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Storia delle antologie di letteratura artistica
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[Lettere di Artisti del XIX Secolo]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert
[A cura di Else Cassirer]
Berlino, Bruno Cassirer Verlag, 1913 [nella copertina] /1914 [nel frontespizio], 710 pagine, con 150 illustrazioni.
Recensione di Francesco Mazzaferro
Parte Quinta
Sulla famiglia Cassirer, si veda anche: https://letteraturaartistica.blogspot.com/2019/11/cassirer-famiglia.html
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| Fig. 99) Friedrich Overbeck, Italia e Germania, 1815-28 |
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Germania e Italia
L’importanza del rapporto tra artisti tedeschi ed Italia
nell’Ottocento si misura dal numero di costoro che vi si trasferiscono stabilmente
tanto da morire nel nostro paese. Tra quelli le cui lettere sono raccolte da
Else Cassirer, per esempio, è il caso di Carstens (Roma, 1798), Pforr (Albano,
1812), Koch (Roma, 1839), Ahlborn (Roma, 1857), Overbeck (Roma, 1869), Feuerbach
(Venezia, 1880), van Marées (Roma, 1887), Stauffer-Bern (Firenze, 1891) e
Böcklin (San Domenico di Fiesole, 1901). Agli artisti morti in Italia bisogna
aggiungere quelli che vi spendono parte importante della loro vita, ma
rientrano in Germania, come ad esempio von Cornelius (a Roma tra il 1811 ed il
1819), Schnoor von Carolsfeld (a Roma tra 1818 e 1826), Richter (a Roma tra il
1823 ed il 1826), von Steinle (a Roma tra 1828 e 1834) e Erwin Speckter (a Roma
tra il 1829 ed il 1834). Sono inoltre numerosissimi i giovani artisti che
intraprendono il classico grand tour
all’inizio della carriera, traversando la penisola in lungo ed in largo nel
corso di uno-due anni: tra quelli inclusi nell’antologia vorrei ricordare Karl
Friedrich Schinkel (in Italia tra 1803 e 1804), Carl Blechen (tra 1828 e 1829),
Carl Schuch (nel 1869) e Hans Speckter (tra 1876 e 1877). Molti artisti
tedeschi si incontrano per la prima volta a Roma e ricordano per tutta la vita
l’atmosfera magica dei mesi passati insieme.
Non vi è dubbio che un rapporto così intenso non può essere
semplicemente occasionale: è l’eredità della presenza di Winckelmann e Mengs a
Roma nel Settecento e del consolidarsi nella cultura tedesca, fin dal primo
Ottocento, del mito di Roma come patria dell’arte antica e rinascimentale (si
pensi all’enorme successo del Viaggio in
Italia di Goethe, pubblicato nel 1816-1817). È un tema che è stato oggetto
di molti studi, e che va al di là dello scopo di questo articolo. Le lettere
degli artisti raccolte da Else Cassirer offrono però alcuni spunti che mi
sembra necessario rilevare.
Se vi è un elemento sorprendente nelle Lettere di Artisti del Diciannovesimo Secolo è quanto alcuni
giudizi degli artisti tedeschi sull’arte italiana siano persistenti, nonostante
il mutare del gusto, rivelandosi come pilastri del sentire artistico di molte
generazioni. È il caso del mito di Raffaello. In Germania, come del resto in molte
altre parti d’Europa, il pittore urbinate è considerato almeno dall’inizio del
Seicento come il più grande pittore di sempre. L’acquisto, ancora recente,
della Madonna Sistina nel 1754 da parte di Augusto III di Sassonia rende
possibile agli appassionati dell’artista di ammirare uno dei suoi capolavori in
territorio tedesco, a Dresda, ma le Stanze di Raffaello, gli affreschi della
Villa Farnesina e gli arazzi del Vaticano sono tra le opere d’arte che
continuano ad attirare generazioni di artisti tedeschi a Roma.
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| Fig. 100) Heinrich Wilhelm Tischbein, Augusta Reuss-Ebersdorf nei panni di Artemisia, 1775 |
Le lettere rivelano come il classicismo tedesco sia, per una
parte importante, un’imitazione di Raffaello. In una lettera precedente il 1785,
Heinrich Wilhelm Tischbein (1751 – 1829) scrive al fratello: “Ho disegnato molto partendo da Raffaello.
Che caratteri meravigliosi e splendide fisionomie ha prodotto, tu non te lo
puoi nemmeno immaginare. (…) Si dice che i pittori più naturali siano
Raffaello, Albrecht Dürer e Holbein. Ed è assolutamente vero: non hanno alcuna
maniera, solo natura” [146]. Ed aggiunge, in una lettera ad un
corrispondente di cui non conosciamo il nome: “Non ho certo bisogno di spiegarle qual grande uomo sia stato Raffaello
in ogni aspetto della pittura. Uno non se ne rende conto a pieno fin quando non
lo si studia. È stato eccelso sotto tutti gli aspetti, ma specialmente nella
composizione; è stato inoltre il più grande che vi sia mai stato
nell’atteggiamento e nella varietà dei volti e delle espressioni. Al Vaticano,
dove si vedono così tanti suoi lavori uno a fianco dell’altro, mi sono spesso
sorpreso di come sia riuscito a differenziare caratteri che si somigliano l’un
l’altro. A volte ho traversato le Stanze ed ho paragonato tra loro tutti i saggi.
Ha saputo introdurre mille gradazioni per differenziarli, e tuttavia sono tutti
così saggi e sereni” [147].
