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Lucia Collavo
L'esemplare dell'edizione giuntina de Le Vite di Giorgio Vasari letto e annotato da Vincenzo Scamozzi
in
Saggi e Memorie di storia dell’arte 29/2005
Recensione di Giovanni Mazzaferro
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L'ex-libris di Vincenzo Scamozzi nel frontespizio della Urbis Romae Topographiae di Bartolomeo Marliani (1588),
Biblioteca Universitaria di Padova, B.86.b.248
Fonte: Archivio Possessori Biblioteca Marciana Venezia.
Licenza https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/3.0/it/legalcode |
Confesso che, spesse volte,
quando penso a me stesso come recensore, faccio un sorriso e mi colloco
idealmente accanto a Vincenzo Mollica. Avete mai visto Vincenzo Mollica
stroncare qualcuno in televisione? Io no. Presumo che, posto che non tutto sarà
di suo gradimento, si limiti a non parlare di ciò che non gli piace. Io faccio
più o meno lo stesso. Leggo libri che non mi piacciono? Semplicemente mi limito
a non recensirli. Le stroncature – basta dare un’occhiata al blog – sono
pochissime, e limitate a dati oggettivi (il più delle volte casi di plagio). È
una questione di rispetto nei confronti di chi scrive, innanzi tutto.
Questa volta no. Questa volta non
ce la faccio e qualcosa su questo lavoro della Collavo (e sul successivo Di Vincenzo Scamozzi lettore e critico di
Giorgio Vasari scrittore e architetto: dall’esperienza di analisi del
postillato H.P.K pubblicato in Arezzo
e Vasari. Vite e Postille) la devo dire. La loro lettura mi ha talmente
indispettito e contrariato che non posso tacere. Le mie riserve riguardano il
merito (e ne parlerò in seguito), ma soprattutto l’approccio, la lingua
utilizzata, la prolissità dello scritto.
Il lettore chiede rispetto
Se rispetto si deve a chi scrive,
rispetto si deve anche e soprattutto al lettore. Il lettore è una persona che
investe la sua risorsa più rara, ovvero il tempo, per sentire cos’ha da dire
chi scrive (la cosa vale per qualsiasi testo scritto, dai bugiardini delle
medicine ai romanzi, alla saggistica, alla letteratura scientifica). Deve
essere messo innanzi tutto in condizione di capire che cosa sta leggendo.
Quando l’autore scrive volutamente in maniera tale che l’uomo di media cultura
non capisca quello che sta leggendo, allora c’è qualcosa che non va. Se io
scrivo una recensione e non mi faccio capire, vuol dire che ho un problema; se scrivo una
recensione per non farmi capire, allora vuol dire che io sono il problema. È il caso presente.
Una lingua volutamente difficile,
frasi piene di subordinate e incisi lunghe in media dieci righe, con punte che
arrivano alle trenta, ripetizioni, inutili e dettagliati elenchi proposti ad
ogni piè sospinto, vezzi letterari che lasciano il tempo che trovano
rivelandosi fastidiosi (si può dire a Collavo che ‘insomma’ si scrive da secoli
tutto attaccato?), 213 pagine impiegate per dire cose per cui ne sarebbero
bastate una cinquantina, stanno a significare la volontà dell’autrice di
marcare una distanza, di porsi su un piano di superiorità rispetto al lettore,
che probabilmente (nelle intenzioni dell’autrice) dovrebbe rimanere stupefatto
rispetto a questo autentico prodigio di erudizione. Prodigio che, purtroppo, è viziato da
centinaia di errori di battitura (tanto da far sorgere il dubbio che ve ne
siano anche nella trascrizione delle postille) e che si apre letteralmente con
questa ‘perla’: “Superate le soglie del nuovo secolo, e probabilmente già entro
il secondo decennio del Seicento, anche Vincenzo Scamozzi (1548-1616) lesse (o
rilesse) e, in parte, postillò un esemplare della seconda edizione de Le Vite di Giorgio Vasari data in luce a
Firenze nel 1568 dall’impresa dei Giunti…” (p. 1). “Probabilmente”? Chiedo
scusa, ma se Scamozzi è morto nel 1616 mi pare ovvio che le postille siano
state scritte “entro il secondo decennio del Seicento”. Possibile che l’autrice
non si sia accorta del tragico errore? A sua discolpa cito il fatto che, nel
testo, le postille sono fatte risalire, grosso modo al 1611 – e io non sono
d’accordo -, ma l’inizio è davvero imbarazzante.
