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venerdì 3 marzo 2017

Francesco Mazzaferro. Il Conte Benedetto Giovanelli von Gerstburg: archeologia ed erudizione nel Tirolo italiano della prima metà del XIX secolo. Parte terza



Francesco Mazzaferro
Il Conte Benedetto Giovanelli von Gerstburg:
archeologia ed erudizione nel Tirolo italiano della prima metà del XIX secolo

Parte Terza


Fig. 27) Benedetto Giovanelli: Vita di Alessandro Vittoria. Edizione del 1858, a cura di Tommaso Gar

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La vita di Alessandro Vittoria scultore trentino

Nel 1858 compare postuma la “Vita di Alessandro Vittoria scultore trentino” [47], il più ampio degli scritti di Benedetto Giovanelli dedicato alle belle arti. È un saggio di 159 pagine, scritto nel 1830.

Non è l’obiettivo di questo post analizzare la biografia di Alessandro Vittoria (1525–1608). Ci concentreremo invece sul testo di Giovanelli per cercare di identificarne le capacità di scrivere la biografia di uno dei maggiori artisti della sua città (di cui è Podestà per trent’anni), cercando di individuarne gli aspetti di forza e quelli di debolezza come scrittore di letteratura artistica. Vogliamo insomma capire come un uomo di governo assai colto (anche se non professionista della materia) scrivesse d’arte nel 1830.

Il testo di Giovanelli esce dodici anni dopo la sua scomparsa con la dicitura “rifuso e accresciuto” a cura di Tommaso Gar. Il saggio su Vittoria è il primo volume di una collezione intitolata ‘Biblioteca Trentina’, ovvero una ‘Raccolta di documenti inediti o rari relativi alla storia di Trento, redatta da Tommaso Gar con prefazioni, discorsi storici e note’ [48].


Tommaso Gar  

Fig. 28) Andrea Malfatti, Busto di Tommaso Gar, about 1884
  
Tommaso Gar [49] (1808 –1871) è figura di primissimo piano. È uno dei maggiori studiosi italiani della cultura tedesca nell’Ottocento (Ferdinand Gregorovius scrive nel necrologio a lui dedicato del 1871: "Non ho mai incontrato un italiano che avesse un giudizio così chiaro e una conoscenza così profonda intorno ai problemi tedeschi") [50]. Si deve a lui anche la pubblicazione di una vastissima documentazione sulla storia del Trentino e del Veneto, iniziata nei dieci anni di attività a Vienna presso gli archivi imperiali, e continuata poi a Padova (dove collabora con Tommaseo durante la rivolta anti-austriaca), a Trento (dove dal 1853 è direttore della Biblioteca Comunale) e infine, dopo l’unificazione d’Italia, a Napoli (dove dirige la biblioteca dell’Università) e Venezia (dove presiede l’Archivio di Stato). Rispetto al percorso storico di Giovanelli (che acquisisce il potere grazie agli Asburgo subito dopo la caduta del regime napoleonico e muore prima della sollevazione contro l’Austria del 1848), siamo in una fase differente: per Giovanelli studiare la storia non mette in dubbio il sistema di potere asburgico, mentre per Gar capire il passato ha implicazioni identitarie importanti per l’assetto sociale e politico.

Lo si capisce nell’introduzione alla Vita, dove Gar scrive: “L’arte non è fatta per solo diletto. Se da un lato rallegra l’anima nostra colla riproduzione fedele ed armonica della natura, sia fisica, sia morale, e circonda e ricrea la nostra esistenza di amabili sensazioni, di oggetti comodi ed eleganti; accresce dall’altro le fonti della conservazione degli stati, eccita e svolge le facoltà inventive, educa l’uomo alle idee grandi e gentili, esercita insomma una diretta e salutare influenza sulla nostra coltura e felicità. Il fine ultimo dell’arte, la bellezza nell’idea e nella forma, non è in sostanza che la suprema espressione del vero, fine ultimo della scienza” [51]. Alla storia dell’arte è dunque assegnato un valore educativo per la costruzione di un nuovo mondo. Gar usa la letteratura artistica per cambiare il mondo, Giovanalli per conservarlo come è.

Negli anni in cui pubblica il testo postumo di Giovanelli su Alessandro Vittoria, Tommaso Gar si trova a Trento perché è stato allontanato da Venezia dalle autorità austriache, dopo aver attivamente partecipato all’insurrezione di Daniele Manin. Inviato da quest’ultimo nel 1848 a Parigi come ambasciatore della Repubblica di San Marco, ha cercato invano di stringere alleanze militari con la Francia, e con i rivoluzionari liberali tedeschi ed ungheresi, i cui moti falliscono però anch’essi. La sua attività di studioso prosegue a Trento nell’ambito della biblioteca comunale solamente perché è posto sotto la protezione di quelle stesse famiglie nobiliari trentine di tradizione asburgica (come i Sizzo de Noris) del cui mondo era stato parte Giovanelli.

L’introduzione di Gar spiega che il testo della vita del Vittoria doveva far parte di una “collana di biografie d’illustri Trentini, dei quali erano già incisi i ritratti [52]; ma questa speranza andò a vuoto; sicché, morendo, lasciò il Giovanelli, coi propri libri e colla ricca collezione di monete e d’oggetti antichi, anche questo suo scritto alla Biblioteca di Trento, dalla quale esce ora per la prima volta alla luce in una veste meno disadorna, pur conservando il congegno dell’originale dettato” [53]. Dunque il Gar ci spiega che la struttura del testo del Giovanelli è sostanzialmente conservata nella versione originale. Egli ha invece aggiunto “certi ricordi familiari di mano del Vittoria e il suo testamento, che si custodiscono con altre sue carte nell’Archivio generale di Venezia.” Il volume contiene infatti quattro pagine di “Estratti editi e inediti dalle memorie autografe di Alessandro Vittoria” [54], una breve comunicazione di Emanuele Cicogna (1789 –1868) e Vincenzo Lazari (1823 –1864) su “Notizie relative ad Alessandro Vittoria” [55] ed il testamento, che comprende anche l’inventario dei beni [56].


Le biografie di Vittoria: i precedenti

Fig. 29) Il primo libro delle Vite dei più celebri architetti e scultori veneziani del Cinquecento,
pubblicato da Tommaso Temanza nel 1778

Quando scrive la vita di Vittoria nel 1830, Giovanelli può fare affidamento su una tradizione di biografi dell’artista che risale al Vasari [57] (1568), al Ridolfi [58] (1648) e al Temanza [59] (1778). Egli cita anche un altro “ignoto autore di alcuni cenni biografici intorno al Vittoria” [60], di cui nulla aggiunge. L’autore conosce anche “i due volumi di memorie autografe, ora conservate nell’Archivio generale di Venezia” [61], allora ancora inedite [62]. Di esse dice che contengono “fatti anche minuti” [63] e manifestano “la poca pratica dello scrivere ortograficamente” [64].