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| Fig. 101) Johann Wilhelm Tischbein, La bella giardiniera, da Raffaello, senza data |
In una lettera non datata ad Herder, in cui il pittore si
scusa con il filosofo per non poterlo accompagnare durante la sua visita a Roma
(siamo intorno al 1788–1789), Tischbein gli elenca le opere da non mancare: “Di Raffaello lei osservi con attenzione la
battaglia di Costantino. Tra i dipinti corrisponde a quello che l’Iliade è tra
le poesie. È un’opera completa e contiene tutti gli elementi che sono necessari
a raccontare una battaglia. La cacciata di Eliodoro dal tempio è forse l’opera
più fortunata che egli abbia mai ideato. L’immagine è immediatamente chiara. La
rappresentazione è evidente. Quando vedo quest’immagine, mi viene
immediatamente in mente l’amore di Dio, come egli abbia creato l’uomo a sua
somiglianza, abbia forgiato la fronte di Raffaello ed abbia inspirato in lui il
suo spirito. Consideri [gli affreschi alla] Villa Farnesina come una pittura
nordica, ma non si concentri troppo sull’esecuzione: è stata eseguita da
scolari e poi si è deteriorata per gli interventi di restauro” [148]. In
conclusione: l’attenzione è sugli affreschi e sulla composizione.
Si è già detto che il classicismo tedesco venera Raffaello:
si trovano altri omaggi a lui attribuiti in una lettera del pittore e scultore
classicista Jacob Asmus Carstens (1754-1798) del 1793 al ministro prussiano Friedrich
Anton von Heynitz (1725-1802) [149]. Quando poi il classicista Gottlieb Schick (1776-1812) vuol convincere Schelling nel 1808 della pericolosità dell’insegnamento
accademico, usa come esempio di una formazione alternativa la gioventù di
Raffaello per spiegare come l’apprendimento in una bottega ed il confronto
diretto con gli artisti possa giovare di più all’arte di qualsiasi struttura
burocratica d’insegnamento [150].
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| Fig. 102) Asmus Jakob Carstens, Priamo presso Achille, 1794 (gesso) |
Il mito di Raffaello perdura con i nazareni e i romantici.
Quando Overbeck scrive nel 1857 ad un amico di lavorare ormai da anni (per la
precisione, da dieci anni) ad una serie di arazzi (perduti) sui Sette
sacramenti, scrive che intende usare il modello degli arazzi di Raffaello, con
un’immagine centrale ed una cornice con fregi che possano spiegare gli aspetti
teologici con riferimenti al Vecchio Testamento. Spiega inoltre con qualche
trepidazione di sperare ancora che il vescovo di Orvieto gli assegni il
compito, nonostante la tarda età (ha sessantotto anni) di tradurre quegli
arazzi raffaelleschi in un ciclo di affreschi sullo stesso tema nel duomo; il
progetto purtroppo non si concretizzerà [151]. Passando poi a Cornelius, il
pittore si firma come Raffaello nelle lettere che invia all’amico Fritz
Flemming; quest’ultimo si firma Platone [152]. Celebrano Raffaello anche una
lettera di Schnoor von Carolsfeld nel 1818 [153] e una di Moritz von Schwind
del 1827 [154].
Ecco che cosa scrive Erwin Speckter, pittore di chiaro
spirito romantico, nel 1831-1832: “Quanto
più vedo Raffaello, tanto più lo amo e lo adoro. Tutto di lui mi diletta: la
ricca fantasia, la bonomia giovanile, la grazia e la bellezza. Ne è così ricco
come un albero che è talmente pieno di frutti che i suoi rami minacciano di
spezzarsi. Sì! Tutto, tutto è così bello: gli indumenti, il disegno, il colore.
Quello spirito interiore, profondo nell’espressione! Per questo motivo egli ha
conquistato la mia anima e l’ha riempita completamente di sentimenti”
[155]. La lettura romantica è necessariamente diversa da quella classica:
grazia e spiritualità sostituiscono la composizione. È evidente l’influsso di
Friedrich Schlegel, che inaugura una nuova lettura del pittore nell’estetica
tedesca.
Schlegel fa della Madonna
Sistina il nuovo dipinto di riferimento per comprendere Raffaello. Ed
infatti sulla Madonna Sistina si
concentra la lettera di Alfred Rethel (1810-1859) al fratello Otto nel 1842.
Rhetel scrive al fratello da Francoforte per raccontare del recente viaggio a
Dresda. “Passo immediatamente al nucleo
della collezione di Dresda, e questa è la Madonna Sistina. Caro Otto, io so
bene che sei ben cosciente di ciò che sia veramente divino nell’arte. So anche
che tu sei convinto che il concetto di arte debba essere concepito come
qualcosa di più elevato del dipingere in modo realistico un’aringa con una
cipolla! E tuttavia non sono sicuro di riuscirti ad esprimere con questi miei mezzi
così miseri l’impressione che questo quadro ha suscitato in me. Non ne puoi
avere se non una pallida idea con un’incisione, e tuttavia, Dio mio, in qual
modo imperfetto! La riproduzione a mezzo stampa sarebbe una vera vergogna se
non fosse giustificata dai buoni intenti, perché non ti dà assolutamente se non
una traccia vaga ed erronea del dipinto. Pensa al dipinto in grandezza
originale, in modo tale che gli angeli in primo piano appaiano colossali,
dipinti in una tonalità intensa, che ti scuote profondamente. (…) L’espressione
del Cristo bambino turba in modo tale che non si riesce a sopportarla più di un
quarto d’ora; un mondo intero si nasconde nel suo sguardo. È lì per
sacrificarsi per i peccati del mondo ed al tempo stesso per giudicare nel
giudizio universale. L’occhio è infuocato, diviene sempre più grosso, le labbra
sembrano muoversi. Quel che scuote di più in questa espressione così potente di
vita è la calma esterna della meravigliosa forma del neonato. Nessuna
gesticolazione con braccia e gambe; le forme sono quelle di un neonato, ma
modellate in modo davvero meraviglioso. Ed in qual modo le forme vengono
racchiuse! Galleggiano sulla superficie. Tutte le volte che ho visto l’immagine
(sei volte consecutive, ogni giorno) ho avuto l’impressione come se fosse stato
appena aperto un sipario e come se la madre apparisse con il figlio, leggera
come una piuma, come se fosse presente solo nel pensiero. Come se adesso fosse
là, ma potesse sparire ad ogni istante. È la regina dei cieli ma anche una
madre amorevole.
