Pagine

venerdì 2 settembre 2016

Nicole Dacos. Viaggio a Roma. I pittori europei nel '500. Milano, Jaca Book, 2012


Recensione di Giovanni Mazzaferro
English Version

Nicole Dacos
Viaggio a Roma
I pittori europei nel ‘500


Milano, Jaca Book. 2012

Maarten van Heemskerck, Autoritratto a Roma con il Colosseo, 1553, Cambridge, The Fitzwilliam Museum
Fonte: Wikimedia Commons

Alla ricerca di accenti

L’opera di una vita: con queste parole il Viaggio a Roma di Nicole Dacos viene definito sin dalla presentazione del volume ed è stato recensito in più occasioni. Non vi sono dubbi in proposito. Facendo mostra di conoscenze e sensibilità artistiche di gran lunga superiori rispetto alla norma, Dacos scrive un libro che si rivela fondamentale per la focalizzazione della presenza di artisti stranieri a Roma nel corso del Cinquecento e apre strade nuove per lo studio della materia.

Siamo prima del Grand Tour. E tuttavia siamo nel secolo in cui si registra la presenza di ondate di artisti stranieri che si calano dai Paesi Bassi, dalla Fiandre, dalla Germania, dalla Spagna e dal Portogallo per vivere l’esperienza italiana, per studiare le rovine e l’antico, ma anche la “maniera moderna” di Raffaello, di Michelangelo e dei loro epigoni. Un fenomeno che nelle seconda metà del Cinquecento è testimoniato solo superficialmente da varie fonti che segnalano la presenza di pittori stranieri che lavorano nei cantieri di Perin del Vaga, dei fratelli Zuccari, di Vasari e di molti altri artisti italiani che, per realizzare velocemente cicli di affreschi nei palazzi del potere si avvalgono di manovalanza a basso costo, limitandosi spesso alla realizzazione dei disegni ed affidando a terzi (anche ai “pittori stranieri”) la realizzazione delle opere. L’intento dell’autrice è dichiarato sin dalle prime righe del prologo:

“A Roma, chi visita i grandi cicli di affreschi del Cinquecento spesso rimane stupito dalla varietà delle mani che vi si distinguono. Il maestro incaricato dei lavori partecipava poco alla loro esecuzione, quando non si limitava a fornirne i progetti, che affidava agli aiuti. Se alcuni di loro realizzavano fedelmente, altri non vi si adeguavano del tutto, come se non potessero farlo a causa della loro formazione; in questo caso si tratta spesso di stranieri che si sforzano di esprimersi in italiano nella loro pittura, di passare a un’altra “lingua”, ma vengono traditi dall’accento.

Per individuarne la provenienza occorre procedere come fanno ancora oggi gli italiani quando sentono parlare i loro connazionali. Avvezzi alle molteplici inflessioni di cui si colora la loro lingua nelle differenti regioni del paese, per individuarne il luogo d’origine colgono i termini dialettali, vagliano la pronuncia e il ritmo della frase e ne esaminano l’espressione. Fanno lo stesso con gli stranieri, più facilmente identificabili a causa degli errori di lessico e di sintassi in cui incorrono. Così si comportano anche gli storici dell’arte con i pittori del Rinascimento”.

Pedro Machuca, Deposizione dalla Croce, Madrid, Museo del Prado
Fonte: Wikimedia Commons
Roviale spagnolo (Pedro de Rubiales), Battaglia di Zama, 1580-1582 circa, Roma. Musei Capitolini
Fonte: Google Art Project

Fonti e attribuzionismo

Un lavoro enorme, a cui Dacos ha veramente dedicato decenni della sua vita, cominciando dalla Logge di Raffaello. Un lavoro che si compone, in pari misura, di almeno due elementi: da un lato la conoscenza delle fonti. È ovvio che, nel caso specifico, oltre alle consuete citazioni del Vasari assumono un valore peculiare (specie per i pittori fiamminghi) testi come le Vite di van Mander o altri meno noti; ma conferme documentarie si cercano dappertutto; negli archivi che testimoniano i cantieri e i pagamenti delle commissioni, in quelli delle ricche famiglie nobili romane, e persino sui muri della Domus aurea, dove i visitatori erano soliti incidere i loro nomi a futura (e benedetta) memoria della loro visita.

