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mercoledì 19 aprile 2017

Francesco Mazzaferro, Luci e ombre nelle due versioni dell'antologia "Artisti sull'arte" di Hans Eckstein (1938 e 1954). Parte Terza


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Francesco Mazzaferro
Luci e ombre nelle due versioni dell'antologia "Artisti sull'arte" di Hans Eckstein (1938 e 1954).

Parte Terza

[Versione originale: aprile 2017 - Nuova versione: aprile 2019]

Fig. 34) Hans Heckstein in una foto del 1950 circa.
Source: http://www.digiporta.net/index.php?id=779567059


È il momento di trarre alcune conclusioni, rispondendo ai quesiti che ci siamo posti quando abbiamo preso in mano i due volumi del 1938 e del 1954.

(1) Che cosa c'è in comune e che cosa di diverso nelle due edizioni?  Il mondo dell’edizione 1938 è ristretto agli artisti ed architetti di lingua tedesca e quello dell’edizione 1954 è aperto al mondo. Per il resto, le linee di fondo dell’antologia non sono sostanzialmente diverse. In entrambe il riferimento culturale è quello alla cultura tedesca dell’inizio del Novecento. Le conclusioni dal punto della vista della teoria delle arti visive e dell’architettura sono sostanzialmente allineate. I testi sono sostanzialmente scritti nel medesimo stile.

(2) Vi è un legame diretto con l’antologia sovietica di fonti di storia dell’arte del 1933-1939? Nonostante lo stesso titolo del titolo ed il comune interesse degli autori (Hans Eckstein e David Efimovic Arkin) per l’architettura moderna razionalista, non abbiamo trovato alcuna prova diretta. Vi sono anzi alcune differenze importanti: l’antologia sovietica in quattro volumi non contiene sezioni dedicate all’architettura. Infatti, nel mondo sovietico la prima antologia di scritti di architetti è del 1953 [17].

(3) Qual è il rapporto tra Eckstein e il regime totalitario nazista? L’autore ha il profilo di un ‘immigrato interno’: non aderisce al regime, ne ignora tutte le direttive ma non oppone resistenza diretta. Non dà alcuno spazio nell’antologia a tutti i motivi della retorica e dell’estetica nazionalsocialista. Include – sia pur con molta prudenza – riferimenti ad artisti di orientamento inviso al regime (Marc, Corinth, Loos). L’edizione del 1954 – da parte sua – ignora anch’essa completamente il nazismo.

(4) Qual è il rapporto tra l’antologia di Eckstein e quelle precedenti? È una rapporto ambiguo, che non esclude il plagio. Eckstein è in debito nei confronti dell’antologia diUhde-Bernays (ma non vi fa mai riferimento alcuno), in termini di artisti scelti, di scelta specifica delle lettere e infine di contenuto dell’introduzione.

(5) Eckstein ha approfittato dell’esclusione dal mercato dell’antologia della lettere di scritti d’artisti dell’Ottocento di Else Cassirer? Probabilmente sì. Quando ritorna al mondo delle pubblicazioni in Germania, dopo qualche anno di volontario esilio in Svizzera, occupa una nicchia di grande successo nel mercato di lingua tedesco, proprio quando il competitore principale è tolto dal mercato dalle autorità naziste. 

* * *

Riproduciamo di seguito le introduzioni all’antologia “Artisti sull’arte” nella versione del 1938 e del 1954. Si tratta in particolare delle pagine che Hans Eckstein ha posto all’inizio dell’antologia, per giustificare la scelta dei testi e spiegare le ragioni di fondo dell’opera, e delle pagine che introducono la sezione sull’architettura, ed illustrano – sulla base dei testi scelti – il corso dell’architettura nel XIX secolo (1938) e nel XIX e XX secolo (1954).

I testi sono riportati nell’ordine seguente:

Parte terza 
(i) introduzione generale, versione del 1938;
(ii) introduzione generale, versione del 1954;

Parte quarta
(i) introduzione alla sezione sull’architettura, versione del 1938;
(ii) introduzione alla sezione sull’architettura, versione del 1954.

Le parti in comune sono scritte in corsivo.


Hans Eckstein
Artisti sull’arte – Lettere, resoconti e testi di pittori, scultori ed architetti tedeschi
Edizione 1938


Introduzione (pagine 7-16)

Ogni forma, anche quella più ricca di sentimenti, ha qualcosa di non vero; è lei sola ad essere la lente attraverso la quale noi raccogliamo, una volta per tutte, i sacri raggi della natura che si propagano fino al cuore degli uomini e accendono il loro sguardo. Goethe [Nota dell’editore: introduzione allo scritto ‘Aus Goethe Brieftasche’, 1775]

Non sappiamo quel che abbiano pensato sull’arte e sulle loro creazioni i maestri delle cattedrali medievali o delle sculture di Bamberga, Stefan Lochner, Giotto, Grünewald oppure Veit Stoss. Anche le lettere che ci sono giunte di Mantegna, Dürer, Raffaello, Tiziano, Rubens e Rembrandt non ci danno informazioni in proposito. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di lettere d’affari. Gli artisti informano i loro committenti sui progressi e gli sforzi del loro lavoro, ribadiscono la devozione nei loro confronti, e celebrano infine, pieni di orgoglio, il valore dei loro prodotti. A volte, come nel caso di Michelangelo, si lamentano animatamente dei capricci dei committenti. Oppure deplorano di esser mal pagati, come quando a Dürer viene chiesto di dipingere un’immagine della Madonna per soli 400 fiorini. “Mi sono immediatamente rifiutato, altrimenti rischierei di divenire un accattone. Infatti, io intendo produrre una grande quantità di semplici quadri [n.d.r. gmeine Gmäll] in un anno, anche molti di più di quanto si possa credere sia possibile. E tuttavia, produrre un dipinto di qualità [n.d.r. fleisig kleiblen] richiede molto più tempo…”. Gli artisti scrivono sugli aspetti materiali, cercano di tanto in tanto di giustificare la loro interpretazione del tema, offrono anche spiegazioni su questioni tecniche. Affidano alla cura dei committenti le loro tavole, dipinte “con grande zelo” e “con i migliori colori”, come scrive Dürer in una lettera al mercante Jacob Heller: “Io so che Lei tiene la tavola pulita, che essa rimarrà in buone condizione ancora tra 500 anni, dal momento che è stata così prodotta da non richiedere che la si debba curare: è sufficiente non toccarla o versarle addosso acquasanta. Io so che non sarà danneggiata, a meno che ciò non succeda intenzionalmente per recarmi danno…”.