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| Fig. 105) Raffaello, Madonna Sistina (particolare), 1513-1514 |
Ah! Ed ora il vecchio
papa Sisto in ginocchio, con la mano sul lato sinistro che si allontana dal
quadro, mentre la mano sul lato destro tende al busto. Con uno sguardo fermo,
forte, addirittura tonante, si rivolge all’apparizione celeste e chiede il
perdono per chi è in piedi davanti al quadro come spettatore. Come è stato
dipinto! In un semplice mantello dorato, una veste bianca, un volto bruno scuro
con barba e capelli grigi. Ed in qual modo si tiene conto nell’immagine del
chiaro e dello scuro. Sia da breve distanza sia da lontano, movimento,
modellato ed espressione rimangono dunque chiari e comprensibili.
Ed ora i due angeli in
basso. È impossibile comprendere con quale tecnica egli sia riuscito a
dipingerli! È chiaro che in un primo tempo non c’erano (attraverso gli angeli
si vedono le nuvole sottostanti, tanto leggera e sottile è la fattura con cui
sono stati prodotti). E quale espressività nelle teste di due bimbi! Ci
contenteremmo di poter dare quell’espressività ad un Cristo bambino. E tuttavia
i loro volti sono intenzionalmente molto meno intensi di quello del Cristo
bambino, e lo spettatore si accorge di nuovo, guardando loro, di avere in
fronte a sé un’opera umana, e non divina. Grande, grande maestro!
Sì, deve avere avuto
una specie di visione! Il tutto è stato dipinto come se sorgesse bollente dalla
sua anima, senza essere raffreddato da studi preparatori e scordando
completamente il mondo esterno. Forse in modo anche per lui incomprensibile! È
la sua migliore pittura ad olio. Grande capolavoro in Germania! Mi sento come
ebbro. Nessun regno potrebbe mai compensare la gioia che ho provato davanti a
quel quadro. Davanti ad esso ho provato con profonda gratitudine il valore del
dono celeste, che si è in parte già esaurito ma in parte è ancora presente, di
poter essere sopraffatto dai sentimenti davanti ad una tale opera.” [156] Siamo
di fronte ad un pittore chiaramente già influenzato dalla logica romantica, al
punto di sembrare pre-simbolista.
Sorprende che, a fianco di Raffaello, i riferimenti a
Michelangelo siano molto minori e quasi esclusivamente concentrati sulla
Cappella Sistina (nulla su Michelangelo architetto, e quasi nulla su
Michelangelo scultore, fino al 1869, quando Hans van Marées tesse l’elogio dei
Prigioni al Louvre [157]). Colpisce invece l’insistenza con la quale diversi
artisti fanno riferimento nelle lettere al Correggio, come all’altro grande
maestro dell’arte italiano.
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| Fig. 110) La rappresentazione dell' Antonio Allegri da Correggio di Adam Oehlenschläger, in una versione drammatica, al Teatro di Corte di Darmstadt il 18 Dicembre 1818 |
E tuttavia bisogna ricordare che anche il romanticismo
europeo fa di Correggio una figura di riferimento: il romantico Adam
Oehlenschläger, poeta nazionale danese, compone nel 1811 il dramma Correggio, un successo europeo che è
tradotto in italiano nel 1812 ed in tedesco nel 1817. In Germania, inoltre, la
fama di Correggio si era consolidata già da quando Augusto III di Sassonia
aveva acquistato nel 1746 La notte. Peter
von Cornelius apprezza le sue ombreggiature in una lettera senza data all’amico
Flemming [158] e Schnorr von Carolsfeld ne esalta l’intimità dell’espressione
in una missiva da Bologna al padre nel 1827: “Correggio deve essere stato un uomo che era capace di un elevato amore
intimo” [159]. Feuerbach annuncia alla madre nel 1855 di voler spendere un
mese a Parma per studiare Correggio: “Correggio
ha tutto quello che può incantare il cuore di un uomo: soavità, grazia e colore
incandescente” [160].
Sensibilità differenti tra i nazareni sull’Italia
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| Fig. 111) Julius Schnoor von Carolsfeld, Pastori italiani, 1819 |
Le lettere dei nazareni offrono ovviamente molti riferimenti
all’Italia. Vi è chi – come Julius Schnoor von Carolsfeld – è innamorato di
tutto quello che si riferisce al nostro paese. Nel 1818 scrive all’amico Johann
Friedrich Rochlitz (1769–1842), scrittore, poeta e critico musicale: “Se devo elencare gli elementi che mi
stimolano e rendono particolarmente felici, eccoli: il sud, il mondo dell’arte
antica, il modo di vivere dei nostri connazionali qui a Roma e per finire il
modo con cui io stesso faccio arte. Per quel che riguarda in particolare il
fare arte, credo che il modo di vivere e di comportarsi degli italiani, e la
loro apparenza nel complesso, siano molto più adatti a colpire l’occhio del
pittore di quanto non sia il comportamento dei contadini tedeschi. Almeno per
quel che mi riguarda, guardo con maggior piacere ad una ragazza di Albano su un
mulo che ad una donna di Schönfeld mentre porta sulle spalle il suo cesto da
trasporto, come se fosse lei stessa una bestia da traino” [161].
