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Storia delle antologie di letteratura artistica
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[Lettere di Artisti del XIX Secolo]
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert
[A cura di Else Cassirer]
Berlino, Bruno Cassirer Verlag, 1913 [nella copertina] /1914 [nel frontespizio], 710 pagine, con 150 illustrazioni.
Recensione di Francesco Mazzaferro
Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert
[A cura di Else Cassirer]
Berlino, Bruno Cassirer Verlag, 1913 [nella copertina] /1914 [nel frontespizio], 710 pagine, con 150 illustrazioni.
Recensione di Francesco Mazzaferro
Parte Prima
Sulla famiglia Cassirer, si veda anche: https://letteraturaartistica.blogspot.com/2019/11/cassirer-famiglia.html
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| Fig. 1) La prima edizione dell’antologia datata 1913, ma probabilmente pubblicata nel 1914 |
L’antologia berlinese del 1913-1914 dedicata alle “Lettere di Artisti del Diciannovesimo Secolo” (Künstlerbriefe aus dem neuenzehnten Jahrhundert) viene edita da Bruno Cassirer (1872-1941), uno degli editori più importanti di quegli anni: un innovatore sia nel campo dell’arte sia, più in generale, in quello della cultura. Lo abbiamo già citato in questo blog come editore di diversi scritti di Lovis Corinth (1858 –1925) e di Max Liebermann (1847 –1935). Si deve soprattutto a Bruno e a suo cugino Paul Cassirer (1871 –1926), grande gallerista, collezionista, segretario della Secessione berlinese ed egli stesso editore d’arte, se i membri della Secessione di Berlino, ed in particolare i maestri dell’impressionismo tedesco si impongono presso la borghesia del paese: oltre a Corinth e Liebermann, già citati, anche Max Slevogt (1868–1932).
L’antologia è centrata
sull’Ottocento. L’introduzione ne spiega i motivi: “I curatori si sono limitati al diciannovesimo secolo perché gli artisti
di questo periodo ci sono ancora oggi vicini in modo assai vivo ed al tempo
stesso (…) in qualche modo sono già
divenuti parte della storia” [1].
Vorrei aggiungere tre
considerazioni in proposito. In primo luogo, in quegli anni è in corso una
rivisitazione complessiva dell’arte tedesca: nel 1904 viene pubblicata l’opera
in tre volumi di Julius Meier-Graefe sulla “Storia dello sviluppo dell’arte
moderna” (Entwicklungsgeschichte der
Modernen Kunst), dove lo storico dell’arte non esita a tracciare importanti
linee di continuità tra l’arte dell’Ottocento e quella contemporanea in
Germania ed in Europa, avanguardie comprese [2]. Due anni dopo, nel 1906, la
“Mostra su un secolo d’arte tedesca” (Jahrhundertausstellung
deutscher Kunst) [3] presenta al
pubblico berlinese una ricchissima retrospettiva sul XIX secolo, con più di
duemila pezzi in esposizione. È una mostra di cui si parla ancora oggi come
spartiacque nel gusto del pubblico tedesco; è curata da un team di storici
dell’arte (Alfred Lichtwark, Hugo von Tschudi, Woldemar von Seidlitz e appunto Julius
Meier-Graefe) che, pur avendo diverse preferenze, sono tutti tra i meno legati
alle convenzioni estetiche dell’epoca. Il loro obiettivo è quello di proporre
una revisione in senso moderno dell’arte romantica, ed in particolare di Caspar
David Friedrich (1774 – 1840) e di Philipp Otto Runge (1777 –1810). La mostra
fa anche scoprire al grande pubblico artisti che allora non erano ancora
conosciuti, come Hans von Mareés (1837 –1887), Anselm Feuerbach (1829-1880) e Wilhelm
Leibl (1844 –1900). Credo che la pubblicazione dell’antologia delle Lettere d’artista del diciannovesimo secolo
nel 1913/1914 sia, in qualche modo, il contraltare in termini di letteratura
artistica di questi sviluppi.
In secondo luogo, l’Ottocento è
certamente un periodo cruciale della storia tedesca, durante il quale la
Germania non solamente vede nascere movimenti culturali globali (come il
romanticismo) ma conquista anche l’unificazione nazionale, e dunque si vuol
confrontare per la prima volta da pari a pari con le culture delle altre grandi
potenze europee. Riflettere sulla letteratura artistica tedesca negli ultimi
cent’anni, in modo comparato con quella di Francia e Gran Bretagna, è parte di
un tentativo di tracciare un bilancio sulla cultura del giovane Stato.
