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venerdì 14 ottobre 2016

Studi di Memofonte 16/2016. [Atti del seminario “Trattati e ricettari per colori. Una metodologia di studio nell’ambito delle scienze umanistiche]. Parte Seconda


Recensione di Giovanni Mazzaferro
English Version

Studi di Memofonte 16/2016
[Atti del seminario “Trattati e ricettari per colori. Una metodologia di studio nell’ambito delle scienze umanistiche.
Milano, 6 dicembre 2013]

Parte Seconda: I ricettari
Firenze, Fondazione Memofonte, 2016



Capolettera P nella Bibbia della Malmesbury Bible, Wiltshire, Inghilterra
Fonte: Wikimedia Commons


Il caso del manoscritto in questione – o, meglio di una famiglia di tredici manoscritti che testimoniano l’interpolazione del testo di Faventino – è uno di quelli in cui la derivazione del contenuto dell’opera dall’antichità romana è lampante. Nel III secolo d.c. Marco Cetio Faventino scrisse un’agile volumetto che potremmo definire un riassunto (tecnicamente è un’epitome) del De Architectura di Vitruvio. Una famiglia di manoscritti (di cui il capostipite sembra essere quello conservato con segnatura Ludwig XII.5 presso la sezione manoscritti del Paul Getty Museum) presenta un’interpolazione in cui si presenta un testo di natura tecnico-artistica scandito in due rubriche: De generibus colorum e De colorum commixtione. È di particolare interesse perché la scansione dei colori ripropone teorie aristoteliche (secondo cui i colori più importanti sono il bianco e il nero) che testimoniano la ripresa di tali categorie cromatiche nel Medioevo (tant’è che nel caso del manoscritto del Getty si propone una datazione alla prima metà del XII secolo). Dei tredici testimoni arrivati sino a noi in sei casi conosciamo il luogo in cui furono copiati e conservati: si tratta di abbazie cistercensi collocate in un’area fra il nord della Francia e il sud dell’Inghilterra. Appare così evidente come lo scritto di Faventino sia stato considerato funzionale alle regole edilizie dell’ordine cistercense, ma anche come le ricette interpolate si inserissero perfettamente in questo spirito (occorre ricordare che i cistercensi si ponevano in conflitto coi benedettini per la riscoperta e la promozione di una nuova sobrietà di stile monastico). “L’inserzione delle due prescrizioni in questione si inquadrerebbe quindi nella linea prevalente di imitazione dell’oro senza di fatto utilizzare il prezioso metallo. Infatti, la prima descrive lo splendore dorato che si può ottenere sovrapponendo a una foglia di stagno ben brunita dello zafferano […]. La seconda, invece, destinata alla scrittura, spiega come utilizzare polvere di oro o (e soprattutto per noi) di rame, applicandola con colla di pergamena per poi brunirla fino a ottenere la lucentezza della metallizzazione” (p. 137).


Paola Travaglio
Il ‘Liber colorum secundum magistrum Bernardum’: un trattato duecentesco di miniatura



L'Abstract del saggio.

Del Liber colorum Paola Travaglio aveva già offerto un’edizione critica nel 2008. Motivo della nuova edizione è il ritrovamento di un quarto testimone dell’opera (a Yale), che va ad aggiungersi ai tre conservati a Milano, Modena e Oxford. Non abbiamo la benché minima idea di chi fosse “maestro Bernardo”. Ad essere precisi, un testimone gli attribuisce l’opera, un secondo fa presente addirittura che i libri di “maestro Bernardo” erano quattro; gli altri due ne tacciono. Allo stato dell’arte l’ipotesi più probabile è che Bernardo avesse scritto questo trattato nel 1200 e che poi, successivamente, ad esso fossero stati addossati materiali affini, attribuiti allo stesso operatore semplicemente per contiguità di argomento.

“Dal confronto dei testimoni, il Liber colorum risulta composto da poco più di cinquanta ricette inerenti la tecnica della miniatura e si presenta con un testo coerente, rigoroso e ben strutturato […]. Le prescrizioni di Bernardo descrivono, nella maggior parte dei casi, lo stemperamento e il temperamento dei pigmenti e non la loro preparazione, a significare che le materie prime erano già disponibili, o che l’autore viveva in un ambiente in cui poteva facilmente procurarsele” (pp. 155-156). D’altra parte, lo scarso interesse per la trattazione dell’azzurro, l'incertezza nella nomenclatura con cui esso viene chiamato, l’assenza di riferimenti all’oltremarino e all’azzurro della Magna, fanno pensare che il trattato si collochi prima della diffusione di tali colori e quindi attorno al 1200.



