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venerdì 7 luglio 2017

[Scrivere la pittura. Da Diderot a Quignard. Antologia a cura di Pascal Dethurens]. Parte Terza



Storia delle antologie di letteratura artistica
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Écrire la peinture. De Diderot à Quignard.
Une anthologie réunie par Pascal Dethurens.
[Scrivere la pittura. Da Diderot a Quignard. Antologia a cura di Pascal Dethurens]

Parigi, Citadelles et Mazenod, 2015, 496 pagine

Recensione di Francesco Mazzaferro. Parte Terza

[Versione originale: giugno 2017 - nuova versione: aprile 2019]

Fig. 40) Jean Auguste Dominique Ingres, The Vow of Louis XIII, 1823. Fonte: Wikimedia Commons


Sarebbe utopistico pensare di offrire al lettore, nello spazio di un solo post, un’immagine anche approssimativa dell’interazione tra letteratura e pittura nella Francia dell’Ottocento. Il fatto è che proprio la Francia dell’Ottocento è il luogo privilegiato in Europa per lo sviluppo di queste due arti (a differenza, ad esempio, della Germania dove si sono sviluppate musica sinfonica e filosofia o dell’Italia, centro di diffusione dell’opera lirica). Tale sviluppo avviene in interazione strettissima. L’antologia di Dethurens lo documenta con brani tratti dalle opere dei grandi della letteratura francese, da Hugo a Balzac, da Baudelaire a Zola, da Mallarmé a Verlaine, comprendendo anche un’altra quindicina di autori. Gli scritti dei letterati hanno accompagnato, e spesso offerto una giustificazione nobile all’evolversi della pittura francese, dal neoclassicismo al romanticismo, dal realismo al simbolismo.

Nell’impossibilità di coprire tale evoluzione per intero, ci concentreremo su una coppia di artisti che ha dominato la discussione estetica a metà Ottocento, dividendo gli spiriti tra classicismo e romanticismo: Jean Auguste Dominique Ingres ed Eugène Delacroix. Lo faremo concentrandoci in particolare sulla critica del mondo letterario attorno al 1855, anno in cui si tiene in Francia l’Exposition universelle des beaux-arts, la prima Esposizione universale di Belle Arti al mondo, promossa da Napoleone III. Ingres, che ha 75 anni, vi espone più di quaranta opere; Delacroix (che ha 57 anni ed è più giovane) vi partecipa con più di trenta. I due maggiori artisti della prima metà del secolo sono quindi presenti con una sorta di personale retrospettiva parallela: una ghiotta occasione di commento per tutti i critici d’arte, in particolare i letterati.

Limitandoci a due pittori, faremo ovviamente torto ad artisti del calibro di Courbet e Corot, Claude Monet ed Eduard Manet, Gauguin e Degas, Renoir e Van Gogh, come pure a tutti i post-impressionisti e simbolisti di fine secolo. E tuttavia non sapremmo come rimediare se non ampliando all’infinito le citazioni.


Ingres
Fig. 41) Jean Auguste Dominique Ingres, Ritratto di Luigi Calamatta, 1828. Fonte: Wikimedia Commons

Ingres è, nel primo Ottocento, il paladino di uno stile classico, nonché il punto di riferimento dell’opinione pubblica anti-romantica e conservatrice. Può sorprendere, in tal senso, che la prima citazione di una sua opera nell’antologia sia di George Sand, (1804-1876), una delle icone della letteratura romantica e di uno stile di vita emancipato, una delle maggiori oppositrici del regime della restaurazione, corrispondente di Giuseppe Mazzini e co-fondatrice della Revue indépendante a sostegno dei diritti dei meno abbienti. Non solo: l’opera, oggetto di una valutazione straordinariamente positiva da parte della scrittrice, è “Il voto di Luigi XIII”, che (utilizzando tutti gli strumenti iconografici della pittura rinascimentale italiana) offre un’allegoria simbolica del legame tra Chiesa e Stato.


Fig. 42) Luigi Calamatta, Ritratto di George Sand, 1840. Fonte: https://www.gardnermuseum.org/experience/collection/14116

Per George Sand le qualità della tela di Ingres sono semplicità e sobrietà, armonia e nobiltà. Le pagine citate da Pascal Dethurens sono tratte dalla raccolta completa delle opere, ed in particolare dal volume postumo “Questions d’art et de littérature” [77] (1878). Più precisamente, si tratta di un breve articolo che la scrittrice redige su “Ingres e Calamatta” nel 1837. L’incisore italiano Luigi Calamatta (1801-1869) collabora con Ingres sin dagli anni della giovinezza.  Sono gli anni in cui il maestro francese sta eseguendo a Firenze Il voto di Luigi XVIII (per la precisione siamo nel 1823), per esporlo al Salone del Louvre l’anno seguente. I due artisti saranno grandi amici per tutta la vita, nonostante la differenza d’età.