Infine, negli anni della
pubblicazione dell’antologia Berlino ha appena vissuto un’accanita discussione
sulla direzione da dare all’arte moderna, con spaccature interne evidentissime.
Il mondo artistico della città è in ebollizione. I Cassirer sono protagonisti della
polemica: sono i grandi sostenitori dell’impressionismo e si oppongono con
forza all’irruenza dei neonati gruppi espressionisti (che considerano
l’impressionismo un movimento già invecchiato) ed agli stimoli dell’avanguardia
post-impressionista, che giungono contemporaneamente da Parigi (i fauvisti, i
cubisti) e dall’inquieto mondo scandinavo (Munch). Recuperare e presentare al
grande pubblico le testimonianze degli artisti dell’ultimo secolo ha senz’altro
grande valore anche per le dispute sull’arte che verrà: gli scritti degli
artisti possono spiegare la continuità fondamentale tra primo Novecento e fine
Ottocento, testimoniando la modernità dell’impressionismo nei confronti delle
correnti precedenti e schierando l’arte contemporanea contro gli sviluppi più
recenti, che irrompono a Berlino nel 1910 con l’apertura della galleria Der Sturm (La tempesta).
La curatrice del progetto delle Lettere di artisti è Else Cassirer
(1873-1942), moglie di Bruno (di cui era anche cugina) e sorella di Paul. Per
ragioni che non conosciamo, il suo ruolo come curatrice dell’antologia viene
reso pubblico solamente nel frontespizio della seconda edizione, pubblicata nel
1919, ma è del tutto verosimile che la curatela durasse da almeno un decennio.
Else e Bruno si sposano nel 1897. Su di lei sappiamo pochissimo, e l'impressione è che si trattasse di persona assai riservata; nella casa
editrice del marito, Else si occupa non soltanto delle lettere degli artisti,
ma anche di libri illustrati per ragazzi [4]. Un ruolo tutt'altro che secondario: la casa editrice di Bruno Cassirer pubblica in
tedesco, in edizioni ancora oggi ricordate come innovatrici dal punto di vista grafico, le Mille ed una notte, Ali
Babà e i quaranta ladroni (1903), Sinbad
il marinaio (1907) e Till Ulenspiegel
(1915); è Max Slevogt, uno dei grandi dell’impressionismo tedesco, a illustrare i
primi due titoli.
Anteprima nel 1911
I primi materiali dell’antologia delle
Lettere di artisti compaiono a
Berlino già nel 1911. Ad essi è infatti dedicato l’intero numero di luglio
(pagine 315-363) della rivista “Arte ed Artisti” (Kunst und Künstler), pubblicata dell’editore Bruno Cassirer. Anche
quel numero della rivista ha come titolo “Lettere d’artista del diciannovesimo
secolo” (Künstlerbriefe des neunzehntem
Jahrhundert). Il mensile, che viene edito dal 1902, è considerato la più
bella rivista d’arte tedesca mai pubblicata fino ad allora [5]. Nella breve
introduzione alle Lettere, la
redazione spiega che la casa editrice
di Bruno Cassirer sta raccogliendo testi da alcuni anni, con l’idea di una
futura pubblicazione. Il primo nucleo della raccolta riguarda tre temi: quello
degli artisti dell’Ottocento tedesco che più si sono riferiti al mondo
classico-rinascimentale o medievale italiano, quello degli artisti che hanno
invece animato la vita culturale berlinese alla ricerca di uno stile nazionale
ed infine le lettere degli artisti francesi. La lettura delle missive - si
spiega – permette di dare direttamente la parola a personalità straordinarie e
di apprendere grazie alle loro parole la storia dell’arte. Nel medesimo testo
di presentazione si annuncia l’imminente diffusione di un’ampia antologia e si
esorta esplicitamente i lettori a segnalare qualsiasi testo di cui essi siano
in possesso privatamente, in modo tale che se ne possa considerare
l’inserimento nella futura pubblicazione.
