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giovedì 15 giugno 2017

[La Venezia di Sansovino. Una traduzione della guida di Venezia del Sansovino del 1561]. A cura di Vaughan Hart e Peter Hicks


English Version

Sansovino’s Venice
A Translation of Francesco Tatti da Sansovino’s Guidebook to Venice of 1561
A cura di Vaughan Hart e Peter Hicks


New Haven and London, Yale University Press, 2017

Recensione di Giovanni Mazzaferro



Qualche mese fa, recensendo Del sito di Vinegia di Marco Antonio Sabellico, mi lamentavo del fatto che non esistano edizioni critiche moderne delle guide veneziane. Improvvisamente, oggi, esce la traduzione inglese del Delle cose notabili della città di Venezia, opera pubblicata da Francesco Sansovino, ed è una gran bella sorpresa. I curatori sono due celebri studiosi di architettura, Vaughan Hart e Peter Hicks, che insieme, ad esempio, hanno già firmato la traduzione inglese dei primi cinque libri del Trattato di architettura di Sebastiano Serlio (1996) e di due relazioni di Palladio sulla città di Roma, presentate insieme fra loro e stampate col titolo di Palladio’s Rome (2009). In particolare, sia dal confronto dei titoli (Sansovino’s Venice e Palladio’s Rome) sia da quello dei formati (alti e stretti, come quelli delle guide verdi del Touring o delle Lonely Planet), appare evidente che, nelle intenzioni dei curatori, la Venezia sansoviniana si pone sulla scia della Roma di Palladio, e che per entrambe è proposta una veste compatta, tipica delle guide, quasi a suggerire la visita della città col libro in mano. Quella fornita da Hart e Hicks – sia chiaro – non è un’edizione critica, ma una versione riccamente annotata (più di 1000 note) che merita senza dubbio alcuno di essere lodata, anche se esiste il rischio di travisare il vero spirito del testo sansoviano, come cercherò di spiegare in seguito.

Venezia, Basilica di San Marco
Fonte. Andreas Volkmer tramite Wikimedia Commons
  
Venezia, Palazzo ducale
Fonte: gaspa tramite Wikimedia Commons

Francesco Sansovino e il suo programma a celebrazione di Venezia

Francesco Sansovino (1521-1586) era figlio dell’architetto e scultore Jacopo (1486-1570), per quasi quarant’anni architetto ufficiale (“proto”) della Repubblica veneziana, ancora vivo al momento dell’uscita dell’opera e autore dei progetti di buona parte dei palazzi pubblici della Venezia rinascimentale (nell’area di San Marco la Loggetta, la Zecca, la Biblioteca Marciana, la chiesa (demolita ai tempi di Napoleone) di San Geminiano). Francesco non ne segue l’eredità artistica, ma dopo aver studiato legge con scarso profitto e ancor minore interesse, si impone come autore ed editore nel mondo librario. L’industria editoriale – come noto – è una delle più fiorenti della Venezia del Cinquecento, sull’onda di una tradizione che risale fino a Manuzio e vede altri operatori come Giolito e Marcolini realizzare progetti estremamente ambiziosi. Francesco la vive su entrambi i fronti, sia come autore o curatore di testi propri, di traduzioni in volgare o di antologie quasi sempre di natura storica (sono circa una novantina le opere che sappiamo essere state da lui curate), sia (in un secondo momento) come editore. In particolare Hart e Hicks fanno presente come le Cose notabili della città di Venezia siano cronologicamente solo un episodio di una sequenza di tre pubblicazioni dedicate alla città. 