Fig. 43) Luigi Calamatta, Il voto di Luigi XIII, incisione dall'originale di Ingres, 1837. Fonte: https://www.britishmuseum.org/research/collection_online/collection_object_details.aspx?objectId=1608151&partId=1&searchText=Calamatta%2C+Luigi&page=1 

Quell’opera (per cui Ingres otterrà la Legion d’onore) sarà importantissima per la fortuna di Ingres, segnando la sua affermazione in patria, dopo quasi diciotto anni trascorsi in esilio volontario in Italia. I fautori del classicismo ne faranno il simbolo dell’opposizione al romanticismo di Delacroix, presente a quel salone con il “Massacro di Scio”. Quattordici anni dopo, nel 1837, Calamatta produce, su richiesta di Ingres, un’incisione della tela (che nel frattempo è stata trasferita nella cattedrale di Mountaban, per la quale era stata originariamente dipinta), per far sì che la sua opera sia documentata al pubblico dei lettori nella capitale. Come spiega la studiosa Rosalba Dinoia [78], grazie a quest’incisione, Calamatta vince a sua volta la medaglia d’onore per l’esposizione al Salon. È in quell’occasione che George Sand pubblica il suo articolo “Ingres e Calamatta”.


Fig. 44) Raphael, Madonna Sistina, 1513-14. Fonte: Wikimedia Commons

Va detto che il dipinto (con le sue evidenti citazioni della raffaellesca Madonna Sistina) non è oggi tra i più conosciuti del pittore francese, e che il ricordo di Luigi Calamatta come divulgatore della cultura rinascimentale italiana in Francia (fu uno dei maestri dell’artista e critico d’arte Charles Blanc) si è molto offuscato.

Ma perché George Sand dedica tanta attenzione ad un mondo così lontano – in termini estetici e politici – dal suo? In realtà, potrebbero esserci state ragioni personali predominanti: George Sand e Luigi Calamatta furono grandissimi amici per più di trent’anni [79]. La Sand lo aveva conosciuto come incisore, e Calamatta l’aveva ritratta in molte occasioni e pose. Maurice, il figlio di George, sposerà nel 1862 Lina Calamatta, figlia dell’incisore [80].

Torniamo alle pagine della Sand nell’antologia di Dethurens, che – si è detto – sono un inno alla classicità di Ingres. “Questa scena maestosa è composta con molta semplicità, secondo la maniera classica degli antichi maestri. Il re, in ginocchio, con le braccia levate davanti all’altare, offre il suo scettro e la sua corona alla regina dei cieli che appare nella sua gloria, tenendo nelle sue braccia il figlio di Dio. Due angeli adolescenti sollevano le tende del coro e le sostengono in modo simmetrico per offrire al re l’apparizione celeste. Un gruppo di piccoli angeli, di splendida bellezza, è come immerso fino alle spalle nella nuvola che sostiene Maria. Due di loro sono scesi fino a poggiarsi sul marmo del tempio. In piedi davanti a Luigi XIII, essi sostengono la tavola dove il principe ha iscritto la consacrazione devota del reame di Francia” [81]. Passando dalla descrizione alla valutazione critica, per la Sand la figura della Vergine “è senza dubbio la più bella creazione sacra che il nostro secolo abbia prodotto in pittura (…). Credo che da sola sarebbe in grado di porre Ingres alla testa dei più bei grandi artisti dei nostri giorni” [82].

Sono anni in cui non solamente l’opinione pubblica francese si divide tra Ingres e Delacroix, ma anche il ruolo della religione nell’arte è soggetto a polemiche durissime di natura prettamente ideologica. Sono posizioni estreme che avranno più tardi i loro corrispondenti nella storia politica della Francia nella seconda metà dell’Ottocento: da un lato l’assunzione da parte della Francia, durante il Secondo Impero, del ruolo di potenza militare garante dello Stato della Chiesa contro i disegni dell’Italia risorgimentale di farne la nuova capitale, e dall’altro la proclamazione da parte della Terza Repubblica del principio di laicità. La Sand evita di dare un’interpretazione religiosa del quadro, e vede anzi in esso una trasfigurazione di iconografie mitologiche. Scrive allora che Ingres ha voluto descrivere la Vergine “severa, senza pietà come la coscienza, senza indulgenza come la giustizia. (…) Nella rappresentazione del Voto di Luigi XIII, la Vergine è la Temi [Nota del traduttore: la dea greca della giustizia] cristiana, e sembra dire a Luigi: «Voi avrete un grande compito da eseguire.» Nel pensiero di Ingres, è l’equità immortale che dice: «Non vi è nulla di bello che non sia grande, non vi è nulla di duraturo che non sia vero »” [83].

