Roger de Piles
Dialogo sul colorito
A cura di Giovanna Perini Folesani e Sandra Costa
Traduzione italiana di Monique Gabellini
Firenze, Leo S. Olschki, 2016 (ma 2017)
Recensione di Giovanni Mazzaferro. Parte Seconda
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| Peter Paul Rubens, Ritratto di Maria de' Medici, 1622, Madrid, Museo del Prado Fonte: Wikimedia Commons |
Il classicismo del colorito
Una delle prime affermazioni di
Damone rischia di lasciare spiazzato il lettore, abituato al concetto di bello
ideale che deriva non solo dall’imitazione della natura, ma anche dal
miglioramento della medesima, tipico del classicismo italiano e poi francese.
Bene, de Piles sostituisce al classicismo del disegno il classicismo del
colore. Anche per de Piles la natura è imperfetta, anche per lui deve essere
migliorata e deve esserlo tramite lo studio dei colori che non sono fra loro in
‘antipatia’: “Così come colui che disegna
non imita tutto ciò che vede in un modello difettoso, ma al contrario modifica,
in proporzioni e contorni opportuni, i difetti che vi trova, così il pittore
non deve imitare indifferentemente tutti i colori che si presentano, ma deve
scegliere soltanto quelli che gli sono convenienti, ai quali (qualora lo
ritenga opportuno) ne aggiunge altri che possano dare quell’effetto che egli
immagina per la bellezza della sua opera” (pp. 190-191). La definizione del
classicismo seguendo la strada del colorito, tuttavia, è ardua, perché al
contrario del disegno, che ha “delle
regole che si fondano sulle proporzioni, sull’anatomia e sull’esperienza
continua della stessa cosa, il colorito […] non ha ancora regole ben conosciute
e l’esperienza che se ne fa, essendo quasi sempre diversa secondo i soggetti,
non ha potuto ancora stabilire regole precise” (p. 202). È
vero dunque che in Francia, con la creazione dell’Accademia, si sono create le
condizioni ideali per formare ottimi pittori (dovuto omaggio alla politica di
Luigi XIV e di Colbert), ma le cattive abitudini praticate dai maestri possono
precludere agli allievi la capacità di saper leggere il colore. Naturalmente ci
sono esempi da seguire, e tali esempi sono costituiti dai veneti (Tiziano in
primis) e da Rubens: “il miglior
consiglio che mi sentirei di dare ai pittori […] sarebbe quello di andare a
vedere per un anno, una volta ogni otto giorni, la galleria di Lussemburgo, di
tralasciare tutto e di non risparmiare nulla a questo scopo. Quel giorno
sarebbe sicuramente il più proficuo della settimana. Rubens è quello che, fra
tutti i pittori, ha reso più facile e sgombro il cammino verso il colorito”
(p. 206).
Rapporto fra disegno e colorito
Naturalmente, oltre ai consigli su
cosa fare per imparare ad apprezzare e a praticare l’arte del colorito, il
dialogo si sostanzia di una serie di riflessioni sull’essenza stessa di disegno
e colorito, e sul rapporto reciproco fra loro. Ha ragione Perini Folesani
quando dice (p. 78) che l’argomentare fra Panfilo e Damone sembra in molte
occasioni più una contesa tra avvocati che una vera disputa filosofica. Del
resto de Piles non è un filosofo, anche se la sua formazione aristotelica si
traduce ancora una volta nell’esigenza di operare delle classificazioni
scientifiche, quando sostiene che il disegno è il genere della pittura e il
colore è ciò che ne determina differenza e riconoscibilità. È
evidente che l’idea è mutuata dalle scienze naturali; non siamo ancora alla
classificazione sistematica introdotta da Linneo nel ‘700, ma la suggestione
che de Piles stia raccogliendo la tradizione tassonomica rinascimentale
(propria ad esempio di un Ulisse Aldrovandi) per spiegare il rapporto fra
disegno e colorito è grande. Pur avendo chiarito sin da principio che disegno e
colorito sono entrambe parti indispensabili della pittura, l’autore precisa: “…come sapete, il genere si comunica a più
specie ed è per questo che è meno nobile della differenza, che è un bene
proprio alla sua sola specie. Ed è così che il grado di animale che è il genere
dell’uomo si comunica indifferentemente all’uomo e alla bestia; e che il grado
della ragione, che è la differenza dell’uomo, si comunica solamente all’uomo”
(p. 196). Il disegno è il genere, che la pittura condivide con l’incisione,
l’architettura e le “altre arti che danno
misure e proporzioni” (va peraltro detto che in precedenza, in qualche modo
contraddicendosi, de Piles aveva inserito il disegno – inteso in senso
progettuale - nella sfera di influenza della scultura), mentre il colorito è la
specie che è propria unicamente della pittura stessa.