Qualche anno prima, Peter von Cornelius non esita invece a
usare toni che fanno pensare al suo rapporto con l’Italia come ad un amore
tradito, in una lettera del 1812 al pittore Karl Moßler (1788-1860): “Con l’eccezione dei miei fratelli di
chiostro [nota del traduttore: sono gli altri nazareni, che fanno parte
della Confraternita di San Luca] qui a
Roma si parla dell’arte tedesca solo con un certo senso di superiorità e ciò
tanto più mi dispiace quanto più proprio qui in Italia l’essenza dell’arte
tedesca mi appare in tutta la sua gloria e mi sembra sempre più cara. Ti dico, caro
Moßler, e ne sono fortemente
convinto: un pittore tedesco non dovrebbe muoversi dalla Germania. Ebbene io ho
fatto questo passo ai miei tempi, ed è bene che sia stato così, ma non voglio
vivere a lungo sotto questo cielo così caldo dove i cuori sono così freddi, ed
io scopro con dolore e gioia che sono un tedesco fino al midollo” [162].
Un approccio
tecnico-funzionale: il viaggio di Schinkel in Italia (1803-1804)
Nel 1803, poco più che ventenne, l’architetto Karl Friedrich
Schinkel (1781-1841) intraprende un viaggio di due anni in Italia, documentato
fra l’altro in un diario [163] ed in circa quattrocento disegni. Nel dicembre
1804, egli invia inoltre da Parigi un resoconto di qualche pagina sul viaggio
italiano al suo maestro David Gilly. Il testo è stato scelto da Else Cassirer
per la sua natura epistolare, e forse anche perché, sia pur breve, testimonia
l’atteggiamento pratico del giovane architetto, la sua passione per i
materiali, il suo interesse per la finalità delle costruzioni che egli osserva,
la sua attenzione allo stato di mantenimento delle opere. Entra in Italia da
Trieste, circumnaviga l’Istria e attraversa in nave l’Adriatico, per
raggiungere Venezia. Da lì percorre poi l’intera penisola fino alla Sicilia, da
dove prende un traghetto fino a Genova per visitare Torino e Milano e poi
recarsi in Francia. Le osservazioni di Schinkel denotano uno spirito pragmatico,
legato alla sua idea che ‘il principio dell’arte nell’architettura’ sia legato
a considerazioni pratiche e debba soddisfare finalità precise: “Il primo arrivo in Italia ha immediatamente
chiarito, al di là del clima, la ragione delle differenze principali della sua
architettura [nota del traduttore: rispetto a quella tedesca]: la mancanza di legname e la sovrabbondanza
di ogni tipo di pietre. Là dove noi poniamo travi di legno, qui vi sono spesso
volte in pietra. Ne segue anche una diversa costruzione dei muri e del tetto”
[164]. Sull’architettura istriana nota che “lo
splendido materiale di vari tipi di marmo, estratti dalla stessa roccia che
regge le città” [165] e la capacità
di attutire l’esposizione alle condizioni atmosferiche hanno
consentito di mantenere in ottime condizioni anche gli edifici più semplici,
riducendo al minimo il bisogno di continua manutenzione. Considera i modi con
cui sono lavorate porte e finestre, i muri si congiungono per sostenere le
volte, i tetti sono concepiti per resistere alle piogge (e nota le differenze
con i tetti tedeschi, concepiti per sostenere il peso della neve). Osserva che
la predominanza della pietra sul legno riduce il rischio della propagazione
degli incendi negli abitati [166]. Aggiunge che, mentre nel medioevo le scelte
architettoniche sono dominate dall’esigenza della solidità delle opere, quella
priorità si è poi persa per inseguire invece mode ed apparenze.
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| Fig. 113) Karl Friedrich Schinkel, Disegno della chiesa di Santa Maria del Popolo a Cittaducale, 1803 |
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| Fig. 114) Karl Friedrich Schinkel, Chiesa di Friedrichswerder, Berlino, 1824-1830 |
A Venezia Schinkel esprime tutto lo stupore per la ricchezza
di stile di un’architettura che è il risultato dell’incontro tra oriente ed
occidente (parla di uno stile ‘saraceno’, ovvero di architettura moresca). In
Germania – scrive al suo maestro – uno stile così ricco potrebbe al massimo
comparire, per varietà di marmi, archi, fregi e cornici ed altre decorazioni
delle facciate, solamente nell’allestimento scenico delle opere teatrali [167].
E tuttavia a Venezia si nota “una
straordinaria attenzione ad assegnare ad ogni dettaglio anche una certa
finalità, al di là della sua bellezza” [168] secondo regole che dovrebbero
essere utilizzate anche in Germania.
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| Fig. 115) Karl Friedrich Schinkel, Altes Museum, Berlino, 1824–1830 |
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| Fig. 116) Karl Friedrich Schinkel, Chiesa di San Nicola, Potsdam, 1830-1850 |
Molti degli edifici realizzati da Schinkel nel corso della
prima metà dell’Ottocento saranno chiaramente ispirati agli edifici ammirati a
Roma (che visita due volte: nel 1804 e nel 1824). E tuttavia nel resoconto al
suo maestro sul primo viaggio scrive che la sua attenzione non viene catturata
dagli edifici antichi di per sé (“La
maggior parte degli antichi edifici non offre nulla di nuovo agli architetti. Li
si conosce fin dalla giovinezza” [169]) ma dalla perfezione dell’uso delle
tecniche architettoniche (l’uso del travertino, la capacità di realizzare “gran parte degli edifici, i portici e le
grandi arcate” grazie a costruzioni in mattoni e calce [170]), così come
dalla visione poetica che alcune delle rovine offrono per il fatto di essere
poste nel mezzo della natura [171].