Fig. 35) Albrecht DürerAutoritratto con paesaggio, 1498

Solamente a partire dal XVIII secolo e in pieno nel corso del XIX secolo le fonti di storia dell’arte si fanno ricche, anzi ricchissime. Da esse possiamo venire a conoscere i pensieri degli artisti sull’arte e sui problemi della creazione artistica. Anche in quest’epoca alcuni dei più grandi maestri hanno taciuto o sparso nelle loro lettere solamente osservazioni scarse sui loro lavori o sui problemi della creazione artistica in generale. Altri, invece, hanno pubblicato i loro pensieri, come Salomon Gessner o Josef Anton Koch, artista cui certo piaceva polemizzare, o anche come Schadow, Trübner oppure Hildebrand, un pensatore assai chiaro. Qualsiasi artista si sentisse responsabile del proprio talento non poteva più far semplice riferimento alla fortuna per giustificare le proprie facoltà creatici; doveva dunque confrontarsi consapevolmente con le forme tradizionali e porsi il problema di chiarire la propria attività creativa; si sentiva anzi tenuto a render conto del rapporto tra arte e natura, tra forma e contenuto, tra arte e spirito dell’epoca [n.d.r. Zeitgeist] e a prender posizione sulla questione di ciò che nell’arte potesse essere oggetto d’insegnamento ed apprendimento. Vale per l’artista del diciannovesimo secolo quel che ha scritto Karl Stauffer-Bern: “La cognizione è la prima condizione ed il cosiddetto ‘fare arte senza aver riflettuto’ [n.d.r. naives Künstlertum] esiste davvero solamente nei romanzi.”

L’arte del medioevo era un’attività artigianale come ogni altra e le leggi che l’artista seguiva consapevolmente erano regole artigianali. L’artista non era consapevole di altre regole, di uno ‘stile’, di un rapporto biunivoco tra soggetto ed oggetto, di una concezione ed espressione sensoriale. Anche un artista che ragionava così tanto, come Dürer, non sapeva nulla delle regole interne della creazione artistica. Egli si poneva l’obiettivo teorico di creare un metodo esatto; sulla base della dottrina dei corpi geometrici e della prospettiva lineare, egli voleva infatti concretizzare il suo ideale di una bellezza obiettiva, indipendente dalle ‘opinioni’. Non ci si occupava certo del rapporto tra idea creativa e percezione sensoriale, che è stato più tardi al centro della riflessione epistemologica o psicologica di Marées e Hildebrand. Così come il teorico del rinascimento italiano Leon Battista Alberti e come Leonardo, anche Dürer voleva fissare un rapporto certo tra oggetto ed immagine, sulla base scientifica della prospettiva lineare, e dunque anche in questo caso definire una regola. La differenza rispetto alle regole artigianali ed alla dottrina delle proporzioni dell’arte medievale consisteva esclusivamente nell’esattezza matematica con cui viene definito l’effetto di profondità dello spazio. Nei confronti della natura gli artisti del rinascimento rivelano ancora mancanza di riflessione; non erano consapevoli dell’esistenza di un rapporto regolare tra forma ed oggetto e di un’immanente regola dell’origine e sviluppo [n.d.r. Wachstumgesetz] dell’espressione creativa. La frase famosa e molto citata di Dürer “Sicché in verità l’arte si trova nella natura – la possiede solo chi riesce a strapparla da essa” è sicuramente concepita in modo meno profondo di quanto sia spesso interpretata. 

Fig. 36) Albrecht Dürer, Autoritratto con pelliccia, 1500

Solamente verso la fine del XVIII secolo s’inizia a teorizzare non soltanto sulle regole, ma anche sul processo creativo stesso e sull’essenza stessa e sul senso dell’arte. Il classicismo rimase ancora prigioniero del dogmatismo estetico di Winckelmann e della dialettica dell’illuminismo. Winckelmann riteneva che il fine ultimo di tutte le belle arti fosse quello di trovare “il bello”, di generare qualcosa di più bello della natura e soprattutto di trasmettere un contenuto significativo: “Tutte le arti – dice Winckelmann – hanno una doppia finalità ultima: debbono piacere ed al tempo stesso insegnare.” La misura suprema di giudizio era il gusto - che è il criterio meno adatto per l’arte: già i romani dicevano De gustibus non est disputandum – e con questa giustificazione: se si discutesse di gusto, si difenderebbe sempre ogni mancanza di buon gusto.

