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Scritti di artisti tedeschi del XX secolo - 12
Arthur Kampf
Dalla mia vita [Aus meinem Leben]
Aachen, Museumsverein Aachen Publishers, 1950,
64 pagine di testo e 16 pagine di immagini in bianco e nero
Recensione di Francesco Mazzaferro. Parte Terza
La Prima guerra mondiale
Quando scoppia la Grande Guerra, Arthur Kampf non ha alcuna
esitazione a schierarsi. Firma nel settembre 1914, ad un mese dall’inizio
delle ostilità, il manifesto nazionalista “Al mondo della cultura” (Aufruf an die Kulturwelt!), sottoscritto
da altre 92 personalità del mondo dell’arte, della musica e della letteratura
[77]. Il testo difende la Germania contro l’accusa di aver attaccato a
tradimento il Belgio, paese neutrale, e rivendica i diritti della patria nella
conduzione dell’azione bellica, in difesa della cultura tedesca, di cui
proclama la diversità e superiorità. Non mancano temi razzisti (l’esercito
tedesco viene chiamato a difendere la razza bianca da “mongoli e negri”).
Il “Manifesto dei 93” include personalità del mondo della
cultura di diverso orientamento, fra i quali dieci pittori: Franz von
Defregger, Eduard von Gebhardt, Leopold Graf von Kalckreuth, Arthur Kampf,
Friedrich August von Kaulbach, Max Klinger, Maximilian Lenz, Max Liebermann,
Hans Thoma e Wilhelm Trübner. Evidentemente gli espressionisti non aderiscono,
ma i firmatari rappresentano comunque entrambe le parti della vecchia
contrapposizione tra pittura degli accademici e dei secessionisti. Al
contromanifesto pacifista “Appello agli europei” (Aufruf an die Europäer) non aderisce nessun pittore [78]. Il mondo
della pittura è o interventista o silente.
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| Fig. 55) Arthur Kampf, Berlinesi davanti al castello reale all’inizio della guerra mondiale l’1 agosto 1914, 1914 |
Kampf documenta anche come artista l’atmosfera di acceso
nazionalismo e di aperto sostegno al conflitto. Sono giorni di entusiasmo:
nelle memorie, Arthur ricorda come egli stia terminando l’affresco
all’Università Humboldt di Berlino (quello su Fichte – cfr. Parte Prima) mentre
i cannoni sparano a salve per festeggiare la caduta di Liegi [79]. Egli vuole
celebrare nei suoi quadri un momento di unità dell’opinione pubblica. Al tema dedica il
quadro Berlinesi davanti al castello
reale all’inizio della guerra mondiale l’1 agosto 1914 ed una litografia
che appare nel numero di febbraio 1915 del settimanale di propaganda “Tempo di
guerra” (Kriegszeit), pubblicato da
Paul Cassirer. Il quadro sembra essere uno dei suoi lavori più influenzati stilisticamente dalla pittura dell’impressionismo tedesco. La cooperazione con
Cassirer è un’ulteriore prova che ambienti artistici un tempo opposti si compattano in un unico sforzo propagandistico.
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| Fig. 56) Arthur Kampf, Ricordo dei primi giorni di agosto. La prima notizia di vittoria: Liegi è caduta, 1914 |
Un anno dopo Kampf si reca a visitare il fronte – su
richiesta del Generale von Lochow, che aveva già ritratto nel 1909 – nel
villaggio francese di Pinon, non molto lontano da Verdun dove l’avanzata
tedesca si arresterà nel 1916.
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| Fig. 57) Arthur Kampf, Ritratto del Generale von Lochow, 1909 (dal saggio di Hans Rosenhagen del 1922, pagina 70: https://ia800205.us.archive.org/10/items/arthurkampf00roseuoft/arthurkampf00roseuoft_bw.pdf) |
A Pinon si trova lo stato maggiore tedesco, che spera ancora
in un avanzamento veloce verso Parigi. Kampf dipinge scene di battaglia (La bomba) ma anche immagini che
raccontano di un esercito raccolto in preghiera (come la Messa nelle grotte di Soissons e Venerdì Santo nella chiesa del villaggio di Pinon). Quest’ultime
sono scene molto intense e composite, basate su giochi di luci, che
ricordano chiaramente l’arte olandese dell’età barocca.
