Recensione di Giovanni Mazzaferro
English VersionNicole Dacos
Viaggio a Roma
I pittori europei nel ‘500
Milano, Jaca Book. 2012
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| Maarten van Heemskerck, Autoritratto a Roma con il Colosseo, 1553, Cambridge, The Fitzwilliam Museum Fonte: Wikimedia Commons |
Alla ricerca di accenti
L’opera di una vita: con queste
parole il Viaggio a Roma di Nicole
Dacos viene definito sin dalla presentazione del volume ed è stato recensito in
più occasioni. Non vi sono dubbi in proposito. Facendo mostra di conoscenze e
sensibilità artistiche di gran lunga superiori rispetto alla norma, Dacos
scrive un libro che si rivela fondamentale per la focalizzazione della presenza
di artisti stranieri a Roma nel corso del Cinquecento e apre strade nuove per
lo studio della materia.
Siamo prima del Grand Tour. E
tuttavia siamo nel secolo in cui si registra la presenza di ondate di artisti
stranieri che si calano dai Paesi Bassi, dalla Fiandre, dalla Germania, dalla
Spagna e dal Portogallo per vivere l’esperienza italiana, per studiare le
rovine e l’antico, ma anche la “maniera moderna” di Raffaello, di Michelangelo
e dei loro epigoni. Un fenomeno che nelle seconda metà del Cinquecento è
testimoniato solo superficialmente da varie fonti che segnalano la presenza di
pittori stranieri che lavorano nei cantieri di Perin del Vaga, dei fratelli
Zuccari, di Vasari e di molti altri artisti italiani che, per realizzare
velocemente cicli di affreschi nei palazzi del potere si avvalgono di
manovalanza a basso costo, limitandosi spesso alla realizzazione dei disegni ed
affidando a terzi (anche ai “pittori stranieri”) la realizzazione delle opere. L’intento
dell’autrice è dichiarato sin dalle prime righe del prologo:
“A Roma, chi visita i grandi
cicli di affreschi del Cinquecento spesso rimane stupito dalla varietà delle
mani che vi si distinguono. Il maestro incaricato dei lavori partecipava poco alla
loro esecuzione, quando non si limitava a fornirne i progetti, che affidava
agli aiuti. Se alcuni di loro realizzavano fedelmente, altri non vi si
adeguavano del tutto, come se non potessero farlo a causa della loro
formazione; in questo caso si tratta spesso di stranieri che si sforzano di
esprimersi in italiano nella loro pittura, di passare a un’altra “lingua”, ma
vengono traditi dall’accento.
Per individuarne la provenienza
occorre procedere come fanno ancora oggi gli italiani quando sentono parlare i
loro connazionali. Avvezzi alle molteplici inflessioni di cui si colora la loro
lingua nelle differenti regioni del paese, per individuarne il luogo d’origine
colgono i termini dialettali, vagliano la pronuncia e il ritmo della frase e ne
esaminano l’espressione. Fanno lo stesso con gli stranieri, più facilmente
identificabili a causa degli errori di lessico e di sintassi in cui incorrono.
Così si comportano anche gli storici dell’arte con i pittori del Rinascimento”.
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| Pedro Machuca, Deposizione dalla Croce, Madrid, Museo del Prado Fonte: Wikimedia Commons |
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| Roviale spagnolo (Pedro de Rubiales), Battaglia di Zama, 1580-1582 circa, Roma. Musei Capitolini Fonte: Google Art Project |
Fonti e attribuzionismo
Un lavoro enorme, a cui Dacos ha
veramente dedicato decenni della sua vita, cominciando dalla Logge di
Raffaello. Un lavoro che si compone, in pari misura, di almeno due elementi: da
un lato la conoscenza delle fonti. È ovvio che, nel caso specifico, oltre alle
consuete citazioni del Vasari assumono un valore peculiare (specie per i
pittori fiamminghi) testi come le Vite di van Mander o altri meno noti; ma
conferme documentarie si cercano dappertutto; negli archivi che testimoniano i
cantieri e i pagamenti delle commissioni, in quelli delle ricche famiglie
nobili romane, e persino sui muri della Domus aurea, dove i visitatori erano
soliti incidere i loro nomi a futura (e benedetta) memoria della loro visita.