Fig. 37) Joseph Karl Stieler, Ritratto di Goethe, 1828

La concezione estetica di Goethe era certamente definita dall’estetica di Winckelmann, ma il suo genio di ricercatore spezzò le catene dei dogmi: egli rese omaggio al gusto classicista, ma ottenne le visioni più profonde quando indagò i rapporti vicendevoli tra natura ed arte. Egli riconobbe la meraviglia di tutte le belle arti nel segreto dell’unione inseparabile tra natura ed arte: “La natura e l’arte sembrano voler fuggire l’una dall’altra, ma si sono ritrovate prima di quel che si pensi.” Goethe dice ad Eckermann: “L’artista ha un duplice rapporto sulla natura: è al tempo stesso il suo padrone ed il suo schiavo. È il suo schiavo in quanto deve agire con strumenti terreni per poter essere compreso; è tuttavia il suo padrone nella misura in cui assoggetta tali strumenti terreni alle sue intenzioni più elevate e li mette al loro servizio. L’artista vuol parlare al mondo attraverso un intero [n.d.r. ein Ganzes]; egli tuttavia non trova quest’intero nella natura, ma è il frutto del proprio spirito o, se Lei vuole, della presenza di un fecondo respiro divino.”

Goethe vede in modo del tutto consapevole l’opposizione tra arte e natura ed al tempo stesso l’affinità della forma creata e della struttura naturale, dell’immagine interna e dell’aspetto esterno, che richiamano l’un l’altra, e divengono una cosa unica nell’opera d’arte: “Vi è qualcosa di incomprensibilmente regolare negli oggetti, qualcosa che corrisponde all’incomprensibilmente regolare nel soggetto”. Egli parla di una “fantasia sensoriale esatta, senza la quale in realtà non sarebbe possibile alcuna arte”. Sono nozioni che vanno molto al di là della dogmatica estetica del mondo classico e delle regole artistiche del rinascimento.

Fig. 38) Paul Cézanne, Autoritratto, 1883-1887

La coscienza di questo rapporto misterioso tra immagine interna ed aspetto esterno è il fondamento della problematica creativa e della coscienza artistica del XIX secolo, delle riflessioni di Marées e di Cézanne sul processo creativo, della teoria artistica di Hildebrand e Fiedler. Una conversazione di Cézanne riportata da Joachim Gasquet, condotta sul tema, ha origine nella medesima consapevolezza o intuizione delle leggi immanenti di origine e sviluppo dell’espressione creativa. Ecco la citazione, come tradotta e pubblicata nel “Trattato del bello” di Alois Riegl. Si confronti la versione tedesca di ‘Gasquet-Cézanne’, tradotto da Elsa Glaser, Berlino, 1930, pagina 101): “Il pittore vive in parallelo alla natura. Se solamente non interferisse con la propria volontà! La sua volontà deve tacere. Deve mettere a tacere tutte le proprie opinioni, dimenticarle, dimenticarle. Tacendo, deve divenire un’eco perfetta. Allora, ecco che il paesaggio si scriverà da sé sulla sua tela. Il lavoro artigianale può forse aggiungersi, ma solamente con pieno rispetto, pronto ad obbedire. Anche quando conosce bene il suo linguaggio, l’artista non deve avere alcuna coscienza di tradurre il testo che decifra, o meglio i due testi paralleli: quello esterno, la natura come la si può sentire, e quello interno, nella sua testa. Entrambi devono divenire una sola cosa, per poter durare, ed essere parte di una sola vita, per metà divina e per metà umana, ovvero della vita dell’arte e di Dio. Il paesaggio si riflette, si umanizza, si pensa in me. Recentemente Lei mi ha parlato di Kant – ovviamente io ne parlo come un profano – ma mi sembra come se io fossi la coscienza soggettiva del paesaggio ed il quadro la sua coscienza oggettiva. La mia tela, il paesaggio, sono entrambi al di fuori di me. Ma io non sono uno studioso accademico. Niente teorie, solamente opere!”

Fig. 39) Paul Cézanne, La strada, 1871 circa

È soprattutto il romanticismo ad aver creato la consapevolezza dell’opposizione e dell’interazione tra spirito e natura, arte e natura, io e il tutto. E soprattutto, a partire da esso, è apparso nel suo insieme come problema esplicito quel che le epoche precedenti avevano potuto lasciare sotto la barriera dell’inconscio, senza per questo correre alcun pericolo. Ma vi sono aspetti che hanno paralizzato l’attività creatrice dei romantici ed indebolito direttamente la loro forza sensoriale. Non si è trattato della consapevolezza dell’esistenza di regole che disciplinino la creazione artistica e nemmeno delle riflessioni sulla percezione di rapporti regolari tra arte e natura. Vi sono invece state altre due motivi, tra loro interrelati: l’intenzione di mediare, attraverso l’arte, contenuti intellettuali ed idee superiori, come del resto era già avvenuto con l’illuminismo ed il neoclassicismo; e la smania di rivelare le proprie pulsioni attraverso un materiale tematico trasfigurato da una nostalgia retrograda. Così come era successo ai neoclassici, anche i romantici hanno visto l’intrusione di idee che si sono frapposte tra la capacità dei sensi e la forza creativa. Queste idee non erano state osservate grazie all’‘occhio interno’, non erano idee ‘parallele alla natura’, ma erano il risultato di un prodotto concettuale separato. È così che il gusto per l’arzigogolo, la dipendenza dalla fantasticheria, dal simbolismo e dall’allegoria hanno avuto la meglio almeno sulla forza sensoriale. Come già era successo al classicismo, l’arte aveva cessato di essere una forza globale che sapesse essa stessa autonomamente creare e personificare le forme. Era divenuta una serva che faceva da mediatrice ad “idee”, ed a pensieri sulla cultura e sul patrimonio culturale. Risalgono già agli anni attorno al 1800 gli estremi che danno all’arte del XIX secolo – in particolare a quella tedesca – il suo volto bipartito ed hanno condotto di conseguenza alla separazione tra arte e spirito del tempo: arte concettuale [n.d.r. Gedankenkunst] da un lato ed arte realista [n.d.r. Wirklichkeitskunst] dall’altro. Schiller fa riferimento al pericolo di questa divisione già in una lettera a Goethe del 14 settembre 1797 (si veda la citazione a pagina 43).

