Marta P. Cacho Casal
Francisco Pacheco y su Libro de retratos
Siviglia-Madrid, Fundación Focus-Abengoa e Marcial Pons Ediciones, 2011
Recensione di Giovanni Mazzaferro. Parte Prima
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| Fig. 1) La copertina del libro |
Francisco Pacheco (1564-1644) è
noto ai più per il suo Arte de la pintura (uscito postumo
nel 1649), che è già stato ampiamente recensito su questo blog. In realtà è
noto che le opere principali dell’artista e letterato di Sanlúcar
sono due: all’Arte de la pintura va
infatti aggiunto il Libro de retratos,
assai meno noto per una serie di motivi. Innanzi tutto il Libro non fu mai pubblicato (e – come vedremo – probabilmente non
era nemmeno destinato alla stampa); ben noto ai contemporanei (tanto che
Vicente Carducho ne tesse gli elogi nei Dialoghi sulla pittura (1633) e così
caro all’autore che cinque anni prima di morire, estendendo il suo testamento,
Pacheco ordina agli eredi che sia venduto nella sua integrità, senza che ne
siano smembrati i fogli, il manoscritto del Libro
de retratos si perde ben presto e, con esso, se ne smarrisce di fatto la
memoria. Palomino, autore delle Vidas
di inizio Settecento che hanno portato molti a chiamarlo il Vasari spagnolo,
non ne conosce i contenuti, e cita solo riferimenti tratti dall’Arte de la pintura. Nel 1864 lo riscopre
un letterato spagnolo studioso di Cervantes, José María Asensio (1829-1905), che
però lo fa pubblicare in dispense solo fra 1881 e 1884 in un’edizione chiamata
facsimilare, ma non completamente esente da pecche (si veda https://archive.org/stream/BRes140079/libroDeDescripcion#page/n0/mode/2up). José Lázaro
Galdiano lo comprò dagli eredi di Asensio ai primi del Novecento. Da qui
l’opera transitò alla biblioteca della Fundación Lázaro Galdiano, istituita nel
1948, dove è tuttora conservata. Bisogna attendere però gli anni ’80, quando in
Spagna si respira un’aria nuova, dopo l’isolazionismo franchista, perché il Libro venga finalmente ristampato (ho
qui sotto mano l’edizione del 1983 con prologo di Diego Angulo, pubblicata nel
1983 da Prevision Española, a cui anche Marta P. Cacho Casal fa riferimento nella
sua opera). Si tratta – si badi bene – di riproduzioni, e non di edizioni
critiche. Non esiste, ad oggi, un’edizione critica dell’opera, che è quanto mai
attesa. Marta P. Cacho Casal pubblica tuttavia nel 2011 il presente libro che
rappresenta senza dubbio uno straordinario passo in avanti per la conoscenza
del testo in termini critici e che (dato da non sottovalutare) comprende anche, in appendice, un preziosissimo indice dei nomi contenuti nel manoscritto della
Fondazione Galdiano. Va peraltro ricordato che, in Italia, la conoscenza di
Pacheco è ai minimi termini, posto che nessuno dei suoi scritti è mai stato
tradotto nella nostra lingua.