Gaia Caprotti
Il ‘Liber de coloribus qui ponuntur in carta



L'Abstract del saggio

Il Liber de coloribus qui ponuntur in carta è un trattato di miniatura conservato nella seconda parte di un manoscritto di unica mano (del XVI secolo) che si trova con segnatura 1195 presso la Biblioteca Nazionale di Torino. In realtà il genere letterario a cui appartiene non è ben chiaro, soprattutto per via delle frequenti interpolazioni che ne rendono difficoltosa l’interpretazione. Da un lato (come il precedente Liber colorum del maestro Bernardo) vi è ben poca attenzione alla preparazione dei pigmenti e ci si concentra piuttosto su come stemperarli, il che rende probabile che l’autore non avesse la necessità di procurarseli, ma ne facesse soltanto uso. D’altro canto sono caratteristiche la brevità delle ricette fornite e la citazione dei colori in senso astratto (bianco, nero, verde, rosso, azzurro), quando invece, in epoca medievale, era più frequente la citazione dei colori a partire dall’agente colorante che stava alla loro base (color indaco, color brasile etc…). Una delle ipotesi avanzate dall’autrice (che ritiene il nucleo originario steso fra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo in area italiana) è che il trattato, pur avendo scopi diversi, possa derivare da una tabula colorum, ovvero da “una sorta di lemmario, un elenco di forme lessicali indicanti colori vari, delle quali si individuano sinonimi o termini equivalenti in diverse lingue, l’etimologia o la localizzazione geografica” (p. 210). L’autore sembra essere un uomo di cultura, un teorico, più che un artigiano specializzato, anche se l’uso a volte scorretto del latino impedisce di considerarlo un letterato (ma qui subentrano sempre considerazioni su possibili errori compiuti da chi successivamente ha copiato il testo originale).


L'Abstract del saggio 

Il Tractatus aliquorom colorum fa parte del ms. Antonelli 861 (meglio noto come Taccuino Antonelli), conservato presso la Biblioteca Ariostea di Ferrara. Il taccuino Antonelli è già stato pubblicato nel 1993 in una versione che l’autrice elegantemente non giudica, ma evidentemente non ritiene consona. Il taccuino Antonelli è un classico esempio di ricettario ad interpolazione, al cui interno è possibile distinguere un breve trattato di rubricatura. “Se si considerano le sole prescrizioni latine sui colori […], immaginando di estrarle dal ricettario, è possibile riconoscervi un testo coerente e ben strutturato, dotato di un incipit […] e dedicato a un argomento specifico: la decorazione a penna dei manoscritti o rubricatura, ossia l’esecuzione di rubriche, titoli, ritocchi delle maiuscole e iniziali filigranate” (p. 235). Coerente col genere letterario è il fatto che solo pochi colori siano presi in considerazione (rosso, azzurro e oro) con ovvia predominanza del rosso. La datazione originale del trattato viene ricondotta dalla curatrice alla metà del 1300. Da notare come alcune ricette (specie nella loro interpolazione in volgare) trovino corrispondenza in altri testi noti, in particolare nei ricettari di Bartolomeo da Siena e Ser Pietro da Siena conservati presso la Biblioteca degli Intronati di Siena e in un manoscritto recentemente scoperto presso la Bibliothèque Nationale de France (ms. Lat. 18515).



Si riporta l’abstract: “Il trattato di rubricatura Modus preparandi colores pro scribendo, individuabile alla carta 49 del ms. 1939 della Biblioteca statale di Lucca, si compone di due lunghe e articolate ricette, una relativa alla preparazione del rosso, l’altra dell’azzurro. La presenza di questi due colori è un chiaro indizio della destinazione dell’opera, funzionale appunto alla realizzazione a penna di capilettera dorati. Oltre a una inedita, ampia e dettagliata classificazione delle opere presenti nel manoscritto, si analizza in questo studio il breve trattato fornendo la trascrizione del testo dell’operetta ed una traduzione italiana”.