Fig. 40) Carl Julius von Leypold. Girovago nella tormenta, 1835
Fig. 41) Alfred Menzel, Concerto di flauto di Federico II a Sanssouci, 1850
Fig. 42) Franz von Lenbach, Bambini in Italia, 1859
Fig. 43) Friedrich Gunkel, La battaglia nella foresta di Teotoburgo, 1862-1864 (distrutta nel corso della II guerra mondiale)

L’ “arte concettuale”, con la sua variante della pittura storica, è in generale quella che ha avuto il maggior successo di pubblico. Paradossalmente nella seconda metà del secolo questo legame con il contenuto ideale ha sempre più portato ad una separazione tra arte e pubblico, così come tra arte e spirito del tempo. La contrapposizione tra concettualizzazione storicistica della pittura storica ed amore per l’immediatezza dell’arte realista si è evoluta in un’opposizione tra non-arte [n.d.r. Unkunst] ed arte. L’arte che è idealista sulla base del proprio contenuto, ma è naturalista (o ecclettica) nella forma, è dunque una non-arte senza alcun valore ‘eterno’ che possa conservarsi; l’arte invece che viene condannata dal pubblico a causa del proprio contenuto naturalistico, della sua verità e della vicinanza alla realtà è invece la vera e propria arte idealista, l’arte ‘eterna’. L’arte che viene festeggiata come ‘grande’ è divenuta parte del passato, insieme al tempo cui era legata senza aver alcuna relazione con l’eternità. L’arte che è stata invece fraintesa – e che sembrava estranea alla vita ed allo spirito del tempo – ha assunto il ruolo nella nostra consapevolezza dell’arte vera, di quella autenticamente grande che quel secolo ci ha portato. Ed i suoi creatori sono i nostri grandi maestri. Quest’inversione della valutazione non si è verificata solamente in Germania. È accaduta anche in Francia. Sia qui che là il legame naturale dell’arte con la vita nel suo insieme [n.d.r. das Lebensganze] si è prima attenuato e poi è stato travolto e distrutto.

In verità, la divisione tra arte e spirito del tempo è solamente apparente: è una separazione che si manifesta esclusivamente in superficie. Si potrebbe dunque meglio dire che si è prodotta una differenziazione tra uno strato più profondo ed uno superficiale della nostra vita. Questa divaricazione ha però determinato il destino dell’arte, ed isolato ogni artista che non volesse mettere il proprio talento al servizio dell’opportunità. L’artista è divenuto un difensore dell’arte e della sua indipendenza; l’ha difesa non solamente con la propria opera, ma anche con scritti e discorsi. Prima ancora di desiderarla, è riuscito a ricavare per sé una libertà al tempo stesso piena d’orgoglio e di pericoli. Per l’artista la teorizzazione è divenuta un’arma, da usare non solamente per difendersi, ma anche per stabilire un punto di vista proprio e sicuro per se stesso e la propria arte ed attribuire il soggettivo a contesti spirituali superiori.

È dunque così che l’artista moderno – chi più chi meno, a seconda del bisogno interiore e della disposizione personale – cerca consciamente di scrutare le leggi della creazione artistica, il rapporto misterioso tra arte e natura, tra forma ed oggetto, tra quel che si contempla all’interno e quel che appare all’esterno, tra arte e spirito del tempo, ecc. Come teorico, l’artista diviene anche un educatore al saper vedere l’arte.

Fig. 44) Hans von Marées, Autoritratto ( a sinistra) con Franz von Lenbach (a destra), 1863
Fig. 45) Hans von Marées, Autoritratto (al centro) con Adolf von Hildebrand (a destra) e Charles Grant (a sinistra), 1873
Fig. 46) Adolf von Hildebrand, Busto di Konrad Fiedler, 1874-1875
Fig. 47) Hans Thoma, Ritratto di Konrad Fiedler, 1884

La giovane storia dell’arte, divenuta popolare grazie a Franz Kugler e Jacob Burckhardt, e la ricerca sulla teoria artistica debbono moltissimo agli artisti, non solamente per aver chiarito tentativi ed obiettivi personali, e la concezione soggettiva dell’artista, ma anche il processo creativo in generale. Mentre l’artista nell’epoca neoclassica si era mostrato troppo disposto a seguire lo studioso ed ha emulato un concetto di bellezza letterario, presto questo rapporto si è rovesciato: i grandi maestri dell’arte sono divenuti i punti di riferimento degli studiosi. Con le parole semplici che hanno trovato nel corso della riflessione sul proprio lavoro artistico, ci hanno offerto intuizioni sul processo che dà origine e sviluppo all’espressione creatrice. Esse sono più profonde di tutta l’estetica, quand’essa identifica arbitrariamente l’arte con il bello o s’interroga sul gusto, ma non sulle forme artistiche.

