Il Conte Benedetto Giovanelli von Gerstburg:
archeologia ed erudizione nel Tirolo italiano della prima metà del XIX secolo
Parte Terza
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| Fig. 27) Benedetto Giovanelli: Vita di Alessandro Vittoria. Edizione del 1858, a cura di Tommaso Gar |
La vita di Alessandro Vittoria
scultore trentino
Nel 1858 compare postuma la “Vita di Alessandro Vittoria scultore trentino” [47], il più ampio
degli scritti di Benedetto Giovanelli dedicato alle belle arti. È un saggio di
159 pagine, scritto nel 1830.
Non è l’obiettivo di questo post analizzare la biografia di
Alessandro Vittoria (1525–1608). Ci concentreremo invece sul testo di
Giovanelli per cercare di identificarne le capacità di scrivere la biografia di
uno dei maggiori artisti della sua città (di cui è Podestà per trent’anni),
cercando di individuarne gli aspetti di forza e quelli di debolezza come
scrittore di letteratura artistica. Vogliamo insomma capire come un uomo di
governo assai colto (anche se non professionista della materia) scrivesse
d’arte nel 1830.
Il testo di Giovanelli esce dodici anni dopo la sua
scomparsa con la dicitura “rifuso e accresciuto” a cura di Tommaso Gar. Il
saggio su Vittoria è il primo volume di una collezione intitolata ‘Biblioteca Trentina’, ovvero una ‘Raccolta di documenti inediti o rari
relativi alla storia di Trento, redatta da Tommaso Gar con prefazioni, discorsi
storici e note’ [48].
Tommaso Gar
Tommaso Gar [49] (1808 –1871) è figura di primissimo piano. È
uno dei maggiori studiosi italiani della cultura tedesca nell’Ottocento (Ferdinand
Gregorovius scrive nel necrologio a lui dedicato del 1871: "Non ho mai incontrato un italiano che avesse
un giudizio così chiaro e una conoscenza così profonda intorno ai problemi
tedeschi") [50]. Si deve a lui anche la pubblicazione di una
vastissima documentazione sulla storia del Trentino e del Veneto, iniziata nei
dieci anni di attività a Vienna presso gli archivi imperiali, e continuata poi
a Padova (dove collabora con Tommaseo durante la rivolta anti-austriaca), a
Trento (dove dal 1853 è direttore della Biblioteca Comunale) e infine, dopo
l’unificazione d’Italia, a Napoli (dove dirige la biblioteca dell’Università) e
Venezia (dove presiede l’Archivio di Stato). Rispetto al percorso storico di
Giovanelli (che acquisisce il potere grazie agli Asburgo subito dopo la caduta
del regime napoleonico e muore prima della sollevazione contro l’Austria del
1848), siamo in una fase differente: per Giovanelli studiare la storia non mette
in dubbio il sistema di potere asburgico, mentre per Gar capire il passato ha
implicazioni identitarie importanti per l’assetto sociale e politico.
Lo si capisce nell’introduzione alla Vita, dove Gar scrive: “L’arte
non è fatta per solo diletto. Se da un lato rallegra l’anima nostra colla
riproduzione fedele ed armonica della natura, sia fisica, sia morale, e
circonda e ricrea la nostra esistenza di amabili sensazioni, di oggetti comodi
ed eleganti; accresce dall’altro le fonti della conservazione degli stati,
eccita e svolge le facoltà inventive, educa l’uomo alle idee grandi e gentili,
esercita insomma una diretta e salutare influenza sulla nostra coltura e
felicità. Il fine ultimo dell’arte, la bellezza nell’idea e nella forma, non è
in sostanza che la suprema espressione del vero, fine ultimo della scienza”
[51]. Alla storia dell’arte è dunque assegnato un valore educativo per la
costruzione di un nuovo mondo. Gar usa la letteratura artistica per cambiare il
mondo, Giovanalli per conservarlo come è.
Negli anni in cui pubblica il testo postumo di Giovanelli su
Alessandro Vittoria, Tommaso Gar si trova a Trento perché è stato allontanato
da Venezia dalle autorità austriache, dopo aver attivamente partecipato
all’insurrezione di Daniele Manin. Inviato da quest’ultimo nel 1848 a Parigi
come ambasciatore della Repubblica di San Marco, ha cercato invano di stringere
alleanze militari con la Francia, e con i rivoluzionari liberali tedeschi ed
ungheresi, i cui moti falliscono però anch’essi. La sua attività di studioso
prosegue a Trento nell’ambito della biblioteca comunale solamente perché è
posto sotto la protezione di quelle stesse famiglie nobiliari trentine di
tradizione asburgica (come i Sizzo de Noris) del cui mondo era stato parte
Giovanelli.
L’introduzione di Gar spiega che il testo della vita del
Vittoria doveva far parte di una “collana
di biografie d’illustri Trentini, dei quali erano già incisi i ritratti [52]; ma questa speranza andò a vuoto; sicché,
morendo, lasciò il Giovanelli, coi propri libri e colla ricca collezione di
monete e d’oggetti antichi, anche questo suo scritto alla Biblioteca di Trento,
dalla quale esce ora per la prima volta alla luce in una veste meno disadorna,
pur conservando il congegno dell’originale dettato” [53]. Dunque il Gar ci
spiega che la struttura del testo del Giovanelli è sostanzialmente conservata
nella versione originale. Egli ha invece aggiunto “certi ricordi familiari di mano del Vittoria e il suo testamento, che
si custodiscono con altre sue carte nell’Archivio generale di Venezia.” Il
volume contiene infatti quattro pagine di “Estratti
editi e inediti dalle memorie autografe di Alessandro Vittoria” [54], una
breve comunicazione di Emanuele Cicogna (1789 –1868) e Vincenzo Lazari (1823
–1864) su “Notizie relative ad Alessandro
Vittoria” [55] ed il testamento, che comprende anche l’inventario dei beni
[56].
Le biografie di
Vittoria: i precedenti
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| Fig. 29) Il primo libro delle Vite dei più celebri architetti e scultori veneziani del Cinquecento, pubblicato da Tommaso Temanza nel 1778 |
Quando scrive la vita di Vittoria nel 1830, Giovanelli può
fare affidamento su una tradizione di biografi dell’artista che risale al Vasari [57] (1568), al Ridolfi [58] (1648) e al Temanza [59] (1778). Egli cita
anche un altro “ignoto autore di alcuni
cenni biografici intorno al Vittoria” [60], di cui nulla aggiunge. L’autore
conosce anche “i due volumi di memorie
autografe, ora conservate nell’Archivio generale di Venezia” [61], allora
ancora inedite [62]. Di esse dice che contengono “fatti anche minuti” [63] e manifestano “la poca pratica dello scrivere ortograficamente” [64].