All’interpretazione iconografica si accostano alcune valutazioni più formali: “Nel quadro di Ingres la Vergine è in una posizione perpendicolare, la luce la illumina dal retro e la mostra completamente in rilievo. Il gruppo della madre e del bambino è disegnato in modo più netto del gruppo inferiore che, ricevendo come una rifrazione, ha maggior nobiltà e trasparenza, nonostante sia in realtà meno illuminato. Questa disposizione della luce è di grande effetto e la figura principale ne ottiene una solennità importante. Il Bambino Gesù è un capolavoro del disegno. La testa è altrettanto regolare ed altrettanto divina di quella della madre. Ma ciò che è senza paragone è il movimento delle due mani della Vergine, che si posano con la calma e la naturalezza della forza sui fianchi di Gesù. La loro attitudine rivela potenza, e tutta la figura della Vergine è impregnata di orgoglio divino” [84].


Fig. 45) Jean-Auguste-Dominique Ingres, Antioco e Stratonice, 1940. Fonte: Wikimedia Commons
Fig. 46) Piero della Francesca, Flagellazione di Cristo, 1455–1460. Fonte: Wikimedia Commons

Nel 1846 Ingres espone undici opere alla Galerie du bazar Bonne-Nouvelle, una galleria privata che organizza mostre di beneficenza, esponendo quadri prestati da collezionisti privati. A quella mostra, oltre ad Ingres, vengono presentate un centinaio di opere di grandi maestri degli ultimi decenni dell’arte francese (Greuze, David, Géricault e molti altri) [85]. Alla mostra un giovane Charles Baudelaire (1821-1867) dedica un articolo, intitolato “Le Musée classique du bazar Bonne-Nouvelle”. A proposito di Ingres, nell’articolo Baudelaire si sofferma sulla “Grande Bagnante” (1808), sulla “Piccola Bagnante” (1828) e su “Antioco e Stratonice”, un’opera realizzata a Roma nel 1840 ed oggi meno conosciuta delle prime due. Nonostante la rappresentazione del tutto pudica, il tema di quest’ultima opera è scabroso (ed è forse questa la ragione per la quale Baudelaire se ne occupa): Antioco cade mortalmente ammalato perché segretamente innamorato della giovane seconda moglie del padre, Stratonice. Il dottore controlla il battito del morente, mentre il padre giace prostrato ai piedi del letto. E tuttavia è la donna – posta sulla sinistra a risaltare maggiormente nella tela (come non pensare alla Flagellazione di Cristo di Piero della Frencesca?). Quando la donna appare, il battito del cuore del malato accelera improvvisamente, rivelando al dottore la passione segreta e proibita, ma anche provocando la morte immediata. Baudelaire scrive del dipinto come opera d’ispirazione classica che avrebbe riempito di stupore Poussin.


Fig. 47) Jean-Auguste-Dominique Ingres, La Grande Bagnante, 1808. Fonte: Wikimedia Commons

Nell’articolo del 1846 Baudelaire si confronta direttamente con i critici di Ingres, prendendo le difese di quest’ultimo. “Monsieur Ingres si rifiuta da molto tempo d’esporre al Salone e, secondo noi, ha ragione. Il suo stupendo talento finisce sempre per fare fiasco in mezzo a queste folle, a questo pubblico stordito ed affaticato, che subisce la legge di chi grida di più. (…) Si sente dire che la pittura di Ingres sarebbe grigia. Apri gli occhi, nazione di allocchi, e dimmi se hai mai visto pittura più clamorosa e più sgargiante, e forse mai una maggiore ricerca di toni (…). Si sente anche dire che Ingres sarebbe disegnatore maldestro che ignora la prospettiva aerea; la sua pittura sarebbe piatta come un mosaico cinese: al che noi non possiamo che replicare che (…) la Stratonice [mostra] (…) una complicazione enorme di toni ed effetti luminosi (…). Una delle cose, secondo noi, che distingue soprattutto il talento di Ingres è l’amore per la donna. Il suo libertinaggio è serio e pieno di convinzione. Ingres non è mai così felice né così efficace di quando il suo genio si trova alle prese con il fascino di una giovane bellezza. I muscoli, le pieghe dei capelli, le ombre delle fossette, le ondulazioni montagnose della pelle, nulla gli manca” [86]. 