Tutto questo putiferio ha portato
secondo me a una terribile conseguenza, ovvero che il saggio di Collavo nessuno
lo ha letto per intero (viene citato spesso, per carità) e nessuno quindi si è
posto il problema di capire se l’interpretazione delle note scamozziane sia
corretta oppure no. Per me, in molti casi no. Un consiglio: per prima cosa
andate al testo delle postille, leggetele e cercate di farvene un’opinione. Solo
dopo passate a dare un’occhiata a tutto il resto. Ed ora passiamo al merito.
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| Vincenzo Scamozzi, Teatro all'antica di Sabbioneta (Mantova) Fonte: asbruff tramite Wikimedia Commons |
L’esemplare H.P.K. delle Vite
vasariane
L’architetto vicentino Vincenzo
Scamozzi fu, come abbiamo avuto modo di vedere in un precedente post, un
postillatore ‘seriale’. Molti dei libri appartenuti alla sua biblioteca (andata
dispersa, ma facilmente riconoscibili anche oggi, perché firmati in maniera
caratteristica nei frontespizi) sono zeppi di centinaia di annotazioni o di
segni grafici che ne testimoniano la lettura. La lettura di Scamozzi è innanzi
tutto studio, e l’intero corpus delle
annotazioni è il modo che Scamozzi adotta per ‘organizzare’ lo studio. Lo adotta
da sempre (si suppone oggi che si tratti di un metodo che gli derivò dal padre
e che venne affinato dall’educazione ricevuta dai Gesuiti nel biennio trascorso
a Roma (1578-1579)).
L’esemplare delle Vite giuntine che conserva le postille
scamozziane è conservato a New York presso gli eredi di Hans Peter Kraus, uno
dei più famosi librai antiquari del Novecento [1]. Collavo, che lo ha scoperto,
ne presenta qui per la prima volta la trascrizione. In generale, le annotazioni
danno conto del fatto che le Vite
furono lette soprattutto per motivi di studio, e che tale studio rivelava – e
non poteva essere altrimenti – gli interessi architettonici di Scamozzi. Troppe volte, parlando delle postille che ci
sono giunte fino ad oggi, questo elemento – ovvero il fatto che il motivo per
cui un lettore qualsiasi si avvicinava all’opera vasariana era perché voleva
studiarlo – viene trascurato. È evidente che le annotazioni più
interessanti sono quelle in cui il lettore aggiorna o integra i dati forniti
dall’aretino, oppure quelle – a volte assai gustose, come quelle dei Carracci –
in cui si usano espressioni molto colorite per contestarlo. Ma resta il fatto
che la maggior parte delle annotazioni sono sottolineature oppure note a
margine che semplicemente richiamano il contenuto del testo (una data, la
ripetizione di un nome, un’opera in particolare). Scamozzi non fa eccezione.
La maggior parte delle postille
sono radunate nella parte iniziale del primo volume, che comprende
l’introduzione di natura tecnica dedicata a architettura, scultura e pittura, e
per la precisione in corrispondenza delle pagine dell’architettura. Le altre si
trovano sparse quasi tutte su biografie di architetti e su vite dedicate a
pittori di provenienza veneta.
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| Vincenzo Scamozzi (attribuita a), Villa Nani Mocenigo a Canda (Rovigo) Fonte: Threecharlie tramite Wikimedia Commons |
La suddivisione delle annotazioni
Secondo l’autrice, le annotazioni
si possono suddividere in tre grandi famiglie: “tre ampie categorie raggruppano
le annotazioni […] sulla base della considerazione del diversificato
atteggiamento assunto dal lettore nei confronti del testo a stampa come rilevato
dalle stesse postille: il più delle volte dal testo a stampa Scamozzi impara (postille di tipo A); in non
pochi casi, con il testo Scamozzi interagisce
(postille tipo B); in molti altri, da quel testo Scamozzi prende spunto per fissare delle riflessioni personali (postille
tipo C) che, però, allontanano irrimediabilmente dal discorso” (pp. 16-17). Pur
affascinante, il metodo, alla prova dei fatti non convince per un motivo
banalissimo, ovvero che anche quando prende
spunto in realtà Scamozzi sta interagendo
col testo, Viene lasciato quindi all’interprete il compito di stabilire quando
una postilla sia di tipo B o di tipo C, il che ovviamente, varia in base alla
sensibilità delle persone. Un esempio solo per capirsi: quando, nella vita di
Brunelleschi, Vasari scrive (per esaltare l’opera dell’architetto) “che gli antichi non andorono [sic] mai tanto alto,
con le loro fabbriche”, Scamozzi fa presente che non lo si può dire con
certezza, perché non conosciamo che una parte delle loro realizzazioni: “non vediamo se no[n] la minimal parte delle
opere loro”. Questa postilla viene classificata in quelle di tipo C;
personalmente vorrei capire perché, posto che a me sembra un’interazione col
testo e non mi pare che allontani irrimediabilmente dal discorso.