Ma i testi biografici su Vittoria disponibili all’epoca di
Giovanelli non includono solamente scritti del passato. Nel 1827 vede infatti
la luce a Venezia una nuova versione della Vita
di Alessandro Vittoria del Temanza, che non compare più come parte delle “Vite dei più celebri architetti, e scultori
veneziani che fiorirono nel secolo decimosesto” già pubblicate nel 1778
dall’architetto veneziano, ma come volume esclusivamente dedicato al Vittoria
[65]. La nuova versione, si legge nel frontespizio, è “ora riprodotta con note ed emende” da Giannantonio Moschini (1773–1840), che nell’introduzione spiega di aver avuto accesso alle appena
riscoperte memorie del Vittoria “nell’archivio
delle venerande monache di santo Zaccaria” e di poter dunque documentare nuovi
fatti della vita del Vittoria. Per sua stessa ammissione, in realtà, il
Moschini (che Giovanelli definisce ‘diligentissimo’
[66]) si limita soprattutto ad aggiungere un apparato di note al testo del
Temanza ed evita di effettuare tutti i cambiamenti che sarebbero stati resi
necessari dalla scoperta del testo autobiografico.
L’obiettivo: scrivere
una storia trentina
Perché Giovannelli scrive un’altra biografia di Vittoria, a
soli tre anni dalla pubblicazione dell’edizione Moschini del testo di Temanza?
Vuol forse correggere le inesattezze che possono essere ancora rimaste nel
testo appena pubblicato? È ancora una volta il Gar ad offrirci alcune
delucidazioni: “L’opera del Temanza,
corredata di buone annotazioni, fu riprodotta dal Moschini nel 1827. Parendo al
conte Benedetto Giovanelli di Trento, dotto investigatore delle antichità
nostre, che il lavoro del Temanza fosse suscettibile di maggiore esattezza, e
che il descrivere la vita di un tanto uomo, qual era il Vittoria, stesse bene a
qualcuno che avesse con lui comune la patria, si accinse egli stesso al pietoso
ufficio, e lo compì nel 1830” [67]. In altre parole, Giovanelli sente
senz’altro il bisogno di maggior precisione nella biografia del Vittoria (anche
per via delle informazioni contenute nei due volumi di memorie scoperti poco
prima), ma soprattutto vuol fornire un’immagine trentina e non solamente
veneziana dell’artista (come si era invece fatto nel 1778 e nel 1827).
Probabilmente si propone di scrivere un testo che sia letto soprattutto da un
pubblico locale (come è il caso dei suoi numerosi scritti sulle epigrafi latine
di quegli anni).
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| Fig. 31) Giovanni Battista Moroni, Ritratto di Alessandro Vittoria, 1552-1553 |
Giovanelli sostiene quindi il principio che, se la vita
artistica del Vittoria si era svolta soprattutto nella laguna, la sua
formazione ha tuttavia salde basi nella capitale del Tirolo italiano. Lo
testimoniano il titolo (Vita di
Alessandro Vittoria scultore trentino) ed un’ampia sezione centrale del
testo, dalla pagina 45 alla pagina 64, che elenca pittori, scultori ed
architetti a Trento nei decenni precedenti e contemporanei al Vittoria. “L’eletto numero di buoni artefici che uscì
nel secolo decimosesto dalla città nostra – scrive Giovanelli – ci ha condotti a pensare e ad ammettere che
quivi allora vi avesse una scuola di disegno e di scultura” [68].
Pregi e difetti della
biografia
Nelle due parti precedenti di questo post abbiamo visto che
Giovanelli è scrittore spesso complesso e involuto; le attribuzioni sono il più
delle volte fantasiose; i suoi scritti hanno inoltre finalità
politico-istituzionali nascoste. Non sorprende che molti di questi limiti
compaiano anche nella Vita di Vittoria.
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| Fig. 32) Paolo Veronese, Ritratto di Alessandro Vittoria, 1575 |
Il testo è ovviamente, e prima di tutto, una biografia. Vi è
tuttavia un tentativo di emanciparsi dalla semplice elencazione di episodi
della vita, tracciando una storia artistica attraverso la rassegna puntuale
delle opere: “Come il giudizio più vero
d’un uomo risulta quasi sempre dall’esame e raffronto delle sue opere; così la
vita degli insigni artefici si riduce il più delle volte all’istoria delle
principali loro fatiche artistiche, delle occasioni di esse, della condizione
del tempo e della terra che li vide nascere o li educò, delle maggiori o minori
difficoltà superate per riuscire a buon fine. Laonde anche noi, nel tessere la
vita del Vittoria, dopo il giro di presso a tre secoli, ci atterremo
principalmente al novero delle sue opere che più lo raccomandano alla memoria e
all’ammirazione della posterità” [69]. L’intenzione è dunque quella di
scrivere un testo che, pur testimoniando un evento della vita della città di
Trento, abbia dignità di uno studio critico sull’artista.
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| Fig. 33) Palma il Giovane, Ritratto di scultore (Alessandro Vittoria?), 1600-1605 |
Sulla base dell’esame delle opere, il giudizio d’insieme sul
Vittoria è nettamente positivo: “I pregi
delle opere del Vittoria nella scultura sono così sublimi, che difficilmente
potranno essere superati: aggiustezza di disegno, grazia e bellezza di membra,
morbido e ben ricerco ignudo dei muscoli con tutte le avvertenze dell’anatomia,
movenze leggiadre in uno e fiere; nelle femmine membra carnose e tonde, nei
putti aria dolce e serena, un muover di teste e un volger di panni
naturalissimo; pieghe bene scelte, non deformi avviluppi e sventolamenti, che le
tante volte nelle stesse statue dei grandi maestri s’incontrano; traforo
meraviglioso del marmo, e finitezza che non fa travedere lo sforzo dell’arte; e
finalmente tale verità ed espressione, che ad esser vive non manchi loro che
l’alito e la parola” [70].
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| Fig. 34) Il catalogo della mostra trentina del 1999 |
Quel giudizio positivo è ancora prevalente a Trento, che
considera Vittoria come uno dei cittadini più illustri. Si veda ad esempio il
catalogo della mostra “La bellissima
maniera. Alessandro Vittoria e la scultura veneta del Cinquecento”,
tenutasi a Trento al Castello del Buonconsiglio tra 25 giugno e 26 settembre
1999 [71].
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| Fig. 35) Alessandro Vittoria, Autoritratto in marmo (incluso nel sepolcro, da lui stesso iniziato nel 1566), Chiesa di San Zaccaria, Venezia |
E tuttavia va detto che il passo sopra citato della Vita, dando l’impressione di una
capacità critica compiuta dell’allora Podestà trentino, inganna. In realtà in
Giovanelli manca la capacità di scrivere una storia dello stile, come pure la
facoltà di identificare l’artista in termini della sua interazione con le
scuole artistiche dell’epoca. In altre parole, la Vita di Alessandro Vittoria scultore trentino non è uno dei momenti
di definizione della scrittura della storia dell’arte, che pur in quegli anni
va facendo passi avanti sia nel mondo culturale italiano sia in quello tedesco
(come si è già ricordato nella parte prima, Giovanelli fa la conoscenza a Roma,
nel 1806, del giovane Carl Friedrich von Rumohr, uno degli ‘inventori’ della
storia dell’arte).