Fig. 30) La nuova edizione della Vita di Alessandro Vittoria di Tommaso Temanza, curata da Giannantonio Moschini nel 1827. Nella seconda di copertina, il busto realizzato dallo stesso Vittoria, posto nella sua tomba a San Zaccaria
  
Ma i testi biografici su Vittoria disponibili all’epoca di Giovanelli non includono solamente scritti del passato. Nel 1827 vede infatti la luce a Venezia una nuova versione della Vita di Alessandro Vittoria del Temanza, che non compare più come parte delle “Vite dei più celebri architetti, e scultori veneziani che fiorirono nel secolo decimosesto” già pubblicate nel 1778 dall’architetto veneziano, ma come volume esclusivamente dedicato al Vittoria [65]. La nuova versione, si legge nel frontespizio, è “ora riprodotta con note ed emende” da Giannantonio Moschini (1773–1840), che nell’introduzione spiega di aver avuto accesso alle appena riscoperte memorie del Vittoria “nell’archivio delle venerande monache di santo Zaccaria” e di poter dunque documentare nuovi fatti della vita del Vittoria. Per sua stessa ammissione, in realtà, il Moschini (che Giovanelli definisce ‘diligentissimo’ [66]) si limita soprattutto ad aggiungere un apparato di note al testo del Temanza ed evita di effettuare tutti i cambiamenti che sarebbero stati resi necessari dalla scoperta del testo autobiografico.


L’obiettivo: scrivere una storia trentina

Perché Giovannelli scrive un’altra biografia di Vittoria, a soli tre anni dalla pubblicazione dell’edizione Moschini del testo di Temanza? Vuol forse correggere le inesattezze che possono essere ancora rimaste nel testo appena pubblicato? È ancora una volta il Gar ad offrirci alcune delucidazioni: “L’opera del Temanza, corredata di buone annotazioni, fu riprodotta dal Moschini nel 1827. Parendo al conte Benedetto Giovanelli di Trento, dotto investigatore delle antichità nostre, che il lavoro del Temanza fosse suscettibile di maggiore esattezza, e che il descrivere la vita di un tanto uomo, qual era il Vittoria, stesse bene a qualcuno che avesse con lui comune la patria, si accinse egli stesso al pietoso ufficio, e lo compì nel 1830” [67]. In altre parole, Giovanelli sente senz’altro il bisogno di maggior precisione nella biografia del Vittoria (anche per via delle informazioni contenute nei due volumi di memorie scoperti poco prima), ma soprattutto vuol fornire un’immagine trentina e non solamente veneziana dell’artista (come si era invece fatto nel 1778 e nel 1827). Probabilmente si propone di scrivere un testo che sia letto soprattutto da un pubblico locale (come è il caso dei suoi numerosi scritti sulle epigrafi latine di quegli anni).


Fig. 31) Giovanni Battista Moroni, Ritratto di Alessandro Vittoria, 1552-1553

Giovanelli sostiene quindi il principio che, se la vita artistica del Vittoria si era svolta soprattutto nella laguna, la sua formazione ha tuttavia salde basi nella capitale del Tirolo italiano. Lo testimoniano il titolo (Vita di Alessandro Vittoria scultore trentino) ed un’ampia sezione centrale del testo, dalla pagina 45 alla pagina 64, che elenca pittori, scultori ed architetti a Trento nei decenni precedenti e contemporanei al Vittoria. “L’eletto numero di buoni artefici che uscì nel secolo decimosesto dalla città nostra – scrive Giovanelli – ci ha condotti a pensare e ad ammettere che quivi allora vi avesse una scuola di disegno e di scultura” [68].


Pregi e difetti della biografia

Nelle due parti precedenti di questo post abbiamo visto che Giovanelli è scrittore spesso complesso e involuto; le attribuzioni sono il più delle volte fantasiose; i suoi scritti hanno inoltre finalità politico-istituzionali nascoste. Non sorprende che molti di questi limiti compaiano anche nella Vita di Vittoria.

Fig. 32) Paolo Veronese, Ritratto di Alessandro Vittoria, 1575

Il testo è ovviamente, e prima di tutto, una biografia. Vi è tuttavia un tentativo di emanciparsi dalla semplice elencazione di episodi della vita, tracciando una storia artistica attraverso la rassegna puntuale delle opere: “Come il giudizio più vero d’un uomo risulta quasi sempre dall’esame e raffronto delle sue opere; così la vita degli insigni artefici si riduce il più delle volte all’istoria delle principali loro fatiche artistiche, delle occasioni di esse, della condizione del tempo e della terra che li vide nascere o li educò, delle maggiori o minori difficoltà superate per riuscire a buon fine. Laonde anche noi, nel tessere la vita del Vittoria, dopo il giro di presso a tre secoli, ci atterremo principalmente al novero delle sue opere che più lo raccomandano alla memoria e all’ammirazione della posterità” [69]. L’intenzione è dunque quella di scrivere un testo che, pur testimoniando un evento della vita della città di Trento, abbia dignità di uno studio critico sull’artista.


Fig. 33) Palma il Giovane, Ritratto di scultore (Alessandro Vittoria?), 1600-1605

Sulla base dell’esame delle opere, il giudizio d’insieme sul Vittoria è nettamente positivo: “I pregi delle opere del Vittoria nella scultura sono così sublimi, che difficilmente potranno essere superati: aggiustezza di disegno, grazia e bellezza di membra, morbido e ben ricerco ignudo dei muscoli con tutte le avvertenze dell’anatomia, movenze leggiadre in uno e fiere; nelle femmine membra carnose e tonde, nei putti aria dolce e serena, un muover di teste e un volger di panni naturalissimo; pieghe bene scelte, non deformi avviluppi e sventolamenti, che le tante volte nelle stesse statue dei grandi maestri s’incontrano; traforo meraviglioso del marmo, e finitezza che non fa travedere lo sforzo dell’arte; e finalmente tale verità ed espressione, che ad esser vive non manchi loro che l’alito e la parola” [70].


Fig. 34) Il catalogo della mostra trentina del 1999

Quel giudizio positivo è ancora prevalente a Trento, che considera Vittoria come uno dei cittadini più illustri. Si veda ad esempio il catalogo della mostra “La bellissima maniera. Alessandro Vittoria e la scultura veneta del Cinquecento”, tenutasi a Trento al Castello del Buonconsiglio tra 25 giugno e 26 settembre 1999 [71].


