Bernardino Baldi
Descrittione del Palazzo ducale d’Urbino
A cura di Anna Siekiera
Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2010
La Descrittione del Palazzo ducale d’Urbino di Bernardino Baldi
(1553-1617) fu pubblicata per la prima volta nel 1590, all’interno di una
raccolta intitolata Versi e Prose di
Monsignor Bernardino Baldi da Urbino, Abbate di Guastalla, Venezia,
Francesco de’ Franceschi, 1590, pp. 503-573. Citata in più occasioni in opere
monografiche dedicate appunto al palazzo urbinate, attuale sede della Galleria
Nazionale delle Marche, in realtà la Descrittione
non ha avuto una particolare fortuna, tanto che l’ultima edizione, prima
della presente, risale addirittura alla fine dell’Ottocento. Come chiarito sin
dalla dedica, l’opera fu scritta nel 1587, mentre Baldi si trovava a Roma, e
dedicata al Cardinale d’Aragona. Non del tutto sicura è l’identificazione del
destinatario. Molto probabilmente il Cardinale d’Aragona è Innico d’Avalos,
figlio del più celebre Alfonso III d’Avalos, marchese del Vasto, abate
commendatario di Procida. Il particolare interesse di d’Avalos per il palazzo
ducale potrebbe essersi nutrito di due motivi fra loro complementari: il
palazzo ducale di Urbino faceva da sfondo a una delle opere più fortunate del
Cinquecento italiano, ovvero il Cortegiano
di Baldessar Castiglione e d’Avalos stava progettando il rifacimento del
castello medievale di Borgo Murata a Procida. Probabile che il destinatario
volesse avere maggiori informazioni sull’edificio che voleva utilizzare come
modello per il rifacimento del castello.
La descrizione di Baldi è una
sorta di applicazione del genere ecfrastico al mondo dell’architettura. Ne cura
la pregevolissima edizione moderna una linguista, ovvero Anna Siekiera, i cui interessi per gli aspetti del
lessico tecnico sono naturale conseguenza della frequentazione dell’Accademia
della Crusca, in cui Giovanni Nencioni (con l’ausilio di Paola Barocchi) diede
vita a un filone di studi particolarmente fortunato (Siekiera, fra l’altro, è
autrice della Bibliografia linguistica
albertiana pubblicata nell’ambito dell’Edizione
nazionale delle opere di Leon Battista Alberti).
![]() |
| Palazzo Ducale di Urbino - Facciata incompleta su Piazza Duca Federico Fonte: yannick_anne tramite Wikimedia Commons |
Bernardino Baldi
Bernardino Baldi fu matematico e
poeta. Sono questi i due ‘classici’ termini con cui se ne definisce la
figura. È appena evidente che si tratta
di etichette quanto mai riduttive e la Descrittione
del Palazzo di Urbino le rivela come tali. Baldi fu innanzi tutto un
umanista, cresciuto ad Urbino ai tempi di Federico Commandino prima e
Guidobaldo del Monte poi. Commandino e del Monte sono nomi che rimandano allo
studio delle scienze (in particolare delle scienze applicate), grazie anche al
recupero del patrimonio culturale appartenuto alla classicità. Baldi, sotto
questo punto di vista, si inserisce perfettamente sulla scia dei suoi maestri:
attinge ai testi antichi, grazie anche alle sue conoscenze linguistiche non
comuni (a parte latino e greco, conosceva tedesco, francese, arabo ed ebraico)
e si concentra soprattutto sullo studio delle meccanica. Nel 1576, ad esempio,
traduce (chiamandole ‘Macchine se moventi’) gli Automata di Erone. Con grande lucidità la curatrice scrive che per
Baldi “la matematica offriva le basi
teoriche allo studio dei fenomeni e alle arti meccaniche che comprendevano
l’automatica, l’ingegneria delle navi e l’architettura. […] Nell’ottica baldiana, come punto di
eccellenza della realizzazione dell’ingegno creativo si configurava la scienza
delle costruzioni, in quanto la più rappresentativa dell’unione della dottrina
e dell’esperienza” (pp. 19-20). Si spiega in questo modo la grande
attenzione posta dall’urbinate nello studio dell’architettura e del ruolo
dell’architetto come progettista, sulla scia di una tradizione che, attingendo
da Vitruvio, si rivivifica nel Quattrocento con Leon Battista Alberti. In
questo senso colpisce la particolare attenzione al lessico tecnico utilizzato
nei suoi scritti (anche in questo) dal Baldi. Si tratta forse dell’aspetto più
importante della Descrittione e
personalmente mi induce in qualche modo a operare un parallelo (ovviamente del
tutto personale) fra la figura di Baldi e quella (a lui precedente di qualche
decennio) di Cosimo Bartoli [1]. In questo senso è doveroso segnalare che Anna
Siekiera presenta, nelle pagine finali di questo libro, un utilissimo Indice dei termini tecnici utilizzati
dall’erudito urbinate.