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| Fig. 36) Alessandro Vittoria, Busto di Ottavio Grimani, 1570 circa |
È del tutto ovvio come l’obiettivo primo della Vita sia quello di proclamare il
Vittoria come il più grande scultore nella storia dell’arte dopo Michelangelo,
ed anzi di giungere ad affermare che egli lo avrebbe probabilmente superato, se
avesse potuto recarsi a Firenze (come raccomandato dal suo maestro trentino [72])
e soprattutto a Roma, in tal modo confrontandosi direttamente con la classicità
romana. “Se poi Alessandro Vittoria, che,
nel suo San Girolamo e nel san Sebastiano saettato alla colonna, unì tanta
dolcezza a tanta severità, avesse veduto la città delle classiche meraviglie, e
il Laocoonte e l’Ercole e la Cleopatra, e il gran torso del Belvedere, e
l’Alcide e la Venere e l’Apollo; e tutti avesse potuto studiare quei portenti
dell’arte greca e romana: se teatro gli fosse stata Firenze e l’eterna Roma, a
quanto maggiore eccellenza non sarebbe egli pervenuto?” [73] Sono parole
che riflettono una cultura artistica chiaramente d’ispirazione neoclassica.
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| Fig. 37) Alessandro Vittoria, San Sebastiano, Cappella Montefeltro di San Francesco della Vigna 1563, Venezia. |
Oggi si considera Vittoria nel campo del manierismo, e si fa
spesso riferimento alla sua dipendenza stilistica da Michelangelo. L’ipotesi di
lavoro (a mio parere corretta) avanzata dal Giovanelli è invece che quella del
Vittoria sia una scultura differente ed alternativa rispetto a quella di
Michelangelo: “Certo che, se fra le opere
di scultura di questo secolo volesse essere fatto un utile confronto, per
trovare quali artisti avessero comune il genio ed il gusto dell’arte, ciò non
potrebbe seguire con più successo che tra le opere scolpite dal Vittoria e dal
Buonarroti. Sebbene questo artefice fiorentino avanzi tutti gli altri in
potenza e vastità di sapere nelle tre arti sorelle ad un tempo; e quelle in
iscoltura lo mostrino così divino e terribile nell’esprimere energicamente e in
varie guise atteggiata la forza muscolare e nervosa, tuttavia egli difettava
quasi costantemente di quelle grazie che guidavano la mano ed il cuore del
nostro Vittoria e le opere di lui resero singolarissime” [74].
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| Fig. 38) Alessandro Vittoria, Busto del Cardinale Gaspare Contarini, Chiesa della Madonna dell’Orto, Venezia 1563 circa. Foto da wikicommons |
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| Fig. 39) A sinistra: Alessandro Vittoria, Busto del Cardinale Gaspare Contarini, Chiesa della Madonna dell’Orto, Venezia 1563 circa. Fonte: Luigi Serra, Arte retrospettiva: nel centenario di Alessandro Vittoria, Emporium, Vol. XXVII, n. 162, p. 437, 1908 (http://www.artivisive.sns.it/galleria/libro.php?volume=XXVII&pagina=XXVII_162_437.jpg).. A destra: A. Wolf, Incisione dal busto del Cardinale Gaspare Contarini di Alessandro Vittoria. Fonte: Zeitschrift zur Bildende Kunst, N. 8, 1877, pagina 232 |
Manca tuttavia (anche se dietro al riferimento al concetto
di ‘grazia’ vi era forse l’intuizione che Vittoria si distingueva da
Michelangelo per un gusto più ornamentale e una maggiore concentrazione sulla
funzione descrittiva della scultura) la capacità dialettica necessaria ad
articolare in modo autonomo il giudizio e a giustificare tale intuizione sulla
base di argomenti stilistico-formali. Giovanelli avrebbe forse dovuto osservare
che, mentre in Michelangelo ogni pittura è al tempo stesso scultura, in
Vittoria si ha l’impressione che sia vero proprio il contrario: ogni scultura
sembra essere pittura, dando tre dimensioni ad un progetto decorativo
pittorico, dove l’enfasi è sul contorno e sulla forma, rivelando un’intenzione
mai spaziale e spesso fotografica. Non è un caso che Vittoria si sia dedicato
con tanta intensità al ritratto celebrativo o funebre nella forma del busto in
marmo, genere cui Michelangelo mai ha prestato attenzione. Considerando per
esempio i suoi busti marmorei alla Cappella Contarini nella Chiesa della
Madonna dell’Orto a Venezia, colpisce come, rispetto alle fotografie
novecentesche o contemporanee, siano forse le incisioni ad offrire una
rappresentazione più interessante dell’opera, a conferma che il disegno domina
sul volume. Sono caratteristiche formali che, tra fine Settecento ed inizio
dell’Ottocento, ovvero nell’epoca dell’idea della scultura come
rappresentazione del bello e dell’armonia (si pensi al Canova), rendono
Vittoria estremamente moderno. Sembra che anche il Giovanelli veda elementi di
continuità tra Vittoria e gli ideali del neoclassicismo: “Il Vittoria a tanta perfezione nelle arti seppe unire il pregio di
serbar puro l’idolo della spirituale bellezza, rispettando in tutti i suoi
lavori il pudore. Virtù rara in ogni tempo, ma in quella segnatamente, nel
quale tanti altri avvilirono il loro scalpello e i loro pennelli con le più
sozze brutture” [75].
Non potendo giustificare l’idea del primato del Vittoria in
termini analitici, Giovanelli si avvale spesso della tecnica della citazione,
come se fosse la molteplicità delle testimonianze ad avvalorarne i meriti, e dà
la parola ai coetanei dell’artista. Così ricorda che, secondo Pietro Aretino,
il Vittoria “dava lo spirito ai marmi”
[76]. Aggiunge il giudizio del Vasari: “Non
si vanti alcun altro scrittore d’aver mai fatto di marmo più bei ritratti dal
vivo, quanto ha fatto Alessandro Vittoria; perché in vero paiono piuttosto
teste umane, che siano così impietrite, che cose lavorate con lo scalpello”
[77]. Dà poi la parola al Bottari: “Era
uno dei più insigni scultori che vanti l’Italia” [78]. Ed infine con il
Ridolfi afferma: “Alessandro Vittoria
fece con chiari effetti conoscere, non essendo stato favoloso il tramutare in
uomini i sassi, cangiando anch’egli i marmi in ispiranti figure” [79].