È questa la prospettiva con la quale noi abbiamo qui raccolto le lettere, i passi dei diari e gli altri documenti di questo volume. Essi non devono solamente documentare e mostrare lo stato o il corso della cultura, dello spirito e della storia dell’arte. Il punto di vista storico, al contrario, passa in secondo piano. Non vogliamo neppure richiamare le individualità degli artisti come tali; se avessimo voluto sottolineare l’elemento personale, altri documenti, differenti da quelli qui scelti, lo avrebbero meglio messo in evidenza. Quel che abbiamo voluto fare è dare la parola agli artisti al fine di spiegarci il processo creativo. Ad esso l’artista si dedica con l’intera passione del suo cuore. Per esso egli impegna la sua “intera e completa esistenza” [n.d.r. ganz volles Dasein], anche senza prospettiva di successo, semplicemente seguendo la voce del suo precetto interiore, nella consapevolezza della responsabilità nei confronti dell’arte.

Egli preferisce allora accettare il disconoscimento e lo scherno del contemporanei e la miseria più nera, piuttosto di tradire il genio.

Quel che più vale e conta è certo sempre l’opera d’arte stessa, ovvero il linguaggio della forma creata; non sono i pensieri dell’artista sulla sua creazione. Anche la parola più intelligente e profonda sull’arte conta meno della capacità dell’occhio di catturare sensazioni e – nell’atto stesso di vedere – di dar vita alla forma creata. La parola significativa è solamente indiretta, mediatrice. Se anche il vedere dell’occhio non sa leggerle e tradurle nel linguaggio diretto dell’artista, tutte le parole dell’artista rimangono lettera morta. E tuttavia quel che l’artista dice usando il linguaggio del pensiero può certamente contribuire ad introdurci le sue opere, chiarirci il significato della loro forma ed in tal modo rendere l’occhio più ricettivo.

Ed in tal modo la nostra raccolta di lettere e scritti di artisti tedeschi potrebbe chiamarsi anche una guida all’arte. Sarebbe riuscita nel compito che le è assegnato, se essa avesse dato impulso a guardare le opere d’arte più con l’occhio degli artisti, il che significa da un punto di vista artistico, ovvero ad osservare l’arte partendo dal suo nucleo.

Fig. 48) Franz Marc, Cervo nel bosco, versione II, 1912

In genere si è ben pronti a denunciare le condizioni sociali delle quali l’arte e gli artisti hanno sofferto nel XIX secolo: la mancanza di un partecipazione ad una vita piena e di successo [n.d.r. Lebensganze]; la scissione che ne è conseguita in un’arte per pochi conoscitori ed in un’arte per un pubblico allargato, che ha trovato ai suoi tempi il supporto solamente di correnti superficiali e che è poi scomparsa insieme al tempo che essa rappresenta; l’assenza di una vera monumentalità in architettura, pittura e scultura e la mancanza, che ne è conseguenza diretta, di un’azione unitaria delle arti, che tanto ha sorpreso invece chi considera la storia dell’arte nel passato. Ci si lamenta che gli artisti moderni producano così tanta teoria e a molti sembra che la loro forza creatrice soffra a causa del loro intellettualismo. Ed è infatti vero che, nei tempi più recenti, l’arte e gli artisti si sono gettati eccessivamente in lambiccamenti concettuali o nel caos dei sentimenti, e persino nelle atmosfere notturne e demoniache del subconscio. Per arrivare a creare forme più pure, si è creduto fosse possibile fare a meno dell’oggetto. Si è voluto addirittura rappresentare direttamente il processo interno di creazione. A tal fine non si è rappresentata una gallinella, “ma [n.d.r, come scrive Franz Marc] l’immagine che irrompe negli occhi della gallinella, quando s’immerge: i mille cerchi che orlano ciascun piccolo animale, il blu del cielo che sussurra, e che viene bevuto dal lago, il rapido riemergere in un altro luogo.” L’artista diviene un metafisico: vuole rappresentare non un cane, ma l’ "essenza" di un cane, non un cerbiatto, ma quel che “il cerbiatto sente”. Come una scimmia, l’artista cerca di afferrare le cose dietro allo specchio. Se la struttura sociale e spirituale del XIX secolo ha reso possibile questi fenomeni, la sterilità degli “ismi” artistici successivi, e il loro inutile amore per concetti difficili e profondi, non sono una conseguenza necessaria dell’arte del loro tempo. Tale arte infatti si dichiara indipendente non per motivi arbitrari, ma a causa di un profondo disagio. Michelangelo non è responsabile per il manierismo dei propri successori. Quelle epoche del XIX secolo, la cui debolezza viene così spesso sottolineata, hanno comunque testimoniato un’enorme ricchezza di talenti e di forme artistiche. Non è vero che tutte le epoche precedenti fossero così ricche di geni e di buona arte. Ed è completamente falso che la consapevolezza sulle questioni artistiche ci abbia reso più poveri. Al contrario, tale consapevolezza ci ha regalato cose straordinarie, perché ha trasformato il semplice gusto artistico in intuizioni felici.

Fig. 49) Il giudizio universale, Timpano del portale dei principi, Duomo di Bamberga, 1230 circa
Fig. 50) Le statue di Ecclesia e Sinagoga, dal portale del duomo di Strasburgo, XIII secolo