Sull’altro fronte, inutile negarlo, assume un peso rilevantissimo l’attribuzionismo, ovvero la capacità di trovare nessi, accenti, ispirazioni, paternità a partire dalle opere le più disparate: affreschi, dipinti ad olio, cartoni, disegni, arazzi e quant’altro. Su questo aspetto va pur detto che l’autrice si rivela capace di suscitare entusiasmi. La sua lettura di cicli pittorici come ad esempio gli affreschi di palazzo Capodiferro-Spada, in cui riesce a distinguere differenti accenti spagnoli, fiamminghi e francesi deve essere additata come esempio a chiunque si interessi di storia dell’arte.

Juan Fernandez de Navarrete detto El Mudo, Battesimo di Cristo, Madrid, Museo del Prado
Fonte: Wikimedia Commons
El Greco, Cristo scaccia i mercanti dal tempio, 1570, Minneapolis Institute of Art
Fonte: Wikimedia Commons

I Romanisti

In realtà questo libro poteva intitolarsi tranquillamente “I Romanisti del Cinquecento” e nulla si sarebbe trovato di scandaloso. La scelta di parlare invece di "viaggio a Roma" e in particolare di “pittori europei del ‘500” esplicita un problema di metodo che è la tesi fondamentale dell’opera, al di là dell’analisi delle singole figure. Il termine “romanista” viene utilizzato in senso spregiativo a partire dall’Ottocento. Non è un caso; il secolo che vede la nascita della storia dell’arte come disciplina scientifica è anche il secolo in cui si formano Stati come l’Italia e la Germania ed è l’epoca che prelude al tragico trionfo del nazionalismo. I “romanisti” sono i traditori: sono coloro, ad esempio, che dalle Fiandre si spostano in Italia sull’onda dell’effetto provocato dall’arrivo dei cartoni di Raffaello sugli Atti degli Apostoli, spediti per essere tradotti in arazzi.  Sono, insomma, gli artisti che tradiscono i caratteri specifici della genuina arte del Nord e tornano imbevuti di cultura classica e rinascimentale, facendo nascere una pittura ibrida, né carne, né pesce, il cui esito ultimo è oggetto di indifferenza se non di disprezzo.

Si tratta di pregiudizi che tuttora stentano ad essere abbandonati; e che, simmetricamente, possono essere fatti valere se si tiene conto dell’atteggiamento con cui gli italiani guardavano a queste torme di artisti (spesso in erba) che abbandonavano la loro patria per compiere il viaggio di formazione. È lo stesso Francisco de Hollanda a riportare in merito le parole di Michelangelo Buonarroti:

“Prendete un grand’uomo di un altro paese e ditegli di dipingere ciò che vuole o ciò che gli riesce meglio; prendete poi un mediocre allievo italiano e chiedetegli di fare uno schizzo o di dipingere ciò che preferite; e immaginate che entrambi lo facciano. Se siete competente, vedrete che, quanto ad arte, c’è più sostanza nello schizzo dell’apprendista che nella pittura dell’altro maestro e che ciò che il primo ha inteso fare vale più di tutto quello che il secondo ha fatto” (p. 11).

Chi (a secoli di distanza) è considerato un “traditore”, nel momento in cui arriva in Italia è invece ritenuto inadeguato.