Fig. 48) Una foto dell’Esposizione Universale di Belle Arti di Parigi del 1855.
Fonte: http://expositions.bnf.fr/napol/grand/113.htm

Nove anni dopo, in occasione dell’Exposition universelle des beaux-arts del 1855, Baudelaire tenta un bilancio critico dell’intera opera dell’artista: “Che cosa ricerca dunque, che cosa sogna dunque Monsieur Ingres? Che cosa è venuto a dire a questo mondo? Quale nuova appendice porta al vangelo della pittura? Io sarei contento di credere che il suo ideale sia una specie d’ideale fatto per metà di santità, per metà di calma, quasi indifferenza, qualcosa di analogo all’ideale antico, al quale egli aggiunge le curiosità e le minuzie dell’arte moderna” [87]. Il poeta si confronta su un tema che fa molto discutere: Ingres avrebbe sempre utilizzato lo stesso modello fisico di uomo e donna, adattando e correggendo la natura, e dunque operando un inganno. Da un lato Baudelaire cerca di dare un’interpretazione nobile alla tesi dell’inganno nei confronti della natura: “Il disegno di Ingres è il disegno di un uomo che ha creato un sistema. Egli crede che la natura debba essere corretta, emendata; che l’inganno felice, piacevole, eseguito al fine del piacere degli occhi, non sia solamente un diritto, ma un dovere” [88].


Fig. 49) Jean-Auguste-Dominique Ingres, Ritratto di Louise de Broglie, contessa d'Haussonville, 1845. Fonte: Wikimedia Commons

Dall’altro lato, concludendo su questo punto, Baudelaire non esita, nel 1855, a trarre alcune conclusioni critiche sulla maniera di Ingres, segno che egli intende ricalibrare le lodi passate dell’articolo del 1846 con argomenti più critici: “Trascinato da questa preoccupazione quasi morbosa dello stile, il pittore spesso sopprime il modello o lo diminuisce fino all’invisibile, sperando in tal modo di dare più valore al contorno, tanto che le sue figure hanno l’aria di modelli di forma molto corretta, gonfiati con una materia molle ed inanimata, estranea all’organismo umano. A volte succede che l’occhio cada su particolari incantevoli, onestamente del tutto espressivi, ma allora ci passa un pensiero cattivo per la testa: che non sia stato Ingres a cercare la natura, ma che la natura abbia fatto violenza al pittore, e che questa dama alta e possente [la natura] l’abbia dominato grazie al suo ascendente irresistibile” [89]. Si tratta di un giudizio che ora non è più condiviso: Ingres è oggi particolarmente apprezzato proprio come ritrattista e disegnatore (si pensi alle pagine dedicategli qualche anno fa da David Hockney).

Dopo George Sand e Charles Baudelaire, l’attenzione per Ingres nel mondo delle lettere è testimoniata nell’antologia Écrire la peinture da alcune pagine di Théophile Gautier (1811-1872). Il giudizio di Gautier è diverso da quello di Baudelaire, ed estremamente positivo, in linea con le pagine di George Sand del 1837. Eppure ci si sarebbe attesi di trovare Sand e Gautier su posizioni opposte; la Sand era la rappresentante di una letteratura impegnata e sociale, Gautier invece poeta e teorico della cosiddetta “arte per l’arte”. In un testo programmatico destinato a dar vita al pensiero cui si ispireranno tutte le correnti dell’estetica nell’Ottocento, a prefazione delle proprie Premières poésies, Gautier scrive nel 1832: “L’autore ha visto del mondo null’altro di quel che si vede dalla finestra, e non ha voglia di vedere alcunché d’altro. Non vi è alcun colore politico: non vi è né il rosso, né il bianco e neppure il tricolore; non vi è nulla … Non vi è nulla nella composizione dei versi che sia un pretesto [usato dall’autore per sostenere una tesi]. Quanto ai fautori di una letteratura utile, agli utopisti, economisti, sansimonisti e agli altri che gli chiedono quale sia lo scopo [Nota del traduttore: in francese, A quoi cela rime?, e dunque letteralmente: a che cosa rima?], lui risponderà: il primo verso rima con il secondo, quando la rima non è brutta, e così via. A che cosa serve? Serve ad essere bello. Non è abbastanza? Come i fiori, come i profumi, come gli uccelli, come tutto ciò che l’uomo non è riuscito a modificare e rovinare a suo uso. In generale, non appena una cosa diviene utile, smette di essere bella” [90]. 

Fig. 50) Jean Auguste Dominique Ingres, La Grande Odalisca, 1819. Fonte: Wikimedia Commons

Il 18 e 25 luglio 1855 Gautier dedica alla presenza di Ingres nella già citata Exposition universelle del 1855 un articolo su Le Moniteur universel (di cui è critico d’arte dal 1855 al 1868). Le Moniteur non è un semplice quotidiano: fondato come organo ufficiale della Rivoluzione francese, è divenuto dal 1852 il Journal officiel de l'Empire français, e dunque ogni articolo rivela le preferenze estetiche del Secondo Impero. Nel lungo passaggio citato da Dethurens, Gautier si dilunga sul tema delle odalische di Ingres: Ingres “ama questo tema così favorevole alla pittura, un protesto così comodo di nudo nella nostra epoca dove si è vestiti dalla testa ai piedi. Ha fatto molte odalische o bagnanti” [91]. Evidentemente, l’articolo ci dice che l’opinione pubblica di orientamento conservatore (quella che legge il Moniteur per informarsi sulle attività del governo sotto il Secondo Impero) non ha troppi problemi né con una descrizione di nudi femminili chiaramente concepita da Gautier per catturare la fantasia erotica del lettore maschile né con una descrizione iconografica che conferma tutti i modelli concettuali dell’orientalismo coloniale (basato sull’idea, menzionata da Gautier, della ‘bellezza schiava’). Al di là degli accenti intrisi di estetismo, in fondo Ingres viene qui raccontato come “pittore di regime”.