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| Fig. 58) Arthur Kampf, La bomba, 1915 |
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| Fig. 59) Arthur Kampf, Messa nelle grotte di Soissons, 1915 |
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| Fig. 60) Arthur Kampf, Venerdì Santo nella chiesa del villaggio di Pinon, 1915 |
“Ho dipinto anche uno
schizzo per un quadro che mi è stato richiesto del Generale von Lochow. L'opera avrebbe dovuto rappresentare la marcia di prigionieri francesi davanti
all’Imperatore, ed il generale con il suo stato maggiore. Il generale aveva
vinto la battaglia di Soissons e i prigionieri venivano fatti sfilare davanti
ad imperatore e generale” [80]. Qui si apre un interrogativo. Le memorie
continuano con le seguenti parole: “Lo
schizzo per il dipinto era pronto, e avevo ultimato gli studi sulla località
dove si doveva rappresentare la sfilata. A causa dell’esito infausto della
guerra il quadro non è mai stato dipinto” [81]. E tuttavia una tela con
quel tema, con data 1915, è presente su ArtNet (http://www.artnet.com/artists/arthur-kampf/vorbeimarsch-gefangener-soldaten-an-wilhelm-ii-CYyYkUR01KiS-eepJDQwJA2).
È un dipinto di 77 x 115 cm. È lo schizzo descritto nelle memorie? In quel
caso, si tratterebbe di qualcosa di ben più elaborato di uno schizzo.
Oppure si tratta di un clamoroso errore dell’anziano pittore, e dunque di un
quadro autentico dipinto nel 1915? Oppure Kampf ha prodotto il quadro sulla
base degli schizzi qualche anno dopo? Il quadro non è citato (e men che meno
riprodotto) né da Rosenhagen nel 1922 né da Kroll nel 1944. Vi può essere il
rischio che si tratti di un falso? Senza aver alcuna capacità tecnica di
confermarlo o escluderlo, è un’ipotesi che va verificata: si sa che i falsari
leggono le memorie degli artisti per cercare temi verosimili cui ispirarsi. In
ogni caso, tra i prigionieri francesi risaltano le truppe in costumi arabi:
truppe coloniali erano sicuramente presenti, ed era però anche, come si è
visto, uno dei punti su cui la propaganda tedesca giocava, sottolineando il
presunto ruolo ‘civilizzatore’ dell’impero germanico.
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| Fig. 61) Arthur Kampf (?), Sfilata di prigionieri davanti all'Imperatore e al Generale von Lochow, 1915 (?) |
In Kampf la rappresentazione della guerra non è mai quella
di un luogo di massacro ed orrore (si pensi invece alla rappresentazione che ne
farà invece qualche anno dopo Otto Dix). Non vi è alcun riferimento alle stragi
di milioni di soldati nelle trincee. A Verdun si consuma uno dei massacri più
inutili e stupidi della Grande Guerra. Per Kampf, invece, la guerra è umana; le
memorie sembrano confermare quella sensazione: “Quando leggevo allora nei giornali delle atrocità dei nostri soldati,
avrei potuto ridere. Nel villaggio di Pinon avevo visto come i nostri soldati
portassero a spasso, con grande correttezza, i bambini, a volte tenendoli in
braccio, a volte portandoli per mano, e ho potuto constatare la migliore intesa
tra loro” [82]. Propaganda? Realtà? Speranza di un patriota? Debolezze di
un vecchio? Stupidità di un fanatico? Le memorie si riferiscono al 1915, ma
sono scritte nel 1949 e pubblicate nel 1950, quando l’immagine dei soldati
tedeschi è stata ormai macchiata: è forse la volontà di affermare che vi è
stata un’altra guerra nella quale i soldati tedeschi non sono stati criminali
di guerra? È forse anche per queste ambiguità che le memorie di Kampf non hanno
più visto la luce dopo la pubblicazione nel 1950: era troppo il rischio che
fossero interpretate come un documento revisionista.
