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lunedì 10 luglio 2017

Bernardino Baldi. Descrittione del Palazzo ducale d'Urbino. A cura di Anna Siekiera


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Bernardino Baldi
Descrittione del Palazzo ducale d’Urbino
A cura di Anna Siekiera


Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2010

Palazzo Ducale di Urbino - Facciata dei Torricini
Fonte: Massimo Macconi tramite Wikimedia Commons

La Descrittione del Palazzo ducale d’Urbino di Bernardino Baldi (1553-1617) fu pubblicata per la prima volta nel 1590, all’interno di una raccolta intitolata Versi e Prose di Monsignor Bernardino Baldi da Urbino, Abbate di Guastalla, Venezia, Francesco de’ Franceschi, 1590, pp. 503-573. Citata in più occasioni in opere monografiche dedicate appunto al palazzo urbinate, attuale sede della Galleria Nazionale delle Marche, in realtà la Descrittione non ha avuto una particolare fortuna, tanto che l’ultima edizione, prima della presente, risale addirittura alla fine dell’Ottocento. Come chiarito sin dalla dedica, l’opera fu scritta nel 1587, mentre Baldi si trovava a Roma, e dedicata al Cardinale d’Aragona. Non del tutto sicura è l’identificazione del destinatario. Molto probabilmente il Cardinale d’Aragona è Innico d’Avalos, figlio del più celebre Alfonso III d’Avalos, marchese del Vasto, abate commendatario di Procida. Il particolare interesse di d’Avalos per il palazzo ducale potrebbe essersi nutrito di due motivi fra loro complementari: il palazzo ducale di Urbino faceva da sfondo a una delle opere più fortunate del Cinquecento italiano, ovvero il Cortegiano di Baldessar Castiglione e d’Avalos stava progettando il rifacimento del castello medievale di Borgo Murata a Procida. Probabile che il destinatario volesse avere maggiori informazioni sull’edificio che voleva utilizzare come modello per il rifacimento del castello.

La descrizione di Baldi è una sorta di applicazione del genere ecfrastico al mondo dell’architettura. Ne cura la pregevolissima edizione moderna una linguista, ovvero Anna  Siekiera, i cui interessi per gli aspetti del lessico tecnico sono naturale conseguenza della frequentazione dell’Accademia della Crusca, in cui Giovanni Nencioni (con l’ausilio di Paola Barocchi) diede vita a un filone di studi particolarmente fortunato (Siekiera, fra l’altro, è autrice della Bibliografia linguistica albertiana pubblicata nell’ambito dell’Edizione nazionale delle opere di Leon Battista Alberti).  

Palazzo Ducale di Urbino - Facciata  incompleta su Piazza Duca Federico
Fonte: yannick_anne tramite Wikimedia Commons

Bernardino Baldi

Bernardino Baldi fu matematico e poeta. Sono questi i due ‘classici’ termini con cui se ne definisce la figura.  È appena evidente che si tratta di etichette quanto mai riduttive e la Descrittione del Palazzo di Urbino le rivela come tali. Baldi fu innanzi tutto un umanista, cresciuto ad Urbino ai tempi di Federico Commandino prima e Guidobaldo del Monte poi. Commandino e del Monte sono nomi che rimandano allo studio delle scienze (in particolare delle scienze applicate), grazie anche al recupero del patrimonio culturale appartenuto alla classicità. Baldi, sotto questo punto di vista, si inserisce perfettamente sulla scia dei suoi maestri: attinge ai testi antichi, grazie anche alle sue conoscenze linguistiche non comuni (a parte latino e greco, conosceva tedesco, francese, arabo ed ebraico) e si concentra soprattutto sullo studio delle meccanica. Nel 1576, ad esempio, traduce (chiamandole ‘Macchine se moventi’) gli Automata di Erone. Con grande lucidità la curatrice scrive che per Baldi “la matematica offriva le basi teoriche allo studio dei fenomeni e alle arti meccaniche che comprendevano l’automatica, l’ingegneria delle navi e l’architettura. […] Nell’ottica baldiana, come punto di eccellenza della realizzazione dell’ingegno creativo si configurava la scienza delle costruzioni, in quanto la più rappresentativa dell’unione della dottrina e dell’esperienza” (pp. 19-20). Si spiega in questo modo la grande attenzione posta dall’urbinate nello studio dell’architettura e del ruolo dell’architetto come progettista, sulla scia di una tradizione che, attingendo da Vitruvio, si rivivifica nel Quattrocento con Leon Battista Alberti. In questo senso colpisce la particolare attenzione al lessico tecnico utilizzato nei suoi scritti (anche in questo) dal Baldi. Si tratta forse dell’aspetto più importante della Descrittione e personalmente mi induce in qualche modo a operare un parallelo (ovviamente del tutto personale) fra la figura di Baldi e quella (a lui precedente di qualche decennio) di Cosimo Bartoli [1]. In questo senso è doveroso segnalare che Anna Siekiera presenta, nelle pagine finali di questo libro, un utilissimo Indice dei termini tecnici utilizzati dall’erudito urbinate.