Se mai una creatura divinamente bella si è esibita nella sua casta nudità agli sguardi di uomini indegni di contemplarla – scrive Gautier – è di sicuro l’Odalisca distesa [nota di redazione: l’Odalisque couchée, oggi conosciuta come la Grande Odalisca]: nulla di più perfetto è mai sortito dal pennello. Sollevata a metà sul gomito poggiato su cuscini, l’odalisca – girando la testa verso lo spettatore con una flessione piena di grazia – mostra spalle di un biancore dorato, una schiena percorsa da una deliziosa linea serpentina, reni e gambe di una soavità di forma ideale, piedi la cui pianta non ha mai calpestato altro se non i tappeti di Smirne e i gradini d’alabastro orientale delle piscine dell’harem. Piedi le cui dita, viste dal basso, si piegano fiaccamente, fresche e bianche come gemme di camelia, e sembrano modellate su qualche avorio di Fidia ritrovato miracolosamente; l’altro braccio abbandonato languidamente, fluttua lungo il contorno delle anche, tenendo in mano un ventaglio di piume che sfugge, e si allontana sufficientemente dal corpo per lasciar vedere un seno vergine di forme squisite, seno di Venere greca, scolpito da Cleomene per il tempio di Cipro e trasportato nel serraglio del pascià” [92]. 

Fig. 51) Jean Auguste Dominique Ingres, Grande Odalisque (particolare) 1819

“Una specie di turbante di cachemire, aggiustato secondo un gusto estremo, e le cui frange ricadono dietro la nuca, avvolge la cima della testa, lasciando scoperta una bandana sopra la quale è avvolta una treccia di capelli, a forma di corona; grappoli di perle completano quest’acconciatura orientale. Gli occhi, le cui pupille verde chiaro guardano di lato; il naso, dalle narici rosse come l’interno di una conchiglia; la bocca, dilatata in un sorriso tranquillo; le guance piene, un po’ larghe; il mento, contraddistinto da una curva tonda e voluttuosa, tutto contribuisce a formare un tipo dove l’individualità dell’Oriente si fonde con l’ideale della Grecia. È proprio questa – e doveva ben essere l’intenzione del pittore – la bellezza schiava nella sua serenità melanconica (…)”  [93].


Fig. 52) Jean Auguste Dominique Ingres, Odalisca con schiava, 1855. Fonte: Wikimedia Commons

L’articolo di Gautier è motivato dall’ultima produzione di Ingres: l’Odalisca con schiava del 1855. “La seconda odalisca è una giovane donna bionda, affranta dai languori snervanti del serraglio, con la testa inclinata tra le braccia incrociate, tra le onde della sua capigliatura fluente. Il suo corpo seminudo si contorce in una posa contratta da uno spasmo di noia. Forse qualche desiderio segreto che non si è potuto realizzare, qualche folle aspirazione alla libertà agita questa bella creatura sepolta viva nella tomba dell’harem e la fa rotolare su trecce e mosaici. Una giovane schiava abissina, la cui veste socchiusa lascia intravedere un petto fulvo come di bronzo, è inginocchiata presso la favorita bianca e le suona sul liuto alcune delle sue melodie selvagge e bizzarre che addormentano il dolore come il canto di una balia, salvo che non ispirino strane nostalgie di patrie sconosciute” [94].


Fig. 53) Jean Auguste Dominique Ingres, Ruggero salva Angelica, 1855. Fonte: Wikimedia Commons

Lo stesso anno Gautier celebra, nel suo saggio sulle Belle arti in Europa, la tela di Ingres “Ruggero salva Angelica”, un’opera del 1819 ispirata all’Orlando furioso dell’Ariosto. Anche qui le parole di Gautier sono soprattutto dedicate al nudo femminile, a cui qui viene data un’interpretazione tutt’altro che lasciva: “Quanto ad Angelica, è la figura più soave, la più deliziosa nel suo casto pallore perlaceo che un’immaginazione amante del bello possa sognare. (…) Angelica non è una statua che vive, è una donna, e una donna moderna. Non sappiamo che cosa vi sia di più fine, di più slanciato e, perché non dirlo, nonostante la parola sembri strana, di più cristiano. Come ella piega il suo collo di cigno, forse un po’ troppo lungo, come ella diffonde la cascata bionda dei suoi capelli, come ella leva al cielo i suoi occhi di un tenero azzurro” [95].