Si comincia nel 1556 con un libretto di 24 pagine intitolato Tutte le cose notabili e belle che sono in Venezia, pubblicato con lo pseudonimo di Anselmo Guisconi, si prosegue nel 1561 con le Cose notabili, e si finisce vent’anni dopo, nel 1581, con la Venetia città nobilissima e singolare. Descritta in XIII libri, l’opera senza dubbio più corposa. Tutte e tre le opere, in realtà, conoscono grandissima fortuna e hanno molte riedizioni singolarmente prese, anche dopo l’uscita delle successive, che pure possono essere considerate una loro fisica espansione. Il processo di ‘allargamento’ è evidente se si pensa che Sansovino non esita (e la cosa non aveva nessuna connotazione negativa) a ‘riciclare’ porzioni di testo di edizioni precedenti che sopravvivono così in opere dal titolo diverso. Per semplificare, Hart e Hicks fanno riferimento ai tre titoli come alla ‘bozza’ (1556), alla ‘guida’ (1561) e all’ ‘enciclopedia’ (1581). Se Sansovino fosse stato l’editore di una rivista, la pubblicazione del 1556 sarebbe stata dunque una sorta di ‘numero zero’, la seconda opera sarebbe stata la ‘guida’ di Venezia e, infine, la Venetia città nobilissima avrebbe suggellato la nascita di una vera e propria ‘enciclopedia’ veneziana. Il trittico sansoviniano, ad ogni modo, si nutre di un immutato obiettivo: celebrare la grandezza della Serenissima. Le guide del 1556 e del 1561 lo fanno in maniera più ‘informale’ perché sono impostate in forma di dialogo, ricorrendo a una soluzione molto comune all’epoca (solo in ambito artistico si pensi al Dialogo di Pittura del Pino e a quello intitolato Aretino di Lodovico Dolce), che permette di conferire leggerezza e immediatezza alla narrazione, assicurando in qualche modo una dinamica ‘teatrale’ alle pagine dell’opera (i due protagonisti si incontrano e discorrono, si spostano lungo Piazza San Marco, il veneziano invita il forestiero a casa sua a mangiare, alcuni personaggi appena citati vengono immediatamente incrociati fra i passanti). L’enciclopedia (ovvero la Venetia città nobilissima del 1581) perde l’aspetto dialogico e dunque la sua immediatezza, a favore di un maggior ordine espositivo, scandito dai XIII libri che la compongono, i primi sei dei quali riferiti ad ogni singolo sestiere. Ma, come si diceva, l’intento celebrativo resta immutato.

Venezia, Palazzo della Zecca
Fonte: Nino Barbieri tramite Wikimedia Commons
Venezia, Libreria Marciana
Fonte: Wolfgang Moroder via Wikimedia Commons


Venezia città ideale: un modello fortunato

V[eneziano]: Ditemi per cortesia gentil’uomo che vi par di questa Città?
F[orestiero]: S’io vi dirò il vero voi non lo mi crederete.
V. Dite pure il vero: percioche dicendolo si loda Dio.
F. Ella (per quel ch’a me pare) non è se non fattura divina; si per rispetto del sito; per lo quale viene in questa Città tutto quello che le bisogna, come anco per i maravigliosi edifici, e per lo gran concorso di genti che ci sono e veggo hora. […] A me par gran cosa perch’io ho veduto l’impossibile nell’impossibile
” (p. 77).