Le edizioni del 1913/14, del 1919 e del 1923
Passano due anni dall’uscita
delle lettere nel luglio 1911 e Bruno Cassirer dà alle stampe la prima edizione
completa dell’antologia delle Lettere
d’artista. Sono più di settecento pagine, di cui 450 dedicate alle lettere
degli artisti tedeschi, una cinquantina agli inglesi (e a Goya), e circa
duecento ai francesi. Siamo nel 1913 (secondo la copertina) o nel 1914 (secondo
il frontespizio), ma comunque molto probabilmente subito prima dello scoppio
della grande guerra. Colpisce che alcune fra le illustrazioni dell’antologia
siano già comparse nel numero della rivista del 1911; anche l’impaginazione
tipografica è straordinariamente simile, come se un nucleo del volume fosse già
pronto due anni prima. Seguono una seconda e terza versione (lievemente
ridotte) dell’antologia nel 1919 [6], immediatamente dopo la fine del
conflitto, e nel 1923 [7], a dimostrare che il tema rimane cruciale per la
famiglia Cassirer nonostante il passaggio dall’impero guglielmino alla
repubblica di Weimar e tutti gli scossoni tremendi a cui la società tedesca è
esposta. Come si è già detto, a partire dal 1919 il nome di Else compare sul
frontespizio come curatrice, anche se l’introduzione rimane immutata e viene
nuovamente firmata dalla casa editrice.
Come spiegare il fatto che il volume
continua ad essere pubblicato in momenti di grave tensione della Germania (nel
1919 si rischia più volte il colpo di stato)? Forse è il segno che le pubblicazioni
d’arte hanno comunque successo in quegli anni. Il settore dell’arte è uno dei pochi a
salvarsi dal disastro dei primi anni del dopoguerra, perché i quadri divengono
i beni d’investimento preferiti per sfuggire all’iper-inflazione ed ai continui
shock geopolitici interni ed esterni. E tuttavia, quanto più passano gli anni,
tanto maggiore diviene l’interesse del pubblico verso quell’arte espressionista
d’avanguardia che i Cassirer disdegnavano: sia gli impressionisti tedeschi sia
l’arte dell’Ottocento non sono più al centro dell’interesse generale. Si spiega forse
così perché non vi siano nuove edizioni dopo il 1923, ovvero nell’epoca di
maggior successo commerciale degli espressionisti (Nolde, Kirchner), ma anche
dell’arte astratta (Kandinskij, Klee), dei cubisti e dei futuristi in Germania.
La salita al potere di Hitler nel
1933 crea una situazione drammatica: non solamente i Cassirer sono ebrei, ma
gran parte dell’arte di cui si occupano – pur non rappresentando affatto le
forme più avanzate dell’avanguardia dell’epoca – è considerata 'degenerata' dal
regime [8]. La rivista Arte ed Artisti
viene immediatamente chiusa nel 1933. Nel dicembre 1938 Bruno ed Else Cassirer
fuggono in Gran Bretagna per salvarsi dalla persecuzione razziale nazista e
fondano ad Oxford la Bruno Cassirer Publishers Ltd., lì attiva fino al 1990, e
dunque molto tempo dopo la loro scomparsa. Bruno muore infatti ad Oxford nel 1941 ed
Else lo segue immediatamente nel 1942 [9].
Le ragioni della letteratura artistica
L’antologia delle Lettere d’artista del diciannovesimo secolo
compare quando iniziative simili nel campo della letteratura artistica sono
ancora pochissime. Dopo l’antologia ottocentesca di Ernst Karl Guhl (1853-1856), quella di Else Cassirer è (a nostra conoscenza) la più antica raccolta di lettere
d’artista nel mondo tedesco. L’unica altra opera antologica precedente nel
campo della letteratura artistica (ma non si tratta di un’antologia di lettere)
è il “Repertorio delle fonti dell’arte del medioevo occidentale” (Quellenbuch zur Kunstgeschichte des
abendländischen Mittelalters) di Julius von Schlosser (siamo nel 1896),
destinato ad un pubblico specializzato di studiosi medievisti.
Come spiegare al grande pubblico
le ragioni di un’opera così innovativa? Lo studio degli scritti degli artisti - si legge nell’introduzione - è assai utile come testimonianza originaria della
loro volontà, ed è addirittura indispensabile se si tiene conto della
divaricazione strutturale tra ciò che essi pensano e le teorie dei critici
d’arte. La contrapposizione è inevitabile: gli artisti pensano alle proprie
opere d’arte come prodotti reali ed unici, che sono realizzati sulla base di un
processo soggettivo che essi controllano. Il giudizio sulle stesse opere da
parte dei critici (che nell’introduzione dell’antologia vengono ancora chiamati
‘scrittori’, ovvero Schriftsteller, secondo un uso
precedente la nascita della storia dell’arte come disciplina autonoma), è
invece sempre formulato a partire da giudizi teorici generali. Anche se
l’introduzione non si spinge oltre, viene fatto di pensare che l’interesse per
la letteratura artistica sia una conseguenza diretta, quasi un contraltare
necessario, della nascita della critica d’arte come disciplina autonoma:
raccogliere i testi significa fornire al lettore quei materiali che sono
indispensabili per controllare la proliferazione dei diversi orientamenti della
storia dell’arte.