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| Fig. 117) Karl Friedrich Schinkel, Casa di campagna vicino a Siracusa, 1804 |
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| Fig. 118) Karl Friedrich Schinkel, Villa del Principe Butera vicino a Palermo, 1804 |
Il viaggio a Napoli ed in Sicilia gli fa poi scoprire
un’architettura completamente diversa da quella tedesca [172]. “Le abitazioni hanno un soffitto piatto su
cui viene gettato uno strato molto solido di pozzolana e gesso. Anche dal punto
di vista della distribuzione degli spazi, l’architettura di questi paesi è
quella più lontana dalla nostra. Quel che di solito chiamiamo spreco di spazio
nelle nostre abitazioni diviene sempre più evidente quanto più ci si muove a
sud. Sale aperte, sorrette da pilastri ed arcate, ed ampi corridoi, che
portano in ogni direzione ad ampi belvederi o vigneti, rappresentano qui la
parte maggiore della casa. Se nelle camere si trascorre poco tempo, questi
locali servono invece all’attività ed al lavoro nel calore intenso, perché l’aria
– circolando – si rinfresca” [173].
I romantici e l'Italia
Tra le lettere dell’antologia compare una breve missiva di
Caspar David Friedrich al collega pittore Johann Ludwig Lund (1777–1867), un
pittore neoclassico che è stato educato tra cultura tedesca e danese. È un
amico, hanno studiato insieme a Dresda e poi si è trasferito una decina d’anni
a Roma con la moglie. Da lì lui e la moglie invitano Friedrich a stabilirsi a
Roma presso di loro. La risposta è del luglio 1816: “Grazie per il gentile invito a venire a Roma, debbo però confessare
apertamente che i miei sensi non mi hanno mai portato in quella direzione. Tuttavia,
dopo aver sfogliato alcuni libri di disegno di [Carl Gottfried Traugott] Faber,
ho quasi cambiato idea. Adesso potrei quasi pensare di trasferirmi a Roma e di
vivere là. Ma non posso considerare, senza rabbrividire, il solo pensiero di
come potrei ritornare al nord, che significherebbe a mio parere nient’altro se
non seppellirmi ancora in vita. Posso rimaner calmo senza tormentarmi, se così
vuole il destino; ma tornare indietro è contro la mia natura, tutto il mio
essere si oppone” [174].
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| Fig. 119) Johann Ludwig Lund, Ida Brun, 1811 |
Tra gli artisti della generazione seguente si reca in Italia
l’amburghese Erwin Speckter (1806-1835), allievo di Cornelius e amico di
Philipp Otto Runge, che ci ha lasciato ben due volumi di lettere dal nostro
paese, nonostante sia morto non ancora trentenne [175]. È un giovane pittore
della transizione: educato a Monaco nella maniera nazarena, ha già scoperto in
Germania il colore grazie alle affinità con Runge, ma l’arrivo a Venezia nel
1830, tramite Verona e Padova, ha confermato le sue intuizioni. “Mi sembra del tutto ragionevole che tutti i
veneziani siano stati grandi pittori del colore, perché qui tutto è solo colore
ed ogni idea, in questo mondo di colori, deve concretizzarsi in colore”
[176].
Della città lagunare gli piace tutto, e racconta della
sensazione di stordimento al suo arrivo in Piazza San Marco. E tuttavia egli registra
anche, nelle lettere scelte da Else Cassirer, la decadenza della Serenissima:
racconta dei palazzi posseduti un tempo da nobili ed ammiragli tra Padova e
Venezia. “Ma che cosa sono divenuti oggi
quei palazzi? La maggior parte è vuota. Una lunga strada di sospiri tra Padova
e Venezia. Sono tutti ben conservati, sono gli stessi magnifici palazzi, ma
nelle sale vuote trionfa oggi solamente il sole, che cerca invano in ogni
angolo dove siano rimasti splendore, gioia e vita” [177]. E con spirito già
romantico osserva: “Un contrasto davvero
evidente con la gloria perduta delle opere umane è la natura splendida e
lussureggiante; lei sola sembra aver superato tutte le difficoltà. Quanto più i
palazzi sono abbandonati, tanto più l’edera e la vite trionfano attorno alle
vecchie statue e colonne; sembrano voler nascondere pietose ogni pena del mondo”
[178].
Carl Begas, che quindici anni prima aveva visitato il nostro
paese unendosi ai nazareni invia nel novembre 1840 una lettera al più giovane
pittore Carl Steffeck (1818
-1890) in partenza per l’Italia, offrendo qualche suggerimento: “Si guardi intorno con sguardo penetrante;
come naturalista per indole le do il consiglio di osservare con attenzione la
massa delle persone ed il modo con cui riesce lietamente ad organizzarsi e la natura
così caratteristica che si trova solo lì” [179].
L'Italia nell'ultimo quarto di secolo
A partire dagli anni Settanta, gli artisti cominciano a
girare per l’Italia con il Cicerone
di Jacob Burkhardt (1818–1897) in tasca, e a paragonare le loro impressioni
con quelle del testo. Con l’edizione di quel volume nel 1855 nasce il mito del
primo rinascimento. Se in precedenza la meta principale dell’interesse degli
artisti è sempre Roma, Firenze assume ora un nuovo spazio. Nel 1877 Hans Speckter
(1848-1888) invia da Firenze alcune lettere allo zio Erwin, appena menzionato,
che in Italia aveva soggiornato quarant’anni prima. Il suo interesse è per le
chiese di Santa Croce e Santa Maria Novella, per Cimabue ed Arnolfo di Cambio,
per Ghiberti e Donatello. Sono nomi che non compaiono in nessuna lettera
precedente nell’antologia. “Nonostante il
caldo atroce, Firenze mi piace così straordinariamente che debbo sempre pentirmi
in segreto di non aver avuto subito quest’impressione. Mi rendo conto di quanto
io abbia imparato grazie all’aver qui molto visto e studiato l’arte del passato.
Anche di Roma non ho nostalgia. La sorgente fresca è infatti qui, ed anche se
le opere maggiori di Raffaello e Michelangelo si trovano a Roma, come rimane infinita
la ricchezza di valore della primavera dell’arte, di cui là non si sente la
mancanza per l’eccesso degli esempi più vari d’arte di tutti i tempi, ma che è la
fase più istruttiva e gradevole fra tutte” [180]. La lettera si conclude
definendo la repubblica fiorentina come “la
culla della moderna Europa” [181].