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| Fig. 40) Alessandro Vittoria, Decorazione in stucco della Sala dei Principi, Palazzo Thiene, Vicenza, 1551-1553 |
Anche quando vuole attrarre l’attenzione del lettore su
singole opere, Giovanelli preferisce ricorrere il più delle volte a lunghe
citazioni (spesso una pagina intera) di altri autori. In alcuni casi il
riferimento al giudizio altrui è ovvio, perché le opere sono andate perdute e
solamente autori precedenti possono esprimere giudizi su di esse; in altri vien
da pensare che forse non abbia visionato l’opera. Il più delle volte, tuttavia,
egli sembra voler assicurarsi – con lo strumento della citazione – di esprimere
giudizi formali coerenti ed elaborati. Anche qui alcuni esempi: presenta una
pagina intera del Temanza per descrivere uno stucco a palazzo Thiene a Vicenza
[80], utilizza una citazione, sempre del Temanza, per lodare le cariatidi al
portone della Libreria Marciana a Venezia [81], riporta infine un altro
passaggio del Cicognara per esprimersi sugli intagli in legno (perduti) nella
Chiesa di San Spirito a Venezia [82] e ancora una volta il giudizio del Temanza
sulla Scala d’Oro a Palazzo Ducale di Venezia [83].
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| Fig. 41) Alessandro Vittoria, San Giovanni, 1570, Duomo di Treviso |
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| Fig. 42) Alessandro Vittoria, San Zaccaria, 1590. Chiesa di San Zaccaria, Venezia |
Per una descrizione della statua di San Giovanni nel duomo
di Treviso, tutta ispirata all’idea della verosimiglianza dell’opera rispetto
al racconto biblico, ma non priva di notazioni tecniche sulla composizione
della figura, ricorre a lunghe citazioni dell’“eruditissimo Cicro canonico di quella città” [84]. E per offrire al
lettore un’impressione del bassorilievo dell’Assunzione nella chiesa dei Frari
a Venezia, ovvero “una delle opere più
meravigliose e la più celebrata fra quelle fino allora gliene uscissero dallo
scalpello” unisce una pagina del Vasari ad una del Temanza, notando che la
seconda è “più circostanziata e precisa”
[85]; aggiunge poi che “di quest’opera
insigne altro non resta che due di quelle figurone, collocate però in due
nicchie, cosicché non ispiccano punto agli occhi dei professori; e sono
tuttavia sì belle” [86]. Infine, lascia ancora al Temanza il compito di
tessere le lodi della statua di San Zaccaria.
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| Fig. 43) Alessandro Vittoria, San Gerolamo, 1560-1565. Fonte: Luigi Serra, Arte retrospettiva: nel centenario di Alessandro Vittoria, Emporium, Vol. XXVII, n. 162, p. 434, 1908 http://www.artivisive.sns.it/galleria/libro.php?volume=XXVII&pagina=XXVII_162_435.jpg |
Vi sono alcuni casi, tuttavia, in cui il Conte esprime
valutazioni estetiche proprie, mostrando come a considerazioni formali sulla
composizione egli unisca un riferimento diretto alla verosimiglianza della
scena, ovvero alla capacità dell’artista di descrivere le circostanze. Lo fa in
particolare a proposito del San Girolamo nella Chiesa dei Frari di Venezia,
ovvero di una delle statue più michelangiolesche del Vittoria, anche se anche
qui vuol sottolineare l’indipendenza dal modello del Buonarroti: “Imperciocché, qui tu vedi dall’aria del
volto trasparire manifestamente l’interno dell’animo: qui vedi nel corpo adusto
un accordo squisito di membra, una mossa tutta naturale; il nudo ricerco con
muscoli rilevati con estrema facilità; i pochi e ruvidi panni, che gli coprono
i lombi, in pieghe semplici e grandiose; le gambe e le braccia ossute
mirabilmente traforate dallo scalpello, e il braccio sinistro quasi tutto
spiccato dal marmo; e tuttavia nulla di duro e di crudo, anzi la più esatta
concordanza nelle appiccicature e giunture, e sì bella armonia e proporzione di
parti, che meno vedi di quello che tu senta. Il santissimo vecchio ti si mostra
in tutta la forza che può essere in uomo provetto e logorato da studi e
contemplazioni, in tutta la maestà d’un ispirato dal cielo; com’era
allorquando, avanti la spelonca di Paolo, tenendosi all’anca la vita di quel
primo esemplare degli anacoreti, impugnata colla destra una selce, in atto di
picchiarsi fortemente il petto abbronzito dal sole di Palestina, alzò la
terribile voce eccitando l’intero mondo a umiliarsi e far penitenza in quelle
solitudini, dove non si stampano altre orme che di fiere selvagge, e dov’egli
aveva a compagno quel leone dalla folta giuba che vedi maestosamente giacergli
a’ piedi. Che se non odi la belva ruggire, come udì già quella di bronzo
Luitprando, il messo di Berengario alla corte di Costantino Porfirogenito, non
per questo ella ti appare men viva e meno terribile; se non che dalla posa, dal
sembianto e dagli occhi spira quel generoso affetto, con che la storia ci dice
aver essa servito nel deserto l’austero eremita” [87].
E tuttavia, la difficoltà, anche lessicale, dell’autore ad
esprimersi in modo strutturato sulle singole opere è evidente. Nel corso del
testo il continuo riferimento al superlativo come modo per descrivere la
bellezza dell’opera è certamente l’espressione dell’uso ampolloso dell’italiano
di quegli anni, ma sembra sottintendere un’incapacità, anche culturale, a
formulare una graduazione in termini estetici tra capolavori (come il San
Gerolamo) ed altre opere meno importanti. Giovanelli presenta dunque al lettore
la figura di artista estremamente prolifico, ma sempre descritto come autore di
opere superlative. Ora, è impossibile che uno scultore così prolifico abbia
solamente prodotto capolavori.
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| Fig. 44) Alessandro Vittoria, Quattro apostoli, Cattedrale di San Lorenzo (Traù-Trogir), 1559 |
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| Fig. 45) Alessando Vittoria, San Sebastiano, 1566 circa |
Ecco alcuni esempi dell’uso del superlativo: a Palazzo
Montanari a Vicenza, Vittoria “scolpì due
statue di fiumi figurati in due vecchi, che diconsi bellissimi” [88]; “e in quel tempo fece pure un Mercurio, che
risponde sopra la piazza, e veniva generalmente tenuta per bellissima statua”
[89]; “fu in quest’anno 1555, ch’egli
fece pel duomo di Trau nella Dalmazia quattro apostoli di viva pietra, alti
cinque piedi l’uno; e sono le opere più belle che in quella cattedrale si
ammirino” [90]; “questo deposito [nota
dell’editore: la tomba Contarini] che il
Vasari chiama bellissimo e ricco d’ornamenti e di composizione soda” [91];
“in quest’anno medesimo ritrasse di cera
grande un San Sebastiano, che pare gli sia stato ordinato da Bartolomeo Dalla
Nave; il quale, vedutone il modello, volle che fosse gittato in bronzo, e
riuscì benissimo” [92].