Sin dalle prime righe del libro l’intento celebrativo di Sansovino appare evidente. Venezia è una città ‘impossibile’, perché costruita sul mare, che contiene a sua volta un’altra impossibilità, ovvero la perfezione delle sue istituzioni, della libertà, della religiosità, della giustizia e, non da ultimi dei suoi palazzi. Mi sembra giusto ricordare queste parole, perché capita di sentire parlare dei libri di Sansovino come di guide. Sia Schlosser nella Letteratura artistica sia Hart e Hicks nel loro commento sostengono che l’autore fa fronte all’esigenza di permettere di conoscere la città anche ai turisti che cominciano a frequentarla. Con tutto il rispetto possibile, non sono d’accordo. Venezia è sì una città in cui vivono genti provenienti da tutti gli angoli del mondo, ma certo non si tratta di turisti; piuttosto mercanti, soldati, nobili, ambasciatori e quant’altro. Se Sansovino avesse voluto scrivere una guida della città (non necessariamente una guida artistica), lo avrebbe fatto in latino; e invece ricorre a un perfetto toscano. Non esiste inoltre un qualsiasi itinerario proposto per la visita della città, non una suddivisione per sestieri, né è proposta un’analisi sistematica delle opere d’arte. Le Cose notabili, in realtà, non sono una guida, ma portano a compimento un genere che proviene dalla tradizione umanistica della descrizione corografica e dai Mirabilia Urbis Romae, per perseguire un unico obiettivo: la costruzione del mito. In questo senso, gli scritti di Sansovino sono rivolti innanzi tutto ai suoi concittadini (Francesco si professa fiorentino per nascita, ma veneziano per adozione e per adesione agli ideali di libertà e giustizia che si praticano nella città). Sansovino codifica un mito (quello della città nata contemporaneamente libera e cristiana – cfr- p. 92) a cui guarderanno tutti i veneziani per i restanti due secoli e mezzo di vita della Repubblica (e molti anche per i decenni successivi). La ‘nostalgia’ sei-settecentesca veneziana (di cui non è qui il caso di stare a parlare) si nutre delle descrizioni sansoviniane. Tutte le parole di Sansovino, a ben vedere, vanno lette sotto questa precisa strategia.

Se proprio di guida si vuole parlare si deve allora aggiungere l’obiettivo che Sansovino dice di perseguire sin dalla seconda pagina della sua opera: non parlare dei fatti storici del passato (dalla fondazione in poi), a tutti noti (circostanza che peraltro viene ampiamente smentita nel corso del testo), ma aderire a una richiesta del forestiero che vorrebbe conoscere “i modi di vestir de passati, gli usi delle cose, et cotali altri particolari non trattati da alcuno”. Per catturare l’attenzione del lettore l’opera si propone quindi come una ‘guida curiosa’ alla città, un testo che dice cose che non si trovano scritte altrove. Fra queste ‘cose’ non compaiono (sia chiaro) le opere d’arte e in particolare i quadri (se non in misura minima alcune opere in Palazzo ducale). Sansovino non è un ‘conoscitore’, anche se, ovviamente, si sofferma sull’opera architettonica e scultorea del padre e ne esplicita il significato simbolico nel contesto dell'autorappresentazione della città.

Le Cose notabili, dunque (e nemmeno gli altri due scritti, l’uno precedente del 1556 e l’altro successivo del 1581) non sono una guida storico-artistica. E invece il formato dell’edizione moderna dell’opera suggerisce in realtà proprio questo. Quando qualcuno leggerà l’opera di Hart e Hicks fra cinquecento anni avrà probabilmente la prospettiva storica per individuare proprio in quest’edizione uno slittamento semantico che rischia di trasformare un’opera celebrativa in una guida (è questo il pericolo a cui alludevo all’inizio).

Venezia, Campanile di San Marco
Fonte: Luca Aless tramite Wikimedia Commons

Venezia, La Loggetta del Sansovino
Fonte: Nino Barbieri tramite Wikimedia Commons

Venezia che muore, Venezia che rinasce

Non credo di fare una scoperta strabiliante se dico che il ‘mito’ di Venezia diventa una realtà (esattamente come per tutte le altre realtà politiche italiane) quando il suo peso politico va calando. Sansovino celebra una città che in realtà è già stata messa in crisi dall’apertura delle rotte atlantiche, che è insidiata nel suo mare dal pericolo turco (Lepanto è del 1571), e che, a inizio secolo, ha conosciuto momenti storici particolarmente difficili in coincidenza con la costituzione della Lega di Cambrai e con la battaglia di Agnadello (1509). A pensarci bene, il suo artista più acclamato, Tiziano, deve la sua personale fama alla capacità di proporsi come referente dei nuovi potenti d’Europa, a cominciare da Carlo V.