Se il mondo dei nazareni si è esaurito, un gruppo di artisti
tedeschi rinnova la loro tradizione in Italia, al punto che con loro nasce il
neologismo di “tedeschi romani” (Deutschrömer).
Sono Arnold Böcklin, Anselm
Feuerbach, Adolf von Hildebrand e Hans von Marées. Nessuna lettera è
presente dello scultore von Hildebrand (1847–1921), che pur è forse stato il
più importante rappresentate della letteratura artistica tedesca, con il suo
saggio su “Il problema della forma nell'arte figurativa” (Das Problem der Form in der bildenden Kunst) del 1893.
Lo svizzero Arnold Böcklin (1827-1901) simboleggia forse la
transizione nel mondo tedesco da una visione prevalentemente ‘romana’ ad una
‘fiorentina’ dell’arte italiana; vive tra Germania ed Italia, dove soggiorna
per ampi periodi anche su sollecitazione del Burckhardt. Dal 1850 e al 1859 e
dal 1862 al 1866 si stabilisce a Roma; dal 1874 al 1885 e dal 1892 fino alla
morte nel 1901 vive invece a Firenze.
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| Fig. 122) Hans von Marées, Autoritratto (a destra) con Lenbach, 1873 |
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| Fig. 123) Hans von Marées, Autoritratto (a sinistra) con Hildebrand, 1863 |
Con Hans van Marées (1837 –1887) ci imbattiamo nelle lettere
di un pittore che non solamente ha un’estesa rete di contatti con gli artisti
del suo tempo, ma anche un intenso rapporto con la teoria estetica. È il
protetto di Konrad Fiedler (1841 –1895), critico d’arte e studioso di estetica.
Durante tutta la vita Anselm Feuerbach (1829-1880) intrattiene
un intenso carteggio con la matrigna Henriette, che quest’ultima raccoglie e
pubblica nel 1882 (due anni dopo la morte di Anselm a Venezia) con il titolo
“Testamento spirituale” (Vermächtnis).
È un classico della letteratura artistica tedesca. Oltre alle lettere,
Feuerbach ci ha anche lasciato scritti più ampi come l’articolo “I tedeschi in
Italia” (Die Deutschen in Italien) ed
una serie di pamphlet polemici, il più importante dei quali contro il capofila
della pittura storica austriaca, Hans Makart. Parte importante del carteggio è
scritta dall’Italia, dove egli risiede prima a Venezia, poi a Firenze, quindi a
Roma, ed infine di nuovo a Firenze. Vivere in Italia vuol dire per lui aver
raggiunto un vero e proprio rifugio spirituale, che lo protegge dal mondo
accademico di Berlino e Vienna, nei cui confronti non esita a spendere parole
molto amare. Nel 1866, al ritorno da Napoli e Pompei, scrive: “È impossibile descrivere l’incantevole
impressione di Pompei, del mare, dei bronzi e dei vasi. Ho potuto conseguire
un’esperienza più elevata ed abbandonarmi al piacere più puro. Ed ho giurato
nel profondo del cuore che la piccolezza e la miseria della mia patria non deve
più infestare il mio spirito” [182]. Nel 1873, trasferitosi a Roma,
osserva: “Qui ho trovato i miei vecchi
amici e ho ritrovato in modo stabile una serenità spirituale, che non era
possibile ottenere altrove” [183]. Le lettere scelte da Else Cassirer non
offrono tuttavia altri riferimenti utili.
E l’arte italiana
dell’Ottocento?
Canova e Segantini sono gli unici artisti di lingua italiana
le cui lettere compaiono nell’antologia. Come si vedrà, vi sono sezioni
spagnole (Goya), francesi ed inglesi, ma nessuna sezione italiana. Nel suo
complesso si conferma un fenomeno che è inaugurato da Winckelmann, confermato
da Goethe e si prolunga fino al primo Novecento: gli artisti tedeschi hanno un
enorme interesse ed amore per l’arte italiana del passato (l’antico, Raffaello)
ma non trovano spunti di interesse per quella contemporanea in Italia. Antonio
Canova e Giovanni Segantini sono inclusi da Else Cassirer nella sezione sugli
artisti tedeschi (nonostante gli scritti originali siano in italiano)
probabilmente perché sudditi dell’impero austro ungarico.
Canova è presente con due lettere a Leopoldo Cicognara, del
1812 e del 1815. La seconda, del 2 ottobre 1815 (con un post scriptum dell’8
ottobre) [184], è una missiva da Parigi che contiene un vero e proprio inno
all’Austria ed alla Prussia. La lettera inizia con l’incarico ricevuto di recuperare
a Parigi le opere sottratte da Napoleone. Spiega che la decisione di lasciare
al Louvre le Nozze di Cana di Paolo Veronese (per evitare di danneggiare la tela nel trasporto) non è sua, che era
stata già presa prima del suo arrivo e che l’informazione su suoi presunti
contatti al proposito con l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe è del tutto
falsa. Annuncia invece a Cicognara il ritorno della quadriga a Venezia, ed in
questo caso conferma di aver discusso con l’imperatore una sua nuova collocazione
nel Palazzo del Doge sul lato di fronte all’isola di San Giorgio (nuova
collocazione che evidentemente non si è poi concretizzata). Sebbene Canova
parli (a proposito della decisione sul telero di Paolo Veronese) di una
soluzione che egli non condivide perché danneggia “l’interesse e l’onore della mia patria”, è evidente dalla lettera
che una definizione semplicemente ‘italiana’ di quello che sia la sua patria
non è ovvia: “I primi capolavori della
scultura sono ora nelle mie mani, addirittura in una caserma austriaca, ed
entrambe le pitture di Roma e dello Stato della Chiesa di cui sono riuscito ad
ottenere la restituzione vengono ora imballate, senza che io abbia ancora ricevuto
una lista precisa delle opere sottratte, che sarebbe necessaria e che attendo
ogni momento da Roma. Se qualche oggetto viene lasciato indietro o va perduto,
non sarà certo responsabilità mia, ma è colpa di quelli che mi hanno mandato
qua senza una speranza di successo e senza un solo documento su ciò di cui
bisogna esigere la restituzione. Ciò nonostante siamo riusciti a riottenere il
meglio, e ciò solo grazie alle baionette prussiane, austriache ed inglesi;
perché sono queste tre potenze che ci proteggono in modo particolare”
[185]. Nel 1913 la pubblicazione di questa lettera in un’antologia berlinese è
un omaggio particolare di Else Cassirer agli Asburgo ed agli Hohenzollern.