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| Fig. 46) Alessandro Vittoria, Palazzo Balbi (oggi Guggenheim), 1582-1590, Venezia. Fonte: Luigi Serra, Arte retrospettiva: nel centenario di Alessandro Vittoria, Emporium, Vol. XXVII, n. 162, p. 431, 1908. Fonte: http://www.artivisive.sns.it/galleria/libro.php?volume=XXVII&pagina=XXVII_162_431.jpg |
Il problema di quel che sia buono e quel che sia meno valido
nell’opera del Vittoria si pone per Giovanelli in modo molto evidente a
proposito delle sue opere di architettura, che sono esposte a contestazioni già
ai tempi del Milizia [93]. Evidentemente il loro eclettismo non si sposava con
il gusto neoclassico.
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| Fig. 47) Alessandro Vittoria, insieme a Antonio e Tommaso Contin, Scuola di San Girolamo o Ateneo Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Venezia, 1592-1600 |
Ebbene, Giovanelli evita il problema, affermando che i
grandi artisti debbono essere giudicati solamente sulla base dei prodotti
migliori; in realtà, egli certifica in tal modo che non vi è alcuna legittimità
per la critica d’arte: “Egli, in altre
sue opere di architettura, fu trovato alquanto singolare, talvolta poco
corretto, e poco semplice, specialmente nelle facciate. Pur chi dirà che in
tutte le opere architettoniche del Vittoria non sia del buono? E chi di quelle
degli altri più celebri, ch’elle siano in ogni parte perfette? L’altezza
d’ingegno d’un artefice non debb’essere giudicata da quelle parti, in cui,
uscendo dal mondo ordinario, si ribellò dalla scuola o dal gusto trionfante del
secolo, o sdegnò di accomodare la composizione allo stile degli altri riputati
maestri; quantunque in tutto il resto abbia osservato il vero e buon metodo di
fabbricare. Ma l’artista va giudicato da quelle parti in cui fece benissimo;
perché esse sono la giusta misura del grado al quale è salita la sua virtù; e
dove questa non si spieghi, o dove si scorga un difetto, deesi supporre che
particolari cagioni, a lui del tutto non imputabili, l’abbiano costretto a
declinare dal meglio che avrebbe saputo sostituirvi” [94].
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| Fig. 48) Alessandro Vittoria, Volta a stucco della scala della Biblioteca Marciana, 1559-1560. Fonte: Ricordo di Alessandro Vittoria, scultore trentino, Bologna-Modena, Formiggini, 1908. https://archive.org/stream/ricordodialessan00vitt#page/n3/mode/2up |
L’area in cui il
Conte sembra aver maggior autonomia di giudizio è lo stucco (un tema
sui cui si sofferma in modo ampio anche il Temanza). Egli definisce le opere di
Vittoria in “stucco sì candide e forti,
che i suoi lavori di tale materia paion di marmo” [95]. Rafforza il
giudizio facendo riferimento al parere favorevole del Palladio [96], che affida
allo scultore alcuni incarichi di decorazione dei soffitti in alcune case
nobiliari a Vicenza. Afferma poi che egli supera “in cotesto genere d’arte di gran lunga gli altri, e tutti i sommi
architetti gareggiassero nel procurare alle loro fabbriche l’ornamento
dell’opera sua” [97]. Raffronta gli stucchi di Palazzo Bissari-Arnaldi [98]
(persi durante la seconda guerra mondiale), di Palazzo Montanari [99] e di
Palazzo Thiene; compara gli stucchi della scala monumentale della Biblioteca
Marciana [100] e quelli della Scala d’Oro al Palazzo Ducale di Venezia e giunge
alla conclusione di preferire le seconde: “Di
vero gli stucchi di queste Scale del palagio sono di gusto assai migliore di
quelli della Libreria; men rilevati e meno pesanti, sono spiccati con grazia e
morbidezza; ed il riparto è così maestoso e nobile, che niente più resta a
desiderarsi” [101].
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| Fig. 49) Alessandro Vittoria, Stucchi della Scala d’Oro di Palazzo Ducale, 1556-1557 |
Una testimonianza
delle opere perdute
Nonostante l’opera del Giovanelli riveli debolezze nella
capacità di scrivere sull’arte, da un punto di vista storiografico la Vita di Alessandro Vittoria scultore
trentino documenta tuttavia un gran numero di opere che, già
nell’Ottocento, sono distrutte o smarrite. Ad esempio, egli si riferisce alle
opere prodotte durante i mesi successivi alla rottura con il Sansovino, quando l'artista si ritira a Trento a casa del padre. Nella città natale egli realizza “il ritratto in marmo del Cardinale Madruzzo,
ed in plastica quello di suo padre e di alcuni signori e prelati del Consiglio.
Ma di tutti questi busti oggidì non ve n’ha pur uno solo, né si sa dove
capitassero o in mano di chi si trovino” [102]. Anche a Venezia moltissime
delle sue opere sono perdute: a conclusione di una lunga lista, l’autore nota:
“Gravissimi danni sofferse Venezia per la
perdita di molti capolavori dell’arte: ma di quelli del Vittoria
particolarmente” [103]. In alcuni casi, come nella Chiesa dei Frari, la
scomparsa delle opere è relativamente recente, dovuta ad un maldestro restauro:
“Ivi medesimo, nel magnifico altare
maggiore, dice il Moschini [nel 1827], vi avea una custodia in marmo adorna di
varii bronzi, fra i quali anche delle due statuette rappresentanti Malacchia e
Melchisedecco, ciascuna col nome del Vittoria, loro autore: ma le variazioni
recentemente praticate in quell’altare diedero bando a tali opere
celebratissime per l’eccellenza dell’esecuzione e la bellezza del contraposto e
riscontro. Perdite irreparabili sono queste, che meritano di essere rammentate
agli operaii delle chiese e ai rettori dei luoghi pubblici, onde pria di dar
luogo a mutamenti o trasporti d’oggetti d’arte, consultino gli intelligenti”
[104]. Molte anche le opere perse a Treviso, citate dal Giovanelli traendo
informazioni dagli autori della letteratura artistica locale veneta: il Mauro
[105] nel Cinquecento, il Burchelati [106] nel Seicento, il Padre Federici nel
primo Ottocento [107].