In verità, la conoscenza non è condizione per la produzione di buona arte. Le sculture nei duomi di Bamberg e Naumburg, le figure di Ecclesia e Sinagoga della cattedrale di Strasburgo, le sculture di Chartres e Reims sono il lavoro di artigiani ‘ignoranti’ di cantieri medievali. Ma il motivo per il quale quest'arte è così eccellente non è che è stata creata al servizio della chiesa. La consapevolezza di essere al servizio della divinità ha sicuramente dato ai creatori energie morali che hanno facilitato il loro ruolo. Semplicemente dalla religione e dai sentimenti non trae però origine alcun’arte, ragione per la quale anche il sentimento non è mai sufficiente alla comprensione dell’arte. Ogni forma d’arte è arte solamente tramite se stessa. Michelangelo – in grande anticipo rispetto all’opinione del suo tempo – dice: “Ogni vera arte è devota grazie a se stessa”. Così allora come oggi, il contenuto tematico generava il legame naturale dell’arte con i bisogni del popolo nei suoi strati più larghi, e continuerà sempre ad essere il tramite tra arte e vita. Sebbene il creatore medievale parlasse allora anche solo di un buon lavoro artigiano, in realtà egli sottintendeva sempre anche l’elemento artistico, il metodo, la forma creata, il nucleo e l’alfa e l’omega di ogni forma dell’arte. L’elemento artigianale non può infatti essere sconnesso da quello artistico. L’effettivo elemento artistico si può manifestare solamente in quello che viene chiamato tecnico ed artigianale: l’arte è un artigianato spirituale e geniale. Pur non sapendolo, il creatore medievale non ha fatto null’altro che l’artista moderno: egli ha messo in pratica la sua concezione creatrice, ha congiunto la sua immagine interna all’apparenza esterna, ha creato quel meraviglioso e misterioso qualcosa, che non sappiamo esprimere con parole. E tuttavia, ne possiamo osservare e vivere la forma. Il fatto che il creatore moderno sappia, mentre quello medievale non sapesse, è effetto del destino, della storia, ma non ha fondamento in una differenza nel processo creativo; ed allo stesso modo non presuppone una differenza delle tipologie d’arte o del livello di qualità creativa. Noi non sappiamo come l’uomo del medioevo guardasse l’arte e se fosse più felice di non sapere nulla delle leggi immanenti della creazione. La nostalgia di paradisi perduti non è produttiva. La consapevolezza può tuttavia divenire un vantaggio tale da zittire tali nostalgie. I punti di vista degli artisti moderni permettono a chi contempla l’arte di scoprire anche una via più diretta per comprendere l’arte del passato, rispetto a quella che passa attraverso la conoscenza storica sul mondo dello spirito e sulle condizioni di tempo e spazio, dalle quali è sorta un’opera d’arte.

Considerare le opere d’arte indipendentemente dal sapere storico non significa limitarsi agli aspetti artistico-formali. Allo stesso modo l’impostazione di artisti del XIX secolo, come un Marées o Leibl, non si limita ad un’azione creativa pura. Perché l’arte è l’unificazione degli opposti. I grandi artisti del XIX secolo hanno difeso l’unità tra forma e contenuto, non l’elemento artistico di per sé, contro le rivendicazioni meta-artistiche del loro tempo. Non volevano liberarsi dal figurativo e sottrarsi da ogni legame con le forme prestabilite nella natura. Non hanno praticato l’arte della negazione, ovvero l’arte astratta, ma l’arte assoluta, ovvero il rendere visibile una legge eterna e divina, che si conferma in ogni specifico caso di una raffigurazione reale: in ogni situazione particolare, qualsiasi forma d’arte cerca la totalità dell’esistenza. “Che cos’è il generale? È il caso singolo.”


* * *

Hans Ekstein
Artisti sull'arte. Lettere e scritti di pittori, scultori e architetti 
Edizione 1954

Introduzione (pagine 5-9)

Fig. 51) Phidias, Atena Lemnia (copia in marmo di età romana)
Fig. 52) Angelo che sorride, Cattedrale di Reims, 1236 - 1245

Noi non sappiamo quel che abbiano pensato sull’arte e sulle loro creazioni i maestri delle cattedrali medievali o delle statue di Reims, Fidia o Prassitele, Stefan Lochner, Giotto, Grünewald oppure Veit Stoss. Anche quelle lettere che ci sono giunte di Mantegna, Dürer, Raffaello, Tiziano, Rubens e Rembrandt non ci danno informazioni in proposito. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di lettere d’affari. Gli artisti informano i loro committenti sui progressi e gli sforzi del loro lavoro, ribadiscono la devozione nei loro confronti, e celebrano infine, pieni di orgoglio, il valore dei loro prodotti. A volte, come nel caso di Michelangelo, si lamentano animatamente dei capricci dei committenti. Oppure deplorano di esser mal pagati, come quando a Dürer viene chiesto di dipingere un’immagine della Madonna per soli 400 fiorini. “Mi sono immediatamente rifiutato, altrimenti rischierei divenire un accattone. Infatti, io intendo produrre una grande quantità di semplici quadri [n.d.r. gmeine Gmäll] in un anno, anche molti di più di quanto si possa credere sia possibile. E tuttavia, produrre un dipinto di qualità [n.d.r. fleisig kleiblen] richiede molto più tempo…”. Gli artisti scrivono sugli aspetti materiali, cercano di tanto in tanto di giustificare la loro interpretazione del tema, offrono anche spiegazioni su questioni tecniche. Affidano alla cura dei committenti le loro tavole, dipinte “con grande zelo” e “con i migliori colori”, come scrive Dürer in una lettera al mercante Jacob Heller: “Io so che Lei tiene la tavola pulita, che essa rimarrà in buone condizione ancora tra 500 anni, dal momento che è stata così prodotta da non richiedere che la si debba curare: è sufficiente non toccarla o versarle addosso acquasanta. Io so che non sarà danneggiata, a meno che ciò non succeda intenzionalmente per recarmi danno…”.


