Recensione di Giovanni Mazzaferro
English Version
Gianfrancesco Buonamici
Delle Cose Notabili d’Arimino
Edizione critica e note di Patrizia Alunni
Fotografie di Gilberto Urbinati
Rimini, NFC edizioni Guaraldi, 2016
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| Rimini, Arco di Augusto. © 2015 Gilberto Urbinati. Per gentile concessione dell'autore |
La Biblioteca Gambalunga di
Rimini conserva, con segnatura Sc-Ms 1321, un manoscritto anonimo intitolato Delle Cose Notabili d’Arimino. Il
manoscritto, facente parte un tempo di una miscellanea posseduta dal canonico
Zeffirino Gambetti, è stato riscoperto solo alla fine dello scorso secolo ed
attribuito all’architetto riminese Gianfrancesco Buonamici (1692-1759).
Destinato alla stampa, è sfortunatamente rimasto incompleto, molto
probabilmente per la morte del suo autore; testimonianza di questa
incompletezza sono gli spazi bianchi lasciati nel testo, che dovevano essere
completati con dati tecnici evidentemente da recuperare in un secondo momento
(date, misure etc), ma soprattutto la dolorosa assenza della descrizione del
Tempio Malatestiano (all’epoca Chiesa di San Francesco, ma oggi cattedrale di
Santa Colomba). Il manoscritto viene oggi pubblicato per la prima volta, a cura
di Patrizia Alunni, e con un ricco apparato fotografico realizzato per
l’occasione per merito di Gilberto Urbinati, grazie al quale è possibile vedere
a colori tutte le opere superstiti citate dal Buonamici.
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| Rimini, Ponte di Augusto e Tiberio. © 2015 Gilberto Urbinati.Per gentile concessione dell'autore |
I perché di una guida storico-artistica
Subito ci si pone una domanda:
nel 1754 (vale a dire al massimo cinque anni prima) Giovan Battista Costa aveva
dato alle stampe la guida di Carlo Francesco Marcheselli intitolata Pitture delle chiese di Rimino. Si
trattava della prima guida della città. Buonamici doveva conoscerla senza
dubbio alcuno. Lo dimostra anche il fatto che in molte occasioni si limita a
parafrasarla. Perché, dunque, scriverne una nuova? La si deve ritenere una
reazione alla pubblicazione del 1754? Sembrerebbe di cogliere un accento
polemico in tal senso, leggendo all’inizio del Libro secondo:
“Arimino di tali ornamenti non è arricchita al pari delle primarie città
d’italia, non è ella però totalmente priva; e tuttavia in lei sì riguardevoli
cose s’osservano, che ben degne sono delle studiose ricerche degli eruditi. In
fatti noi veggiamo tutto di passaggieri girsene per questa città attenti
osservando e ricercando ansiosi di rinvenire ciò, che la fama di lei ha
promulgato, lo che certamente fanno con grave loro incomodo e proveduti soventi
di tali guide, le quali più nocamento loro recano, che vantaggio”.
Si può cioè pensare che Buonamici
ritenesse fatta male la guida di Marcheselli-Costa e necessario proporne
un’altra più completa? E tuttavia, l’analisi comparata fra i due scritti
dimostra che molto spesso le attribuzioni dell’una sono quelle dell’altra, né
il livello di lettura critica delle opere (sostanzialmente riferito a un gusto
classicista) si discosta in maniera significativa.
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| Benedetto Coda, Lo sposalizio di San Giuseppe e della Vergine, Rimini, Museo della Città © 2015 Gilberto Urbinati. Per gentile concessione dell'autore |
In realtà, molto probabilmente,
Buonamici pensa alla realizzazione di un’opera diversa rispetto a quella del
Marcheselli. Perché davvero ad opere diverse siamo di fronte. In particolare le
Cose Notabili d’Arimino si compongono
di due libri: nel libro viene presentata la storia della città, dagli antichi
romani in poi, con particolare attenzione ad aspetti (come la presenza di
reliquie nei centri di culto) che derivano da una tradizione annalistica
precedente. Nella seconda, invece, si presenta il vero e proprio percorso
attraverso le chiese e gli oratori cittadini (e nelle immediate vicinanze) con
un tragitto diverso rispetto a quello proposto dal Marcheselli. Buonamici punta
dunque alla realizzazione di una guida storico-artistica, più complessa e
variegata rispetto a quella già pubblicata cinque anni prima. Impossibile, poi,
non notare la differenza evidente che viene dimostrata nell’attenzione
conferita ai principali monumenti riminesi di epoca romana, vale a dire l’Arco
di Augusto e il ponte di Tiberio, semplicemente menzionati da Marcheselli e
invece oggetto di una trattazione di diverse pagine da parte di Buonamici. Credo
sia molto giusto quanto scritto nella quarta di copertina del volume: quella
dell’autore, nel caso specifico, si dimostra essere un' "attenzione
professionale rivolta all’architettura degli edifici e alla trattazione dei
monumenti", un’attenzione che si sostanzia anche nell’utilizzo di un lessico
architettonico maneggiato con sicurezza, che non può essere quello di un puro
dilettante.