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| Fig. 2) La copertina dell'edizione del Libro de retratos pubblicata nel 1983 |
Un volume manoscritto
Il titolo completo dell’opera di
Pacheco, così come risulta dal curatissimo frontespizio è Libro de descripción
de verdaderos retratos de ilustres y memorables varones. Si è discusso
molto sulle intenzioni dell’artista sivigliano; si è supposto, in particolare,
che, come nel caso dell’Arte de la
Pintura, Pacheco non fosse riuscito a giungere a una pubblicazione a
stampa. In realtà, la tesi di Cacho Casal (che mi sembra convincente) è che ci
si trovi di fronte a un tipico esempio (molto più diffuso di quanto si pensi)
di libro-manoscritto, ovvero a un manoscritto che, formalmente, presenta tutte
le caratteristiche grafiche di un libro a stampa (tanto da poter essere ‘scambiato’ come ‘ultimo stadio’ di un'opera prima della pubblicazione), senza però ambire alla stampa
stessa. Ci sono alcuni aspetti in proposito che suggeriscono questa ipotesi: il
testo, in formato in-folio, presenta 56 ritratti ‘veritieri’ (torneremo su
questo punto) di ‘uomini illustri’. Non si tratta di incisioni, ma di 56
disegni originali di Pacheco, eseguiti a matita nera e rossa, e ritoccati a
gouache color seppia. L’autrice fa notare che la traduzione a stampa dei
disegni avrebbe comportato un investimento finanziario, ma anche una
professionalità editoriale di cui da un lato Pacheco e dall’altro gli operatori
editoriali di Siviglia sembrano essere del tutto privi. Il libro, peraltro, non
riporta una dedica, ed è dunque da escludere l’ipotesi di un mecenate che
sostenesse l’impresa. La stessa puntigliosa sistemazione del testo (non
necessaria a livello di bozza) sembra essere chiaro indizio che non era
prevista una versione a stampa: “Il Libro
de retratos presenta il formato e il
progetto di un libro a stampa, come si può apprezzare facendo caso al
frontespizio, all’organizzazione del testo e a altri dettagli, come le
parole-guida. Quest’attenzione al dettaglio è forse un indizio sufficientemente
conclusivo del fatto che il pittore non aveva pianificato di pubblicare l’opera”
(p. 118).
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| Fig. 3) Frontespizio e un ritratto dell'opera Fonte: https://bibliotecalazarogaldiano.wordpress.com/2014/06/12/el-libro-de-retratos-en-el-450-aniversario-del-nacimiento-de-francisco-pacheco/ |
Ritratti, elogi, componimenti poetici
Si è detto che i personaggi
illustri di cui appare il ritratto nell’opera di Pacheco sono 56. Si tratta di
uomini religiosi (i più numerosi), umanisti, soldati, artisti e musicisti. La struttura
di ogni paragrafo non si limita al semplice ritratto, ma si ripete secondo uno
schema prestabilito, che normalmente si estende su quattro pagine. La prima è
occupata quasi tutta dal ritratto incorniciato, con un riquadro che indica il
nome del personaggio in questione. In fondo alla prima pagina comincia l’elogio
in prosa vero e proprio del soggetto, che prosegue nella seconda e nella terza
facciata. La quarta pagina presenta uno o più epitaffi o componimenti poetici
(non tutti di mano di Pacheco) dedicati all’elogiato. A loro volta, gli elogi
in prosa sono svolti secondo uno schema ripetitivo che si può schematizzare in
cinque punti: a) introduzione retorica; b) famiglia di origine e infanzia; c) educazione
ricevuta; d) qualità personali e fatti memorabili; e) morte. “I protagonisti di questi ritratti sono
uomini famosi, in maggioranza andalusi, che vissero tra i regni di Filippo II
[n.d.r. re di Spagna dal 1556 al 1598] e
di Filippo IV [n.d.r. re dal 1621 al 1665; ovviamente va ricordato che
Pacheco muore nel 1644]” (p. 118). Va peraltro detto che la maggioranza degli
elogiati appartiene a una generazione precedente a quella di Pacheco, e quindi
a un momento storico in cui Filippo II è all’apice del suo regno. “La gioventù e parte della vita adulta di
Pacheco si svolsero sotto il regno di questo monarca, che morì quando il
pittore aveva 34 anni (…). Tenendo
conto di questo aspetto, non sembra assurdo concludere che il Libro dei
ritratti fu, in parte, un omaggio a
Filippo II e all’epoca del suo regno” (p. 177-78). Se la situazione
standard è quella appena descritta (ritratto, elogio, componimenti poetici) va
pur detto che undici ritratti fanno eccezione, non riportando il nome
dell’effigiato o l’elogio in prosa o i componimenti poetici, o nessuno di essi.
Non appare un caso il fatto che, quando il nome non manca, e quindi quando
siamo in grado di sapere di chi si tratti, risulti che quei personaggi morirono
dopo Pacheco. Pare cioè ragionevole pensare che l’artista e scrittore spagnolo
avesse un ‘repertorio’ di ritratti a cui elogi ed epitaffi venivano aggiunti
solo in un secondo momento, dopo la morte di ogni singolo elogiato.