Fig. 35) Alessandro Vittoria, Autoritratto in marmo (incluso nel sepolcro, da lui stesso iniziato nel 1566), Chiesa di San Zaccaria, Venezia

E tuttavia va detto che il passo sopra citato della Vita, dando l’impressione di una capacità critica compiuta dell’allora Podestà trentino, inganna. In realtà in Giovanelli manca la capacità di scrivere una storia dello stile, come pure la facoltà di identificare l’artista in termini della sua interazione con le scuole artistiche dell’epoca. In altre parole, la Vita di Alessandro Vittoria scultore trentino non è uno dei momenti di definizione della scrittura della storia dell’arte, che pur in quegli anni va facendo passi avanti sia nel mondo culturale italiano sia in quello tedesco (come si è già ricordato nella parte prima, Giovanelli fa la conoscenza a Roma, nel 1806, del giovane Carl Friedrich von Rumohr, uno degli ‘inventori’ della storia dell’arte).

Fig. 36) Alessandro Vittoria, Busto di Ottavio Grimani, 1570 circa

È del tutto ovvio come l’obiettivo primo della Vita sia quello di proclamare il Vittoria come il più grande scultore nella storia dell’arte dopo Michelangelo, ed anzi di giungere ad affermare che egli lo avrebbe probabilmente superato, se avesse potuto recarsi a Firenze (come raccomandato dal suo maestro trentino [72]) e soprattutto a Roma, in tal modo confrontandosi direttamente con la classicità romana. “Se poi Alessandro Vittoria, che, nel suo San Girolamo e nel san Sebastiano saettato alla colonna, unì tanta dolcezza a tanta severità, avesse veduto la città delle classiche meraviglie, e il Laocoonte e l’Ercole e la Cleopatra, e il gran torso del Belvedere, e l’Alcide e la Venere e l’Apollo; e tutti avesse potuto studiare quei portenti dell’arte greca e romana: se teatro gli fosse stata Firenze e l’eterna Roma, a quanto maggiore eccellenza non sarebbe egli pervenuto?” [73] Sono parole che riflettono una cultura artistica chiaramente d’ispirazione neoclassica. 

Fig. 37) Alessandro Vittoria, San Sebastiano, Cappella Montefeltro di San Francesco della Vigna 1563, Venezia.

Oggi si considera Vittoria nel campo del manierismo, e si fa spesso riferimento alla sua dipendenza stilistica da Michelangelo. L’ipotesi di lavoro (a mio parere corretta) avanzata dal Giovanelli è invece che quella del Vittoria sia una scultura differente ed alternativa rispetto a quella di Michelangelo: “Certo che, se fra le opere di scultura di questo secolo volesse essere fatto un utile confronto, per trovare quali artisti avessero comune il genio ed il gusto dell’arte, ciò non potrebbe seguire con più successo che tra le opere scolpite dal Vittoria e dal Buonarroti. Sebbene questo artefice fiorentino avanzi tutti gli altri in potenza e vastità di sapere nelle tre arti sorelle ad un tempo; e quelle in iscoltura lo mostrino così divino e terribile nell’esprimere energicamente e in varie guise atteggiata la forza muscolare e nervosa, tuttavia egli difettava quasi costantemente di quelle grazie che guidavano la mano ed il cuore del nostro Vittoria e le opere di lui resero singolarissime” [74].

Fig. 38) Alessandro Vittoria, Busto del Cardinale Gaspare Contarini, Chiesa della Madonna dell’Orto, Venezia 1563 circa. Foto da wikicommons
Fig. 39) A sinistra: Alessandro Vittoria, Busto del Cardinale Gaspare Contarini, Chiesa della Madonna dell’Orto, Venezia 1563 circa. Fonte: Luigi Serra, Arte retrospettiva: nel centenario di Alessandro Vittoria, Emporium, Vol. XXVII, n. 162, p. 437, 1908 (http://www.artivisive.sns.it/galleria/libro.php?volume=XXVII&pagina=XXVII_162_437.jpg).. A destra: A. Wolf, Incisione dal busto del Cardinale Gaspare Contarini di Alessandro Vittoria. Fonte: Zeitschrift zur Bildende Kunst, N. 8, 1877, pagina 232

Manca tuttavia (anche se dietro al riferimento al concetto di ‘grazia’ vi era forse l’intuizione che Vittoria si distingueva da Michelangelo per un gusto più ornamentale e una maggiore concentrazione sulla funzione descrittiva della scultura) la capacità dialettica necessaria ad articolare in modo autonomo il giudizio e a giustificare tale intuizione sulla base di argomenti stilistico-formali. Giovanelli avrebbe forse dovuto osservare che, mentre in Michelangelo ogni pittura è al tempo stesso scultura, in Vittoria si ha l’impressione che sia vero proprio il contrario: ogni scultura sembra essere pittura, dando tre dimensioni ad un progetto decorativo pittorico, dove l’enfasi è sul contorno e sulla forma, rivelando un’intenzione mai spaziale e spesso fotografica. Non è un caso che Vittoria si sia dedicato con tanta intensità al ritratto celebrativo o funebre nella forma del busto in marmo, genere cui Michelangelo mai ha prestato attenzione. Considerando per esempio i suoi busti marmorei alla Cappella Contarini nella Chiesa della Madonna dell’Orto a Venezia, colpisce come, rispetto alle fotografie novecentesche o contemporanee, siano forse le incisioni ad offrire una rappresentazione più interessante dell’opera, a conferma che il disegno domina sul volume. Sono caratteristiche formali che, tra fine Settecento ed inizio dell’Ottocento, ovvero nell’epoca dell’idea della scultura come rappresentazione del bello e dell’armonia (si pensi al Canova), rendono Vittoria estremamente moderno. Sembra che anche il Giovanelli veda elementi di continuità tra Vittoria e gli ideali del neoclassicismo: “Il Vittoria a tanta perfezione nelle arti seppe unire il pregio di serbar puro l’idolo della spirituale bellezza, rispettando in tutti i suoi lavori il pudore. Virtù rara in ogni tempo, ma in quella segnatamente, nel quale tanti altri avvilirono il loro scalpello e i loro pennelli con le più sozze brutture” [75].

Non potendo giustificare l’idea del primato del Vittoria in termini analitici, Giovanelli si avvale spesso della tecnica della citazione, come se fosse la molteplicità delle testimonianze ad avvalorarne i meriti, e dà la parola ai coetanei dell’artista. Così ricorda che, secondo Pietro Aretino, il Vittoria “dava lo spirito ai marmi” [76]. Aggiunge il giudizio del Vasari: “Non si vanti alcun altro scrittore d’aver mai fatto di marmo più bei ritratti dal vivo, quanto ha fatto Alessandro Vittoria; perché in vero paiono piuttosto teste umane, che siano così impietrite, che cose lavorate con lo scalpello” [77]. Dà poi la parola al Bottari: “Era uno dei più insigni scultori che vanti l’Italia” [78]. Ed infine con il Ridolfi afferma: “Alessandro Vittoria fece con chiari effetti conoscere, non essendo stato favoloso il tramutare in uomini i sassi, cangiando anch’egli i marmi in ispiranti figure” [79].