E qui interviene la tesi fondamentale del libro: non ci sono tradimenti o inadeguatezze. C’è scambio e arricchimento culturale reciproco; un nuovo ellenismo, insomma (si parlerà, per definire una fase tarda del Cinquecento, di manierismo internazionale, ma anche qui con intenti riduttivi). Il compito dello storico dell’arte è dunque di smettere di ragionare in ottica squisitamente nazionale e di giudicare tenendo a mente le specificità, le vicendevoli influenze e gli arricchimenti.

Tale approccio vale con riferimento alle realtà anagrafiche, ma anche quando si guardi alle tecniche. La specializzazione esasperata del settore impedisce di cogliere l’influenza (spesso la vera e propria “traduzione”) di un disegno o di un affresco su un arazzo, piuttosto che su un’incisione. Tutti elementi che vanno considerati complessivamente quando si cerchi di ricostruire le carriere di queste figure altrimenti difficilmente decifrabili.

Paul Brill, Paesaggio fantastico, 1598, Edinburgo, Scottish National Gallery
Fonte: Wikimedia Commons

Adam Elsheimer, Fuga in Egitto, 1609, Monaco, Alte Pinakothek
Fonte: Wikimedia Commons

Una periodizzazione

L’autrice compie una scelta di metodo lineare: divide il testo in cinque capitoli, cercando di distinguere (in via del tutto indicativa) cinque ondate di artisti stranieri che giungono a Roma: gli arrivi che corrispondono alla presenza di Raffaello e Michelangelo in città, fino alla morte del primo (1520); un secondo flusso che si alimenta coi modelli dall’antico e di Raffaello fino al momento in cui Michelangelo svela il Giudizio universale (1541); il ventennio del trionfo michelangiolesco fino alla morte nel 1564; il recupero della maniera di Parmigianino grazie al ruolo decisivo di Raffaellino del Colle, ed infine il ritorno al “naturale” di fine secolo. In ogni caso, l’analisi è centrata sulle opere ed è sorretta sempre da un apparato iconografico di grande qualità (lo si sarebbe voluto ancora più completo, ma è evidente che i costi sarebbero stati insostenibili). Tutti gli elementi documentari riferiti a fonti letterarie, archivi etc. sono contenuti nelle note, in maniera tale da non inficiare da un lato la scorrevolezza della lettura; le note, peraltro, sono davvero una miniera di informazioni spesso inedite, che offrono decine e decine di spunti per future nuove acquisizioni in materia.


Una tappa

Naturalmente Dacos sa bene che il viaggio a Roma è solo un momento della carriera degli artisti europei del Cinquecento. La tappa nell’Urbe è spesso affiancata a periodi in altre città, come ad esempio a Firenze, a Venezia (si pensi al caso de El Greco) o, nel Regno di Napoli per quanto riguarda molti artisti spagnoli. Sono rari (ma non troppo) i casi in cui l’artista straniero ottiene commissioni a proprio nome: spesso ciò capita per ordini che provengono dai membri delle chiese della loro nazione che si trovano a Roma. L’approccio con l’antico e quello con i moderni può portare a situazioni di totale sconvolgimento dello stile (ancora una volta è il caso di citare El Greco), a mutamenti durevoli, che spesso durano una vita (il caso di Lambert Lombard, testimoniato da Lampsonio, è uno di questi) o solo alla declinazione del proprio fare artistico secondo modalità che si rivelano temporanee e che poi sono riassorbite al momento del ritorno in patria. La pazienza con cui Dacos traccia ogni singolo caso e la maestria con cui delinea parabole artistiche intrecciando relazioni tra opere le più disparate è l’elemento che lascia il lettore a bocca aperta e fa di questo libro un testo che non può mancare nella biblioteca di un qualsiasi cultore di arte del Cinquecento europeo.   http://letteraturaartistica.blogspot.com/p/progetto-cennini.html

2 commenti:

  1. chiunque sia se vuole contattarmi può rispondere....il mio indirizzo è menossieva@gmail.com oppure evamenossi@msn.com meglio il secondo. mi piacerebbe motlo parlare con l autore del blog

    RispondiElimina