Baldi fu poi, sicuramente, un poligrafo: si contano decine di sue opere, molte delle quali non destinate alla pubblicazione e rimaste quindi a livello di manoscritti. Ne vorrei segnalare un paio, per comprenderne meglio la figura: da un lato il De verborum vitruvianorum significatione sive perpetuus in M. Vitruvium Pollionem commentarium del 1612, ovvero una serie di studi cominciati però decenni prima sui ‘luoghi’ lessicalmente più oscuri del trattato vitruviano, a conferma degli interessi architettonici del Baldi; dall’altro Le vite de’ matematici, mai pubblicate se non in età moderna (fu edito qualche anno dopo la sua morte un riassunto intitolato Cronica de’ matematici), che sin dal titolo rivelano la derivazione dell’idea dalle Vite vasariane.

Palazzo ducale d'Urbino - Cortile d'onore
Fonte: Leolalli tramite Wikimedia Commons
Palazzo ducale d'Urbino - Cortile d'onore
Fonte: sailko tramite Wikimedia Commons

La Descrittione fra opera letteraria e trattato

La prima cosa che colpisce il lettore dell’opera è che la Descrittione si rivela anche oggi di piacevolissima lettura. Schlosser, nella Letteratura artistica, la definisce ‘aulica’, probabilmente perché vi risuonano motivi di elogio nei confronti dei Montefeltro (e in particolare di Federico) e perché è deluso dall’assenza di informazioni storiche precise su artefici e opere (Baldi si limita a richiamare la celebre ‘Patente’ data dal Montefeltro a Luciano Laurana, e i possibili interventi di Francesco di Giorgio, dell’Alberti, di Baccio Pontelli, ma è chiaro che sta scrivendo senza essere in possesso di informazioni di prima mano). Tuttavia manca completamente, a mio avviso, la vera ragion d’essere dello scritto, che è un’esaltazione dell’ingegno che serve per costruire ‘con giudizio’ in architettura. Il palazzo ne è la dimostrazione vivente. Non è certo un caso che Baldi, dopo aver accennato alla questione della paternità dell’edificio, cominci a parlare genericamente delle scelte dell’ “architetto”, senza distinguere fra interventi di questo o quell’artefice. Semplicemente, non è interessato a stabilire un’attribuzione dei singoli interventi. Gli preme invece stabilire che il Palazzo risulta essere la traduzione pratica dei principi dei grandi trattati di architettura, a cominciare da Vitruvio. In questo senso non si può non notare che l’opera, per molti aspetti, ricorda proprio quei trattati, a cominciare dai titoli dei XVII capitoletti che la scandiscono (“Del sito del palazzo”, “Del palazzo in universale”, “Del fondamento del palazzo”, “Del vestibolo e del cortile”, “Delle scale” etc). “È l’ingegno edificatorio – lo iudicium dell’architectus vitruviano ripetutamente evocato nelle parole «giuditio» e «giuditioso» - che il Baldi evidenza nella Descrittione, servendosi di una scrittura essenziale, costruita con l’ordine sintattico lineare, consono alle difficoltà di una illustrazione tecnica che ha per oggetto sia grandi strutture sia dettagli costruttivi” (p. 26). Le esigenze di chiarezza (tipiche di un trattato) vengono prima di un approccio storicistico allo studio dell’edificio.

Palazzo ducale di Urbino - Appartamento del duca. Porta della camera da letto
Fonte: sailko tramite Wikimedia Commons