Il concetto è al centro di una
lettera del 1880 di Hans Thoma (1889-1924), indirizzata al collega Emil Lugo
(1840-1902), in cui parla del dolore che gli provocano “spiegazioni che sono tratte da argomenti di principio e da pregiudizi.
Ai giorni nostri tali parole risonanti
hanno un ruolo preponderante nell’arte, anche se non corrispondono mai a
verità. Gli studiosi di estetica ed i critici (…) continueranno a sfornare le loro massime, dando nuova vita a vecchie
frasi e adornando con belle espressioni pensieri privi di chiarezza. Non voglio
avere nulla a che fare con loro; qualora io abbia mai bisogno di qualche buona
parola sull’arte, mi servirò di uno di quelli di cui sono sicuro che abbiano
capito che cosa dicevano, e le cui parole testimoniano che non hanno gettato
parole al vento. Sono parole più semplici, più genuine, più comprensibili di
quanto usino i nostri moderni eccentrici. Mi chiariscono tutto quel che si può
spiegare con l’uso del linguaggio sull’arte. Sono le parole usate da Dürer,
Leonardo, Alberti ed altri ancora” [10].
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| Fig. 8) Hans Thoma, La fonte, 1895 |
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| Fig. 9) Emil Logo, Le ninfe al bagno, 1894 |
Ecco che cosa si legge sull’argomento all’inizio dell’introduzione dell’antologia (il testo del 1913-1914 rimane identico nelle edizioni successive): “Tra quello che gli artisti pensano a proposito della loro arte e ciò che su di essa scrivono gli scrittori, agendo come mediatori per il largo pubblico, vi è da sempre stata una certa contrapposizione. E così deve essere, perché i due gruppi partono da punti di vista differenti: gli artisti muovono da se stessi, dal lavoro artigianale, dalla loro volontà, dal loro talento, dalle loro opere d’arte e dai lavori di chi a loro è associato; gli scrittori fanno invece leva sull’arte come categoria nella sua interezza, sulle visioni generali delle cose [n.d.t allgemeine Weltanschauungen] e sul confronto tra elementi contraddittori. L’artista inizia dal caso singolo e cerca la regola generale; lo scrittore normalmente fa prima riferimento ad una legge e poi ricerca il caso particolare; ma nella maggior parte dei casi i due approcci non si incontrano, perché tra di essi rimane una lacuna. In questi casi è sempre meglio orientarsi verso l’artista rispetto allo scrittore, perché la sua via è più sicura e foriera di maggiori chiarimenti. È più ragionevole avanzare da una solida base verso l’alto, invece che procedere da una sommità incerta verso il basso. (…) Tutti gli artisti che qui prendono la parola (…) parlano in realtà sempre di se stessi; anche quando asseriscono in termini generali, i loro sentimenti e i loro pensieri rimangono sempre personali” [11].
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| Fig. 10) Lettera autografa di Caspar David Friedrich (1820), conservata al Pommersche Landesmuseum di Greifswald. Fonte: http://www.kulturstiftung.de/pressemittelung-0715/ |
Anche se le testimonianze degli
artisti sono del tutto personali, metterle insieme (e dunque compilare
un’antologia) è tutt’altro che privo d’interesse generale. Si crea infatti una
specie di storia dell’arte alternativa, che – pur nelle sue lacune – deve
essere considerata con molta attenzione, perché può essere più vicina alla
realtà di quanto non siano molte costruzioni astratte: “Il complesso di queste dichiarazioni forma, però, un nuovo tipo di
storia dell’arte, quasi sprigionandosi dalle lettere degli artisti. Ovviamente
bisogna considerarlo con tutte le precauzioni, in primo luogo perché può
trattarsi semplicemente di un allineamento di testimonianze personali, e non
della rappresentazione di una chiara linea di sviluppo storico. Sembra però a
quest’editore che una tale storia dell’arte, pur lacunosa, sia per molti
aspetti più valida delle storie dell’arte diligenti e ‘obiettive’ di uno
storico. È vero: questo libro presuppone nel lettore una certa fantasia
creativa, che sia in grado di creare collegamenti; e tuttavia questo stimolo a
trarre conseguenze autonome è a sua volta una fonte particolare di diletto”
[12].