Fig. 40) Alessandro Vittoria, Decorazione in stucco della Sala dei Principi, Palazzo Thiene, Vicenza, 1551-1553

Anche quando vuole attrarre l’attenzione del lettore su singole opere, Giovanelli preferisce ricorrere il più delle volte a lunghe citazioni (spesso una pagina intera) di altri autori. In alcuni casi il riferimento al giudizio altrui è ovvio, perché le opere sono andate perdute e solamente autori precedenti possono esprimere giudizi su di esse; in altri vien da pensare che forse non abbia visionato l’opera. Il più delle volte, tuttavia, egli sembra voler assicurarsi – con lo strumento della citazione – di esprimere giudizi formali coerenti ed elaborati. Anche qui alcuni esempi: presenta una pagina intera del Temanza per descrivere uno stucco a palazzo Thiene a Vicenza [80], utilizza una citazione, sempre del Temanza, per lodare le cariatidi al portone della Libreria Marciana a Venezia [81], riporta infine un altro passaggio del Cicognara per esprimersi sugli intagli in legno (perduti) nella Chiesa di San Spirito a Venezia [82] e ancora una volta il giudizio del Temanza sulla Scala d’Oro a Palazzo Ducale di Venezia [83].


Fig. 41) Alessandro Vittoria, San Giovanni, 1570, Duomo di Treviso
Fig. 42) Alessandro Vittoria, San Zaccaria, 1590. Chiesa di San Zaccaria, Venezia

Per una descrizione della statua di San Giovanni nel duomo di Treviso, tutta ispirata all’idea della verosimiglianza dell’opera rispetto al racconto biblico, ma non priva di notazioni tecniche sulla composizione della figura, ricorre a lunghe citazioni dell’“eruditissimo Cicro canonico di quella città” [84]. E per offrire al lettore un’impressione del bassorilievo dell’Assunzione nella chiesa dei Frari a Venezia, ovvero “una delle opere più meravigliose e la più celebrata fra quelle fino allora gliene uscissero dallo scalpello” unisce una pagina del Vasari ad una del Temanza, notando che la seconda è “più circostanziata e precisa” [85]; aggiunge poi che “di quest’opera insigne altro non resta che due di quelle figurone, collocate però in due nicchie, cosicché non ispiccano punto agli occhi dei professori; e sono tuttavia sì belle” [86]. Infine, lascia ancora al Temanza il compito di tessere le lodi della statua di San Zaccaria.


Fig. 43) Alessandro Vittoria, San Gerolamo, 1560-1565. Fonte: Luigi Serra, Arte retrospettiva: nel centenario di Alessandro Vittoria, Emporium, Vol. XXVII, n. 162, p. 434, 1908 http://www.artivisive.sns.it/galleria/libro.php?volume=XXVII&pagina=XXVII_162_435.jpg

Vi sono alcuni casi, tuttavia, in cui il Conte esprime valutazioni estetiche proprie, mostrando come a considerazioni formali sulla composizione egli unisca un riferimento diretto alla verosimiglianza della scena, ovvero alla capacità dell’artista di descrivere le circostanze. Lo fa in particolare a proposito del San Girolamo nella Chiesa dei Frari di Venezia, ovvero di una delle statue più michelangiolesche del Vittoria, anche se anche qui vuol sottolineare l’indipendenza dal modello del Buonarroti: “Imperciocché, qui tu vedi dall’aria del volto trasparire manifestamente l’interno dell’animo: qui vedi nel corpo adusto un accordo squisito di membra, una mossa tutta naturale; il nudo ricerco con muscoli rilevati con estrema facilità; i pochi e ruvidi panni, che gli coprono i lombi, in pieghe semplici e grandiose; le gambe e le braccia ossute mirabilmente traforate dallo scalpello, e il braccio sinistro quasi tutto spiccato dal marmo; e tuttavia nulla di duro e di crudo, anzi la più esatta concordanza nelle appiccicature e giunture, e sì bella armonia e proporzione di parti, che meno vedi di quello che tu senta. Il santissimo vecchio ti si mostra in tutta la forza che può essere in uomo provetto e logorato da studi e contemplazioni, in tutta la maestà d’un ispirato dal cielo; com’era allorquando, avanti la spelonca di Paolo, tenendosi all’anca la vita di quel primo esemplare degli anacoreti, impugnata colla destra una selce, in atto di picchiarsi fortemente il petto abbronzito dal sole di Palestina, alzò la terribile voce eccitando l’intero mondo a umiliarsi e far penitenza in quelle solitudini, dove non si stampano altre orme che di fiere selvagge, e dov’egli aveva a compagno quel leone dalla folta giuba che vedi maestosamente giacergli a’ piedi. Che se non odi la belva ruggire, come udì già quella di bronzo Luitprando, il messo di Berengario alla corte di Costantino Porfirogenito, non per questo ella ti appare men viva e meno terribile; se non che dalla posa, dal sembianto e dagli occhi spira quel generoso affetto, con che la storia ci dice aver essa servito nel deserto l’austero eremita” [87].

E tuttavia, la difficoltà, anche lessicale, dell’autore ad esprimersi in modo strutturato sulle singole opere è evidente. Nel corso del testo il continuo riferimento al superlativo come modo per descrivere la bellezza dell’opera è certamente l’espressione dell’uso ampolloso dell’italiano di quegli anni, ma sembra sottintendere un’incapacità, anche culturale, a formulare una graduazione in termini estetici tra capolavori (come il San Gerolamo) ed altre opere meno importanti. Giovanelli presenta dunque al lettore la figura di artista estremamente prolifico, ma sempre descritto come autore di opere superlative. Ora, è impossibile che uno scultore così prolifico abbia solamente prodotto capolavori.

