libro de retratos si caratterizza per la sua natura di elogio (privo di qualsiasi critica) di un mondo che è costituito fondamentalmente dalle figure preminenti della società andalusa. Quasi tutti i ritrattati sono appunto originari dell’Andalusia. Quando non lo sono – come nel caso del re Filippo II – l’autore ricorre a stratagemmi, sostenendo che il sovrano nacque sì a Valladolid nel 1527, ma fu concepito a Siviglia (cfr. p. 171). L’unico straniero a meritarsi un elogio è il pittore Pedro de Campaña (ovvero Peter de Kempeneer) che viene preso in considerazione perché, pur essendo nato a Bruxelles, fu in Spagna (e in Andalusia) che conobbe grande successo. Il pubblico ‘ideale’ a cui guarda Pacheco è dunque probabilmente costituito proprio dai circoli intellettuali andalusi (e sivigliani in particolare) che con lui collaborano (sia nel lavoro di raccolta delle informazioni sia nella redazione di poemi laudativi) in una sorta di autorappresentazione che in certi momenti assume i contorni di un’opera collettiva.

Avendo chiaro questa differenza, si colgono poi ulteriori convergenze di fondo, riguardanti in primo luogo l’idea di nobiltà della pittura. Si tratta (come ovvio, posto che a scrivere è un artista) di un tema particolarmente caro a Pacheco, e che è presente in entrambe le opere. Nell’Arte de la Pintura la questione della nobiltà della pittura è argomentata in via teorica e con approccio didattico/moralistico (si pensi all’ultima sezione dedicata alle immagini ‘decorose’ per l’arte controriformata). Nel Libro de ritratos la nobiltà della pittura è realizzata ponendo sullo stesso piano umanisti, poeti, letterati, uomini di chiesa e, appunto, artisti. Due modi diversi di sostenere la medesima idea. 

Fine della Parte Prima

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