English Version
Paolo Pino
Dialogo di pittura
Edizione critica a cura di Susanna Falabella
Roma, Lithos, 2000
Recensione di Giovanni Mazzaferro. Parte Seconda
![]() |
| Tiziano, La Bella, 1536, Firenze, Galleria Palatina Fonte: The Yorck Project tramite Wikimedia Commons |
Torna alla Parte Prima
Che cos’è la pittura
Ma che cos’è, in fin dei conti,
la pittura? Qui (tramite il toscano Fabio) Pino stabilisce una tripartizione
che, per quanto ne sappiamo, è nuova (anche se riformula elementi già noti): “l’arte della pittura è imitatrice della
natura nelle cose supeficiali, la qual per farvela meglio intendere, dividerò
in tre parti a modo mio, la prima parte sarà disegno, la seconda invenzione e
ultima il colorire” (p. 107). Nessuno di questi termini – è ovvio – di per
sé è nuovo (se supponiamo che “fantasia” sia sinonimo di “invenzione” si tratta
di un lessico già usato a fine Trecento da Cennino Cennini); diversa (ad
esempio da Leon Battista Alberti) è la suddivisione nelle tre parti. Peraltro,
il disegno, a sua volta, si ripartisce in quattro sottoinsiemi: il giudizio, la
circonscrizione, la pratica e la composizione. Il giudizio è un dono di natura
(e dipende, fondamentalmente, da combinazioni astrologiche); si può esercitare
attraverso lo studio, non acquisire. La circoscrizione assume un valore molto
diverso da quello indicato da Alberti con termine identico (Alberti ne parlava come “l’attorniare dell’orlo nella pittura”; qui invece indica il
profilare le figure, dando loro il chiaro e lo scuro, realizzando uno schizzo.
La pratica indica capacità manuali e tecniche che spaziano dall’avere buone
capacità di disegno, saper acquarellare, sapere disegnare su carte tinte,
dipingere con facilità, individuare i lumi. Nella sostanza (Pino non lo dice,
ma lo fa capire) è la pratica che si insegna ed è trasmissibile. Con la
composizione, invece, il richiamo (e l’adesione) al pensiero albertiano è
stringente: comporre vuol mettere insieme in un tutto armonico una serie di
figure.
Con il termine ‘invenzione’ si
indica la capacità dell’artista di trovare storie che diventino oggetti
originali per i propri quadri (“virtù
usata da pochi delli moderni”), ma anche di reinterpretare in maniera
personale i soggetti già utilizzati da altri (“ben distinguere, ordinare, e compartire le cose dette da altri” –
cfr. p. 108).
Come capita spesso, quando si ha
a che fare con trattati di pittura, è il colorire l’aspetto più indefinito,
perché quello meno soggetto alla codifica di regole da seguire [5]: “sono infinite le cose appertinenti al
colorire e impossibil è esplicarle con parole, perché ciascun colore o da sé o
composito può far più effetti, e niun colore vale per sua propietà a fare un
minimo dell’effetti del naturale” (p. 111). Per ottenere gli effetti del
naturale (ad esempio per le carni) è necessario uno studio estremamente
meticoloso e diligente. Va pur detto che Pino fa una scelta di campo che, sotto
questo punto di vista, ci fa capire quanto tempo sia passato rispetto (ad
esempio) al Libro dell’Arte di
Cennino Cennini: “non m’istenderò
altrimenti nella specie e nella proprietà de’ colori, essendo cosa tanto chiara
appresso ognuno, ch’insino quelli che li vendono sanno il modo di porli in
opera e conoscono le qualità de’ tutti, sì minerali come artificiali” (p.