La descrizione di Sansovino assume un significato particolare perché, in termini architettonici e urbanistici, sancisce il trionfo di una ‘seconda’ Venezia su una prima che viene in qualche modo messa da parte. Si tratta della Venezia del classicismo, dei palazzi costruiti sull’adesione agli ordini classici e (da un punto di vista pittorico) di un ‘manierismo’ a volte marcatamente fiorentino, a volte (e fortunatamente) molto più veneziano (si pensi a Veronese e Tintoretto) [1]. Contemporaneamente entrano in un cono d’ombra gli edifici ‘lombardi’ o ‘gotici’. Nella Venetia città nobilissima (questa sezione è presentata in appendice) l’autore scrive che i Goti rimasero in Italia per tantissimi anni, riempiendo ogni cosa coi lori costumi barbari e corretti, quasi facendo estinguere la bellezza romana. La ‘nuova’ Venezia ha il suo artefice (in termini architettonici) in Jacopo Sansovino prima che in Palladio, ovvero nel padre dell’autore della guida. E il vero nucleo della guida sta nella descrizione dei palazzi eretti dal padre nell’area di San Marco, che ne hanno ridisegnato (o ne stanno ridisegnando, posto che la Libraria non era ancora del tutti finita) l’aspetto urbanistico. Celebrazione della città e celebrazione dell’operato del padre, istruito al più rigido classicismo, vengono dunque a coincidere, tant’è che uno degli aspetti della Libreria su cui più ci si sofferma è la combinazione di ingegnosità e sostanziale rispetto degli antichi nella soluzione adottata dal padre per la resa di metope e triglifi in corrispondenza dell’angolo dell’edificio. Piazza San Marco, in quanto luogo in cui si concentra il potere civile e quello religioso, ma anche come sede del patrimonio culturale della città (i codici di Bessarione primi fra tutti) è la vera protagonista della guida. I due interlocutori si parlano lì ed esaminano di volta in volta i singoli edifici, con particolare attenzione, come detto, a Zecca, Libraria e Loggetta, opere del padre.


I pittori

Pur non essendo frequenti, vale la pena citare i nomi dei pittori a cui fa riferimento Francesco in una breve sezione dedicata appunto agli artisti più famosi della città (pp. 105-108). Si comincia ovviamente coi Bellini (i Vivarini non sono citati), molto stimati – dice Francesco – tanto che uno fu richiesto dal ‘Gran Turco’ (Gentile, che dipinse il ritratto di Maometto II): “era la lor maniera molto diligente, e quasi miniavano, ma peccavano più tosto nella troppa diligenza, perche [sic] le figure nella lor qualità venivano a essere non morbide, e di non molto rilievo” (p. 106); Giorgione è giudicato “di più vivace maniera” e ne sono ricordati gli affreschi perduti al Fondaco dei Tedeschi. Da questo momento in poi si passa ai ‘contemporanei’: Paris Bordone, Bonifacio Veronese e il Pordenone, con quest’ultimo a primeggiare perché “hebbe più viva forza, e più bel colorito de gli altri nelle sue cose […Fu] saldo di maniera, vivace nell’attitudine, e negli scurci di somma eccellenza”. Infine si passa alla triade dei grandissimi: Tiziano, Tintoretto e Veronese. Parlando di Tintoretto, Sansovino non può fare a meno di ricorrere ai soliti luoghi comuni dell’eccessiva fretta (la chiama 'mancanza di pazienza') con cui eseguiva le sue opere. Un rapido ricordo di Giuseppe Salviati conclude la lista. Che dire? Questo è ciò che Sansovino ci tramanda; in alcuni casi specifici le citazioni sono preziose perché riferite ad opere andate bruciate nell’incendio della Sala del Maggior Consiglio del 1577. Da un lato non ci si può che rammaricare che l’autore manchi il confronto diretto coi quadri; da un altro non dobbiamo stupircene. La sua opera non è – come detto – una guida storico-artistica, ma ha altri fini più generali. E – ne va dato atto all’autore – mantiene a distanza di secoli una freschezza e un’efficacia tali da renderne la lettura piacevole anche oggi. 


NOTE

[1] Per un esame delle particolarità del Rinascimento veneziano si veda la recensione a Giovanni Carlo Federico Villa, Venezia, l’altro Rinascimento.


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