Trento come centro autonomo
dell’arte rinascimentale
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| Fig. 50) Bartholomäus Bruyn il vecchio, Ritratto di Bernardo Clesio, 1530 |
Che Trento sia un centro d’arte rinascimentale è qualcosa
che Giovanelli sostiene già nelle prime pagine, quando racconta di come il
padre di Alessandro, ormai rassegnato dalla resistenza del figlio ad
un’educazione di tipo giuridico, lo affidi ai “maestri Martino da Como e Antonio Modalia da Pelo superiore, che
stavano lavorando nelle cave trentine di marmo per la superba fabbrica della residenza
vescovile, la quale risorgeva allora per disposizione del Cardinale e principe
vescovo di Trento, Bernardo Clesio. Essi sono quei medesimi artefici che, per
ordine di questo prelato, avevano eretto il sontuoso tempio marmoreo di Santa Maria
Maggiore di Trento e quello della prossima villa di Civezzano, nonché voltata
la cupola ottagonale che torreggia sopra l’altare maggiore della Cattedrale: le
quali fabbriche, ignorandosi il nome degli architetti, fanno ancora oggi
testimonianza della somma abilità degli artisti esecutori” [108]. Va detto
che la cupola del duomo di Trento, opera di Lucio da Como, fu ricostruita
proprio nell’Ottocento in stile neo-romanico, dunque cancellando ogni traccia
della costruzione cinquecentesca cui Giovanelli fa riferimento.
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| Fig. 51) Vincenzo Grandi, Cantoria in Santa Maria Maggiore, 1537-1541 |
Ad un biografo ignoto Giovanelli attribuisce invece
l’informazione che Vittoria sia stato apprendista di Vincenzo Grandi [109],
l’autore della cantoria di Santa Maria Maggiore (per la precisione, Vincenzo
Grandi firmò la cantoria come ‘Vincenzo Vicentini’, ma era attivo anche a Padova
e che era perciò chiamato anche Padovano).
Questi sembrano semplici riferimenti biografici ai maestri
locali del Vittoria: ma nell’intenzione, il Giovanelli va molto oltre: per lui
il fatto che Vittoria abbia origini trentine implica che vi debba essere stata
una scuola artistica locale di prima qualità. Si è già detto che secondo il
Giovanelli vi doveva essere nel Cinquecento una scuola “di disegno e di scultura [110]” a Trento: “da essa il Vittoria, pel primo, trasse i rudimenti dell’arte sua. Senza
di ciò, mal sapremmo spiegarci come il Vittoria, pel breve studio di poco più di
due anni nella scuola del Sansovino, avesse potuto formarsi uno stile di tale
eccellenza, quale già palesano le opere sue di quell’epoca, il bassorilievo nel
palazzo degli Arnaldi in Vicenza e le figure dei quattro fiumi” [111].
Si apre così una lunga parentesi sulle “opere di scalpello, che di quel secolo abbiamo in Trento” [112],
con un elenco di pagine e pagine di riferimenti a opere in gran parte
decorative (come putti, cornici, stucchi, camini, cancelli). Si fa ovviamente
ampio riferimento all’appena menzionata cantoria di Santa Maria Maggiore di
Vincenzo Grandi, detto il Padovano [113], ma il più delle citazioni è a
sculture andate perdute: “Queste opere
sono tutte di quel secolo avventurato, in cui fioriva Alessandro Vittoria, e
fanno testimonianza che questa parte d’Italia, racchiusa tra i monti, non fu
mai priva d’uomini egregi, che onorino la nazione. I più dei nomi degli autori
di essi ignoriamo, perché caduti in oblivione per deperimento delle arti e per
le guerre e pesti dei secoli successivi. In tanta perdita ci sia però di
conforto il vedere la colpa lontana da noi, e la presente generazioni animata a
ripararvi, e le Rappresentanze municipali e i Comuni del Trentino e i privati
gareggiare nella conservazione dei vecchi monumenti e nella erezione di nuovi”
[114].
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| Fig. 52) Tiziano, Ritratto del Cardinal Cristiano Madruzzo, 1552 |
Alla parentesi sulla scultura segue una lista dei pittori
attivi a Trento (come il Falconetto [115]) ed in particolare di quelli chiamati
a lavorare al Castello del Buonconsiglio dal Cardinale Bernardo Clesio (il Romanino, Palma il
Giovane, il Bruciasorci) [116] e poi dal Cardinale Cristoforo Madruzzo (tra di
loro Tiziano e Dosso Dossi e suo fratello Battista) [117]. Anche qui è evidente
la preoccupazione per la conservazione del patrimonio: “Le più di queste dipinture sono degradate, e alcune affatto deperite,
perché esposte da secoli all’intemperie dell’atmosfera. Ma riempie l’animo di
amarezza il vedere che anche la mano dell’uomo ha le molte volte cospirato alla
distruzione” [118]. Si conclude con una lista di architetti attivi a
Trento, con riferimenti a passaggi nella città di Sansovino e Palladio ed
ancora del Falconetto [119].
Un’ultima parentesi viene infine dedicata alla storia
artistica di Trento prima del Rinascimento. “Sembra che in Trento l’arte del disegno e della scultura avesse un’origine
assai più alta che dagli eruditi generalmente non si sospetta. A questo
accennano alcuni dipinti antichissimi nell’interno del Duomo e sulle facciate
delle case, e qualche lavoro di scultura” [120]. È evidente che il
materiale raccolto dal Giovanelli nei manoscritti 1261 e 1262 oggi conservati
ad Innsbruck (si veda la seconda parte di questo post) devono essere serviti
per la compilazione che segue per alcune pagine della Vita.
Tra tante citazioni, va segnalato lo spazio tutto sommato
molto limitato ad Andrea Pozzo, che compare semplicemente come “nostro pittore e architetto” e per il
quale si fa riferimento esclusivamente alle “prospettive eccellentissime” [121], senza null’altro che queste due
parole. Forse nella Trento neoclassica del 1830 il Pozzo non andava per la
maggiore.
Trento e la vita privata del Vittoria
Sebbene Giovanelli voglia scrivere una storia trentina del
Vittoria, la Vita finisce per
rivelare che i rapporti non furono assidui come Giovanelli si sarebbe augurato.
Anche il bellissimo catalogo della già citata mostra su Alessandro
Vittoria e la scultura veneta del Cinquecento, tenutosi al Castello del
Buonconsiglio nel 1999, include un breve saggio di Lia Camerlengo su
“Alessandro Vittoria Trentino” [122] che in realtà rivela la scarsità dei
rapporti, nonostante la scoperta di nuovi materiali documentari.
La Vita di
Giovanelli si apre con un riferimento alla sua gioventù ribelle [123] e, come
si è detto, al praticantato presso artigiani o maestri trentini. L’artista si
trasferisce quasi subito a Venezia, dove lavora nella bottega del Sansovino.