111). Ritengo estremamente improbabile che Pino conoscesse il Libro dell’Arte (anche se vi sono delle
consonanze). Certamente non lo cita, e se lo avesse citato avrebbe
probabilmente scritto qualcosa di molto simile a ciò che ne disse Vasari nelle sue Vite, ovvero che parlava di cose
che, ai suoi giorni, conoscevano tutti benissimo. Tant’è che quando Fabio
promette a Lauro di esporgli un ‘ricettario’ su come si dipinge capiamo presto
che intende parlare delle tecniche della pittura (pittura a olio, a fresco etc)
e non fornire indicazioni su come si ricavano i colori o su altri questioni
pratiche (cfr. pp. 114-115).
La tripartizione della pittura
fra disegno, invenzione e colorito in realtà non esaurisce l’ambito della
pittura. Sopra tutto sta la vaghezza, che non si ottiene dipingendo con colori
particolarmente preziosi: la vera vaghezza non è altro che la grazia, che si
genera da una rappresentazione proporzionata della bellezza della natura. La
grazia di un dipinto è ciò che veramente rende merito a un artista.
![]() |
| Tiziano, Amor sacro e amor profano, 1515, Roma, Galleria Borghese Fonte: Wikimedia Commons |
![]() |
| Tiziano, Amor sacro e amor profano (particolare), 1515, Galleria Borghese Fonte: Wikimedia Commons |
La bellezza della natura
La pittura (e non è certo una
sorpresa) imita dunque la natura nei suoi aspetti fenomenici. La natura è
superiore all’arte perché “la natura dà
il rilievo, e il motto [n.d.r. la parola] alle sue figure, il ch’è impossibil a noi” (p. 91). La vera
bellezza della natura è nell’essere proporzionata. Compito dell’artista è
(salvo quanto diremo dopo) replicare tale sistema di proporzioni. Il tema della
proporzione (e dell’uomo misura di tutte le cose) è notoriamente uno dei più cari
all’Umanesimo; ciò detto, è facile dimostrare che transita dal mondo classico
(si pensi a Vitruvio) e si ripresenta molto precocemente alla fine del
Medioevo. In linea di massima il sistema delineato da Pino (si vedano le pp.
96-97) con le relative misure (che fondamentalmente attribuiscono un valore
preponderante alla faccia) è del tutto simile a quello di cui parla non solo
l’Alberti, quanto precedentemente Cennini già a fine Trecento. Vi è però un
chiaro passo in avanti, quando Fabio sottolinea che le proporzioni del corpo
umano si applicano in realtà molto di rado, perché sono in ultima analisi
modificate dalla resa del movimento che si risolve in una serie di scorci e di
riallineamenti dimensionali che mettono in crisi la regola. Qui sta il
difficile. E qui sta la bravura degli artisti. Questi ultimi sono
esplicitamente invitati (è evidente il proporsi di un tema che tradisce
l’avanzare del manierismo) a dipingere “in
tutte l’opere vostre […] almeno una figura tutta sforciata [n.d.r. messa di
scorcio], misteriosa, e difficile, acciò
che per quella voi siate notato valente da chi intende la perfezzion dell’arte”
(p. 109).
![]() |
| Tiziano, Ritratto di donna allo specchio, 1512-1515 circa, Parigi, Museo del Louvre Fonte: Wikimedia Commons |
![]() |
| Tiziano, Venere di Urbino, 1538, Firenze, Galleria degli Uffizi Fonte: Wikimedia Commons |
Fra Medioevo e Manierismo
Il gioco dei rimandi a un passato
medievale o all’incipiente manierismo, come visto ormai in diverse occasioni
sin qui, potrebbe continuare all’infinito. Così, quando Fabio sostiene che la
pittura è un’arte liberale lo fa dicendo che “la ragione è ch’uno pittore non può nell’arte nostra produrre effetto
alcuno […] se prima quella [n.d.r. cosa]
così imaginata non vien da gli altri sensi […], ridotta al conspetto dell’Idea, con quell’integrità, ch’ella sa da
produrre, tal che l’intelletto l’intende perfettamente in se stessa” (p.