Più in generale secondo l’autrice
quello messo a punto da Scamozzi è, nel suo complesso, un sistema di marcatura
del testo molto sofisticato in cui tutti i segni grafici (anche le virgole, le
aste puntate, le aste crociate) hanno un loro significato gerarchico, che
indica la maggiore o minore importanza che l’architetto attribuisce a un
determinato passo. Ora, non vi è il minimo dubbio che le postille scamozziane
non rientrino nella definizione canonica che normalmente si dà dei ‘testi
scritti a margine’: non sono appunti presi di getto, che stanno a segnalare una
reazione emotiva, e come tali privi di una loro organizzazione; abbiamo già
detto come Scamozzi sia un uomo che postilla sistematicamente i libri che
legge, e certo il suo non era un metodo casuale. Tuttavia, quando si vuole
attribuire a questo apparato una compattezza ulteriore rispetto a quella che
ha, personalmente tendo a storcere il naso. Ma qui si entra nella discussione
sulla datazione delle postille.
La datazione delle postille
Le annotazioni di Scamozzi si
presentano in una duplice forma: “la maggioranza delle annotazioni (220 su 282)
presenta una scrittura corsiva minuscola minutissima, nella maggior parte dei
casi, ordinata e fluida, alla quale è alternata – per il rimanente quinto delle
presenze manoscritte da Scamozzi – una elegante classica cancelleresca italica,
eseguita con estrema cura solo in pochi, particolari casi” (p. 2). Per
l’autrice è importante mettere in evidenza l’omogeneità dell’apparato, e sottolineare
l’ipotesi che le postille siano il frutto di una riflessione durata decenni e maturata
in prossimità della stesura dell’Idea dell’Architettura Universale.
In questo senso anche i due tipi di diversa calligrafia sarebbero fra loro
posti in scala gerarchica (maggior importanza delle note in cancelleresca,
minore di quella in corsivo), mentre – come è ovvio – la cosa più banale da
pensare è che le calligrafie siano diverse per distinguere postille apposte in
momenti diversi. È poi clamorosa la contraddizione in cui Collavo cade nel
paragrafo ‘Per la datazione delle
postille’ (pp. 33-34). Si comincia col dire che “diversi elementi deduttivi
portano a ritenere che la stesura degli interventi manoscritti sull’esemplare
H.P.K., nel suo complesso, sia collocabile in un periodo di tempo
circoscritto”. Poi si fa notare un elemento fondamentale, ovvero che c’è
un’annotazione in cui compare una data e l’autore parla al presente: è la postilla
numerata 184, scritta a proposito della facciata di Santa Maria Novella, in cui
Scamozzi riporta le sue riserve sulla facciata stessa. La trascrivo: “1602 di ott[obre]/ questa facciata è de
mar/mi bianchi, e neri, ma tiene/ del tedesco così per le colon/ne troppo
sottili, come alle/ sacome degli ornamenti,/ et in vero non ha cosa buo/na”.
Correttamente se ne deduce che l’annotazione deve essere più o meno di quel
periodo. Ma, per sostenere che le annotazioni siano state scritte in rapporto
diretto con la stesura dell’Idea
dell’Architettura Universale, si aggiunge che la loro redazione deve essere
collocata fra 1602 e 1615. Con una conseguenza banale: ovvero che la stesura
delle note non avviene più “in un periodo circoscritto”, ma almeno nell’arco di
tredici anni. Collavo se ne accorge, e a questo punto cita un’altra postilla
(la 280), questa volta relativa ad una fortificazione di Galeazzo Alessi nel
porto di Genova. Qui Scamozzi scrive: “questa
opera riesce molto rara”: questa postilla, priva di data, sarebbe per
l’autrice il frutto della visione diretta dell’opera nel corso di un ipotetico
viaggio compiuto da Scamozzi nella città ligure nel 1611 (ad oggi non
confermato): “tenendo conto dei risultati dello spoglio analitico delle
riflessioni e delle selezioni compiute dal lettore sull’esemplare H.P.K., un
altro dato soccorre permettendo di arginare ulteriormente il periodo di stesura
dei segni di studio a dopo la primavera del 1611…”. E la postilla datata 1602,
citata non più tardi di una pagina prima? Sparita, eclissata, caduta nel nulla.
Io non sto discutendo sul fatto che Scamozzi abbia o no fatto quel viaggio; né
che l’abbia fatto nel 1611. Accetto volentieri questa ipotesi. Ne consegue
direttamente che l’interpretazione più ragionevole – peraltro confermata da
moltissimi altri esemplari postillati – è che le annotazioni non siano state
scritte tutte insieme, ma che testimonino un interesse prolungato di Scamozzi
nei confronti dell’opera vasariana. Collavo però ha una tesi precostituita e ad
essa sacrifica l’evidenza.