Fig. 44) Alessandro Vittoria, Quattro apostoli, Cattedrale di San Lorenzo (Traù-Trogir), 1559
Fig. 45) Alessando Vittoria, San Sebastiano, 1566 circa

Ecco alcuni esempi dell’uso del superlativo: a Palazzo Montanari a Vicenza, Vittoria “scolpì due statue di fiumi figurati in due vecchi, che diconsi bellissimi” [88]; “e in quel tempo fece pure un Mercurio, che risponde sopra la piazza, e veniva generalmente tenuta per bellissima statua” [89]; “fu in quest’anno 1555, ch’egli fece pel duomo di Trau nella Dalmazia quattro apostoli di viva pietra, alti cinque piedi l’uno; e sono le opere più belle che in quella cattedrale si ammirino” [90]; “questo deposito [nota dell’editore: la tomba Contarini] che il Vasari chiama bellissimo e ricco d’ornamenti e di composizione soda” [91]; “in quest’anno medesimo ritrasse di cera grande un San Sebastiano, che pare gli sia stato ordinato da Bartolomeo Dalla Nave; il quale, vedutone il modello, volle che fosse gittato in bronzo, e riuscì benissimo” [92].

Fig. 46) Alessandro Vittoria, Palazzo Balbi (oggi Guggenheim), 1582-1590, Venezia. Fonte: Luigi Serra, Arte retrospettiva: nel centenario di Alessandro Vittoria, Emporium, Vol. XXVII, n. 162, p. 431, 1908. Fonte: http://www.artivisive.sns.it/galleria/libro.php?volume=XXVII&pagina=XXVII_162_431.jpg

Il problema di quel che sia buono e quel che sia meno valido nell’opera del Vittoria si pone per Giovanelli in modo molto evidente a proposito delle sue opere di architettura, che sono esposte a contestazioni già ai tempi del Milizia [93]. Evidentemente il loro eclettismo non si sposava con il gusto neoclassico.


Fig. 47) Alessandro Vittoria, insieme a Antonio e Tommaso Contin, Scuola di San Girolamo o Ateneo Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Venezia, 1592-1600

Ebbene, Giovanelli evita il problema, affermando che i grandi artisti debbono essere giudicati solamente sulla base dei prodotti migliori; in realtà, egli certifica in tal modo che non vi è alcuna legittimità per la critica d’arte: “Egli, in altre sue opere di architettura, fu trovato alquanto singolare, talvolta poco corretto, e poco semplice, specialmente nelle facciate. Pur chi dirà che in tutte le opere architettoniche del Vittoria non sia del buono? E chi di quelle degli altri più celebri, ch’elle siano in ogni parte perfette? L’altezza d’ingegno d’un artefice non debb’essere giudicata da quelle parti, in cui, uscendo dal mondo ordinario, si ribellò dalla scuola o dal gusto trionfante del secolo, o sdegnò di accomodare la composizione allo stile degli altri riputati maestri; quantunque in tutto il resto abbia osservato il vero e buon metodo di fabbricare. Ma l’artista va giudicato da quelle parti in cui fece benissimo; perché esse sono la giusta misura del grado al quale è salita la sua virtù; e dove questa non si spieghi, o dove si scorga un difetto, deesi supporre che particolari cagioni, a lui del tutto non imputabili, l’abbiano costretto a declinare dal meglio che avrebbe saputo sostituirvi” [94].


Fig. 48) Alessandro Vittoria, Volta a stucco della scala della Biblioteca Marciana, 1559-1560.
Fonte: Ricordo di Alessandro Vittoria, scultore trentino, Bologna-Modena, Formiggini, 1908. https://archive.org/stream/ricordodialessan00vitt#page/n3/mode/2up
  
L’area in cui il Conte sembra aver maggior autonomia di giudizio è lo stucco (un tema sui cui si sofferma in modo ampio anche il Temanza). Egli definisce le opere di Vittoria in “stucco sì candide e forti, che i suoi lavori di tale materia paion di marmo” [95]. Rafforza il giudizio facendo riferimento al parere favorevole del Palladio [96], che affida allo scultore alcuni incarichi di decorazione dei soffitti in alcune case nobiliari a Vicenza. Afferma poi che egli supera “in cotesto genere d’arte di gran lunga gli altri, e tutti i sommi architetti gareggiassero nel procurare alle loro fabbriche l’ornamento dell’opera sua” [97]. Raffronta gli stucchi di Palazzo Bissari-Arnaldi [98] (persi durante la seconda guerra mondiale), di Palazzo Montanari [99] e di Palazzo Thiene; compara gli stucchi della scala monumentale della Biblioteca Marciana [100] e quelli della Scala d’Oro al Palazzo Ducale di Venezia e giunge alla conclusione di preferire le seconde: “Di vero gli stucchi di queste Scale del palagio sono di gusto assai migliore di quelli della Libreria; men rilevati e meno pesanti, sono spiccati con grazia e morbidezza; ed il riparto è così maestoso e nobile, che niente più resta a desiderarsi” [101].


Fig. 49) Alessandro Vittoria, Stucchi della Scala d’Oro di Palazzo Ducale, 1556-1557
  
Una testimonianza delle opere perdute

Nonostante l’opera del Giovanelli riveli debolezze nella capacità di scrivere sull’arte, da un punto di vista storiografico la Vita di Alessandro Vittoria scultore trentino documenta tuttavia un gran numero di opere che, già nell’Ottocento, sono distrutte o smarrite. Ad esempio, egli si riferisce alle opere prodotte durante i mesi successivi alla rottura con il Sansovino, quando l'artista si ritira a Trento a casa del padre. Nella città natale egli realizza “il ritratto in marmo del Cardinale Madruzzo, ed in plastica quello di suo padre e di alcuni signori e prelati del Consiglio. Ma di tutti questi busti oggidì non ve n’ha pur uno solo, né si sa dove capitassero o in mano di chi si trovino” [102]. Anche a Venezia moltissime delle sue opere sono perdute: a conclusione di una lunga lista, l’autore nota: “Gravissimi danni sofferse Venezia per la perdita di molti capolavori dell’arte: ma di quelli del Vittoria particolarmente” [103]. In alcuni casi, come nella Chiesa dei Frari, la scomparsa delle opere è relativamente recente, dovuta ad un maldestro restauro: “Ivi medesimo, nel magnifico altare maggiore, dice il Moschini [nel 1827], vi avea una custodia in marmo adorna di varii bronzi, fra i quali anche delle due statuette rappresentanti Malacchia e Melchisedecco, ciascuna col nome del Vittoria, loro autore: ma le variazioni recentemente praticate in quell’altare diedero bando a tali opere celebratissime per l’eccellenza dell’esecuzione e la bellezza del contraposto e riscontro. Perdite irreparabili sono queste, che meritano di essere rammentate agli operaii delle chiese e ai rettori dei luoghi pubblici, onde pria di dar luogo a mutamenti o trasporti d’oggetti d’arte, consultino gli intelligenti” [104]. Molte anche le opere perse a Treviso, citate dal Giovanelli traendo informazioni dagli autori della letteratura artistica locale veneta: il Mauro [105] nel Cinquecento, il Burchelati [106] nel Seicento, il Padre Federici nel primo Ottocento [107].