Fig. 53) Eugène Delacroix, La Libertà che guida il popolo, 1830
Fig. 54) Max Liebermann, Due cavalieri sulla spiaggia, 1901
Fig. 55) Paul Signac, Il porto di Saint-Tropez, 1901
Fig. 56) Piet Mondrian, Tableau I, 1921


Solamente a partire dal XIX e XX secolo le fonti di storia dell’arte si fanno ricche. Da esse possiamo venire a conoscere i pensieri degli artisti sull’arte e sui problemi della creazione artistica. Anche oggi alcuni dei più grandi maestri hanno taciuto o sparso nelle loro lettere solamente osservazioni scarse sui loro lavori o sui problemi della creazione artistica in generale. Altri, invece, hanno pubblicato saggi, testi programmatici e prese di posizione, come Delacroix, Josef Anton Koch, Wilhelm Trübner, Hildebrand, Liebermann, Signac, Kandinskij, Mondrian. L’eloquenza degli artisti indica che il piacere di far arte senza riflettere [n.d.r. das Glück naiven Bildens] è divenuto una rarità. Gli artisti si sentono anzi tenuti a render conto del rapporto tra arte e natura, tra forma e contenuto, tra arte e spirito dell’epoca [n.d.r. Zeitgeist]. Essi devono riflettere sulla questione di ciò che nell’arte possa essere oggetto d’insegnamento ed apprendimento. Vale per l’artista del diciannovesimo secolo quel che ha scritto Karl Stauffer-Bern: “La cognizione è la prima condizione ed il cosiddetto ‘fare arte in modo senza rifletter’ [n.d.r. naives Künstlertum] esiste davvero solamente nei romanzi.”

Gli artisti dell’antichità e del medioevo erano artigiani e le leggi che essi seguivano consapevolmente erano regole artigianali. L’artista non era consapevole di altre regole, di uno ‘stile’, di un rapporto biunivoco tra soggetto ed oggetto, di una concezione ed espressione sensoriale. Nei confronti della natura gli artisti del rinascimento rivelano ancora mancanza di riflessione. I loro pensieri erano concentrati sulla definizione di un rapporto normalizzato tra oggetto e sua rappresentazione, che comprendesse le regole della proporzione e la costruzione prospettica. Gli artisti non erano consapevoli dell’esistenza di un rapporto regolare tra forma ed oggetto e di un’immanente regola dell’origine e sviluppo [n.d.r. Wachstumgesetz] dell’espressione creativa. La fase famosa e molto citata di Dürer “Sicché in verità l’arte si trova nella natura – la possiede solo chi riesce a strapparla da essa” è sicuramente concepita in modo meno profondo di quanto sia spesso interpretata.

Il classicismo rimase ancora prigioniero del dogmatismo estetico di Winckelmann e della dialettica dell’illuminismo. Egli considerava che il fine ultimo di tutte le belle arti fosse quello di trovare “il bello”, di generare qualcosa di più bello della natura e soprattutto di trasmettere un contenuto significativo: “Tutte le arti – dice Winckelmann – hanno una doppia finalità ultima: debbono piacere ed al tempo stesso insegnare.”

Il genio di ricercatore di Goethe ha spezzato le catene dei dogmi. Egli riconobbe la meraviglia di tutte le belle arti nel segreto dell’unione inseparabile tra natura ed arte: “La natura e l’arte sembrano voler fuggire l’una dall’altra, ma si sono ritrovate prima di quel che si pensi.” Goethe dice ad Eckermann: “L’artista ha un duplice rapporto sulla natura: è al tempo stesso il suo padrone ed il suo schiavo. È il suo schiavo in quanto deve agire con strumenti terreni per poter essere compreso; è tuttavia il suo padrone nella misura in cui assoggetta tali strumenti terreni alle sue intenzioni più elevate e li mette al loro servizio. L’artista vuol parlare al mondo attraverso un intero [n.d.r. ein Ganzes]; egli tuttavia non trova quest’intero nella natura, ma è il frutto del proprio spirito o, se Lei vuole, della presenza di un fecondo respiro divino.”

Con una consapevolezza diversa da quella degli artisti del rinascimento, Goethe vede in modo del tutto consapevole l’opposizione tra arte e natura ed al tempo stesso l’affinità della forma creata e della struttura naturale, dell’immagine interna e dell’aspetto esterno, che richiamano l’un l’altra, e divengono una cosa unica nell’opera d’arte: “Vi è qualcosa di incomprensibilmente regolare negli oggetti, qualcosa che corrisponde all’incomprensibilmente regolare nel soggetto”. Egli parla di una “fantasia sensoriale esatta, senza la quale in realtà non sarebbe possibile alcuna arte”. 

Fig. 57) Juan Gris, Brocca, bottiglia e bicchiere, 1911
Fig. 58) Vasilij Kandinskij, Lo Spirituale nell'arte, 1912

Il processo che ha portato a riconoscere questo rapporto misterioso tra immagine interna ed aspetto esterno è il fondamento della problematica creativa e della coscienza artistica del XIX e del XX secolo: le riflessioni di Marées e di Cézanne sul processo creativo, la teoria artistica di Hildebrand e Fiedler, ed inoltre il neo-impressionismo (che sistematizza lo sviluppo dell’impressionismo e la sua applicazione istintiva), il cubismo analitico, il trattato “Sullo spirituale nell’arte”, Mondrian e le teorie di Doesburg sulla composizione.