Dilettanti e collezionisti
Sullo sfondo del dialogo e della querelle si viene a delineare in maniera
sempre più nitida il ruolo di ‘amatori’, conoscitori e collezionisti nel
giudizio sull’arte. In realtà, come ben sappiamo, non si tratta di una novità.
Già nelle sue Considerazioni sulla pittura scritte attorno al 1620 Giulio Mancini rivendica il diritto del
dilettante a esprimere giudizi sulle opere, e anzi nega l’opportunità di
quelli espressi dagli artisti. Il caso di Mancini è però quello di un’opera che
non viene pubblicata e che, pur avendo una sua circolazione manoscritta, non
può certo vantare l’influenza che il Dialogo
sul colorito di de Piles ha indiscutibilmente esercitato. Sul tema si
sofferma Sandra Costa con un bel saggio intitolato Dal Dialogue alle Conversations: il pubblico dell’arte secondo Roger de
Piles (pp. 137-183). La prima cosa da dire è che la querelle non avrebbe avuto il risalto che ebbe se non fossero
intervenute alcune situazioni: appassionante per un pubblico ancora ristretto,
ma consolidato, era – come ricorda Perini Folesani a p. 134 - “un’innocua e gentile occupazione” che
distraeva dalla politica. Contemporaneamente il fatto che de Piles riesca a
portarla fuori dall’Accademia significa anche che esistono le condizioni
sociali perché faccia presa sul pubblico. In fondo, a ben guardare – e questa
volta ne fa cenno Sandra Costa - le polemiche sviluppatesi all’interno
dell’Accademia nel corso del Seicento sono due: da un lato quella sul colore e
sul disegno e dall’altro quella su prospettiva e geometria che vede
protagonista Abraham Bosse. Il fatto che oggi se ne ricordi solo una (la
seconda rimanendo confinata fra gli specialisti) è segno che la scelta fra
‘disegno’ e ‘colore’ interessa il pubblico, sia quello di chi va a vedere i
quadri, sia di chi li compra. Uno dei pochi interventi dell’io narrante nel Dialogo è, sotto questo punto di vista,
particolarmente indicativo. A un certo punto Panfilo e Damone si vedono
rivolgere questa domanda: “Se doveste
scegliere dei quadri - interruppi - quali prendereste, quelli meglio disegnati che
colorati, oppure quelli meglio colorati che disegnati?” (p. 198).
Quello di de Piles – sia ben
chiaro – è “un pubblico scelto e
ristretto che, anche se non ha precise competenze nell’ambito della pittura, è
fornito di quella educazione e di quella istruzione più generalmente
considerate indispensabile bagaglio culturale del gentiluomo” (p. 149). De
Piles gli si rivolge con chiari intenti didattici (sin dalla traduzione del De arte graphica di Dufresnoy, in cui
inserisce un glossario finale dei termini tecnici). Ha una natura ambivalente,
perché può essere committente da un lato e fruitore dell’opera dall’altro.
Nell’ambito di questo insieme di figure colte, de Piles mira a distinguere fra
semplici amatori e conoscitori. Gli amatori sono coloro che si pongono di
fronte all’opera e giudicano sulla base della pura sensazione; i conoscitori,
invece, si elevano su un livello più alto ed esprimono i loro giudizi (a volte
rivalutando opere del tutto ignorate) sulla base dei loro studi, che
comprendono da un lato la fruizione del maggior numero possibile di opere (sia
diretta, in Francia o grazie all’auspicabile viaggio in Italia, sia indiretta,
tramite le stampe e le incisioni), dall’altro la lettura di testi fondamentali.
I destinatari del Dialogo sul colorito,
in ultima analisi, sono appunto i conoscitori e i collezionisti (e spesso i due
gruppi si saldano). Interessante notare che il conoscitore dello scrittore
francese non è (e non potrebbe essere altrimenti) il connoisseur che trionferà nel mondo dell’arte nel corso
dell’Ottocento. L’attribuzionismo, per de Piles, “non costituisce […] un vero aspetto della conoscenza della pittura. Più
collegata alla memoria che al giudizio, la pratica dell’attribuzione viene
quindi ricondotta, e per così dire abbassata, a una procedura tecnica più che
conoscitiva” (p. 174).
