Recensione di Giovanni Mazzaferro
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Studi di Memofonte 16/2016
[Atti del seminario “Trattati e ricettari per colori. Una metodologia di studio nell’ambito delle scienze umanistiche.
Milano, 6 dicembre 2013]
Parte Prima - Il metodo
Firenze, Fondazione Memofonte, 2016
Firenze, Fondazione Memofonte, 2016
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| Il logo della Fondazione Memofonte, fondata da Paola Barocchi nel 2000. |
I perché di un titolo
Mi scuso immediatamente coi
redattori dell’ultimo numero di Studi di
Memofonte (uscito nel luglio 2016 e consultabile gratuitamente cliccando qui) e con gli autori dei saggi presentati
nei medesimi, ma ho avvertito l’esigenza di attribuire all’intero fascicolo
(quasi 400 pagine) un titolo che in qualche modo unificasse tutti i contributi,
e mi sono quindi rifatto a quanto scritto da Simona Rinaldi nella sua
introduzione: “i contributi qui pubblicati sono stati presentati al seminario «Trattati
e ricettari per colori. Una metodologia di studio nell’ambito delle scienze
umanistiche», organizzato nell’ambito delle attività promosse dalla SISCA
(Società Italiana di Storia della Critica d’Arte) […] e tenutosi […] presso il
Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano” (p. 1).
Rinaldi prosegue dicendo che lo scopo
principale del seminario era costituito dalla presentazione di una serie di
edizioni commentate di ricettari inediti o, se editi, privi fino ad oggi di un
apparato critico degno di questo nome. Le edizioni critiche derivano dalle tesi
di laurea di un gruppo di giovani studiosi, e sono accomunate dall’utilizzo di
un medesimo approccio metodologico.
E qui si deve subito chiarire: questo
numero, letteralmente straordinario, di Studi
di Memofonte si caratterizza per essere di fatto suddiviso in due parti: la
prima (che comprende le prime 130 pagine) è dedicata all’illustrazione del
metodo con cui, a detta dei curatori, si deve affrontare lo studio dei
ricettari; la seconda riguarda invece l’illustrazione critica dei singoli testi,
con loro trascrizione, eventuale traduzione in italiano e commento. L’analisi è
riferita a un gruppo di scritti riguardanti le tecniche di decorazione
libraria, dalla miniatura alla rubricatura, ai ricettari riguardanti un solo
colore e a quelli misti.
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| La copertina del numero 16/2016 di Studi di Memofonte |
Questioni
di metodo
Perché insistere così tanto sulle
questioni di metodo? Innanzi tutto per rivendicare l’appartenenza dello studio
dei ricettari a una vera e propria letteratura, che contempla generi,
strutture, strutture retoriche, fruitori diversi. Lo sviluppo degli strumenti
di laboratorio – pare di capire fra le righe – sta pericolosamente causando
(specie oltralpe), la creazione di enormi database che contengono le singole
prescrizioni delle ricette, in cui queste ultime sono considerate alla stregua
di tante tessere di un mosaico, senza tener conto di quando, come e perché quel
mosaico è stato prodotto. L’idea che i ricettari costituiscano la più diretta
testimonianza di quanto si faceva nelle botteghe medievali e che semplicemente
replicandole sperimentalmente si possa arrivare a risultati sostanzialmente
analoghi (specialmente a fini di restauro) è di, per sé, un approccio che nasce
nell’Ottocento, col revival del Medioevo e che accomuna i grandi conoscitori,
così come i grandi “cacciatori” di manoscritti (a partire da Mary Philadelphia Merrifield). Riproporre oggi la stessa visione del mondo, semplicemente fruendo
di una massa di dati molto più corposa e di strumenti di analisi assai più
efficienti, può essere un errore. C’è una fase precedente che non può essere
trascurata, ed è quella di approccio filologico al testo; quella che permette
di svelare come si è arrivati alla materialità di un determinato manoscritto,
qual è la tradizione da cui attinge, cosa facesse il probabile autore o
redattore, quale fosse il pubblico finale. Senza questo tipo di analisi –
scrivono Baroni e Travaglio – si corre il rischio di incorrere in clamorosi
errori, tipo quello di sostenere “che le Compositiones
lucenses siano il ‘monumento della trattatistica d’arte del Medioevo, «il
più antico tra i manuali che l’Alto Medioevo dedica all’arte di fare arte»,
mentre invece sono solo la preziosa ma – per danni di trasmissione – scombinata
testimonianza dell’antica traduzione latina di un’opera ellenistica in origine
perfettamente organizzata e coerente. […] Anche Mappae clavicula tutto è tranne che un testo medievale: sotto
questo titolo, infatti, frutto di una cattiva traduzione dal greco, si cela un
commentario a opere dell’alchimia alessandrina, anch’esso tradotto in latino
sul finire del mondo antico” (p. 18). Basti qui ricordare che Baroni e
Travaglio sono i curatori della recente edizione di Mappae clavicula, che è
stata ampiamente recensita su questo blog.