Quando (dopo nove anni di praticantato a Venezia) si consuma la rottura con il
maestro, egli torna a Trento “accolto dal
vecchio e cieco padre con lacrime di allegrezza” [124]. Rimane in città
però solo per pochi mesi (e le opere attribuite a lui di quel periodo sono
tutte perse [125]). Venuto a mancare il padre, decide infine di trasferirsi per
lavoro a Treviso.
Dopo aver recuperato i rapporti con Sansovino, ritorna a
Venezia, ma profitta di un viaggio d’affari a Trento per sposarsi con Paola
Venturini, originaria di una famiglia di Riva [126]. Dopo la morte della prima
moglie, si sposa una seconda volta, e “condusse
la novella compagna a vedere la città dov’era nato; la presentò agli amici e ai
parenti, la fece partecipe d’ogni impressione che gli destava nell’animo la
memoria degli anni infantili” [127]. Approfitta del viaggio di nozze per
portare a Venezia nuovi giovani apprendisti (come Andrea Dall’Aquila e molti
altri [128]), che lo aiuteranno nella realizzazione delle opere veneziane.
Infine compie un ultimo viaggio a Trento nel 1577, a 52
anni. È accompagnato ancora una volta dalla moglie. “Alessandro trovò la sua terra natale in qualche deperimento, pei danni
che le avevano recato le correnti pestilenze, per l’orribile carestia dell’anno
precedente, pel rovinoso straripamento dell’Adige, per la stagnazione del
commercio. Pure avrebbe voluto qui terminare la vita, e farsi in essa fondatore
o ristauratore di nuove utili istituzioni; se a un tratto, per le ragioni che
diremo, non fosse stato costretto di ritornare a quella Venezia” [129]: l’incendio del Palazzo Ducale, che rende
necessarie opere di restauro. Negli ultimi trent’anni della sua vita Vittoria non vedrà
più Trento.
Nonostante tutti gli sforzi, il tentativo del Giovanelli di
creare un secondo centro della vita artistica di Vittoria a Trento non può che
fallire. A Trento egli è uno sconosciuto al di là dei legami familiari, mentre
a Venezia il Vittoria gode di “stima
universale” [130]. Che il cuore dell’artista sia ormai nella laguna è
evidente. Lo dimostra il tessuto di relazioni che lo scultore ed architetto
intreccia con artisti che animano la vita culturale veneziana, e che Giovanelli
non esita a definire “gli amici di Venezia” [131]: Sansovino, Tiziano,
Tintoretto, Palma il Giovane e molti altri. Dei primi due, che appartenevano ad
una generazione precedente, scrive che sono “intimi amici e quasi secondi padri” [132].
A Venezia Vittoria è artista affermato e celebrato (molto di
più di quanto sia ai giorni nostri). Nel 1593 la comunità artistica della
laguna festeggia i suoi cinquant’anni di attività artistica a Venezia [133].
Nel 1597 una serie di busti e statue del Vittoria è collocata nell’antisala
della Biblioteca Marciana, a mo’ di museo, e si dà all’artista “facoltà piena” [134] di organizzare il locale. A Trento non
vi è più nessuno che si ricordi di lui.
Conclusioni
Incrociando fonti e testi diversi, abbiamo scoperto la
figura del Conte Benedetto Giovanelli, membro della casata Giovanelli von
Gerstburg, ed i suoi scritti su Trento ed il suo territorio. È una figura
singolare di un nobile che nella prima parte della sua vita – durante gli anni
che hanno visto Napoleone espandere il proprio potere in tutt’Europa – manifesta
una posizione attivamente anti-rivoluzionaria e dunque anti-francese, con la
significativa parentesi del 1810, quando pubblica un testo a favore
dell’integrazione di Trento nel Regno d’Italia. Nella seconda parte della sua
vita Giovanelli gestisce il potere come podestà di Trento senza alcuna
interruzione tra 1816 e 1846. Sono tre decenni in cui gli interessi della
nobiltà locale e quelli della casata d’Asburgo sono fondamentalmente allineati,
in nome della conservazione dei valori tradizionali. E chiaramente Giovanelli è
un uomo della restaurazione.
In questo mondo Giovanelli si distingue per erudizione ed
interesse per la cultura locale. Come abbiamo scritto nella prima parte di questo post, è studioso del mondo antico – dall’epoca preromana a quello
medievale – e scrive diversi testi in italiano e tedesco per ricostruire, sulla
base delle testimonianze epigrafiche, il ruolo che la sua regione ha avuto come
centro logistico-militare nell’impero romano, per unire mondo latino e mondo
germanico. Nella seconda parte abbiano visto che compila documentazione anche
sul patrimonio artistico trentino, rivelando però gravi inesattezze nelle
attribuzioni e – in generale – assegnando le opere trentine a grandissimi
pittori del rinascimento italiano, mentre furono creazioni di artisti
importanti, ma non del medesimo rango. Al termine di questo percorso, abbiamo
esaminato la Vita di Alessandro Vittoria scultore
trentino, la maggiore delle sue opere sulle belle arti, completata nel 1830, ma pubblicata postuma nel 1858. La sua è una ricerca molto ricca, che si pone
l’obiettivo di ancorare Vittoria, che egli considera il maggiore scultore di
sempre dopo Michelangelo, alle sue origini trentine, ma anche di offrire al
lettore un panorama dell’arte trentina nell’epoca rinascimentale.
Certamente, gli scritti di Giovanelli rivelano tutti i
limiti della sua formazione. Egli non è né un conoscitore né uno storico
dell’arte. Le sue opere non hanno ancora uno spessore sufficiente per segnare
la nascita di un filone di storia dell’arte locale. La sua prosa è
caratterizzata da testi molto dettagliati e a volte da vere e proprie
enumerazioni di intere pagine, all’interno delle quali si aprono
improvvisamente parentesi su temi più generali.
Al tempo stesso gli scritti di Giovanelli testimoniano la
forza culturale del localismo, che rimane un elemento fondante della cultura
italiana, e dunque l’interesse del territorio per la propria storia locale,
anche artistica. Non si tratta esclusivamente di una passione erudita.
Chiaramente, il conte trentino cerca nella storia del proprio territorio punti
di riferimento che consentano di conciliarne le molte identità, come
l’appartenenza all’impero austro-ungarico ed il legame profondo con la cultura
veneta. Egli amministra il potere per trent’anni sul territorio, e dunque è
conoscitore ed interprete profondo sia degli interessi asburgici a Vienna sia
degli interessi locali (a Trento e ad Innsbruck), sia dei vantaggi e dei
vincoli che derivano dall’appartenenza all’impero, sia dei rapporti tra Trento
e gli altri territori di lingua italiana (Milano, Venezia) direttamente inclusi
nell’impero austro-ungarico. È dunque pienamente cosciente della complessità
storico-identitaria del Tirolo italiano.