Trento come centro autonomo dell’arte rinascimentale

Fig. 50) Bartholomäus Bruyn il vecchio, Ritratto di Bernardo Clesio, 1530

Che Trento sia un centro d’arte rinascimentale è qualcosa che Giovanelli sostiene già nelle prime pagine, quando racconta di come il padre di Alessandro, ormai rassegnato dalla resistenza del figlio ad un’educazione di tipo giuridico, lo affidi ai “maestri Martino da Como e Antonio Modalia da Pelo superiore, che stavano lavorando nelle cave trentine di marmo per la superba fabbrica della residenza vescovile, la quale risorgeva allora per disposizione del Cardinale e principe vescovo di Trento, Bernardo Clesio. Essi sono quei medesimi artefici che, per ordine di questo prelato, avevano eretto il sontuoso tempio marmoreo di Santa Maria Maggiore di Trento e quello della prossima villa di Civezzano, nonché voltata la cupola ottagonale che torreggia sopra l’altare maggiore della Cattedrale: le quali fabbriche, ignorandosi il nome degli architetti, fanno ancora oggi testimonianza della somma abilità degli artisti esecutori” [108]. Va detto che la cupola del duomo di Trento, opera di Lucio da Como, fu ricostruita proprio nell’Ottocento in stile neo-romanico, dunque cancellando ogni traccia della costruzione cinquecentesca cui Giovanelli fa riferimento.


Fig. 51) Vincenzo Grandi, Cantoria in Santa Maria Maggiore, 1537-1541

Ad un biografo ignoto Giovanelli attribuisce invece l’informazione che Vittoria sia stato apprendista di Vincenzo Grandi [109], l’autore della cantoria di Santa Maria Maggiore (per la precisione, Vincenzo Grandi firmò la cantoria come ‘Vincenzo Vicentini’, ma era attivo anche a Padova e che era perciò chiamato anche Padovano).

Questi sembrano semplici riferimenti biografici ai maestri locali del Vittoria: ma nell’intenzione, il Giovanelli va molto oltre: per lui il fatto che Vittoria abbia origini trentine implica che vi debba essere stata una scuola artistica locale di prima qualità. Si è già detto che secondo il Giovanelli vi doveva essere nel Cinquecento una scuola “di disegno e di scultura [110]” a Trento: “da essa il Vittoria, pel primo, trasse i rudimenti dell’arte sua. Senza di ciò, mal sapremmo spiegarci come il Vittoria, pel breve studio di poco più di due anni nella scuola del Sansovino, avesse potuto formarsi uno stile di tale eccellenza, quale già palesano le opere sue di quell’epoca, il bassorilievo nel palazzo degli Arnaldi in Vicenza e le figure dei quattro fiumi” [111].

Si apre così una lunga parentesi sulle “opere di scalpello, che di quel secolo abbiamo in Trento” [112], con un elenco di pagine e pagine di riferimenti a opere in gran parte decorative (come putti, cornici, stucchi, camini, cancelli). Si fa ovviamente ampio riferimento all’appena menzionata cantoria di Santa Maria Maggiore di Vincenzo Grandi, detto il Padovano [113], ma il più delle citazioni è a sculture andate perdute: “Queste opere sono tutte di quel secolo avventurato, in cui fioriva Alessandro Vittoria, e fanno testimonianza che questa parte d’Italia, racchiusa tra i monti, non fu mai priva d’uomini egregi, che onorino la nazione. I più dei nomi degli autori di essi ignoriamo, perché caduti in oblivione per deperimento delle arti e per le guerre e pesti dei secoli successivi. In tanta perdita ci sia però di conforto il vedere la colpa lontana da noi, e la presente generazioni animata a ripararvi, e le Rappresentanze municipali e i Comuni del Trentino e i privati gareggiare nella conservazione dei vecchi monumenti e nella erezione di nuovi” [114]. 

Fig. 52) Tiziano, Ritratto del Cardinal Cristiano Madruzzo, 1552

Alla parentesi sulla scultura segue una lista dei pittori attivi a Trento (come il Falconetto [115]) ed in particolare di quelli chiamati a lavorare al Castello del Buonconsiglio dal Cardinale  Bernardo Clesio (il Romanino, Palma il Giovane, il Bruciasorci) [116] e poi dal Cardinale Cristoforo Madruzzo (tra di loro Tiziano e Dosso Dossi e suo fratello Battista) [117]. Anche qui è evidente la preoccupazione per la conservazione del patrimonio: “Le più di queste dipinture sono degradate, e alcune affatto deperite, perché esposte da secoli all’intemperie dell’atmosfera. Ma riempie l’animo di amarezza il vedere che anche la mano dell’uomo ha le molte volte cospirato alla distruzione” [118]. Si conclude con una lista di architetti attivi a Trento, con riferimenti a passaggi nella città di Sansovino e Palladio ed ancora del Falconetto [119].

Un’ultima parentesi viene infine dedicata alla storia artistica di Trento prima del Rinascimento. “Sembra che in Trento l’arte del disegno e della scultura avesse un’origine assai più alta che dagli eruditi generalmente non si sospetta. A questo accennano alcuni dipinti antichissimi nell’interno del Duomo e sulle facciate delle case, e qualche lavoro di scultura” [120]. È evidente che il materiale raccolto dal Giovanelli nei manoscritti 1261 e 1262 oggi conservati ad Innsbruck (si veda la seconda parte di questo post) devono essere serviti per la compilazione che segue per alcune pagine della Vita.
Tra tante citazioni, va segnalato lo spazio tutto sommato molto limitato ad Andrea Pozzo, che compare semplicemente come “nostro pittore e architetto” e per il quale si fa riferimento esclusivamente alle “prospettive eccellentissime” [121], senza null’altro che queste due parole. Forse nella Trento neoclassica del 1830 il Pozzo non andava per la maggiore.


Trento e la vita privata del Vittoria

Sebbene Giovanelli voglia scrivere una storia trentina del Vittoria, la Vita finisce per rivelare che i rapporti non furono assidui come Giovanelli si sarebbe augurato. Anche il bellissimo catalogo della già citata mostra su Alessandro Vittoria e la scultura veneta del Cinquecento, tenutosi al Castello del Buonconsiglio nel 1999, include un breve saggio di Lia Camerlengo su “Alessandro Vittoria Trentino” [122] che in realtà rivela la scarsità dei rapporti, nonostante la scoperta di nuovi materiali documentari.