Quanto è affidabile il manoscritto della biblioteca Galdiano?
Inutile dire che la vera
questione che si presenta immediatamente allo studioso è capire se il
manoscritto conservato presso la biblioteca Lazaro Galdiano ci è giunto senza
modifiche di alcun tipo rispetto al progetto di Pacheco oppure no. Cacho Casal
sottolinea come sia molto improbabile che le volontà testamentarie dell’artista
(che – come detto – nel 1639 aveva stabilito che il Libro fosse venduto, a beneficio degli eredi, ma che venisse
alienato nella sua integrità) siano state rispettate. Gli indizi in merito sono
numerosi. Innanzi tutto c’è da chiedersi se il Libro fosse già stato rilegato da Pacheco o se invece fosse
costituito da una serie di fogli sciolti, facilmente sottraibili (il discorso
vale soprattutto per i disegni, che ovviamente erano particolarmente ambiti).
Il fatto che l’artista si preoccupi di esplicitare una disposizione
testamentaria in merito e l’ipotesi che l’opera fosse un ‘work in progress’,
con inserimenti e completamenti in occasione della morte di un ritrattato,
induce a propendere per il secondo caso. Vi sono poi le parole stesse
dell’autore: nell’ Arte de la pintura
(cfr. p. 164) Pacheco scrive di aver realizzato nel corso della sua vita più di
170 ritratti a matita nera e rossa, e di avere selezionato fra essi un
centinaio di personaggi, eminenti per le loro particolari qualità. Stando a queste
parole, la versione manoscritta giunta sino a noi sarebbe priva di 44 elogi.
Sempre nell’ Arte de la pintura sono
citati elogi di personaggi (anche di artisti) che nel manoscritto non
compaiono. Inutile dire che una delle grandi sfide degli studiosi odierni è
quella di ricostruire la lista degli elogiati scomparsi (e se possibile
rintracciarne i testi).
E ancora: l’ordine con cui i
personaggi compaiono nel manoscritto Galdiano appare essere del tutto casuale.
L’elogio di re Filippo II (che esplicitamente Pacheco scrive essere quello con
cui comincia l’opera) nel manoscritto è il quarantaduesimo. Nella sequenza del
manoscritto gli elogi si susseguono senza una logica ben precisa, alternando
fra loro personaggi di rango e formazione diversa, mentre è chiaro da evidenze
interne degli elogi in prosa che Pacheco aveva in mente una sequenza ben
precisa, raggruppando ad esempio fra loro uomini religiosi appartenenti a un
medesimo ordine.
Nell’incertezza generale, dunque,
è possibile avanzare due tesi che hanno realisticamente buone possibilità di
essere vere: il Libro dei ritratti
non era destinato alla stampa, ma il libro-manoscritto è giunto fino a noi in
una versione manipolata, il che – ovviamente – complica l’analisi del testo.
Anni di composizione
Il frontespizio del Libro di Pacheco non lascia dubbi: è
datato esplicitamente 1599. Tuttavia la data non aiuta. Il materiale raccolto
nell’opera giunge quanto meno fino al 1638. Si può pensare che il 1599 sia
l’anno in cui l’artista cominciò a sviluppare l’idea del manoscritto, ma anche
qui si rischia il buco nell’acqua. Evidenze interne e testimonianze terze
anticipano tale data ai primi anni ’90 (quando cioè Pacheco aveva poco più di
25 anni). In realtà Cacho Casal non riesce a dare una risposta convincente al
problema (e non certo per colpa sua; mancano gli elementi). Se si pensa che
l’opera fu pensata come omaggio al regno di Filippo II si potrebbe immaginare
che la data del frontespizio abbia in qualche modo a che fare con la morte del
sovrano (1598): ma allora perché 1599 e non 1598? Se qualcosa c’è di chiaro,
nella vicenda, è comunque che il Libro
dei ritratti è l’opera di una vita; anzi, che, nel caso di Pacheco, le
opere della vita furono due, fra loro evidentemente pensate come complementari:
da un lato appunto il Libro dei ritratti
e dall’altro l’Arte de la pintura, come messo in evidenza da Bonaventura Bassegoda i Hugas nell’edizione critica di
quest’ultima opera.