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| Vincenzo Scamozzi, Palazzo Contarini degli Scrigni, Venezia Fonte: Didier Descouens tramite Wikimedia Commons |
L’atteggiamento nei confronti di Vasari
Resta da parlare di come Scamozzi
si ponga nei confronti di Vasari. È evidente che l’architetto viene da un
mondo (quello veneto) in cui è maturato ben presto un atteggiamento negativo
nei confronti delle Vite e del loro
toscano-centrismo. Basti pensare – per fare un caso – alle postille su un
torrentiniana anch’essa in America vergate da un intimo del pittore Domenico
Campagnola, già
esaminate in questo blog. Un riflesso di questa prevenzione è dato dalla
postilla 162, in cui, rispondendo idealmente a Vasari, che colloca Brunelleschi
al di sopra di tutti gli altri architetti antichi e moderni, Scamozzi scrive: “queste sono pazzie che so/gliono dire i
fiorentini mi/lantatori, parendo, che la vol/ta della Ritonda [n.d.r.
ovvero del Pantheon] no[n] sia
dif/ficile, et artificiosamente fatta”. Tuttavia a me sembra che se andiamo
a leggere le postille alle Vite
scritte da El Greco, da Federico Zuccari o da Annibale Carracci (ovvero quelle
più famose, e più critiche) l’atteggiamento di Scamozzi nei confronti di
Giorgio sia assai più ‘laico’, e senza dubbio molto più maturo. Nei casi citati
è impressionante la serie di insulti e di cattiverie espresse nei confronti di
Vasari; qui insulti non ve ne sono. È vero: Vasari è preso di mira, ma in
quanto architetto, sia sul piano delle proprie realizzazioni sia sul piano
teorico. La cosa, peraltro, è comprensibile. Per Scamozzi l’architettura è
‘scienzia’; si regge sulla razionalità e sulla misura, e vanta un’indiscussa
superiorità rispetto a pittura e scultura. Per Vasari l’architettura è invece
l’ultima delle tre arti sorelle, tant’è che ne parla in maniera frettolosa,
senza fare ricorso alle ‘misure’ ed evitando di intrattenersi sulla prospettiva
(Scamozzi replica: ‘grazie a Dio’, ed
è questa probabilmente la battuta più salace nei confronti dello scrittore aretino,
ovvero rose e fiori rispetto a un Carracci che gli dice di avere 'una faccia da
cazzo'). Poi, è evidente che il gusto scamozziano non corrisponde a uno stile
architettonico colpevole, secondo lui, di avere corrotto il classicismo del
Quattrocento e del primo Cinquecento. Non a caso l’architetto vicentino
definisce gli Uffizi progettati da Vasari come “opera molto debole” (postilla 52) perché vi si realizza un vero e
proprio ribaltamento nella ‘grammatica’ degli ordini. Il che si sposa benissimo
con una postilla successiva (la 54) in cui Scamozzi dice, a proposito del
Buonarroti, che “se Michel Angelo non
ha/vesse aquistato alto nome/ nelle opere di scultura, e de/ pittura, che in
queste intro/dutioni no[n] meritarebbe lo/de anzi biasimo”. La critica,
come si vede, avviene su basi stilistiche, nel merito, non in maniera
preconcetta.
Che non ci sia una forma di
rifiuto di tutto ciò che dice Vasari è dimostrato peraltro dal fatto che, in
sostanza, quando passa a leggere le biografie degli architetti e (soprattutto)
dei pittori veneti, Scamozzi accetta tutto; e, ancor di più,
tenendo conto dell’oggettiva importanza che hanno le annotazioni poste nella
biografia del Brunelleschi. Pur non condividendo – lo abbiamo appena visto –
l’idea che Filippo sia stato il più grande artefice di tutti i tempi, Scamozzi
segnala lui (e certo non un architetto veneto) quando si tratta di
individuare la figura di un artefice ‘ideale’ (il ‘vir bonus dicendi peritus’ degli architetti) capace di una coerenza
etica da additare a modello e vi aggiunge annotazioni di tipo
moraleggiante che si traducono in riflessioni anche sulla propria esperienza
professionale.
Per tutti questi motivi,
sbaglieremmo se appiattissimo le annotazioni di Scamozzi su altre assai più
polemiche e prevenute; non saremmo in grado di cogliere la reale ricchezza
dell’impianto del pensiero scamozziano; un impianto che gli permise di dare del
tu ai grandi architetti del mondo romano e a quelli del Rinascimento
cogliendone i pregi, ma anche i difetti, con una capacità di analisi che le
postille rivelano essere senza dubbio non comune.
[1] Si veda in questo blog
Giovanni Mazzaferro, Gli esemplari postillati delle Vite vasariane: un censimento.






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