La Vita di Giovanelli si apre con un riferimento alla sua gioventù ribelle [123] e, come si è detto, al praticantato presso artigiani o maestri trentini. L’artista si trasferisce quasi subito a Venezia, dove lavora nella bottega del Sansovino. Quando (dopo nove anni di praticantato a Venezia) si consuma la rottura con il maestro, egli torna a Trento “accolto dal vecchio e cieco padre con lacrime di allegrezza” [124]. Rimane in città però solo per pochi mesi (e le opere attribuite a lui di quel periodo sono tutte perse [125]). Venuto a mancare il padre, decide infine di trasferirsi per lavoro a Treviso.

Dopo aver recuperato i rapporti con Sansovino, ritorna a Venezia, ma profitta di un viaggio d’affari a Trento per sposarsi con Paola Venturini, originaria di una famiglia di Riva [126]. Dopo la morte della prima moglie, si sposa una seconda volta, e “condusse la novella compagna a vedere la città dov’era nato; la presentò agli amici e ai parenti, la fece partecipe d’ogni impressione che gli destava nell’animo la memoria degli anni infantili” [127]. Approfitta del viaggio di nozze per portare a Venezia nuovi giovani apprendisti (come Andrea Dall’Aquila e molti altri [128]), che lo aiuteranno nella realizzazione delle opere veneziane.

Infine compie un ultimo viaggio a Trento nel 1577, a 52 anni. È accompagnato ancora una volta dalla moglie. “Alessandro trovò la sua terra natale in qualche deperimento, pei danni che le avevano recato le correnti pestilenze, per l’orribile carestia dell’anno precedente, pel rovinoso straripamento dell’Adige, per la stagnazione del commercio. Pure avrebbe voluto qui terminare la vita, e farsi in essa fondatore o ristauratore di nuove utili istituzioni; se a un tratto, per le ragioni che diremo, non fosse stato costretto di ritornare a quella Venezia” [129]:  l’incendio del Palazzo Ducale, che rende necessarie opere di restauro. Negli ultimi trent’anni della sua vita Vittoria non vedrà più Trento.

Nonostante tutti gli sforzi, il tentativo del Giovanelli di creare un secondo centro della vita artistica di Vittoria a Trento non può che fallire. A Trento egli è uno sconosciuto al di là dei legami familiari, mentre a Venezia il Vittoria gode di “stima universale” [130]. Che il cuore dell’artista sia ormai nella laguna è evidente. Lo dimostra il tessuto di relazioni che lo scultore ed architetto intreccia con artisti che animano la vita culturale veneziana, e che Giovanelli non esita a definire “gli amici di Venezia” [131]: Sansovino, Tiziano, Tintoretto, Palma il Giovane e molti altri. Dei primi due, che appartenevano ad una generazione precedente, scrive che sono “intimi amici e quasi secondi padri” [132].

A Venezia Vittoria è artista affermato e celebrato (molto di più di quanto sia ai giorni nostri). Nel 1593 la comunità artistica della laguna festeggia i suoi cinquant’anni di attività artistica a Venezia [133]. Nel 1597 una serie di busti e statue del Vittoria è collocata nell’antisala della Biblioteca Marciana, a mo’ di museo, e si dà all’artista “facoltà piena [134] di organizzare il locale. A Trento non vi è più nessuno che si ricordi di lui.


Conclusioni

Incrociando fonti e testi diversi, abbiamo scoperto la figura del Conte Benedetto Giovanelli, membro della casata Giovanelli von Gerstburg, ed i suoi scritti su Trento ed il suo territorio. È una figura singolare di un nobile che nella prima parte della sua vita – durante gli anni che hanno visto Napoleone espandere il proprio potere in tutt’Europa – manifesta una posizione attivamente anti-rivoluzionaria e dunque anti-francese, con la significativa parentesi del 1810, quando pubblica un testo a favore dell’integrazione di Trento nel Regno d’Italia. Nella seconda parte della sua vita Giovanelli gestisce il potere come podestà di Trento senza alcuna interruzione tra 1816 e 1846. Sono tre decenni in cui gli interessi della nobiltà locale e quelli della casata d’Asburgo sono fondamentalmente allineati, in nome della conservazione dei valori tradizionali. E chiaramente Giovanelli è un uomo della restaurazione.

In questo mondo Giovanelli si distingue per erudizione ed interesse per la cultura locale. Come abbiamo scritto nella prima parte di questo post, è studioso del mondo antico – dall’epoca preromana a quello medievale – e scrive diversi testi in italiano e tedesco per ricostruire, sulla base delle testimonianze epigrafiche, il ruolo che la sua regione ha avuto come centro logistico-militare nell’impero romano, per unire mondo latino e mondo germanico. Nella seconda parte abbiano visto che compila documentazione anche sul patrimonio artistico trentino, rivelando però gravi inesattezze nelle attribuzioni e – in generale – assegnando le opere trentine a grandissimi pittori del rinascimento italiano, mentre furono creazioni di artisti importanti, ma non del medesimo rango. Al termine di questo percorso, abbiamo esaminato la Vita di Alessandro Vittoria scultore trentino, la maggiore delle sue opere sulle belle arti, completata nel 1830, ma pubblicata postuma nel 1858. La sua è una ricerca molto ricca, che si pone l’obiettivo di ancorare Vittoria, che egli considera il maggiore scultore di sempre dopo Michelangelo, alle sue origini trentine, ma anche di offrire al lettore un panorama dell’arte trentina nell’epoca rinascimentale.

Certamente, gli scritti di Giovanelli rivelano tutti i limiti della sua formazione. Egli non è né un conoscitore né uno storico dell’arte. Le sue opere non hanno ancora uno spessore sufficiente per segnare la nascita di un filone di storia dell’arte locale. La sua prosa è caratterizzata da testi molto dettagliati e a volte da vere e proprie enumerazioni di intere pagine, all’interno delle quali si aprono improvvisamente parentesi su temi più generali.

Al tempo stesso gli scritti di Giovanelli testimoniano la forza culturale del localismo, che rimane un elemento fondante della cultura italiana, e dunque l’interesse del territorio per la propria storia locale, anche artistica. Non si tratta esclusivamente di una passione erudita. Chiaramente, il conte trentino cerca nella storia del proprio territorio punti di riferimento che consentano di conciliarne le molte identità, come l’appartenenza all’impero austro-ungarico ed il legame profondo con la cultura veneta. Egli amministra il potere per trent’anni sul territorio, e dunque è conoscitore ed interprete profondo sia degli interessi asburgici a Vienna sia degli interessi locali (a Trento e ad Innsbruck), sia dei vantaggi e dei vincoli che derivano dall’appartenenza all’impero, sia dei rapporti tra Trento e gli altri territori di lingua italiana (Milano, Venezia) direttamente inclusi nell’impero austro-ungarico. È dunque pienamente cosciente della complessità storico-identitaria del Tirolo italiano.