![]() |
| Fig. 126) Giovanni Segantini, Autoritratto, 1893 |
Quando Le lettere di
artisti sono pubblicate nel 1913, Segantini, nato nel Trentino (allora
Tirolo italiano), è suddito dell’impero austro-ungarico, anche se la sua
formazione come pittore è legata a Brera. Il pittore italiano compare con
alcune lettere che lo mostrano chiaramente nel ruolo di un dissacratore, e come
pittore impegnato nel rinnovamento dell’arte italiana. Nel 1894 scrive al
“Signor Candidus”: “In infima minoranza
si presentano gli indipendenti, i solitari,
gli originali, che posseggono o credono di possedere il dono di sentire delle
sensazioni nuove e le vogliono riprodurre, violando, o tentando secondo i loro
mezzi di violare le vecchie leggi teoriche dell’arte, sostituendo le personali.
Così facendo essi tendono alla distruzione della maggioranza conservatrice“
[186]. Nel 1897 scrive da spettatore (non espone alla mostra) una lettera al comitato
organizzatore della seconda biennale di Venezia, contestandone la composizione
perché non in linea con gli statuti [187]. Nel 1898 spiega all’amico scrittore
Domenico Tumiati la prima sua reazione quando anni prima a Brera incontra il
naturalismo lombardo di Tranquillo Cremona, Mosè Bianchi di Monza e Luigi
Chirtani. “Mi sono ritirato sulle colline
ed i laghi della bella Brianza, convinto che l’arte della pittura non si limiti
solamente al colore, ma che essa, utilizzata in modo appropriato, possa esprimere
tutti i sentimenti dell’amore, del dolore, della gioia e del lutto. Arrivato in
Brianza non mi sono dunque cimentato con lo studio delle capacità espressive
del colore, ma ho cercato di riprodurre i miei sentimenti, soprattutto durante
i tramonti serali, quando la mia anima tendeva ad una dolce melanconia”
[188]. È un rinnovamento intimista del linguaggio che sarà la base per il
futuro sviluppo simbolista.
Le disavventure di un
artista in Italia
Resta da dire che le Lettere
raccolgono anche testimonianze di disavventure. Viaggiare è sempre
un’avventura. Vivere in Italia significa poi per i pittori confrontarsi con un
mondo diverso, ed imbattersi in situazioni straordinarie. Ecco una selezione
che mostra la varietà di situazioni.
Christian Daniel Rauch (1777-1857) a Tieck: “Carissimo amico, mercoledì scorso, il 29
aprile, siamo arrivati qui [a Roma] sani e salvi; già a Siena abbiamo trovato
uno scirocco spaventoso, che è durato anche qui nei primi giorni; non avevo mai
incontrato un caldo di questo genere ed ancora oggi l’aria (già migliore) ha su
di me un effetto oppressivo: brucia come se venisse dall’interno di un pallone
riscaldato” [189].
Johann Wilhelm Tischbein (1751-1829) a Goethe: “Lei si ricorderà quando capitammo a Napoli
alla locanda al Largo di Castello e chiedemmo di bere un bicchiere d’acqua.
Quando ci fu dato, mi accorsi che conteneva diversi insetti. Volevo evitare che
lo bevessimo, ma la ragazza mi spiegò che quello era il meglio che lei avesse,
ed ognuno di noi bevve l’acqua volentieri. Lei prese il bicchiere e sorseggiò
con calma, dicendo: in fine dei conti mangiamo granchi ed anguille e non ci fa
nulla di male. Anche questi graziosi animaletti non ci faranno nulla di male e
forse ci nutriranno” [190].
Christian Gottlieb Schick (1776-1812) ai suoi fratelli
(1812): “Qui a Roma è ancora estate
[17 Novembre]; gli alberi e l’erba, che sono
stati bruciati dal caldo terribile di quest’estate, rivivono ed i campi
risplendono del verde più bello; si piantano tutte le piante da orto come da
noi in agosto, e tutti i fiori che decorano i prati in primavera germinano qui
a metà novembre sull’erba fresca. Che paese stupendo, voi non potete neppure
immaginarlo. Ogni giorno, mentre mi sveglio, sento gli uccelli cantare come da
noi in maggio e quasi non riesco a capacitarmi che l’anno sta per finire tra
poco. Questo e le opere d’arte che qui si trovano uno vicina all’altro, sono
però anche gli unici vantaggi che questo paese possiede rispetto ad altri. Al
di là di queste due cose deve essere davvero sgradevole vivere in Italia;
nessuna altra comodità della vita di ogni giorno è qui presente. Gli individui,
soprattutto quelli di Roma, preferiscono chiedere l’elemosina piuttosto di
guadagnare il pane con il lavoro delle loro mani. Il governo del Papa è il
peggiore che si possa mai trovare. I principi di corte hanno preso in affitto
tutti i terreni, e ne lasciano incolti una metà per la ragione maledetta di
voler tener alto il prezzo del grano. Il popolo comune va perciò in rovina. (…)
La povertà che domina tra le persone comuni va al di là di ogni descrizione. La
fame li porta a compiere atti estremi: scavano nel letame e non appena trovano
qualcosa che solo in parte è commestibile, lo inghiottono con il massimo
dell’appetito. Se trovano delle ossa rosicchiate, le rosicchiano ancora; pane
ammuffito che forse giace in strada da qualche mese non è ancora troppo cattivo
per non mangiarlo. Non è neanche troppo raro che persone qui muoiano di fame.