In realtà, poi, è probabile che
le Cose Notabili fossero destinate ad
essere parte di un progetto ancor più ambizioso di cui Patrizia Alunni parla
nell’introduzione (p. 9), ovvero quello di stampare tre tomi che rappresentassero
la summa della sua esperienza
artistica ed erudita. I primi due avrebbero dovuto contenere la descrizione e i
disegni della Cattedrale di Ravenna (da lui ricostruita nel 1734), con
un’appendice epigrafica, mentre il terzo doveva riguardare le fabbriche più
importanti di Rimini (Arco di Augusto e Ponte di Tiberio). È
possibile che questo terzo tomo fosse in realtà le Cose notabili di Rimini, spingendosi quindi ad illustrare anche il
patrimonio artistico cittadino e non solo i due monumenti romani in questione.
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| Paolo Caliari detto il Veronese, La Madonna tra i Santi Pietro e Paolo e il martirio di San Giuliano, Rimini, Chiesa di San Giuliano © 2015 Gilberto Urbinati. Per gentile concessione dell'autore |
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| Giorgio Picchi, La morte della falsa moglie sulla piazza di Rimini, Rimini, Chiesa dei Santi Bartolomeo e Marino © 2015 Gilberto Urbinati. Per gentile concessione dell'autore |
Chi ne è il vero autore?
Ad onor del vero, è qui
necessario dar conto di alcune perplessità della curatrice in merito
all’autografia dell’opera, che è stata assegnata da altro studioso al Buonamici sulla base di
evidenze interne e di un confronto calligrafico con altro manoscritto
(anch’esso anonimo) ritenuto del Buonamici. Patrizia Alunni non ne è così
certa. In particolare non può fare a meno di ricordare la stretta
collaborazione tra l’architetto e il dottor Paolo Andrea Draghi, medico facente
parte dei circoli eruditi riminesi. La curatrice segnala l’esistenza di un
manoscritto intitolato Ragionamento
apologetico d’Andronico Flaminio a Filalete per il Cavaliere Gianfrancesco
Buonamici, opera del Draghi (Andronico Flaminio è il soprannome accademico
di Draghi). Bene, questo manoscritto risulta essere praticamente identico a un
volumetto a stampa intitolato invece Ragionamento
apologetico di Aceste Italico a Filalete in risposta alle riflessioni sopra un
disegno del Cavalier Gianfrancesco Buonamici, che è da attribuirsi a
quest’ultimo, posto che Aceste Italico era il suo soprannome. La cosa sembra
difficile, ma in realtà si può così riassumere: Buonamici avrebbe stampato a
suo nome (e probabilmente d’accordo con Draghi) un’opera scritta da
quest’ultimo. Se si confronta poi il manoscritto di Draghi con quello delle Cose Notabili conservato alla Biblioteca
Gambalunga, se ne ricava facilmente che la calligrafia è identica e che la
maniera in cui sono state strutturate le pagine (testo diviso su due colonne,
quella di destra usata per le note aggiunte) è la medesima. Cosa se ne deve
desumere? Che in realtà le Cose Notabili
sono di Draghi? La curatrice non si spinge così oltre, e secondo me fa bene,
proprio per quella proprietà lessicale mostrata dall’autore nel manoscritto in
corrispondenza delle descrizioni dell’Arco di Augusto e del Ponte di Tiberio,
tipica di un architetto (e non di un dilettante erudito). Preferisce invece
parlare del frutto di una collaborazione a quattro mani. Resta il fatto
(curioso) che delle due guide artistiche prodotte a Rimini a metà del ‘700, la
prima è di Marcheselli, ma con interventi consistenti di Costa, e la seconda
vede l’autografia suddivisa fra Buonamici e Draghi.
Il gusto del Settecento
Chiunque sia stato il reale
autore delle Cose Notabili non sfugge
– come detto – a un gusto che è quello del tempo. Grande apprezzamento per i
maestri del Seicento e del Settecento; pochi riferimenti al Quattrocento (che,
nella sostanza, si limitano alla citazione del Ghirlandaio, il cui principale
merito è essere maestro di Michelangelo). Le opere dei primitivi sono ricordate
in via del tutto incidentale e più che altro per corroborare tradizioni
popolari. Cito un solo caso, quello della Chiesa di San Giuliano, dove, sotto
una pala del Veronese, è ricordata una “grand’arca di marmo entro cui riposano
le reliquie del santo martire Giuliano”. Di quest’arca si dice che sia giunta
miracolosamente dal mare e ne fa fede “una tavola dipinta già quattrocento
quarant’anni addietro… divisata ancora in molti spartimenti ed in essi
partitamente vedesi espressa la storia della miracolosa venuta” (p. 131). Non è
il caso di censurare l’incapacità di lettura stilistica (tutto quello che è
antico viene genericamente indicato come opera di Giotto). Buonamici è figlio
dei suoi tempi, e ce lo dimostra ampiamente.






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