In termini estetici, le opere di Giovanelli rivelano la sua appartenenza alla cultura neoclassica, ma testimoniano, almeno indirettamente, come il gusto del tempo stia cambiando, per  esempio quando il conte Malfatti invita Hayez in città. Abbiamo riservato spazio (nella seconda parte) alle opere trentine di Francesco Hayez, e alle polemiche che la loro esposizione a Brera provoca a Milano nel 1831. Anche da un punto di vista genuinamente più politico, il mondo è in veloce trasformazione. Subito dopo la morte di Giovanelli, gli eventi del 1848 modificano profondamente il quadro di riferimento anche a Trento. Quando la Vita di Alessandro Vittoria scultore trentino è stampata da Tommaso Gar nel 1858, l’allineamento di interessi tra il mondo trentino e quello viennese sta probabilmente scomparendo. Gar è uomo che ha una profonda conoscenza del mondo tedesco, ma ammira soprattutto la Germania che si sta unificando alle spese dell’Austria e si è ormai schierato a favore dell’unificazione italiana contro gli Asburgo. Il mondo del conte trentino sta per scomparire.


NOTE

[47] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino composta dal Conte Benedetto dei Giovanelli e rifusa e accresciuta da Tommaso Gar, Trento, Tipografia Monuani, pagine II-139. Il testo è disponibile all’indirizzo 

[48] Della Biblioteca Trentina era originariamente previsto che uscissero 12 volumi. Ne uscirono sei. Oltre alla Vita di Alessandro Vittoria, anche le Ricerche storiche riguardanti l'autorità e giurisdizione del magistrato consolare di Trento (1858), lo Statuto della città di Trento (1858), lo Statuto della città di Rovereto (1859), gli Annali del Principato ecclesiastico di Trento dal 1022 al 1540 (1860) e lo Statuto della città di Riva (1861).

[49] Si veda la voce Alessandro Vittoria nel Dizionario Biografico degli Italiani 

[50] Si veda la voce Alessandro Vittoria nel Dizionario Biografico degli Italiani 

[51] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. I.

[52] Per la precisione, furono pubblicate 12 incisioni, e l’obiettivo era quello di preparare una storia collettiva di tutte queste personalità. Si veda: Barzetti, Giovanni Battista - Della Storia E Della Condizione D'Italia Sotto Il Governo Degli Imperatori Romani, Padova, Minerva, 1810, 630 pagine, citazione a pagina XV. 

[53] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. II.

[54] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), pp. 115-118.

[55] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), pp. 119-120.

[56] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 121-139.

[57] Vasari, Giorgio - Le vite de' più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri, 1550 e 1568.

[58] Ridolfi, Carlo - Le Maraviglie dell'arte: overo le vite de gl'illustri pittori veneti, e dello stato, 1648.

[59] Temanza, Tommaso - Vite dei più celebri architetti, e scultori veneziani che fiorirono nel secolo decimosesto, nella Stamperia di C. Palese, 1778.

[60] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 5.

[61] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 19. Riferimenti alle memorie si trovano alle pagine 6, 10, 29 e 78.

[62] Le memorie sono state pubblicate da Predelli nel 1908. Predelli Riccardo - Le memorie e le carte di Alessandro Vittoria, Trento, Casa Editrice G. Zippel, 1908, 215 pagine.

[63] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 19.

[64] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 111.

[65] La versione del 1827 è disponibile sull’internet all’indirizzo 

[66] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 19.

[67] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. II.

[68] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 45.

[69] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 18

[70] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 108.

[71] La bellissima maniera: Alessandro Vittoria e la scultura veneta del Cinquecento, A cura di Andrea Bacchi; Lia Camerlengo; Manfred Leithe-Jasper ed altri; Provincia autonoma di Trento, Servizio beni culturali : Castello del Buonconsiglio, Monumenti e collezioni provinciali, 1999, p. 471.

[72] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 5.

[73] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 101.

[74] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 51.

[75] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 64.

[76] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 6.

[77] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 40.

[78] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 101.

[79] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 101.

[80] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (quoted), p. 15.

[81] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (quoted), p. 17.

[82] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (quoted), p. 24. Il testo di Cicognara è contenuto in una nota a piè della pagina 287 del quarto volume della sua Storia della Scultura (see: 

[83] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (quoted), p. 27.

[84] Lorenzo Crico, Indicazione delle pitture ed altri oggetti di belle arti degni d’osservazione esistenti nella regia città di Treviso, Treviso, Andreola, 1829. Citazione a p. 34.

[85] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), pp. 33-34.

[86] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 36.

[87] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), pp. 37-38.

[88] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 13.

[89] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 20.

[90] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 21.

[91] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 22.

[92] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 78.

[93] Milizia, Francesco - Memorie degli architetti antichi e moderni, Bassano, A spese Rimondini di Venezia, 1785.

[94] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 69.

[95] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 7.

[96] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 13.

[97] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 28.

[98] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 17.

[99] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 13.

[100] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 17.

[101] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 27.

[102] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 12.

[103] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 52.

[104] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 38.

[105] Mauro Nicoló, Storia delle famiglie della città di Treviso con loro discendenze, manoscritto. Si veda http://www.europeana.eu/portal/en/record/2023813/Generale_ricerca_AnteprimaManoscritto_html_codiceMan_38127.html

[106] Burchelati Bartolomeo, Commentariorum memorabilium multiplicis hystoriae Tarvisinae locuples promptuarium, 4 libri, Treviso, presso Angelo Righetino, 1616.

[107] Federici, Domenico Maria – Memorie Trevigiane: sulle opere di disegno dal mille e cento al mille ottocento, Venezia, presso Francesco Andreola, 1803

[108] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 2.

[109] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 3.

[110] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 45.

[111] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 45.

[112] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 45.

[113] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), pp. 45-47.

[114] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 47.

[115] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 49.

[116] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 49.

[117] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 51.

[118] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 50.

[119] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), pp. 53-55.

[120] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 56.

[121] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 59.

[122] La bellissima maniera: Alessandro Vittoria e la scultura veneta del Cinquecento … (citato), pp. 47-57

[123] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 2.

[124] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 11.

[125] Secondo Lia Camerlengo almeno parte delle attribuzioni sarebbe erronea. Si veda La bellissima maniera: Alessandro Vittoria e la scultura veneta del Cinquecento… (citato), p. 56 nota 20.

[126] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 16.

[127] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 41.

[128] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 41.

[129] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 79.

[130] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 26.

[131] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p.16.

[132] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 29.

[133] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p. 91.

[134] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ... (citato), p.93-94.





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