Sull’altro fronte, inutile
negarlo, assume un peso rilevantissimo l’attribuzionismo, ovvero la capacità di
trovare nessi, accenti, ispirazioni, paternità a partire dalle opere le più
disparate: affreschi, dipinti ad olio, cartoni, disegni, arazzi e quant’altro.
Su questo aspetto va pur detto che l’autrice si rivela capace di suscitare
entusiasmi. La sua lettura di cicli pittorici come ad esempio gli affreschi di
palazzo Capodiferro-Spada, in cui riesce a distinguere differenti accenti
spagnoli, fiamminghi e francesi deve essere additata come esempio a chiunque si
interessi di storia dell’arte.
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| Juan Fernandez de Navarrete detto El Mudo, Battesimo di Cristo, Madrid, Museo del Prado Fonte: Wikimedia Commons |
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| El Greco, Cristo scaccia i mercanti dal tempio, 1570, Minneapolis Institute of Art Fonte: Wikimedia Commons |
I Romanisti
In realtà questo libro poteva
intitolarsi tranquillamente “I Romanisti del Cinquecento” e nulla si sarebbe
trovato di scandaloso. La scelta di parlare invece di "viaggio a Roma" e in
particolare di “pittori europei del ‘500” esplicita un problema di metodo che è
la tesi fondamentale dell’opera, al di là dell’analisi delle singole figure. Il
termine “romanista” viene utilizzato in senso spregiativo a partire
dall’Ottocento. Non è un caso; il secolo che vede la nascita della storia
dell’arte come disciplina scientifica è anche il secolo in cui si formano Stati
come l’Italia e la Germania ed è l’epoca che prelude al tragico trionfo del
nazionalismo. I “romanisti” sono i traditori: sono coloro, ad esempio, che
dalle Fiandre si spostano in Italia sull’onda dell’effetto provocato
dall’arrivo dei cartoni di Raffaello sugli Atti
degli Apostoli, spediti per essere tradotti in arazzi. Sono, insomma, gli artisti che tradiscono i
caratteri specifici della genuina arte del Nord e tornano imbevuti di cultura
classica e rinascimentale, facendo nascere una pittura ibrida, né carne, né
pesce, il cui esito ultimo è oggetto di indifferenza se non di disprezzo.
Si tratta di pregiudizi che
tuttora stentano ad essere abbandonati; e che, simmetricamente, possono essere
fatti valere se si tiene conto dell’atteggiamento con cui gli italiani
guardavano a queste torme di artisti (spesso in erba) che abbandonavano la loro
patria per compiere il viaggio di formazione. È lo stesso Francisco de Hollanda
a riportare in merito le parole di Michelangelo Buonarroti:
“Prendete un grand’uomo di un
altro paese e ditegli di dipingere ciò che vuole o ciò che gli riesce meglio;
prendete poi un mediocre allievo italiano e chiedetegli di fare uno schizzo o
di dipingere ciò che preferite; e immaginate che entrambi lo facciano. Se siete
competente, vedrete che, quanto ad arte, c’è più sostanza nello schizzo
dell’apprendista che nella pittura dell’altro maestro e che ciò che il primo ha
inteso fare vale più di tutto quello che il secondo ha fatto” (p. 11).
Chi (a secoli di distanza) è
considerato un “traditore”, nel momento in cui arriva in Italia è invece
ritenuto inadeguato.