L'Abstract del saggio

Il trattato ‘Capitulum de coloribus ad scribendum’ si trova all’interno del manoscritto Additional 41486 della British Library di Londra. Il titolo dell’opera è in realtà una proposta di Sandro Baroni. Il trattato è privo di qualsiasi introduzione ed (ovviamente) anche di una titolazione. Per molti versi è facile riconoscere le caratteristiche di un trattato di rubricatura: pochi colori presi in considerazione, verbi che hanno a che fare con lo scrivere e non con il dipingere, istruzioni che prevedono un diverso stemperamento di alcuni pigmenti in relazione alle stagioni (la temperatura ambientale incide sulla fluidità dell’inchiostro). L’autore colloca cronologicamente il breve testo tra la fine del XII secolo e il quarto decennio del XIII. Osserva inoltre, ai fini di una localizzazione dell’area di produzione, la presenza di lemmi di derivazione sassone. Fa presente tuttavia che, all’altezza della fine del XII secolo, il sassone non è più la lingua di un’area ben delimitata geograficamente. “Possiamo tentativamente collocare la genesi del nostro testo in un’area che solo in teoria originariamente va dalle coste meridionali e sud orientali della Gran Bretagna, alle storiche regioni del nord Europa comprese tra Elba Weser ed Eider. Di fatto la lingua ebbe vasta influenza sulle coste nord-ovest della Germania e in Danimarca dove abitavano appunto i popoli sassoni. Ma verso la fine del XII secolo l’area occupata da genti sassoni arrivò a comprendere un vasto lembo del Bassopiano Germanico, tra il corso inferiore del Reno e quello medio-inferiore dell’Elba. È appunto a quest’area che dobbiamo pensare” (p. 281), anche in virtù del fatto che parti della stessa opera compaiono in un manoscritto trilingue (tedesco, boemo e latino) conservato a Praga.


Isabella della Franca
Color sic fit


L'Abstract del saggio

Anche Color sic fit è un breve trattato di rubricatura che si trova all’interno del manoscritto 1939 della Biblioteca Statale di Lucca. Mostra tuttavia contenuti in qualche modo anomali rispetto al genere, a cominciare dalla prima ricetta, in cui, rispettando la gerarchia aristotelica dei colori, si parla prima del bianco e del nero, per poi passare al brasile (quindi, nella sostanza, al rosso), al verde e all’azzurro. Manca il cinabro, e si tratta di cosa molto strana, che l’autrice spiega con una possibile perdita avvenuta in fase di trascrizione di una copia. L’autore non sembra conoscere (e quindi attingere da) la letteratura precedente e pare quindi scrivere in maniera autonoma. “Potrebbe trattarsi di un universitario, studente o lettore, di un medico o di un notaio, così come di chiunque provveda anche saltuariamente a rubricare e decorare testi che copia per proprio conti e probabilmente per proprio uso” (p. 286).


Sandro Baroni
De clarea


L'Abstract del saggio.

Fra tutti i trattati presentati all’interno di questo numero di Studi di Memofonte, De clarea è sicuramente il più noto, e quello più analizzato. Basti pensare che la prima edizione dell’opera è del 1873, ad opera di Hermann Hagen e che, dopo altre quattro lezioni, ne è stata pubblicata anche una versione italiana nel 2004, verso la quale Baroni ha un atteggiamento fra lo sdegno e lo sconforto valutandone non solo la pochezza, ma anche il debito spesso letterale a commenti precedenti in altre lingue. De clarea ha una caratteristica ben precisa: esiste in un solo testimone, conservato alla Biblioteca Municipale di Berna con segnatura A 91,17. L’esistenza di un solo esemplare (per ora) dimostra innanzi tutto una cosa: che il testo non ebbe una circolazione (o l’ebbe molto limitata, ad esempio, presso un medesimo circuito di produzione di manoscritti); e inoltre ci complica la vita, perché non permette di provare a integrare le mancanze del testo con l’ausilio di altri testimoni.

Il manoscritto ci è giunto mutilo, su un frammento di cinque fogli in pergamena. È strano – sostiene Baroni – che sino ad oggi si sia parlato di De clarea in termini di trattato di miniatura, mentre è chiaro che la parte superstite è invece un trattato di rubricatura, riferito all’uso della penna e non a quello del pennello. In questo contesto va pur detto che l’autore (che scrive in un buon latino) dimostra particolari conoscenze e particolare interesse per la preparazione non tanto dei pigmenti, ma del materiale tecnico ausiliario, quali i leganti, il flabello e il piano di scrittura. “È il modo della realizzazione delle lettere che intende trasmettere, ben sapendo che nella perfetta riuscita della rubricatura hanno parte fondamentale elementi quali la viscosità del legante, la porosità del supporto e la sua inclinazione, la pulizia della membrana di creta: le condizioni accessorie, insomma, che determinano l’applicazione del colore attraverso uno strumento come la penna” (p. 303).