E dunque, seguendo questo invito
al lettore, abbiamo anche noi cercato chiavi di lettura per decifrare l’arte
tedesca dell’Ottocento.
Alla ricerca di chiavi di lettura per comprendere la letteratura
artistica tedesca nel ‘secolo lungo’
Come ben risaputo, lo storico
inglese Eric Hobsbawm ha definito l’Ottocento ‘il secolo lungo’, perché nato
con la rivoluzione francese e morto con la prima guerra mondiale. Ed è proprio
questo il quadro delle Lettere d’artista
del diciannovesimo secolo, che si aprono con le lettere dell’illustratore Daniel
Chodowiecki (1726-1801), incisore ugonotto di Danzica in contatto con
la corte di Prussia e fornitore di proprie incisioni anche ad aristocratici,
pubblici ufficiali e militari, e si chiudono con una lettera del 1911, inviata
dall’impressionista Max Liebermann (1847 –1935) ad Alfred Lichtwark, critico
d’arte e direttore per decenni della Kunsthalle di Amburgo, già citato come uno
dei curatori della mostra retrospettiva berlinese del 1906 sull’Ottocento
tedesco.
Non sorprende che tra due mondi
così diversi vi sia un susseguirsi di esperienze davvero varie anche in termini
di gusto artistico: si affermano, l’uno dopo l’altro, ma a volte anche uno a
fianco dell’altro, il neoclassicismo, i nazareni, il primo romanticismo, lo
stile Biedermeier, la pittura di genere (con la forte contrapposizione tra
paesaggisti e pittori di storia), il realismo ed il naturalismo, l’idealismo,
il simbolismo e il divisionismo, l’impressionismo, e, da ultimo, varie scuole
d’avanguardia (che nel volume non sono comunque comprese). E soprattutto vi è
una modernizzazione della società (l’industrializzazione, l’ingresso delle
tecnologie nella vita quotidiana, l’avvento sempre più evidente della borghesia
industriale, la formazione di forze politiche rivali che rappresentano
interessi tra loro conflittuali) che segna profondi cambiamenti nel mondo in
cui si muovono gli artisti.
Non vi è dubbio che, di fronte a
una letteratura così estesa ed in un quadro così variegato, Else Cassirer si
sia trovata nella necessità di attuare scelte draconiane sulle lettere da
includere ed escludere nell’antologia. La raccolta presenta lettere di quarantacinque
artisti di lingua tedesca, inclusi austriaci e svizzeri tedeschi; come vedremo,
la curatrice include tra i tedeschi anche anche due sudditi dell’impero asburgico di
lingua italiana, ovvero Antonio Canova (1757 –1822) e Giuseppe Segantini (1858
–1899). Come spesso è il caso, l’analisi delle assenze è altrettanto (se non
addirittura, ancor più) interessante di quella delle presenze. Certamente molti
degli artisti mancano perché non sono disponibili loro lettere, oppure esse
sono considerate dalla curatrice prive d’interesse, anche se in alcuni casi
sembra assai strano. Non vi è infatti traccia di alcuni pittori di grido nella
seconda metà del secolo, in particolari i pittori ufficiali di storia presso le
rispettive corti, come il monacense Carl Theodor von Piloty (1826-1886), il
viennese Hans Makart (1840 –1884) e il berlinese Anton von Werner (1843-1915),
che ai loro tempi avevano conquistato posizioni talmente centrali nel quadro
accademico di lingua tedesca da aver senz’altro intrattenuto ricchi epistolari
con i potenti e con molti artisti. L’unico riferimento a von Werner è una
velenosa frecciata di Anselm Feuerbach, in una lettera alla madre da Roma
(siamo nel 1866): “A Berlino l’orribile
disegno di Werner viene trasformato in mosaico alla base della Colonna della
Vittoria [Siegesäule] ed egli stesso è stato nominato direttore dell’Accademia.