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| Fig. 6) Ritratto di fray Juan Bernal nel Libro de retratos Fonte: https://www.abebooks.com/LIBRO-DESCRIPCION-VERDADEROS-RETRATOS-ILUSTRES-MEMORABLES/11967657855/bd#&gid=1&pid=3 |
Libro de retratos e Arte de la pintura
Qui si pone un ulteriore
problema: comprendere in che relazione siano fra loro Libro de retratos e Arte de
la pintura. Una cosa va detta, preliminarmente: sia Bassegoda sia Cacho
Casal sembrano condividere un’idea in qualche modo ‘riduttiva’ degli scritti di
Pacheco. Se Bassegoda lo fa in maniera più sfumata, Cacho Casal, invece, appare
più determinata a ricostruire la figura di un uomo che non fu un maître
à penser, ma comunque parte integrante del mondo culturale e letterario
andaluso. Suo merito principale, peraltro, sarebbe stato quello di renderci
fruibili le idee che circolavano in quegli ambienti nella prima metà del
Seicento. La premessa era doverosa perché sia nel Libro de retratos sia nell’Arte
de la pintura una parte consistente del testo appare avere natura
compilativa ed è tratta da fonti precedenti. Se nell’Arte de la pintura la circostanza è immediatamente evidente perché
l’autore segnala a lato della pagina l’autore da cui attinge (e, come noto,
dimostra una conoscenza vastissima della letteratura artistica spagnola e italiana),
l’identificazione delle fonti, prendendo in considerazione il Libro de retratos, è più difficile perché
tale tipo di segnalazione manca. In proposito Cacho Casal avverte: “il Libro de retratos è stato considerato tradizionalmente come una miniera d’informazioni
bibliografiche relative a importanti autori spagnoli dei secoli XVI e XVII. Di
conseguenza, studiosi e storici hanno impiegato e citato frammenti di questa
opera direttamente, come se si trattasse di una fonte primaria. Tuttavia
Pacheco si servì di numerosi testi altrui e di informazioni che vari amici e
colleghi gli fornirono per redigere i suoi elogi” (p. 188). Compito
dell’interprete è, dunque, quello di individuare la fonte a cui attinge
l’artista sivigliano. Compito assai ingrato, nel caso specifico, perché, mentre
nel caso dell’Arte de la Pintura le
citazioni sono da opere a stampa, qui appaiono essere soprattutto da fonti
manoscritte, di cui Pacheco si rivela essere grande collezionista (si veda il
paragrafo Pacheco como editor y
coleccionista de textos (pp. 92-102).
Ad ogni modo, se nell’Arte de la pintura emergono chiaramente
contenuti di carattere didattico, che inducono a ritenere che il pubblico a cui
facesse riferimento Pacheco fosse quello dei suoi colleghi artisti e (al più)
quello degli “intenditori”, il Libro de
retratos si caratterizza per la sua natura di elogio (privo di qualsiasi
critica) di un mondo che è costituito fondamentalmente dalle figure preminenti
della società andalusa. Quasi tutti i ritrattati sono appunto originari
dell’Andalusia. Quando non lo sono – come nel caso del re Filippo II – l’autore
ricorre a stratagemmi, sostenendo che il sovrano nacque sì a Valladolid nel
1527, ma fu concepito a Siviglia (cfr. p. 171). L’unico straniero a meritarsi
un elogio è il pittore Pedro de Campaña (ovvero Peter de Kempeneer) che viene
preso in considerazione perché, pur essendo nato a Bruxelles, fu in Spagna (e
in Andalusia) che conobbe grande successo. Il pubblico ‘ideale’ a cui guarda
Pacheco è dunque probabilmente costituito proprio dai circoli intellettuali
andalusi (e sivigliani in particolare) che con lui collaborano (sia nel lavoro
di raccolta delle informazioni sia nella redazione di poemi laudativi) in una
sorta di autorappresentazione che in certi momenti assume i contorni di
un’opera collettiva.
Fine della Parte Prima






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