Un classicista convinto

Non c’è dubbio: l’approccio di Baldi all’architettura è quello del classicista convinto. Vitruvio è il canone da seguire e semmai il problema è quello di interpretarlo in maniera corretta. Rispetto al canone sono condannate tutte le manifestazioni eccentriche, vale a dire il gotico da una parte e il manierismo dall’altra: “Tornando dunque all’architettura del palazzo, dico che vi si vede molta imitazione dell’antica in tutte le parti e principalmente nel cortile, delle colonne e capitelli […]. È nondimeno da notare che in tutto questo palazzo non vi si vedono di quelle colonnette cilindriche, cioè […] senza pancia, sottili, snervate, soverchiamente lunghe, né quelle che sono attorte e adoppiate, che s’usavano con tanto gusto da gli architetti del tempo a dietro, nè meno que’ capitelli e quelle basi imbarberite e roz[z]e […]. Nondimeno egli è da sapere che non vi si vede quella vaghezza licentiosa, di che sono piene le fabriche de’ tempi nostri, nelle quali, mentre gli architetti fanno professione d’imitatori dell’antichità, non s’accorgono che la vanno depravando. […] Ha dunque […] questo palazzo ornamenti non barbari nè gotici, nè meno capricciosi e moderni, ma simili a gli antichi, e fra gli antichi non a quelli che s’usavano da’ capricciosi, ma da’ buoni, e che nelle buone fabriche erano communemente in uso” (pp. 100-103). Ho riportato ampi stralci del capitolo XIII dell’opera (intitolato Architettura della fabrica) perché le osservazioni da fare sono molte. Innanzi tutto, con riguardo all’architettura delle epoche precedenti, Siekiera segnala che l’aggettivo ‘gotico’ viene qui attestato per una delle primissime volte. In precedenza si parlava di modi ‘barbari’, ‘mostruosi’ o semplicemente ‘tedeschi’. Fu Vasari, nelle Vite, a scrivere che “questa maniera fu trovata da i Goti”. Da qui si passa al ‘gotico’ di Bernardino Baldi. Nel caso del manierismo, invece, l’autore individua la causa dell’esplosione dei ‘capricci’ (intesi sempre in senso negativo), nell’autorità di Michelangelo, che avrebbe “insegnato a gli architetti il valersi del capriccio in vece di regola, il che sarebbe assai buono, se tutti i cervelli fossero della qualità del suo e non se trovassero tanti de gli stroppiati e mostruosi” (p. 102). Sicché quello che inizialmente potrebbe sembrare un giudizio del tutto negativo nei confronti del Buonarroti (e non vi è nulla di strano; si pensi ad analoghe posizioni del contemporaneo Scamozzi) finisce per integrare una delle qualità riconosciute al ‘genio’, ovvero la capacità di prendersi licenze che ad altri non sono e non devono essere consentite.

Palazzo ducale di Urbino, Tarsie lignee dello studiolo di Federico II
Fonte: Silvia Blasio (a cura di), Marche e Toscana, terre di grandi maestri tra Quattro e Seicento, Pacini Editore, 2007
Palazzo ducale di Urbino, Tarsie lignee dello studiolo di Federico II
Fonte: Silvia Blasio (a cura di), Marche e Toscana, terre di grandi maestri tra Quattro e Seicento, Pacini Editore, 2007

Baldi e Vasari

Si è visto – ed è logico che sia così – che Baldi ha letto Vasari. Se c’è una cosa che non mi convince del tutto, nel commento di Anna Siekiera – ed è davvero l’unico aspetto che mi lascia un dubbio – è la presunta (ma celata) posizione polemica dell’erudito urbinate nei confronti dello storico aretino. Baldi si iscriverebbe, dunque, sia pur velatamente, nell’ambito della cosiddetta ‘reazione antivasariana’. Intendiamoci: gli anni (siamo nel 1587) e gli ambienti (in quel momento Baldi si trova a Roma) sono giusti. Federico Zuccari, un altro marchigiano doc, ha probabilmente già scritto le sue postille livorose nei confronti di Vasari [2]. Sintomo dell’insofferenza di Baldi sarebbe, sempre nel XIII capitolo di cui abbiamo sopra riprodotto stralci, l’affermazione secondo cui sarebbe stato ‘Bramante nostro’ a far rinascere l’architettura dalle rovine medievali, abbandonando il gotico e riproponendo l’antico. Bramante è indicato come ‘nostro’ “poiché da Fermignano, castello d’Urbino, fu egli e non da Casteldurante [n.d.r l’attuale Urbania, oggi in provincia di Pesaro-Urbino, ma all’epoca non facente parte del ducato]” (p. 100). La precisazione sembra una mera rivendicazione localistica, più che una pretesa di superiorità di una scuola rispetto a un’altra. Inoltre Baldi segnala immediatamente che l’errore era stato commesso inizialmente da Serlio, seguito poi in un secondo momento da Vasari. Resta il fatto che l’erudito urbinate pone Brunelleschi in posizione secondaria rispetto a Bramente. Naturalmente tutto può essere, ma qui mi sembra davvero di essere di fronte alla semplice (e umanissima) volontà di glorificare una ‘piccola patria’ piuttosto che contrapporre organicamente un mondo rispetto a un altro. Lo stesso Baldi, peraltro, sembra rendersi conto di averla fatta grossa e qualche riga dopo aggiunge: “Era dunque anco inanzi Bramante scoperta la buona architettura e tralasciata la gotica” (ibidem).

Si vive naturalmente di sensazioni personali. È possibilissimo che io abbia torto. Ciò che invece mi sembra emergere con sicurezza dalla Descrittione del Baldi è la figura di un erudito di grande livello, oggi molto sottovalutato, ma che meriterebbe di essere studiato e conosciuto meglio.


NOTE


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