Nella sostanza, ciò che i linguisti
hanno dato ovviamente per assodato da secoli, ovvero che, nonostante fratture e
sconvolgimenti della storia, la nostra lingua è di derivazione antica, greca o
romana, e che una serie di innumerevoli trasformazioni nel corso dei millenni
l’ha delineata così come si presenta oggi, fatica ad essere ricordato di fronte
ai ricettari di storia delle tecniche d’arte. Il “ricettario” in quanto tale
viene considerato un’invenzione medievale, mentre in realtà si tratta il più
delle volte di rielaborazioni di testi assai più antichi, da cui bisogna saper
distinguere ovviamente gli apporti originali e più moderni.
Non è certo qui il caso di passare in
rassegna tutta le pagine dedicate alla metodologia (che però vanno lette con
grande attenzione), ma aver presenti alcuni punti fermi non è male.
Innanzi tutto bisogna operare una
prima distinzione fra trattati e ricettari. Con il termine ‘trattato’ si
intendono gli scritti di contenuto autorale che si presumono conferire apporti
personali alla materia; i ‘ricettari’, invece, sono “raccolte di carattere
compilativo e redazionale, realizzati per compilazione e assemblaggio di
ricette tratte principalmente da altre fonti” (p. 25). Ne deriva che i
“trattati” sono in genere sottoinsieme dei “ricettari”, che raccolgono
compilazioni di vario tipo. In teoria possono esistere trattati
compiuti composti da un’unica ricetta (e nel concreto, in qualche saggio ne vengono esaminati alcuni formati da solo due ricette). Queste compilazioni, in seguito a una
pluralità infinita di situazioni, che vanno dall’errore umano nella
trascrizione alla scompaginazione dei fascicoli, o alla intenzionale
rielaborazione di materiali pregressi, possono, a un primo esame, comparire
come totalmente incoerenti, tanto da essere chiamati “ricettari informi”. Ma
l’informità non è altro che sinonimo di disordine. Compito di un esame
filologico non è altro che “rimettere ordine” alle ricette, delineandone la
struttura originaria e (se possibile) l’eventuale derivazione.
In questo senso può aiutare operare
una distinzione dei ricettari fra cronologici (in cui cioè materiali
provenienti da due o più manoscritti sono scritti uno dopo l’altro, in genere
ad uso privato), tematici (con l’originaria preparazione di un numero di
fascicoli pari al numero degli argomenti trattati e l’inserimento in ogni
fascicolo di ricette uniformi per argomento provenienti da testimoni diversi),
o, infine, interpolati (con la sistematica – e ragionata – fusione fra
materiali di manoscritti differenti).
Naturalmente vi sono poi mille altri
fenomeni di cui rendere conto: ad esempio la formazione di “teste” o di “code”
nell’ambito di ogni fascicolo, ovvero l’aggiunta posteriore di materiale che
viene scritto negli spazi bianchi del manoscritto. Molto spesso i fascicoli
avevano in origine la pagina iniziale e finale bianca per non correre il
rischio che il testo potesse rovinarsi per cause accidentali. In momenti
successivi può essere successo che tali spazi siano stati utilizzati a fronte
di carenza di carta. Immaginatevi cosa può succedere quando un ricettario
tematico, composto da tanti fascicoli, presenta tante teste e tante code quanti
sono i suoi fascicoli; e come si complichino ulteriormente le cose se poi i
fascicoli siano stati scompaginati, o alcuni siano stati distrutti etc.
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| Palazzo Vettori-Barocchi, sede della Fondazione Memofonte a Firenze. Fonte: http://www.memofonte.it/ |
La
decorazione del libro
Con riferimento alla decorazione dei
libri è importante, innanzi tutto, definire dei generi. Viene immediatamente
naturale, in questi casi, parlare tout
court di trattati di miniatura. In realtà la miniatura (che prevede l’uso
del pennello per la decorazione della pagina) non è che uno di questi generi.