Eugène Delacroix

Fig. 54) Eugène Delacroix, La barca di Dante, 1822. Fonte: Wikimedia Commons

Eugène Delacroix (1798-1863) è l’eroe della poetica romantica nella pittura francese ed europea, e dunque il rivale, in campo estetico, di Ingres. Anch’egli scrittore di qualità (si pensi al suo Journal), è ricordato da Pascal Dethurens con scritti di due autori d’epoca che si sono anche espressi nell’antologia su Ingres (Charles Baudelaire e Théophile Gautier) e di una scrittrice contemporanea (Assia Djebar). Anche nel caso di Delacroix, inoltre, il 1855 si rivela come anno decisivo: come già ricordato, l’Exposition universelle di Parigi presenta infatti 35 sue opere.


Fig. 55) Eugène Delacroix, La morte di Sardanapalo, 1827-1828. Fonte: Wikimedia Commons

A dire il vero, Charles Baudelaire protesta perché uno dei dipinti di Delacroix da lui preferiti, La Morte di Sardanapalo, non è incluso nell’Esposizione. La storia è quella dell’ultimo re assiro Sardanapalo che, ormai sconfitto dai nemici, dà ordine che tutte le sue mogli e concubine (insieme a tutti i paggi, i cani e ai cavalli) siano uccise, prima di darsi la morte. “Sono infuriato che il Sardanapalo non sia ricomparso quest’anno. Si sarebbero viste donne molto belle, chiare, luminose, rosate, almeno a quel che mi sembra di ricordare. Anche Sardanapalo era bello come una donna. Generalmente, le donne di Delacroix possono essere divise in due gruppi: le une, facili a comprendere, spesso mitologiche, sono necessariamente belle (le ninfe rannicchiate e viste di schiena, sul soffitto della galleria d’Apollon [al Louvre]). Sono ricche, molto forti, enormi, abbondanti e sono contraddistinte da una carne stupendamente trasparente e da capigliature ammirevoli” [96].


Fig. 56) Eugène Delacroix, Apollo sconfigge il pitone, 1850-1851 (Galerie d’Apollon, Louvre, Paris). Fonte: Wikimedia Commons
  
Quanto alle altre (…) le chiamerei volentieri donne d’intimità. Si direbbe che conservano negli occhi un segreto doloroso, impossibile a nascondersi nelle profondità della dissimulazione. Il loro pallore è come una rivelazione di battaglie interiori. Che si contraddistinguano per il fascino del crimine o per l’odore di santità, che i loro gesti siano languidi o violenti, queste donne malate di cuore o di spirito hanno negli occhi il colore plumbeo della febbre o lo splendore anormale e bizzarro del loro male, e nello sguardo, l’intensità di ciò che è soprannaturale. Ma sempre e comunque, sono delle donne distinte, essenzialmente distinte; insomma, per dirla con una parola sola, Monsieur Delacroix mi sembra essere l’artista meglio dotato per esprimere la donna moderna, soprattutto la donna moderna nella sua manifestazione eroica, nel senso infernale o divino” [97].


Fig. 57) Eugène Delacroix, Schizzo per la Caccia ai leoni, 1854. Fonte: Wikimedia Commons

I quadri nuovi e sconosciuti al pubblico [di Baudelaire all’Exposition universelle] – Baudelaire continua – sono I due Foscari, la Famiglia araba, la Caccia ai leoni, una Testa di vecchia (un ritratto di Delacroix è una rarità). Queste pitture differenti servono a constatare la sicurezza prodigiosa alla quale è giunto il maestro. La Caccia ai leoni è una vera esplosione di colore (che questo termine sia preso nel buon senso). Mai colori più belli, più intensi, potranno penetrare fino all’anima attraverso il canale degli occhi” [98].

Quanto a Gautier, Dethurens riproduce una citazione su Delacroix dal medesimo articolo sul Moniteur universel del 18 e 25 luglio 1855 sull’Exposition universelle, già considerato a proposito di Ingres. Gautier si era rivelato un commentatore entusiasta di Ingres, ma anche la sua attenzione per Delacroix non è sporadica: la critica letteraria Carine Dreuille [99] ha analizzato tutti gli scritti del poeta sul pittore, e da lei possiamo dunque apprendere che Gautier segue le esposizioni di Delacroix ai Salons a partire dal 1832 fino al 1868, cinque anni dopo la morte di quest’ultimo.