E qui interviene la tesi
fondamentale del libro: non ci sono tradimenti o inadeguatezze. C’è scambio e
arricchimento culturale reciproco; un nuovo ellenismo, insomma (si parlerà, per
definire una fase tarda del Cinquecento, di manierismo internazionale, ma anche
qui con intenti riduttivi). Il compito dello storico dell’arte è dunque di
smettere di ragionare in ottica squisitamente nazionale e di giudicare tenendo
a mente le specificità, le vicendevoli influenze e gli arricchimenti.
Tale approccio vale con
riferimento alle realtà anagrafiche, ma anche quando si guardi alle tecniche.
La specializzazione esasperata del settore impedisce di cogliere l’influenza
(spesso la vera e propria “traduzione”) di un disegno o di un affresco su un
arazzo, piuttosto che su un’incisione. Tutti elementi che vanno considerati
complessivamente quando si cerchi di ricostruire le carriere di queste figure
altrimenti difficilmente decifrabili.
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| Paul Brill, Paesaggio fantastico, 1598, Edinburgo, Scottish National Gallery Fonte: Wikimedia Commons |
Una periodizzazione
L’autrice compie una scelta di
metodo lineare: divide il testo in cinque capitoli, cercando di distinguere (in
via del tutto indicativa) cinque ondate di artisti stranieri che giungono a
Roma: gli arrivi che corrispondono alla presenza di Raffaello e Michelangelo in
città, fino alla morte del primo (1520); un secondo flusso che si alimenta coi
modelli dall’antico e di Raffaello fino al momento in cui Michelangelo svela il
Giudizio universale (1541); il
ventennio del trionfo michelangiolesco fino alla morte nel 1564; il recupero
della maniera di Parmigianino grazie al ruolo decisivo di Raffaellino del
Colle, ed infine il ritorno al “naturale” di fine secolo. In ogni caso,
l’analisi è centrata sulle opere ed è sorretta sempre da un apparato
iconografico di grande qualità (lo si sarebbe voluto ancora più completo, ma è
evidente che i costi sarebbero stati insostenibili). Tutti gli elementi
documentari riferiti a fonti letterarie, archivi etc. sono contenuti nelle
note, in maniera tale da non inficiare da un lato la scorrevolezza della
lettura; le note, peraltro, sono davvero una miniera di informazioni spesso
inedite, che offrono decine e decine di spunti per future nuove acquisizioni in
materia.
Una tappa
Naturalmente Dacos sa bene che il
viaggio a Roma è solo un momento della carriera degli artisti europei del
Cinquecento. La tappa nell’Urbe è spesso affiancata a periodi in altre città,
come ad esempio a Firenze, a Venezia (si pensi al caso de El Greco) o, nel
Regno di Napoli per quanto riguarda molti artisti spagnoli. Sono rari (ma non
troppo) i casi in cui l’artista straniero ottiene commissioni a proprio nome:
spesso ciò capita per ordini che provengono dai membri delle chiese della loro
nazione che si trovano a Roma. L’approccio con l’antico e quello con i moderni
può portare a situazioni di totale sconvolgimento dello stile (ancora una volta
è il caso di citare El Greco), a mutamenti durevoli, che spesso durano una vita
(il caso di Lambert Lombard, testimoniato da Lampsonio, è uno di questi) o solo
alla declinazione del proprio fare artistico secondo modalità che si rivelano
temporanee e che poi sono riassorbite al momento del ritorno in patria. La
pazienza con cui Dacos traccia ogni singolo caso e la maestria con cui delinea
parabole artistiche intrecciando relazioni tra opere le più disparate è
l’elemento che lascia il lettore a bocca aperta e fa di questo libro un testo
che non può mancare nella biblioteca di un qualsiasi cultore di arte del
Cinquecento europeo. http://letteraturaartistica.blogspot.com/p/progetto-cennini.html







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RispondiEliminachiunque sia se vuole contattarmi può rispondere....il mio indirizzo è menossieva@gmail.com oppure evamenossi@msn.com meglio il secondo. mi piacerebbe motlo parlare con l autore del blog
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