Baldi fu poi, sicuramente, un
poligrafo: si contano decine di sue opere, molte delle quali non destinate alla
pubblicazione e rimaste quindi a livello di manoscritti. Ne vorrei segnalare un
paio, per comprenderne meglio la figura: da un lato il De verborum vitruvianorum significatione sive perpetuus in M. Vitruvium
Pollionem commentarium del 1612, ovvero una serie di studi cominciati però
decenni prima sui ‘luoghi’ lessicalmente più oscuri del trattato vitruviano, a
conferma degli interessi architettonici del Baldi; dall’altro Le vite de’ matematici, mai pubblicate
se non in età moderna (fu edito qualche anno dopo la sua morte un riassunto
intitolato Cronica de’ matematici),
che sin dal titolo rivelano la derivazione dell’idea dalle Vite vasariane.
![]() |
| Palazzo ducale d'Urbino - Cortile d'onore Fonte: Leolalli tramite Wikimedia Commons |
![]() |
| Palazzo ducale d'Urbino - Cortile d'onore Fonte: sailko tramite Wikimedia Commons |
La Descrittione fra opera
letteraria e trattato
La prima cosa che colpisce il
lettore dell’opera è che la Descrittione
si rivela anche oggi di piacevolissima lettura. Schlosser, nella Letteratura artistica, la definisce
‘aulica’, probabilmente perché vi risuonano motivi di elogio nei confronti dei
Montefeltro (e in particolare di Federico) e perché è deluso dall’assenza di
informazioni storiche precise su artefici e opere (Baldi si limita a richiamare
la celebre ‘Patente’ data dal Montefeltro a Luciano Laurana, e i possibili
interventi di Francesco di Giorgio, dell’Alberti, di Baccio Pontelli, ma è
chiaro che sta scrivendo senza essere in possesso di informazioni di prima
mano). Tuttavia manca completamente, a mio avviso, la vera ragion d’essere
dello scritto, che è un’esaltazione dell’ingegno che serve per costruire ‘con
giudizio’ in architettura. Il palazzo ne è la dimostrazione vivente. Non è
certo un caso che Baldi, dopo aver accennato alla questione della paternità
dell’edificio, cominci a parlare genericamente delle scelte dell’ “architetto”,
senza distinguere fra interventi di questo o quell’artefice. Semplicemente, non
è interessato a stabilire un’attribuzione dei singoli interventi. Gli preme
invece stabilire che il Palazzo risulta essere la traduzione pratica dei
principi dei grandi trattati di architettura, a cominciare da Vitruvio. In
questo senso non si può non notare che l’opera, per molti aspetti, ricorda
proprio quei trattati, a cominciare dai titoli dei XVII capitoletti che la scandiscono
(“Del sito del palazzo”, “Del palazzo in universale”, “Del fondamento del
palazzo”, “Del vestibolo e del cortile”, “Delle scale” etc). “È l’ingegno edificatorio – lo iudicium dell’architectus vitruviano ripetutamente evocato nelle parole «giuditio»
e «giuditioso» - che il Baldi evidenza nella Descrittione, servendosi di una scrittura essenziale, costruita con l’ordine
sintattico lineare, consono alle difficoltà di una illustrazione tecnica che ha
per oggetto sia grandi strutture sia dettagli costruttivi” (p. 26). Le
esigenze di chiarezza (tipiche di un trattato) vengono prima di un approccio
storicistico allo studio dell’edificio.
| Palazzo ducale di Urbino - Appartamento del duca. Porta della camera da letto Fonte: sailko tramite Wikimedia Commons |
Un
classicista convinto
Non c’è dubbio: l’approccio di Baldi
all’architettura è quello del classicista convinto. Vitruvio è il canone da
seguire e semmai il problema è quello di interpretarlo in maniera corretta.