In particolare si possono distinguere (p. 62):
- trattati di calligrafia e scrittura, che hanno a che fare soprattutto con la creazione e l’utilizzo degli inchiostri, e che hanno un pubblico “allargato” a cancellieri e scribi;
- trattati di crisografia, argirografia e codici purpurei: per la scrittura con inchiostri d’oro o d’argento su porpora. La porpora viene utilizzata sin dall’antichità quale supporto alla scrittura, anche se conosce un progressivo declino con l’incedere dei secoli;
- trattati di rubricatura: hanno a che fare con la consuetudine di decorare i libri specialmente in colore rosso per evidenziare capilettera e titoli. La rubricatura è un’operazione di penna, e non di pennello, e non a caso i trattati di rubricatura si distinguono per il lessico (che ha che fare con lo scrivere e non con il dipingere); prevedono istruzioni sulla preparazione di pochi colori (al massimo quattro), perché pochi sono i colori che vengono utilizzati per tale scopo;
- trattati di miniatura: è qui che entra in gioco il pennello e si amplia la gamma di colori e pigmenti oggetto d’indagine;
- trattazioni per un solo colore: si tratta di scritti dedicati a riconoscere e lavorare un solo pigmento. Le istruzioni che vi sono presenti fanno pensare, più che alla bottega dell’artigiano, alle figure professionali che, a partire grosso modo dalle Crociate, si occupano del commercio fra Europa e Oriente di pigmenti come il lapis lazzuli per la realizzazione dell’azzurro oltremare;
- tavole di mescolanza: “prescrizioni di questo tipo nacquero dall’esigenza di evitare mescolanze di pigmenti destinate a produrre tinte alterabili e probabilmente trovavano una forma ancestrale (o prototipo) nel mondo tardoantico di lingua greca […]. Pur essendo associate ad altro materiale […], queste tavole di mescolanza possono essere considerate un genere letterario a sé stante, poiché compaiono frequentemente in forma autonoma o accorpate ad altre opere […]. È anche ipotizzabile che queste tavole abbiano avuto la funzione di normare le esecuzioni all’interno di uno stesso scriptorium o ambito di copia, dove alla decorazione di un voluminoso codice potevano alternarsi operatori diversi e dove quindi poteva essere avvertita l’esigenza di uniformare le differenti esecuzioni” (p. 72).
I
singoli manoscritti
Svolta (sicuramente in maniera assai
più completa di quanto abbia fatto io) la parte metodologica, si passa alla
rassegna dei manoscritti. La scelta – come dichiara Simona Rinaldi – non è
casuale: “si è voluto ordinare i testi a partire da un esempio di continuità
con la tradizione tardo-antica (Sandro Baroni, ‘De generibus colorum et de colorum commixtione’: ancora qualche nota sull’interpolazione
di Faventino), proseguendo poi con l’esame di trattati di miniatura (Paola
Travaglio, Il ‘Liber colorum secundum
magistrum Bernardum’: un trattato duecentesco di miniatura; Gaia Caprotti, Il ‘Liber de coloribus qui ponuntur in
carta’), da tenere distinti rispetto ai trattati di rubricatura (Paola
Travaglio, ‘Tractatus aliquorum colorum:
un esempio di trattato di rubricatura in un ricettario a interpolazione;
Isabella della Franca, ‘Modus preparandi
colores pro scribendo’; Sandro Baroni, ‘Capitulum
de coloribus ad scribendum’: una trattazione di rubricatura di tradizione
sassone; Isabella della Franca, ‘Color
sic fit’) e a trattazioni miste (Sandro Baroni, ‘De clarea’), per concludere con una cospicua serie di
testimonianze dedicate a un solo colore, scegliendo in particolare il prezioso
azzurro oltremare (Micaela Mander, Trattazioni
per un solo colore: l’alchimia del Duecento di Paolo da Taranto e Michele Scoto
alle origini dei testi sulla raffinazione dell’azzurro oltremare; Sandro
Baroni, Giuseppe Pizzigoni, ‘Capitulum ad
faciendum lazurium ultramarinum’; Micaela Mander, ‘Pastellus fit isto modo’: una trattazione legata all’azzurro oltremare;
Paola Travaglio, ‘Ad faciendum azurrum’:
alcuni esempi di trattazione sull’azzurro oltremare nel Ricettario dello
Pseudo-Savonarola; Marika Manciullo, A
far azurro oltramarino: una trattazione sull’oltremare nei ‘Segreti diversi’
(Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, ms. Palatino 857)” (p. 1).
Nella seconda (ed ultima) parte di questa
recensione cercheremo di parlare brevemente di ognuno degli scritti in
questione.
Fine della Parte Prima



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