99). Si tratta di un tema che, di fatto, prefigura il disegno interno di uno
Zuccari e la teorica manierista. Vale la pena sottolineare, tuttavia, come la
cosa più affascinante, per chi studia la letteratura artistica sia seguire, la
nascita e lo sviluppo storico di un concetto. Quello dell’Idea è in fondo già
prefigurato in Cennino Cennini, laddove si dice che la pratica del disegno “tti farà sperto, praticho e chapacie di
molto disegno entro la testa tua” [6].
Nel contesto dei continui rimandi
al passato vorrei inquadrare la questione del paragone fra le arti, e in
particolare del paragone fra pittura e scultura, a cui Pino dà molto risalto,
risolvendolo (come logico per lui che è pittore) a favore della prima. Giustamente
Barocchi e Falabella evidenziano il fatto che il tema segue di appena due anni
la seconda lezione tenuta da Benedetto Varchi agli Accademici Fiorentini, che
rappresenta un po’ il culmine del discorso sul paragone. Non solo: il Varchi
visse per un paio d’anni a Padova ed è certo che frequentò all’inizio degli
anni ’40 quell’Accademia degli Infiammati a cui – bene o male – il nome di Pino
viene sempre legato. Ciò che mi interessa, nel caso specifico, tuttavia è
(provare a) dimostrare che il tema del paragone non è soltanto un esercizio
letterario, ma che (almeno nel caso specifico veneziano) riflette una realtà
concreta, di cui abbiamo testimonianza e che riguarda direttamente il sistema
delle corporazioni di istituzione medievale. Mai dimenticare che,
concretamente, l’abolizione del sistema corporativo fu determinata da Napoleone
Bonaparte. Nel suo Antichità dell’Unione dei Pittori in Vinezia (scritto a fine Settecento) Pietro Edwards dice
chiaramente che, all’interno della corporazione dei dipintori esisteva un
conflitto fra pittori e scultori. Questi ultimi, nel 1458, cercarono di
sovvertire un sistema che, di fatto, li vedeva in posizione subordinata
rispetto ai primi, essendo gli scultori impediti a dipingere se prima non
riconosciuti dall’Arte, mentre ai pittori era concesso scolpire comunque [7].
Niente di più facile che la querelle (che
aveva dunque una motivazione economica, limitando l’operato degli scultori)
fosse andata avanti anche nei decenni successivi. L’importanza che Pino
attribuisce alla questione del paragone, insomma, punta alla riaffermazione
della superiorità della pittura non solo per motivi di principio, ma per
mantenere uno status quo che nel mondo della corporazione (a cui il pittore
probabilmente è molto più vicino di quanto noi si possa pensare) viene messo in
discussione.
Per il resto, nella
rivendicazione dell’appartenenza dell’arte al mondo liberale non si può ancora
una volta non ritrovare temi cari all’Alberti, ma ancor prima di lui al
Cennini. La pittura di Pino è liberale perché le è concessa “libertà di formar ciò, che le piace” (p.
100); per Cennino il pittore ha il potere di dipingere “sì chome gli piace, secondo suo’ fantasia” [8].
![]() |
| Tiziano, Sacra Conversazione Balbi (particolare), 1512-1514 circa, Traversetolo (Parma), Fondazione Magnani-Rocca Fonte: Wikimedia Commons |
La bellezza della donna
Un tema che, sinceramente, trovo
nuovo nell’ambito della trattatistica d’arte è quello della bellezza della
donna. Intendiamoci: l’esaltazione della bellezza della donna, come forma di
purezza e nobiltà del suo animo, trova riscontri letterari che affondano le
loro radici addirittura nella nascita della letteratura italiana (si pensi, uno
per tutti, a Dante). Né il fatto che si parli di bellezza vuol dire che il
ruolo della donna sia elevato e assurga a un’emancipazione che non esiste. Pino
cita una serie di donne pittrici testimoniate nell’antichità e subito Lauro
esclama: “Mi spiace ragguagliar le femine
con l’eccellenzia dell’uomo in tal virtù, e parmi, che l’arte si denigri, e che
se tiri la specie feminile fuori del suo proprio, perché alle femine non vi si
conviene altro che la conocchia e l’arcolaio” (p. 101). Tant’è che Fabio
immediatamente trova una spiegazione alla circostanza: “Voi dite bene, ma queste tali celebrate per diverse virtù furono
femine, che partecipavano del uomo, sì come favoleggiando si dice d’uno
ermafrodito” (p. 101).