Nel 1917, quando le cose cominciano a mettersi davvero male,
Kampf celebra la volontà del popolo di sacrificarsi cedendo l’oro alla patria.
Nei quadri compaiono le vedove e le madri in lutto. Il pittore riprende un tema
che era già stato suo a Düsseldorf nel 1894, quando aveva esaltato la
disponibilità persino dei bambini a cedere il poco che avevano per finanziare
le guerre contro Napoleone nel 1813 (allora il mito era una bambina che aveva
venduto i propri capelli e portato i soldi guadagnati al funzionario che
collezionava le donazioni).
Le memorie si concentrano su 1914-1915, un tempo di vittorie,
e sulle settimane spese a Pinon. Ecco come si concludono le parole sulla Prima
Guerra Mondiale: “Sugli ultimi anni di
guerra non vorrei soffermarmi. Portarono solamente dolore. L’unica gioia per me
fu che mio figlio maggiore sia tornato sano e salvo dalla guerra nel 1918”
[83]. È del 1918 il dipinto “L’attacco”,
una chiara scena d’azione per la quale Hans Rosenhagen [84] fa riferimento alle
stampe di Marcantonio Raimondi per i cartoni di Michelangelo per la Battaglia
di Cascina. All'inizio della guerra Kampf
dipinge all’impressionista, nel corso della medesima l'artista si richiama allo stile olandese e si
conclude con una scena d’impianto molto classico, che ricorda la sua arte più
monumentale.
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| Fig. 64) Arthur Kampf, L'attacco, 1918 |
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| Fig. 65) Marcantonio Raimondi, Gli scalatori (dal cartone di Michelangelo per la Battaglia di Cascina), 1510 |
La Germania della Repubblica di Weimar
A guerra finita, il primo compito di Kampf è quello di
riattivare l’attività dell’Accademia di Berlino, che durante la guerra era
divenuta un lazzaretto [85]. Non sorprende certo, sulla base di tutto quel che
si è detto finora, che il pittore non mostri alcun senso di appartenenza alla
Repubblica di Weimar. Il nome ‘Republik’
viene citato come sinonimo di “far la
fila per il cibo” [86]; Arthur ricorda come nel 1923 si sia recato in
viaggio in Olanda ed abbia sofferto a vedere come la popolazione fosse ben
approvvigionata, mentre lui a Berlino soffriva ancora la fame (era un uomo di
59 anni).
Sembra utile fare un paragone con le pagine delle memorie di Lovis Corinth:
anche quest’ultimo non prova alcuna simpatia per il nuovo mondo della
Repubblica di Weimar, ma confessa (lo stesso accade a Paul Klee) che le cose
gli vanno assai bene dal punto di vista economico. Infatti, nella situazione di
assoluta incertezza determinata da crisi politica e finanziaria, i quadri
divengono un bene rifugio assai richiesto. I prezzi lievitano e battono
l’iperinflazione galoppante, i clienti si recano direttamente all’atelier di
Corinth e gli strappano dalle mani le opere appena concluse: per facilitare il
compito, commissionano al pittore panorami del Walschensee, il lago dove egli ha la residenza di campagna, così
che egli possa produrne un gran numero e velocemente. Molti pittori sono dunque
protetti dalle conseguenze catastrofiche della crisi, tanto che nei primi anni
Venti aumenta esponenzialmente il numero di chi si vuole avviare alla
professione.
Kampf, invece, è pagato dall’amministrazione pubblica, ed il
suo salario – nonostante sia il Presidente dell’Accademia – è probabilmente
devastato dall’iperinflazione. Egli dipende inoltre per la sua arte monumentale
(affreschi, pitture celebrative) da commesse pubbliche, che probabilmente divengono
assai rare durante gli anni della crisi. Nelle memorie Arthur cita solo due
opere monumentali in quegli anni, legate a temi religiosi (opere andate perdute
durante la seconda guerra mondiale). Sono un cartone per un mosaico nel Duomo
di Berlino nel 1923-1924 e gli affreschi per la cappella della famiglia Borsig
in un sobborgo di Berlino (Groß-Behnitz) tra 1923 e 1925, ovvero durante i
pochi anni della stabilizzazione economica della Repubblica di Weimar [87].