Tu stessa puoi infine renderti conto… Coloro che hanno il potere di premiare
tale assenza di talento possono anche danneggiare il vero talento” [13]. È
contro questa pittura di storia dallo stile enfatico, chiaramente sottomessa ad
obiettivi dinastici di potere, che nascono alla fine del secolo i movimenti
secessionisti, che i Cassirer avevano così fortemente sostenuto. È dunque
possibile che vi sia qui un tentativo di cancellarli dalla memoria del lettore
del 1913, ritenendoli definitivamente invecchiati.
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| Fig. 13) Carl Theodor von Piloty, Thusnelda durante il trionfo di Germanico, 1873 |
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| Fig. 14) Hans Makart, L’ingresso di Carlo V ad Anversa, 1878 |
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| Fig. 15) Anton von Werner, La proclamazione dell’impero tedesco, 1885 |
Più difficile interpretare altre
assenze importanti, come quelle di Johann Heinrich Füssli (1741 –1825, pittore
svizzero, uno dei precursori del romanticismo), Gottfried Semper (1803-1879,
architetto tra i più famosi del secolo, attivo a Dresda e a Vienna), Wilhem von
Kaulbach (1805-1874, pittore monacense di storia), Franz von Lenbach (1836
–1904, ritrattista, attivo a Monaco), Adolf von Hildebrand (1847 –1921,
scultore e teorico della forma), Wilhelm Trübner (1851-1917, pittore realista
attivo nella Germania meridionale) e Franz von Stuck (1863-1928, pittore
simbolista e secessionista, il più famoso dei monacensi negli anni in cui
veniva pubblicata l’antologia). Alcuni di questi artisti ebbero grande
rinomanza nell’Ottocento, ed ebbero successo così ampio da raggiungere
condizioni economiche assai agiate. Molti furono attivi a Monaco, uno dei
principali centri dell’arte in Germania ed in Europa (dove era seconda solo a
Parigi), il cui peso è molto sottodimensionato nell’antologia. Mancano infine
lettere di Max Klinger (1857 –1920, pittore e scultore, in quegli anni
acclamato come il più importante artista tedesco di sempre), Max Slevogt (1868 – 1932, impressionista) e Lovis Corinth (1858 –1925, anch’egli impressionista).
Questi ultimi tre autori, in particolare, sono artisti che hanno un contatto
stabile e strutturale con la casa editrice Cassirer e non possono certo essere
considerati come ‘indesiderati’: forse si decide di considerarli esponenti del
Novecento, nonostante parte importante della loro attività si sia svolta ancora
nell’Ottocento.
Una lettura conservatrice ma moderata dell’arte nazionale
Tenendo conto che l’antologia è
pubblicata in un mondo che è sempre più caratterizzato da una carica
nazionalista esplosiva, che porterà da lì a qualche mese alla guerra, mi sarei
aspettato una lettura ideologica e nazionalista degli scritti degli artisti
tedeschi. Pensavo, ad esempio, che una collezione così vasta di lettere
riservasse uno spazio molto ampio al tentativo di creare una cultura artistica
nazionale, negli anni successivi all’unificazione del 1871, contrapponendola
frontalmente a quella francese. Credevo di imbattermi in estese testimonianze
del substrato rancoroso del nazionalismo tedesco, che era così diffuso in
particolare nella seconda metà dell’Ottocento, specie per la consolidata
convinzione di molti intellettuali tedeschi che la presunta predominanza
dell’arte e della cultura francese fosse il residuo di un complotto centenario
per tenere a bada il mondo di lingua tedesco. Effettivamente, vi è un passaggio
di una lettera di Adolf von Menzel, ancora giovane, che nel 1836 critica l’arte
francese come materialista ed esalta lo spiritualismo tedesco [14]. E tuttavia,
con l’eccezione di una battuta dell’anziano viennese Moritz von Schwind, da
decenni trapiantato a Monaco, non c’è nessun riferimento all’unificazione
tedesca nell’intero volume; egli anzi scrive nel 1871 al compositore
francofortese Schädl che “il famoso
impero tedesco proprio non mi entusiasma” [15] rivelando di essere
contrario all’espansione prussiana. E quanto alla competizione della Germania
con la Francia su chi ospiti l’arte migliore, vi è anche chi sostiene che
l’arte francese sia più avanzata, come il pittore svizzero Karl Stauffer-Bern,
che scrive da Berlino al collega Peter Halm nel 1882 spiegando che la Germania
ha sì lo stesso patrimonio di quadri e architetture della Francia, ma non ha l’arte
contemporanea di Delacroix [16].