Nelle ultimissime righe del frammento di testo a noi giunto l’autore (che è stato anche denominato Anonimo Bernense con un’indicazione del tutto fuorviante: è il manoscritto che si trova a Berna, non l’autore che veniva da lì) indica che nel prosieguo del testo parlerà invece di aspetti legati alla “pictura” e quindi di aspetti legati alla miniatura (e non più alla rubricatura). Sembra dunque che, in origine, il De clarea possa essere stato un trattato “misto”, in cui venivano presi in considerazione sia la rubricatura sia la miniatura vera e propria. Purtroppo, ad oggi, la seconda parte è mancante.


Si riporta l’abstract: “Il saggio vuole essere una sorta di introduzione alla sezione dedicata ai testi sull’azzurro oltremare: dopo aver richiamato brevemente una definizione di blu lapislazzuli, e i termini della sua diffusione, e dopo aver ricordato i vari tipi di catalogazione delle forme testuali attraverso cui son arrivate fino a noi le ricette dei colori, l’articolo cerca di fare ordine tra le trattazioni latine e volgari sull’azzurro oltremare che verranno di seguito presentate, costruendone una prima, ipotetica successione o trama di relazioni, e inquadrandole nel più generale problema culturale dell’alchimia. Per questo, il saggio si conclude con l’edizione e la traduzione italiana di un frammento, ascrivibile a Paolo di Taranto, probabile fonte per i testi successivi”.

Più in particolare, si può dire a ragione che l’azzurro oltremare (proveniente dall’Afghanistan) e l’azzurro della Magna (scoperto attorno al 1240 nelle miniere di rame della Sassonia) sono le due grandi “invenzioni” nel campo degli azzurri medievali, tanto da permettere di datare i ricettari che li prevedono o non li contemplano. In generale, come scrive l’autrice citando Sandro Baroni: “tutti i casi in cui le tonalità azzurre non sono menzionate, o lo sono in maniera laconica e defilata rispetto alla gerarchia cromatica adottata, appartengono, con grande probabilità, all’Alto Medioevo, in cui il colore azzurro non è al centro degli interessi e della disponibilità merceologica [...]. Nell’uso, il lapislazzuli è praticamente sconosciuto prima delle Crociate e della formazione dei regni cristiani d’Oriente” (p. 317). La sua importazione vedrà svolgere un ruolo di primo piano da parte dei mercanti veneziani.


Sandro Baroni, Giuseppe Pizzigoni
Capitulum ad faciendum lazurium ultramarinum


L'Abstract del saggio.


Uno dei testimoni più antichi sull’utilizzo dell’oltremare sembra essere il ‘Capitulum ad faciendum lazurium ultramarinum’, che si trova alla fine del manoscritto Additional 41486 della British Library di Londra, già citato parlando del ‘Capitulum de coloribus ad scribendum’. Normalmente, nei ricettari sull’oltremare, la miscela vischiosa che serve per estrarre il minerale (la lazurite) dal lapislazzuli viene chiamata pastello (o pastellus, o pastillum in latino). Qui non si parla del pastello, ma di “poma de ista goma” (“pallottole di questa gomma”). Manca cioè ancora un termine preciso che definisca l’oggetto in se stesso. Secondo Baroni e Pizzigoni, il frammento (una sola ricetta) è anteriore alla metà del Trecento.


L'Abstract del saggio

Il ‘Pastellus fit isto modo’ è un’unica, lunga prescrizione che si trova, ben distaccata rispetto ad altro materiale, all’interno del ms. Canonici Misc. 128 della Bodleian Library di Oxford. Come dice il titolo (che non è altro se non l’inizio della ricetta) si tratta di prescrizioni (in latino) sulla creazione del pastello necessario per estrarre il minerale dal lapislazzuli. È interessante perché sembra aver influito molto su successive trattazioni in volgare, come ‘A fare l’azuro oltramarino vero e perfecto ad ogni paranghone’ (oggi alla Biblioteca Comunale di Lodi ms. XXI B 32), di cui viene fornita trascrizione. “Il nostro testo appare come estratto da una composizione latina più ampia, dove il procedimento doveva apparire meglio contestualizzato. Questa composizione dovette sicuramente rappresentare, insieme ad altre, la sistematizzazione dei primi procedimenti di raffinazione del prodotto, tradotti o descritti da ambienti alchemici a cui fanno capo i nomi di Michele Scoto e Paolo da Taranto certamente coinvolti nella prima diffusione del procedimento. È così da credersi che in ragione di traduzioni dalla scienza araba, attorno alla metà del Duecento, il procedimento di depurazione selettiva del lapislazzuli penetri in Occidente, a seguito della consistente importazione di materiale, per tramite dei regni cristiani di Oriente, delle Crociate e di un rinnovato scambio marittimo con mercati di paesi islamizzati.