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| Peter Paul Rubens, La presa di Jülich, il 1° settembre 1610, 1622.1625 circa Parigi: Museo del Louvre (già al Palazzo del Lussemburgo) Fonte: The Yorck Project tramite Wikimedia Commons |
Riflessi sul versante italiano
Ho detto all’inizio di questa
recensione che, nello specifico, mi è capitato di non essere d’accordo in
alcuni punti con quanto sostenuto da Perini Folesani. Ciò che mi lascia
perplesso è la sua lettura e relativa interpretazione della critica d’arte in
Italia nel corso del 1600. Perini Folesani paragona l’attuale sfortuna critica
del francese con la lunga sfortuna critica di Malvasia, di cui lei è forse (e
da decenni) la più strenua sostenitrice. In particolare Perini Folesani ridimensiona
fortemente il ruolo di Bellori (considerato generalmente il teorico italiano
più importante del Seicento) e lo riduce a un livello di sostanziale mediocrità
di cui la stesura delle Vite,
chiaramente ispirate da Charles Errard, all’epoca direttore dell’Accademia di
Francia a Roma, non sarebbe che il frutto più evidente: “non voglio tornare su quanto ho già scritto in merito a Bellori in
generale, alla natura essenzialmente occasionale e politica delle sue Vite o alla qualità e scopo dei suoi legami con
la Francia in particolare […]. Certo l’operazione belloriana a Roma era non
solo intenzionalmente funzionale al prestigio artistico e accademico francese
(riuscisse gradita o meno), ma anche, non intenzionalmente e però più specificamente,
al dibattito interno incipiente a Parigi, dove era destinata a rafforzare le
posizioni teoriche classiciste francesi, benché di Errard (il vero ispiratore
dell’operazione, non un semplice amico dello scrittore romano) più che di Le
Brun. […] Insomma, l’insorgere e lo svilupparsi della querelle disegno vs colore a Parigi fornisce il vero
contesto storico – e una diversa chiave ermeneutica – per valutare
complessivamente l’operazione delle Vite
belloriane” (pp. 46-48). Perini Folesani aggiunge che, alla luce di questi
fatti, i risultati pratici conseguiti dalle Vite
in termini di influenza sul dibattito furono modesti. Mi pare – e non solo a
me, credo – che la tesi sia un po’ forzata. È evidente che le Vite di Bellori hanno limiti che si
conoscono benissimo (e chi pensasse che il fare artistico del Seicento fosse
tutto contenuto nella sua opera si perderebbe, ad esempio, un Bernini). Ciò
detto, se vogliamo svuotare Bellori di ogni capacità critica e fargli carico
dell’aver cercato una sponda nel mondo francese, dimentichiamo quello che era
diventato l’Italia a metà del Seicento rispetto alla Francia: una periferia. La
Francia era non solo la sede della nuova e grandiosa Accademia con cui
bisognava bene o male fare i conti, ma anche fonte di importanti committenze. A
volerla dire tutta, la dedica della Felsina
Pittrice di Malvasia a Luigi XIV (con relative vicende legate al gioiello
inviato in ringraziamento dal re e andato perduto) e l’inserimento nella stessa
Felsina del “finalino xilografico” in
cui si vedono le immagini della traduzione francese del libro di du Fresnoy
tradotto da de Piles e della princeps del Trattato della pittura di Leonardo, pubblicata a Parigi nel 1651, non fanno altro che raccontare la
stessa storia (una storia fatta di ricerca di favori e di desiderio di legittimazione)
anche da parte dello storico bolognese. L’esito finale del tentativo malvasiano
non fu, a dire il vero, esaltante. Se, ad esempio, come criterio del successo
di un libro assumiamo la sua traduzione in lingua (mi pare un buon criterio,
tant’è che lo adotta la stessa Perini Folesani per il Discours), allora va pur detto che, al di là di discussioni
all’interno dell’Accademia, Malvasia non fu mai tradotto. A me pare, insomma,
che un giudizio meditato su Bellori (sicuramente storicamente sopravvalutato) e
su Malvasia (altrettanto sicuramente sottovalutato) debba prescindere, se
possibile, da vicende che testimoniano soltanto la marginalizzazione della
cultura italiana rispetto alla forza (prima di tutto politica ed economica) della
Francia del Re Sole.







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