La Barca di Dante…, nonostante risalga al 1822, ovviamente alla prima gioventù dell’artista, ne presenta in pieno l’arte intera: è là che ha stabilito la sua misura, e un avvio simile è un colpo da maestro. Dante e Virgilio, condotti da Flegia, traversano il lago che circonda la città infernale di Dite: i dannati si attaccano alla barca e cercano di entrarvi. Dante riconosce tra di loro dei Fiorentini” [100]. Va però detto che, nonostante Gautier riconosca che quell’opera apre un nuovo capitolo nella storia dell’arte francese, la sua analisi della tela è assai debole, basandosi soprattutto su un’interpretazione iconografica legata all’intento originario del pittore di produrre una scena piena di orrore: “Dal fondale oscuro, segnato dal fumo rosso dell’incendio eterno, si distaccano, in piedi sulla barca, Dante e Virgilio. Dante si stringe alla sua guida Virgilio con quel terrore che emerge da quasi ogni terzina della Divina Commedia; il poeta mantovano, abituato da una decina di secoli agli orrori dell’impero delle tenebre, è molto più calmo e non s’inquieta né delle bocche digrignate né delle mani convulse, che mordono e graffiano il parapetto della barca. Al punto che il Fiorentino, terrorizzato, osserva questi corpi contorti per effetto degli inutili sforzi e questi pallidi torsi come se fossero pezzi di carne morta. Su di loro, tra le onde di fetido fango, si abbatte la livida luce del giorno infernale. Uno di questi dannati, arcuato sul dorso di un’onda come chi è messo al supplizio ad una ruota, è certamente uno dei pezzi migliori che Delacroix abbia dipinto” [101] Dal punto di vista più formale, egli nota che “l’armonia sorda e velata degli sfondi, i toni attutiti delle acque, mettono in primo piano i dannati e il gruppo dei due poeti” [102].


Fig. 58) Eugène Delacroix, La barca di Dante (particolare), 1822

Il medesimo articolo di Gautier sull’Exposition universelle descrive il Massacro di Scio, un’opera del 1824. “Il Massacro di Scio mostra l’artista libero da ogni imitazione, da ogni influenza ed ormai in pieno possesso di se stesso” [103]. Il pittore è cosciente che, quando la tela viene esposta per la prima volta al Salone del 1824, “queste scene orribili, la cui bruttezza non era dissimulata da alcuna salvaguardia accademica, questo disegno febbrile e convulso, questo colore violento, questa furia sollevavano l’indignazione dei classici, le cui parrucche fremevano come quelle di Haendel, ed entusiasmavano i giovani pittori per la loro inaudita sfrontatezza e la loro novità, che nulla aveva fatto presagire” [104].

Ecco come Gautier descrive la scena al lettore del Moniteur :“Sotto un cielo blu zebrato di giallo, ed in mezzo all’azzurro scuro del mare, spicca il biancore di un terreno nudo, devastato, ricoperto di morti, tappezzato di grumi di sangue, dove il sole sembra voler fomentare la peste tra la putrefazione, ultima vendetta dei cadaveri; i fumi degli incendi si levano nella lontananza, mentre alcuni massacratori in primo piano completano l’opera di distruzione e un lattante affamato si attacca al seno della madre già morta. Una vecchia, smunta, grinzosa, secca, stordita dal dolore, lancia uno sguardo vago davanti a sé. Una giovane donna si appoggia piangendo alla spalla di un moribondo; la sua agonia lo lascia con occhi aperti e sconvolti, il suo corpo s’irrigidisce in un’ultima convulsione” [105]. 

Fig. 59) Eugène Delacroix, Il massacro di Scio, 1824. Fonte: Wikimedia Commons

Poi Gautier si concentra su un particolare che da un lato introduce un nuovo elemento tragico, e dall’altro lo spinge di nuovo a un commento sulla colorazione del dipinto. “Più in là un turco, facendo impennare il suo destriero dalla groppa pezzata, trascina una giovane greca legata alla coda del cavallo. A torso nudo, lei si volta cercando di disfare i nodi della sua corda con un superbo movimento di rivolta pudica. Tra questi spezzoni di morti, feriti e morenti, questo corpo puro, bianco e virgineo produce una dissonanza graziosa di effetto terribile, che da un’impressione ancora maggiore dell’orrore del massacro. Tutto, attorno a questa bella giovane, assume delle tinte più livide, più gialle, più cadaveriche, più pestilenziali, più verdi, più violacee” [106].


Fig. 60) Eugène Delacroix, Donne di Algeri nei lori appartamenti, 1834. Fonte: Wikimedia Commons

Delacroix ricompare nell’antologia, infine, nelle parole di Assia Djebar (1936-2015), romanziera algerina di lingua francese recentemente scomparsa, dal 2005 membra dell’Academie française. Nel 1980 la Djebar scrive una raccolta di racconti sull’emancipazione femminile che intitola “Donne di Algeri nei loro appartamenti”, usando il medesimo titolo del quadro di Delacroix del 1834.