L'Abstract del saggio

Il ricettario dello Pseudo-Savonarola è conservato con segnatura ms. Cl.II.147 presso la Biblioteca Ariostea di Ferrara. Oggetto di precedenti edizioni parziali, è detto dello Pseudo-Savonarola perché attribuito, ai primi dell’Ottocento (in maniera errata), al medico e umanista Michele Savonarola, A lungo il testo è stato considerato un “ricettario informe”, ovvero un insieme di prescrizioni senza capo né coda, mentre Paola Travaglio fa notare che si tratta di un classico caso di ricettario tematico in cui i singoli fascicoli sono finiti in disordine. “Una volta compreso questo meccanismo, è possibile individuare nel ricettario alcune porzioni testuali riconducibili a opere note oppure vere e proprie trattazioni mescolate ad altri materiali letterari. Soffermandoci sulle sole sezioni del manoscritto riguardanti l’azzurro oltremare […], nel ricettario ferrarese sono identificabili almeno due testi di breve estensione riconducibili al genere delle ‘trattazioni per un solo colore’, una in latino (Ad faciendum azurrum et cognoscendum locum ubi nascitur) e l’altra in volgare (Modo di fare azuro oltramarino)” (p. 341). Di per sé l’autore principale del manoscritto appare essere un uomo di cultura, buon conoscitore del latino e nelle condizioni di attingere a un discreto numero di fonti differenti. Da qui l’ipotesi che il ricettario dello Pseudo-Savonarola fosse in origine il prototipo di un manuale di studio; una specie di libro di testo, insomma, in cui l’autore aveva suddiviso tematicamente ricette provenienti da vari altri scritti disponendole secondo un proprio ordine di priorità. Sotto questo punto di vista lo Pseudo-Savonarola rivela una parentela con un altro, famoso ricettario noto sin da metà Ottocento, il Manoscritto bolognese proposto da Mary Philadelphia Merrifield nei suoi Original Treatises (1849). La parentela non è solo nella struttura: nel Manoscritto Bolognese compare un volgarizzamento di parte dell’Ad faciendum azurrum et cognoscendum locum ubi nascitur. Da segnalare che proprio nella prima sezione in latino “l’autore avverte inoltre il lettore dell’esistenza di minerali provenienti da Trebisonda che vengono venduti come lapislazzuli: per evitare frodi, suggerisce quindi una prova funzionale a riconoscere la pietra originale dalle imitazioni” (p. 352). Sono raccomandazioni che probabilmente non nascono dal mondo delle botteghe artigiane, ma da quello della mercatura, dove riconoscere il materiale vero da quello finto costituisce un prerequisito fondamentale.




L'Abstract del saggio

A fare azurro oltramarino’ è un trattatello in volgare facente parte dei Segreti diversi riportati nel manoscritto Palatino 857 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. “Il testo prevede una lavorazione dell’oltremare di tipo professionale per quantitativi ingenti e quasi continuativa attività. Il prevedere ingenti acquisti della pietra semipreziosa presuppone un’applicazione di capitale per i tempi considerevole; l’assenza di ogni modalità applicativa in pittura sembrerebbe escludere che l’autore sia un pittore, ma piuttosto un abile trasformatore posto in un contesto dove appaiono possibili l’acquisto e lo smercio del prodotto su ampia scala. In questo senso si potrebbe pensare o a un membro di un ordine religioso, come ad esempio quello dei Gesuati, o a una grande spezieria posta in un centro di rilievo. Il testo appare infatti assimilabile alle analoghe trattazioni che conosciamo redatte da autori che operano all’interno di ordini religiosi, come nel caso del trattato A fare l’azurro oltramarino vero e perfecto ad ogni paranghone, opera di un Gesuato, e della pur composita opera di Padre Baffo carmelitano” (p. 384). L’autrice aggiunge che l’opera dovrebbe appartenere all’insieme delle trattazioni più tarde sull’oltremare, perché contempla la lavorazione del pastello con due bastoni (e non uno solo), circostanza che è citata nelle opere di Cennino Cennini, nello Pseudo Savonarola e in altri scritti, tutti successivi alla metà del Trecento.


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