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| Fig. 68) Arthur Kampf, Affreschi per la cappella della famiglia Borsig, 1923-1925, Groß-Behnitz (dal libro di Bruno Kroll) |
Nelle memorie l’unico riferimento alla bolla speculativa che
fa esplodere i prezzi degli artisti contemporanei è, indirettamente, la
fioritura dei falsi: Kampf racconta di un collezionista sprovveduto, rovinato
dal fatto di aver investito tutti i suoi soldi in una collezione interamente
messa in piedi da criminali con la complicità di abili copisti [88].
Nel 1924 Kampf abbandona l’Accademia, ed è evidente dai suoi
quadri che cambia il tipo di pittura: non più rappresentazioni storiche con
molte figure, ma tele che si possono vendere al pubblico. Per la verità gli
viene concesso di mantenere il suo atelier in Accademia fino al 1933; poi, in quell’anno
fatidico (la presa del potere dei nazisti), decide di trasferirsi in uno studio
del tutto privato. “Da allora ho
utilizzato un atelier privato e ho creato un numero di pitture grandi e piccole
talmente elevato, che non potrei citarle una per una” [89]. Ed infatti
degli anni che seguono l’abbandono dell’accademia racconta un solo episodio,
legato alla Turchia.
In quegli anni l’unica opportunità per guadagnare è quella
di realizzare due ritratti (uno in frac e l’altro in uniforme) di Kemal Ataturk
[90] ad Ankara, su commissione del governo turco ricevuta nel 1925. I ritratti
sono eseguiti nel 1927 e divengono la base iconografica per tutti le immagini
ufficiali del politico turco, di cui esistono numerosissime versioni di altri
artisti. Le memorie sono ricche di particolari su quei giorni (incluso il fatto
che Ataturk avesse di fatto un harem privato). È l’unico episodio ricordato tra
1925 e 1944, a parte una frase molto reticente: “Negli anni 1942-1943 ho avuto la gioia di dipingere tre grossi dipinti
su commessa dello Stato per un ministero la cui costruzione era pianificata, ma
che non è stato poi edificato a causa della guerra. I quadri erano pronti, sono
stati ritirati e sono scomparsi. Avevo dipinto queste opere ricche di figure
nello spazio di nove mesi e credo proprio che non si potesse notare alcun
decadimento della mia forza d’artista nonostante i miei 79 anni” [91]. Si
tratta forse di dei quadri di chiara natura propagandistica che sono celebrati
nel libro di Bruno Kroll nel 1944?
La Germania bombardata
Le memorie ripartono dal maggio 1944, quando da Berlino
Kampf ripara in un paesino della Bassa Slesia (oggi la regione della Polonia
attorno a Wroclav, allora quella attorno a Breslavia), portandosi dietro
quadri, biblioteca e memorie per sfuggire dai bombardamenti (come ‘Gottbegnadete’ aveva il diritto al
supporto dello stato per evitare ogni danno dalla guerra; ai civili di Berlino,
invece, era vietato sfollare in campagna).
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| Fig. 71) Arthur Kampf, Berlinesi nel rifugio antiaereo sotterraneo, 1944 (dall'autobiografia del 1950) |
In Bassa Slesia prima perde la moglie per colpa di un banale
incidente stradale [92], poi l’intera collezione di quadri e libri, dovendo
sfuggire all’avanzata dell’armata rossa. Ripara poi nel castello di Berchtesgaden,
in Baviera, dove è stato approntato dal regime al collasso “un rifugio per artisti” (è risaputo che
a Berchtesgaden vivesse anche Hitler, quando voleva riposarsi dalle fatiche di
governo). Lì Kampf soggiorna per qualche mese in una comunità di anziani
pittori accademici; tra di loro cita Erich von Perfall (1882–1961), Ludwig
Hohlwein (1874-1949) e Carl Ederer (1875–1951). Le memorie non spiegano che, oltre all’età avanzata, li accomuna il
fatto di aver sostenuto il regime. Il pittore ricorda invece la distruzione da
parte degli americani della dimora di Hitler, in un’enorme nuvola di polvere
[93]. È l’ultimo episodio narrato nel breve testo di 64 pagine.