Joachim Gasquet riporta una conversazione sul tema con Cézanne: quest’ultimo definisce l’artista come un contenitore di emozioni, una macchina che le registra. A suo parere l’opera perde valore, se anche la volontà dell’artista entra in gioco. Gasquet chiede: Dunque, anche per Lei l’artista è meno importante della natura. E così Cézanne cerca di spiegare i suoi pensieri: “Il pittore non è inferiore alla natura. Il pittore vive in parallelo alla natura. Se solamente non interferisse con la propria volontà! La sua volontà deve tacere. Deve mettere a tacere tutte le proprie opinioni, dimenticarle, dimenticarle. Tacendo, deve divenire un’eco perfetta. Allora, ecco che il paesaggio si scriverà da sé sulla sua tela. Il lavoro artigiano può forse aggiungersi, ma solamente con pieno rispetto, pronto ad obbedire. Anche quando conosce bene il suo linguaggio, l’artista non deve avere alcuna coscienza di tradurre il testo che decifra, o meglio i due testi paralleli: quello esterno, la natura come la si può sentire, e quello interno, nella sua testa. Entrambi devono divenire una sola cosa, per poter durare, ed essere parte di una sola vita, per metà divina e per metà umana, ovvero della vita dell’arte e di Dio. Il paesaggio si riflette, si umanizza, si pensa in me. Recentemente Lei mi ha parlato di Kant – ovviamente io ne parlo come un profano – ma mi sembra come se io fossi la coscienza soggettiva del paesaggio ed il quadro la sua coscienza oggettiva. La mia tela, il paesaggio, sono entrambi al di fuori di me. Ma io non sono uno studioso accademico. Niente teorie, solamente opere!”

Dopo Goethe è soprattutto il romanticismo ad aver creato la consapevolezza dell’opposizione e dell’interazione tra spirito e natura, arte e natura, io e il tutto. E soprattutto, a partire da esso, è apparso nel suo insieme come problema esplicito quel che le epoche precedenti avevano potuto lasciare sotto la barriera dell’inconscio, senza per questo correre alcun pericolo. A partire da questo momento si differenziano arte concettuale [n.d.r. Gedankenkunst] ed arte realista [n.d.r. Wirklichkeitskunst]. Ciò attribuisce all’arte del XIX secolo il suo volto bipartito e conduce di conseguenza alla separazione tra arte e spirito del tempo. Nell’ “arte concettuale” prevale l’amore per l’arzigogolo, la dipendenza dalla fantasticheria, dal simbolismo e dall’allegoria.  

Con le sue varianti della pittura storica e di genere, è in generale quella che ha avuto il maggior successo di pubblico. L’arte che è idealista sulla base del proprio contenuto, ma è naturalista (o eclettica) nella forma, è dunque una mezza-arte senza alcun valore ‘eterno’ che possa conservarsi; l’arte invece che viene condannata dal pubblico a causa del proprio contenuto naturalistico, della sua verità e della vicinanza alla realtà è invece la vera e propria arte idealista, l’arte ‘eterna’. Non è dunque solamente l’arte la cui forma è separata dal tema a rimanere incompresa.

In verità, la divisione tra arte e spirito del tempo è solamente apparente: è una separazione che si manifesta esclusivamente in superficie. Si potrebbe dunque meglio dire che si è prodotta una differenziazione tra uno strato più profondo ed uno superficiale della nostra vita. Questa divaricazione ha però determinato il destino dell’arte, ed isolato ogni artista che non volesse mettere il proprio talento al servizio dell’opportunità. L’artista ‘incompreso’ e l’‘incomprensione culturale’, i cui motivi ed effetti sono stati studiati da Franz Roh in uno studio davvero degno di lettura, non sono infatti un’immagine solamente del XIX secolo. In tale periodo, tuttavia, non vi è un solo grande maestro che non abbia dovuto soffrire per il fraintendimento della propria arte. È per questo che l’artista si presenta spesso, nei testi scritti e nelle discussioni orali, come difensore dell’arte e della sua arte, ed a volte anche come accusatore dei suoi contemporanei. Parola e teoria divengono per lui un’arma e gli servono a stabilire un punto di vista definito. Come teorico, l’artista diviene anche un educatore al saper vedere l’arte.

La storia dell’arte e la ricerca sulla teoria artistica debbono moltissimo agli artisti, non solamente per aver chiarito tentativi ed obiettivi personali, e la concezione soggettiva dell’artista, ma anche il processo creativo in generale. Mentre l’artista nell’epoca neoclassica si era mostrato troppo disposto a seguire lo studioso ed ha emulato un concetto di bellezza letterario, presto questo rapporto si è rovesciato: i grandi maestri dell’arte sono divenuti i punti di riferimento degli studiosi. Spesso con le parole semplici con cui spiegano il loro lavoro ci hanno offerto intuizioni sul processo che dà origine e sviluppo all’espressione creatrice, Tali intuizioni sono più profonde di tutta l’estetica, che identifica arbitrariamente l’arte con il bello o s’interroga sul gusto, ma non sulle forme artistiche.

Le lettere, i passi dei diari e gli altri documenti raccolti in questo volume non devono documentare e mostrare lo stato o il corso della cultura, dello spirito e della storia dell’arte. Non vogliono neppure richiamare le individualità degli artisti come tali; se avessimo voluto sottolineare l’elemento personale, altri documenti, differenti da quelli qui scelti, lo avrebbero meglio messo in evidenza. Quel che abbiamo voluto fare è dare la parola agli artisti al fine di spiegarci il processo creativo, per il quale l’artista, come dice Marées, getta la sua “intera e completa esistenza” [n.d.r. ganz volles Dasein] sulla bilancia, anche senza prospettiva di successo, semplicemente seguendo la voce del suo precetto interiore.

Questa raccolta di dichiarazioni degli artisti sull’arte sarebbe riuscita nel compito che le è assegnato, se essa avesse dato impulso a guardare le opere d’arte più con l’occhio degli artisti, il che significa da un punto di vista artistico, ovvero partendo dal loro nucleo.


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NOTE

[17] Мастера советской архитектуры об архитектуре. Киев, 1953. Si veda: http://www.twirpx.com/file/745678/

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