Il profilo selezionato da Else
Cassirer per le Lettere di artisti,
pur se non privo di una generale tonalità orientata alla conservazione, non
sembra orientato a disegni egemonici. Molti indizi fanno pensare che il libro
sia rivolto soprattutto ad una borghesia certamente tradizionalista ma
liberale, e sicuramente non alle ali estreme della società, che esistono già
nel mondo dell’impero guglielmino di quegli anni: né al mondo comunista e del
socialismo rivoluzionario né ai gruppi militaristi e filo-nazionalisti.
Non vi è dubbio che, sulla base
dei testi selezionati, gli artisti appaiano ben coscienti dei rapporti di forza
prevalenti ai loro tempi (e nessuno di tali testi si pone l’obiettivo, neppure
implicito, di rovesciarli). L’antologia non è dunque né astorica né intimista.
I testi testimoniano certamente un atteggiamento culturalmente molto
conservatore degli artisti, ed in molti casi di vera subalternità al potere
costituito.
L’unico caso nell’antologia che
sia paragonabile alle simpatie che i moti mazziniani e garibaldini raccolsero
tra gli artisti italiani contemporanei è quello di Theodor Hosemann (1807-1875).
In una lettera del novembre 1848 racconta di una riunione dell’assemblea
rivoluzionaria (Nationalversammlung)
che è interrotta e dispersa dalle truppe. Hosemann sta assistendo ad una
noiosissima conferenza sulla pittura paesaggista nei tempi antichi, che si
tiene al Kunst-Verein (l’associazione
dell’arte) di Berlino nella centralissima Unter
den Linden, quando le truppe fanno irruzione per errore nella sala con le
armi in pugno, credendo si tratti di una nuova riunione sovversiva non
autorizzata. Ma i rivoluzionari non sono lontani: si trovano al piano
inferiore, e i soldati li scoprono presto. Ecco come il pittore descrive la
scena: “Vedevo la sala illuminata a
giorno e la massa delle persone una attaccata all’altra. Stava parlando il
Presidente [Hans Victor von] Unruh, ma io non capivo quel che dicesse, anche
per il rumore provocato dall’irrompere dei soldati. Io non ero riuscito neppure
ad entrare nella sala, e dunque mi è stato detto del contenuto della
discussione solamente dopo la sua interruzione. Dopo circa un quarto d’ora o
forse qualche minuto in più sentii improvvisamente un applauso indescrivibile e
urli di hurrah hurrah. Le porte si aprirono e la massa uscì con volti colmi di
gioia. Ci si abbracciava, persone che io non conoscevo mi davano le mani con
strette energiche e mi dicevano: ce la faremo. Ed in quel momento mi fu detto
che lo sciopero fiscale era stato proclamato all’unanimità” [17].
In tutti gli altri casi, la
storia viene letta nelle lettere degli artisti attraverso la lente del potere.
L’illustratore Daniel Chodowiecki
frequenta il mondo degli illuministi che circondano la corte di Berlino (dove
decenni prima Federico il Grande aveva ospitato Voltaire). È particolarmente
vicino a Friedrich Nicolai, illuminista, editore e romanziere, che gli chiede
di illustrargli il suo nuovo romanzo La vita e le opinioni del Signor Sebaldus
Nothanker (Das Leben und die Meinungen
des Herrn Magister Sebaldus Nothanker). Nella lettera di rifiuto del 25
febbraio 1775 Chodowiecki, ugonotto da parte di madre, spiega di non poter
aderire ad un progetto letterario che ha forte tendenze anticlericali. La
lettera è una celebrazione del ruolo dei libri sacri e del rispetto che è loro
sempre dovuto [18].