Il testo si conclude con due pagine sull’arte contemporanea: “L’epoca miserabile in cui viviamo trova
l’espressione più esatta nei nuovi orientamenti artistici” [94].
L’espressione dell’anziano pittore non lascia dubbi. L’arte contemporanea non è
solamente incomprensibile: è anche di bassa qualità. A suo parere l’arte
astratta è molto inferiore all’espressionismo (che, pur con i suoi difetti,
aveva comunque una sua vitalità di carattere caricaturale). L’espressionismo
astratto è invece il frutto di propaganda e d’infantilismo [95].
Cosa è stato
taciuto nelle memorie?
È davvero incredibile che la voce Arthur Kampf, scritta da
Otto Zirk nel 1977 per il Dizionario biografico tedesco [96], contenga
esattamente le stesse lacune delle memorie: un buco tra 1925 e 1945. Evidentemente
ci si rifiuta di ammettere che egli fosse stato nazista.
Una serie di omissioni rende davvero difficile scoprire che
cosa il pittore abbia fatto dopo aver abbandonato l’Accademia e fino all’arrivo
al potere dei nazisti (1925-1933). Anche il volume di Bruno Kroll, per ragioni
opposte a quelle di Zirk, cancella infatti ogni riferimento a quel che successe
durante la Repubblica di Weimar. Si è perciò di fronte a una situazione
incredibile: la produzione artistica di Kampf in quel periodo è imponente in
termini quantitativi, e sembra presentare tutto e il contrario di tutto
(ritrattistica, scene di vita quotidiana, pittura sacra, temi esotici e
mitologici), ma non esiste alcuna traccia di quel che sia successo in quegli
anni. In termini stilistici, sembra che il pittore oscilli tra uno stile intimo
e riflessivo per i ritratti ed uno molto più assertivo per le scene di genere.
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| Fig. 74) Arthur Kampf, Il ritorno del figliol prodigo, 1929 |
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| Fig. 75) Arthur Kampf, Giovane operaio, 1930 |
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| Fig. 76) Arthur Kampf, Preghiera alla moschea, 1930 |
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| Fig. 77) Arthur Kampf, Il seminatore, 1935 |
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| Fig. 78) Arthur Kampf. Foto del ritratto gigante di Adolf Hitler, nella sala delle feste del Comune di Berlino. Fonte: http://www.gettyimages.co.uk/detail/news-photo/politiker-nsdap-dadolf-hitler-gem%C3%A4lde-von-arthur-kampf-im-news-photo/541056485#2004188930041945politiker-nsdap-dadolf-hitlergemlde-von-arthur-kampf-picture-id541056485 |
Paradossalmente, è più facile ricostruire quel che successe
dopo la presa del potere da parte del nazionalsocialismo nel 1933. Kampf diviene
immediatamente membro del partito. Non vi è storicamente dubbio che Kampf sia
stato uno dei pittori più venerati da Hitler. Di Hitler deve essere stato uno
dei suoi ritrattisti ufficiali, se è vera la dicitura della foto qui sopra,
verificata anche dalla Fondazione Getty: nulla si sa, tuttavia, di quando sia
stato composto il ritratto e di chi sia la persona che lo osserva nella foto.
Nel 1939 Kampf viene decorato in occasione dei suoi 75 anni. Nel 1944 viene
addirittura inserito, da Hitler in persona, nel gruppo delle 24 personalità
della cultura chiamato in modo ampolloso i “Gottbegnadeten”,
ovvero i “Benedetti da Dio”, cui bisogna assicurare che possano continuare a
lavorare senza problemi anche durante la guerra, per il contributo da loro
dato, secondo il regime nazista, alla cultura tedesca; vi sono solo quattro
pittori ad appartenere alla lista [97].