In termini estetici, le opere di Giovanelli rivelano la sua
appartenenza alla cultura neoclassica, ma testimoniano, almeno indirettamente,
come il gusto del tempo stia cambiando, per
esempio quando il conte Malfatti invita Hayez in città. Abbiamo
riservato spazio (nella seconda parte) alle opere trentine di Francesco Hayez,
e alle polemiche che la loro esposizione a Brera provoca a Milano nel
1831. Anche da un punto di vista genuinamente più politico, il mondo è in
veloce trasformazione. Subito dopo la morte di Giovanelli, gli eventi del 1848
modificano profondamente il quadro di riferimento anche a Trento. Quando la
Vita di Alessandro Vittoria scultore
trentino è stampata da Tommaso Gar nel 1858, l’allineamento di interessi
tra il mondo trentino e quello viennese sta probabilmente scomparendo. Gar è
uomo che ha una profonda conoscenza del mondo tedesco, ma ammira soprattutto la
Germania che si sta unificando alle spese dell’Austria e si è ormai schierato a
favore dell’unificazione italiana contro gli Asburgo. Il mondo del conte
trentino sta per scomparire.
NOTE
[47] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino
composta dal Conte Benedetto dei Giovanelli e rifusa e accresciuta da Tommaso
Gar, Trento, Tipografia Monuani, pagine II-139. Il testo è disponibile
all’indirizzo
[48] Della Biblioteca
Trentina era originariamente previsto che uscissero 12 volumi. Ne uscirono
sei. Oltre alla Vita di Alessandro Vittoria, anche le Ricerche storiche riguardanti l'autorità e giurisdizione del magistrato
consolare di Trento (1858), lo Statuto
della città di Trento (1858), lo Statuto
della città di Rovereto (1859), gli Annali
del Principato ecclesiastico di Trento dal 1022 al 1540 (1860) e lo Statuto della città di Riva (1861).
[49] Si veda la voce Alessandro Vittoria nel Dizionario
Biografico degli Italiani
[50] Si veda la voce Alessandro Vittoria nel Dizionario
Biografico degli Italiani
[51] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. I.
[52] Per la precisione, furono pubblicate 12 incisioni,
e l’obiettivo era quello di preparare una storia collettiva di tutte queste
personalità. Si veda: Barzetti, Giovanni Battista - Della Storia E Della Condizione
D'Italia Sotto Il Governo Degli Imperatori Romani, Padova, Minerva, 1810, 630
pagine, citazione a pagina XV.
[53] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. II.
[54] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), pp. 115-118.
[55] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), pp. 119-120.
[56] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 121-139.
[57] Vasari, Giorgio - Le vite de' più eccellenti
architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri,
1550 e 1568.
[58] Ridolfi, Carlo - Le Maraviglie dell'arte: overo le
vite de gl'illustri pittori veneti, e dello stato, 1648.
[59] Temanza, Tommaso - Vite dei più celebri
architetti, e scultori veneziani che fiorirono nel secolo decimosesto, nella
Stamperia di C. Palese, 1778.
[60] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 5.
[61] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 19. Riferimenti alle memorie si trovano alle pagine 6, 10, 29 e
78.
[62] Le memorie sono state pubblicate da Predelli nel
1908. Predelli Riccardo - Le memorie e le carte di Alessandro Vittoria, Trento,
Casa Editrice G. Zippel, 1908, 215 pagine.
[63] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 19.
[64] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 111.
[65] La versione del 1827 è disponibile sull’internet
all’indirizzo
[66] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 19.
[67] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. II.
[68] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 45.
[69] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 18
[70] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 108.
[71] La bellissima maniera: Alessandro Vittoria e la
scultura veneta del Cinquecento, A cura di Andrea Bacchi; Lia Camerlengo;
Manfred Leithe-Jasper ed altri; Provincia autonoma di Trento, Servizio beni
culturali : Castello del Buonconsiglio, Monumenti e collezioni provinciali,
1999, p. 471.
[72] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 5.
[73] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 101.
[74] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 51.
[75] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 64.
[76] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 6.
[77] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 40.
[78] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 101.
[79] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 101.
[80] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(quoted), p. 15.
[81] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(quoted), p. 17.
[82] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(quoted), p. 24. Il testo di Cicognara è contenuto in una nota a piè della pagina 287 del quarto volume della sua Storia della Scultura (see:
[83] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(quoted), p. 27.
[84] Lorenzo Crico, Indicazione delle pitture ed altri
oggetti di belle arti degni d’osservazione esistenti nella regia città di
Treviso, Treviso, Andreola, 1829. Citazione a p. 34.
[85] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), pp. 33-34.
[86] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 36.
[87] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), pp. 37-38.
[88] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 13.
[89] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 20.
[90] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 21.
[91] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 22.
[92] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 78.
[93] Milizia, Francesco - Memorie degli architetti
antichi e moderni, Bassano, A spese Rimondini di Venezia, 1785.
[94] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 69.
[95] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 7.
[96] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 13.
[97] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 28.
[98] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 17.
[99] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 13.
[100] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 17.
[101] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 27.
[102] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 12.
[103] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 52.
[104] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 38.
[105] Mauro Nicoló, Storia delle famiglie della città
di Treviso con loro discendenze, manoscritto. Si veda http://www.europeana.eu/portal/en/record/2023813/Generale_ricerca_AnteprimaManoscritto_html_codiceMan_38127.html
[106] Burchelati Bartolomeo, Commentariorum
memorabilium multiplicis hystoriae Tarvisinae locuples promptuarium, 4 libri,
Treviso, presso Angelo Righetino, 1616.
[107] Federici, Domenico Maria – Memorie Trevigiane:
sulle opere di disegno dal mille e cento al mille ottocento, Venezia, presso
Francesco Andreola, 1803
[108] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 2.
[109] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 3.
[110] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 45.
[111] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 45.
[112] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 45.
[113] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), pp. 45-47.
[114] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 47.
[115] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 49.
[116] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 49.
[117] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 51.
[118] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 50.
[119] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), pp. 53-55.
[120] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 56.
[121] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 59.
[122] La bellissima maniera: Alessandro Vittoria e la
scultura veneta del Cinquecento … (citato), pp. 47-57
[123] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 2.
[124] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 11.
[125] Secondo Lia Camerlengo almeno parte delle
attribuzioni sarebbe erronea. Si veda La bellissima maniera: Alessandro
Vittoria e la scultura veneta del Cinquecento… (citato), p. 56 nota 20.
[126] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 16.
[127] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino, ...
(citato), p. 41.
[128] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 41.
[129] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 79.
[130] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 26.
[131] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p.16.
[132] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 29.
[133] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p. 91.
[134] Vita di Alessandro Vittoria scultore Trentino,
... (citato), p.93-94.


























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