Ciò non toglie che un passo
avanti rispetto a Cennino (che si rifiuta di occuparsi delle misure della donna
perché in essa, come negli animali, non c’è alcuna perfezione) indubbiamente ci
sia. Barocchi e Falabella legano la descrizione al Dialogo della bellezza delle donne, pubblicato dal fiorentino
Agnolo Firenzuola nel 1541. Tuttavia è innegabile che la descrizione di Pino
richiami nel nostro immaginario la bellezza femminile a cui Palma e Tiziano
hanno attribuito un nuovo standard con le loro opere negli anni immediatamente
precedenti.
![]() |
| Palma il Vecchio, Ritratto di donna bionda, 1520 circa, Londra, National Gallery Fonte: Google Art Project tramite Wikimedia Commons |
![]() |
| Palma il Vecchio, Ritratto di giovane donna con vestito blu, 1512.1514 circa, Vienna, Kunsthistorisches Museum Fonte: Google Art Project tramite Wikimedia Commons |
Plinio
La parte in cui Pino richiama
l’antichità della pittura (per rinforzare le sue tesi sulla nobiltà della
medesima) è giudicata in generale la più debole e la meno interessante. Non vi
è dubbio che, se l’ottica in cui ci poniamo è quella di attenderci nuove
riflessioni sull’antichità, non possa che essere effettivamente così. Ma a me
preme mettere in evidenza l’universalità della Storia naturale dello scrittore romano. Plinio e il suo libro sono
il vero comune denominatore di tutti gli scrittori d’arte in Europa almeno nel
XVI e XVII secolo. Quando si tratta di sostenere la nobiltà della pittura e la
sua appartenenza alle arti liberali non c’è altro riferimento che lui. Lo stesso Vasari, che nel 1550 non dedica attenzione sistematica all’opera,
avverte che le sue Vite mancano di
qualcosa e le correda nella seconda edizione con la lettera di Giambattista
Adriani che altro non è, di fatto, se non una rivisitazione proprio del
racconto pliniano. Così Plinio lo troviamo dappertutto. Gli stessi aneddoti che Pino
ricorda nel suo dialogo sono rinvenibili nella trattatistica spagnola di inizio
Seicento (Carducho e Pacheco) e in quella del Nord Europa del XVII secolo, da
Van Mander a Philips Angel. Plinio diventa uno strumento formidabile a
vantaggio di tutti coloro che reclamano uno status particolare per il fare
artistico a prescindere dall’attendibilità di ciò che dice o forse proprio
perché racconta aneddoti strabilianti; senza saperlo scrive un’opera che, 1500
anni dopo circa, unisce l’Europa culturalmente molto prima che si cominci a
parlarne in termini politici.
NOTE
[5] Basti pensare agli sforzi immani
effettuati da Matteo Zaccolini settant’anni dopo per stabilire una regola dei
colori della lontananza a partire dall’esperienza della natura.
[6] Cennino Cennini, Il libro dell’arte. A cura di Fabio
Frezzato, Vicenza, Neri Pozza, 2003, p. 71.
[7] Si veda Pietro Edwards, Antichità dell’Unione dei Pittori in Vinezia
in Giovanni Mazzaferro, Le Belle Arti a Venezia nei manoscritti di Pietro e Giovanni Edwards, p. 235.
[8] Cennino Cennini, Il libro… cit., p. 62.








Nessun commento:
Posta un commento