Gli italiani non ci pensano, si sono ormai abituati a questi eventi” [191].
Julius Schnorr von Carolsfeld (1794-1872) racconta al padre (1818) di truffe che avvengono tra Italia e Germania per vendere a
prezzi elevati quadri di valore limitato a clientela tedesca. Spiega l’operato
del giovane storico dell’arte von Rumohr (1785-1843) per scoprire le truffe
[192].
Carl Schuch (1846-1903) a Julius Rettich su fatti di sangue
nella campagna romana (1868): “Mi
raccomando: non m’inviare una raccomandata. Perché qui prendono ogni
raccomandata come se fosse un portafoglio, e qui i briganti non si sono
estinti. Solo qualche giorno fa nella vicina Palestrina c’è stata un’esecuzione
– il condannato aveva ammazzato almeno sette uomini – e ieri hanno trovato il
fratello della locandiera con tre colpi di coltello - una brava coltellata
[sic – in italiano]” [193].
Carl Schuch (1846-1903) a Julius Rettich, probabilmente nel
1868: “L’italiano è un essere capriccioso
– offre allo spettatore rilassato, all’anti-moralista opportunità infinite di
diletto. È divertente osservare come è facile che egli menta; si mente su
questioni minime con la naturalezza più assoluta, cosa che da un lato offende e
fa ribrezzo alla natura tedesca, e tuttavia non è senza attrattiva. L’italico
[sic] non mente solamente agli altri, cosa che per certi aspetti può essere
scusata come forma di necessità e difesa, se non addirittura di nobiltà, ma
anche a se stesso. Trae volentieri se stesso e gli altri in errore, è un
egoista ingenuo e vive in realtà solo per gli altri, perché è un attore nato e
naturale della vita, e mima ogni sorta di vita, senza mai vivere la propria.
Per lui tutto è superficie, apparenza, maschera, posa, ed in alcuni casi
addirittura una bella immagine. Questi uomini eleganti sono belli, a volte
davvero belli come sculture antiche, e tuttavia solo contenitori di bella forma,
ma senza contenuto significativo; le donne, nella maggior parte dei casi
affascinanti, talvolta di una bellezza inebriante, sono quasi sempre focose e
abili strumenti della lussuria” [194].
Karl Stauffer-Bern (1857-1891) dal manicomio di Firenze
(1890): “Sul manicomio di Firenze devo produrre
un lavoro in immagini e parole. Ne vale la pena, perché quel che io ho sofferto
per la stupidaggine dei dottori e l’orrore dei locali – fin quando Hildebrand [nota
di redazione: lo scultore Adolf von Hildebrand] non si è occupato di me – merita di essere illustrato. La mia intera
vita precedente, comprese le carceri nuovi [sic], che fra l’altro sono di prima del 1400, e le carceri
muratte [sic] e tutto quello che lì ho
passato, non sono nulla rispetto a quello che ho dovuto sopportare in questo
porcile. Camicie di forza ecc.. Capirai un giorno quel che mi è successo dai
miei capelli. Ma il resto te lo dirò di fronte ad una bottiglia di Neuenburger.
Ti sorprenderai di molte cose” [195]. Stauffer-Bern si suicida un anno
dopo: era stato arrestato (ed in seguito dichiarato matto) a Firenze dopo che
il marito di Lydia Welti, un ricchissimo industriale svizzero, l’aveva
denunciato per la relazione extra-coniugale. Il marito aveva anche fatto
dichiarare pazza Lydia e, dopo un breve ricovero forzato al manicomio di Roma,
l’aveva riportata in Svizzera. Al suicidio di Stauffer-Bern seguì quello di
Lydia: una sorte di riedizione ottocentesca del mito di Romeo e
Giulietta.
Fine della Parte Quinta
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NOTE
[146]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, Berlino, Bruno Cassirer, 1919,
712 pagine. Citazione a pagina 25.
[147]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 27.
[148]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 30.
[149]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 107-108.
[150]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 123.
[151]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 131.
[152]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 137-140.
[153]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 157.
[154]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 157.
[155]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 203.
[156]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 246-247.
[157]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 327.
[158]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 139.
[159]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 161.
[160]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 314.
[161]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 156.
[162]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 140.
[163] Si veda: https://archive.org/stream/briefetagebche00schi#page/n7/mode/2up.
[164]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 67.
[165] Künstlerbriefe
aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 67.
[166]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 68.
[167]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 69.
[168]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 69.
[169]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 69.
[170]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 70.
[171]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 69.
[172] Si vedano le note di Valentina Spadaro
sull’impatto del viaggio in Sicilia sull’arte di Schinkel: http://italiadischinkel.altervista.org/il%20viaggio%20di%20Schinkel%20in%20Sicilia.html
[173]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 70.
[174]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 166.
[175] Speckter,
Erwin - Briefe eines deutschen Künstlers aus Italien. Aus den
nachgelassenen Papieren, Leipzig, F.A. Brockhaus, 1846, 2 volumi, pagine 456 e
412.
[176]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 202.
[177]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 197.
[178]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 198.
[179]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 208.
[180]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 270.
[181]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 270.
[182]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 324.
[183]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 324.
[184]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 64-65.
[185]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 65.
[186]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 350.
[187]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 354-355.
[188]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 356.
[189]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 95.
[190]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 31.
[191] Künstlerbriefe
aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 119.
[192]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 153.
[193]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 422.
[194]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 423.
[195]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert, (citato), 1919, p. 345.

































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