Rispetto al canone sono condannate tutte le manifestazioni eccentriche, vale a
dire il gotico da una parte e il manierismo dall’altra: “Tornando dunque all’architettura del palazzo, dico che vi si vede molta
imitazione dell’antica in tutte le parti e principalmente nel cortile, delle
colonne e capitelli […]. È nondimeno
da notare che in tutto questo palazzo non vi si vedono di quelle colonnette
cilindriche, cioè […] senza pancia, sottili, snervate, soverchiamente
lunghe, né quelle che sono attorte e adoppiate, che s’usavano con tanto gusto da
gli architetti del tempo a dietro, nè meno que’ capitelli e quelle basi
imbarberite e roz[z]e […]. Nondimeno egli
è da sapere che non vi si vede quella vaghezza licentiosa, di che sono piene le
fabriche de’ tempi nostri, nelle quali, mentre gli architetti fanno professione
d’imitatori dell’antichità, non s’accorgono che la vanno depravando. […] Ha dunque […] questo palazzo ornamenti non barbari nè gotici, nè meno capricciosi e
moderni, ma simili a gli antichi, e fra gli antichi non a quelli che s’usavano
da’ capricciosi, ma da’ buoni, e che nelle buone fabriche erano communemente in
uso” (pp. 100-103). Ho riportato ampi stralci del capitolo XIII dell’opera
(intitolato Architettura della fabrica)
perché le osservazioni da fare sono molte. Innanzi tutto, con riguardo
all’architettura delle epoche precedenti, Siekiera segnala che l’aggettivo
‘gotico’ viene qui attestato per una delle primissime volte. In precedenza si
parlava di modi ‘barbari’, ‘mostruosi’ o semplicemente ‘tedeschi’. Fu Vasari,
nelle Vite, a scrivere che “questa maniera fu trovata da i Goti”. Da
qui si passa al ‘gotico’ di Bernardino Baldi. Nel caso del manierismo, invece, l’autore
individua la causa dell’esplosione dei ‘capricci’ (intesi sempre in senso
negativo), nell’autorità di Michelangelo, che avrebbe “insegnato a gli architetti il valersi del capriccio in vece di regola,
il che sarebbe assai buono, se tutti i cervelli fossero della qualità del suo e
non se trovassero tanti de gli stroppiati e mostruosi” (p. 102). Sicché
quello che inizialmente potrebbe sembrare un giudizio del tutto negativo nei
confronti del Buonarroti (e non vi è nulla di strano; si pensi ad analoghe posizioni del contemporaneo Scamozzi) finisce per integrare una delle qualità
riconosciute al ‘genio’, ovvero la capacità di prendersi licenze che ad altri
non sono e non devono essere consentite.
![]() |
| Palazzo ducale di Urbino, Tarsie lignee dello studiolo di Federico II Fonte: Silvia Blasio (a cura di), Marche e Toscana, terre di grandi maestri tra Quattro e Seicento, Pacini Editore, 2007 |
![]() |
| Palazzo ducale di Urbino, Tarsie lignee dello studiolo di Federico II Fonte: Silvia Blasio (a cura di), Marche e Toscana, terre di grandi maestri tra Quattro e Seicento, Pacini Editore, 2007 |
Baldi
e Vasari
Si è visto – ed è logico che sia così
– che Baldi ha letto Vasari. Se c’è una cosa che non mi convince del tutto, nel
commento di Anna Siekiera – ed è davvero l’unico aspetto che mi lascia un
dubbio – è la presunta (ma celata) posizione polemica dell’erudito urbinate nei
confronti dello storico aretino. Baldi si iscriverebbe, dunque, sia pur
velatamente, nell’ambito della cosiddetta ‘reazione antivasariana’.
Intendiamoci: gli anni (siamo nel 1587) e gli ambienti (in quel momento Baldi
si trova a Roma) sono giusti. Federico Zuccari, un altro marchigiano doc, ha
probabilmente già scritto le sue postille livorose nei confronti di Vasari [2].
Sintomo dell’insofferenza di Baldi sarebbe, sempre nel XIII capitolo di cui
abbiamo sopra riprodotto stralci, l’affermazione secondo cui sarebbe stato ‘Bramante
nostro’ a far rinascere l’architettura dalle rovine medievali, abbandonando il
gotico e riproponendo l’antico. Bramante è indicato come ‘nostro’ “poiché da Fermignano, castello d’Urbino, fu
egli e non da Casteldurante [n.d.r l’attuale Urbania, oggi in provincia di
Pesaro-Urbino, ma all’epoca non facente parte del ducato]” (p. 100). La
precisazione sembra una mera rivendicazione localistica, più che una pretesa di
superiorità di una scuola rispetto a un’altra. Inoltre Baldi segnala
immediatamente che l’errore era stato commesso inizialmente da Serlio, seguito
poi in un secondo momento da Vasari. Resta il fatto che l’erudito urbinate pone
Brunelleschi in posizione secondaria rispetto a Bramente. Naturalmente tutto
può essere, ma qui mi sembra davvero di essere di fronte alla semplice (e
umanissima) volontà di glorificare una ‘piccola patria’ piuttosto che
contrapporre organicamente un mondo rispetto a un altro. Lo stesso Baldi,
peraltro, sembra rendersi conto di averla fatta grossa e qualche riga dopo
aggiunge: “Era dunque anco inanzi
Bramante scoperta la buona architettura e tralasciata la gotica” (ibidem).
Si vive naturalmente di sensazioni
personali. È possibilissimo che io abbia torto. Ciò che invece mi sembra
emergere con sicurezza dalla Descrittione
del Baldi è la figura di un erudito di grande livello, oggi molto
sottovalutato, ma che meriterebbe di essere studiato e conosciuto meglio.
NOTE
[1] Si veda in questo blog la
recensione a Cosimo
Bartoli (1503-1572). A cura di Francesco Paolo Fiore e Daniela Lamberini.
[2] Si veda in questo blog Giovanni Mazzaferro, Gli esemplari postillati delle Vite vasariane: un censimento.





Nessun commento:
Posta un commento