“Donne di Algeri nei loro appartamenti: tre donne, due delle quali sono sedute davanti ad un narghilé. La terza, in primo piano, è distesa a metà, sdraiata su alcuni cuscini. Una serva, che ci dà la schiena per tre quarti, alza un braccio come se volesse chiudere la pesante tappezzeria che cela questo universo chiuso. Tutto il senso del quadro si gioca sul rapporto che quelle donne hanno con il loro corpo e con il luogo della loro prigionia. Prigioniere rassegnate di un luogo chiuso che s’illumina di una specie di luce di sogno che non proviene da nessuna parte – come una luce di una serra o di un acquario –, il genio di Delacroix ce le rappresenta al tempo stesso presenti e lontane, enigmatiche nella misura più elevata” [107].

Per la prima volta, scrive la Djebar, un pittore occidentale – erede di una tradizione che aveva fatto del serraglio una mera occasione per mostrare nudità – presenta queste donne come simbolo della solitudine della donna, in un’atmosfera dove ogni comunicazione è del tutto impossibile. “Donne sempre in attesa (…) Con noi spettatori, non possono avere alcun dialogo. Non si abbandonano né si rifiutano allo sguardo. Estranee, ma presenti terribilmente in quest’ atmosfera rarefatta di clausura. (…) Se il quadro di Delacroix inconsciamente ci affascina, non è infatti per questo Oriente superficiale che ci propone, in una penombra di luce e silenzio, ma perché – mettendoci davanti queste donne mentre ci osservano – ci ricorda che di regola non ne abbiamo diritto. Questo quadro stesso è uno sguardo rubato” [108].

La nostra rassegna degli scrittori che si sono occupati di Ingres e Delacroix si apre dunque con una donna emancipata dell’Ottocento, George Sand, e si chiude con una femminista algerina negli anni che precedono il terribile decennio della guerra civile, Assia Djebar. A ben vedere, quasi tutti i quadri recensiti dagli scrittori riguardano storie di donne, e gli scrittori identificano entrambi i pittori come i custodi della nuova definizione di una donna moderna. Segno forse che ogni epoca ha colto la modernità dell’arte del proprio tempo cercandola nella rappresentazione pittorica del mondo femminile.

Nella prossima, ed ultima, parte di questo post faremo un salto nel tempo e vedremo come il rapporto tra letteratura e pittura cambia, quando l’astrazione si afferma come principio dominante nell’arte del Novecento.



Fine della Parte Terza


NOTE

[77] Sand, George - Questions d'art et de littérature, Œuvres complètes de George Sand; Bibliothèque contemporaine, Parigi, Calmann Lévy, 1878. Si veda: http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k54361608/f76.item.r=ingres.zoom

[78] Dinoia, Rosalba - Luigi Calamatta (1801-1869). L’uomo, l’artista, le opere. Temi per una analisi critica. Citazione a pagina 45. Si veda:
http://dspace.unitus.it/bitstream/2067/2414/1/rdinoia_tesid.pdf

[79] Dinoia, Rosalba - Luigi Calamatta, citato, p. 8 e ss.

[80] Jacobs, Alphonse. - George Sand à Croisset et Flaubert à Nohant, Estratto da "Les Amis de Flaubert", n° 8, 1956. Citazione alla nota 60. Si veda: 
http://www.amis-flaubert-maupassant.fr/article-bulletins/008_023/

[81] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, Parigi, Citadelles et Mazenod, 2015, 496 pagine. Citazione a pagina 73.

[82] Si veda: Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, Parigi, Citadelles et Mazenod, 2015, 496 pagine. Citazione a pagina 73

[83] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 73

[84] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 73

[85] Shelton, Andrew Carrington – Ingres and his critics, Cambridge, Cambridge University Press, 2005. Citazione a pagina 156. Si veda: 
https://books.google.de/books?id=veSn-tSofF0C&pg=PA294&lpg=PA294&dq=1846+ingres+exposition&source=bl&ots=LAr6IXPH3W&sig=QBgTRmCA9hz8XjEldClcZrdxmag&hl=en&sa=X&ved=0ahUKEwighY2pvOfUAhVNUlAKHS36BksQ6AEIMTAB#v=onepage&q=bonne-nouvelle&f=false

[86] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 119

[87] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 120

[88] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 120

[89] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 120

[90] Hautecœur, Louis - Littérature et peinture en France du XVIIe au XXe siècle, Armand Colin, Parigi, 1942. 325 pagine. Citazione a pp. 90-91.

[91] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 84

[92] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 84

[93] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 84

[94] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 87

[95] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 87

[96] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 125

[97] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 125

[98] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 129

[99] Dreuille, Carine – Eugène Delacroix vu par Théophile Gautier, 1999. Si veda: 
http://classiques.uqac.ca/classiques/gautier_theophile/Delacroix_eugene/eugene_delacroix_print.pdf

[100] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 90

[101] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 90

[102] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 90

[103] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 93

[104] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 93

[105] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 93

[106] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 93

[107] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 66

[108] Dethurens, Pascal - Écrire la peinture. De Diderot à Quignard, (citato) …. p. 469



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