Nel 1938 Kampf dipinge un dipinto celebrativo del 30 gennaio
1933, data della presa del potere, con le camicie brune che sfilano sotto la
Porta di Brandeburgo tra due ali di folla che fanno il saluto nazista; lo si
vede esposto nella foto successiva, insieme ad altre opere dell’artista. È un
quadro la cui immagine a colori non includo in questo post perché lo trovo
assai diffuso in siti chiaramente celebrativi del nazismo, e vorrei evitare
ogni ambiguità: è impossibile considerare un’opera come quella da un solo punto
di vista estetico. Nel 1939 nei dipinti dell'artista compare per la prima volta il sangue, per celebrare
il ruolo delle donne in battaglia, con il dipinto “La giovane di Hemmingstedt”: si tratta di un episodio del 1500,
quando gli abitanti di un villaggio del Nord della Germania riuscirono a
respingere l’invasione di un’armata olandese. Durante il nazismo visitare Hemmingstedt
era divenuto un momento celebrativo dell’identità nazionale.
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| Fig. 81) Venere e Adone di Arthur Kampf, nella Mostra della grande arte tedesca del 1939. Fonte: http://www.gdk-research.de/ |
Negli anni che seguono la guerra l’arte di Kampf assume toni
di penitenza religiosa. Nelle memorie, tuttavia, l'artista non pronuncia una sola parola di pentimento in merito a tutto quello fatto dai nazisti al potere. Preferisce sorvolare, sia in termini di ricostruzione degli eventi sia in fatto di stile, tutto quello che riguarda la sua vita dal 1925 in poi, nel tentativo di preservare un ricordo meno controverso della sua arte. Tuttavia è ovvio che, quando August Gotzes ne pubblica le memorie nel 1950, i tempi in cui era celebrato dal regime nazista come uno dei più importanti artisti tedeschi viventi fossero troppo recenti per essere dimenticati. Così il tentativo del pittore di salvaguardare il suo mondo artistico è vanificato dal peso del passato. La sua opera viene dimenticata, così come il suo testo autobiografico. E tuttavia “Aus meinem Leben” ci ha permesso di ricostruire pagine importanti dell'arte tedesca nei primi cinquant'anni del XX secolo.
NOTE
[77] Per un testo in inglese, si veda: https://en.wikipedia.org/wiki/Manifesto_of_the_Ninety-Three
[79] Kampf, Arthur - Aus meinem Leben (Dalla mia vita),
introduzione di August Gotzes, Aquisgrana, Verlag Museumsverein Aachen, 1950,
64 pagine di testo e 16 pagine di illustrazioni in bianco e nero. Citazione a pagina 41
[80] Kampf,
Arthur - Aus meinem Leben … (citato), p. 43
[81] Kampf,
Arthur - Aus meinem Leben … (citato), p. 43
[82] Kampf,
Arthur - Aus meinem Leben … (citato), p. 44
[83] Kampf,
Arthur - Aus meinem Leben … (citato), p. 44
[84] Kampf,
Arthur - Aus meinem Leben … (citato), p. 97
[85] Kampf,
Arthur - Aus meinem Leben … (citato), p. 44
[86] Kampf,
Arthur - Aus meinem Leben … (citato), p. 45
[87] Kampf,
Arthur - Aus meinem Leben … (citato), p. 46
[88] Kampf,
Arthur - Aus meinem Leben … (citato), p. 45
[89] Kampf,
Arthur - Aus meinem Leben … (citato), p. 45
[90] Kampf,
Arthur - Aus meinem Leben … (citato), p. 46-48
[91] Kampf,
Arthur - Aus meinem Leben … (citato), p. 49
[92] Kampf,
Arthur - Aus meinem Leben … (citato), p. 50
[93] Kampf,
Arthur - Aus meinem Leben … (citato), p. 50
[94] Kampf,
Arthur - Aus meinem Leben … (citato), p. 60
[95] Kampf,
Arthur - Aus meinem Leben … (citato), p. 61
[97] Al gruppo appartenevano, oltre ad Arthur Kampf,
altri tre pittori: Hermann Gradl (1883–1964),
Willy
Kriegel (1901–1966) e Werner Peiner (1897–1984).































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