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| Fig. 18) Joseph Anton Koch, Gli argonauti festeggiano il ritorno di Giasone, dei dioscuri e di Medea con il vello d’oro, 1799 (su disegno di Asmus Jakob Carstens) |
Il pittore tirolese Joseph Anton
Koch (1768-1839) ha fatto l’errore di gioventù di schierarsi con i giacobini negli
anni della rivoluzione francese, quando si trovava a Strasburgo. Inseguito da
quella fama di eversore, fugge prima in Svizzera e poi in Italia, dove
arriva a Roma nel 1795. Qui è testimone della nascita e della morte della prima
Repubblica romana tra 1798 e 1799. Le sue parole ad un amico, scritte qualche
anno dopo (1805), sottolineano che egli vuol rimanere estraneo a qualsiasi moto
rivoluzionario in Italia. “Ed ora anche
qui si scatenò la tempesta della rivoluzione: un piccolo gruppo di cosiddetti
patrioti fece delle sciocchezze e mi propose di armarmi con un pugnale, ma io
non volevo far mia una causa che mi era estranea in un paese straniero. Ancora
risuonavano i versi della marsigliese nelle mie orecchie, ma lo spirito di
questa Propaganda della libertà [in italiano] si era alterato. I volti dei capi promettevano delitti, frode e rapina;
invece della semplicità spartana il saccheggio portò a condizioni di sfarzo
asiatico. Cominciai a vergognarmi del repubblicanesimo, e del fatto che la
libertà era divenuta una puttana venale. Si vedeva di tutto, tranne i veri
repubblicani. Persone che prima dell’arrivo dei francesi dovevano ancora
raschiare il fondo della tazza insieme a me, avevano nello spazio di solo
qualche settimana ormai una loro attrezzatura da pittori e si davano alla pazza
gioia come Sardanapali. (…) Un giorno vidi una ragazza che riparava a
Trastevere il vestito a pezzi del suo ragazzo. Quando mi misi a ridere,
urlarono assieme: adesso siamo tutti uguali [in italiano], ovvero siamo tutti straccioni. Da un lato
si vedeva gente che rosicchiava le gambe di pollo buttate via e mangiava
l’insalata andata a male, dall’altro si tenevano feste della libertà in pieno
lusso. Bellimbusti che facevano finta di essere repubblicani, soprattutto quelli
che avevano belle donne, nella maggior parte dei casi veri e propri manigoldi,
ottenevano i posti migliori. Ad un mendicante che vagava affamato e pallido fu
fissato per scherno un pezzo di carta con la scritta: La repubblica romana [in
italiano]. Voi capirete che non avevo
alcuna voglia di essere cittadino di una tale repubblica” [19].
Il quadro di Franz Krüger
(1797-1857) del 1824-1830, di cui è stato già mostrato un dettaglio dove si
vedono molti artisti berlinesi riuniti di fronte ad una sfilata (cfr. fig. 2), celebra le
truppe prussiane e russe, nel quadro della Santa Alleanza. Il mondo artistico
di Berlino si inchina a Federico Guglielmo III.
Adolf von Menzel (1815-1905)
mostra una straordinaria devozione agli Hohenzollern nella corrispondenza con
Heinrich Arnold (famoso industriale e amico di una vita, a cui pure si rivolge
dandogli del Lei, secondo i costumi dell’epoca). Prima si mostra onorato ed
orgoglioso, in una serie di lettere a lui inviate, della serie di illustrazioni
che ha completato per il libro di Franz Kugler sulla vita di Federico il Grande
(siamo nel 1839) [20]; poi racconta con grande dovizia di particolari gli
scontri tra i rivoluzionari e le truppe prussiane a Berlino nel marzo 1848 e
spiega che il re Federico Guglielmo IV, pur reprimendo nel sangue la rivolta,
ritira le truppe che sono andate al di là dei suoi ordini e fa concessioni ai rivoltosi
[21], addirittura celebrando le loro esequie con cerimonia di stato. Von Menzel
giunge alla sorprendente conclusione che, grazie al coraggio ed allo spirito di
sacrificio di entrambe le parti, “Berlino
ha, sia pur grazie al terrore, salvato il proprio onore” [22]. Sembrerebbe
voglia dire che Berlino ha salvato il proprio onore lottando per la libertà, ma
in realtà a lui importa soprattutto fare una gerarchia di tipo geopolitico: si
rallegra che gli avvenimenti di Berlino abbiano infatti superato in gravità quel
che è successo nelle altre città tedesche, e siano stati persino più gravi di
quelli di Parigi e paragonabili solo a quelli di Palermo. Insomma, gli preme
rilevare l’importanza di quel che accade Berlino per riaffermare il suo peso
nel quadro dell’equilibrio di potere europeo, come se la sua preoccupazione
preminente fosse quella di affermare il ruolo centrale della Prussia nelle cose
tedesche ed europee. Quello stesso anno, dipinge le esequie ufficiali che il re
tributa ai duecento caduti, pur uccisi dalle sue truppe. Nelle lettere, spiega
all’amico di aver assistito a quella cerimonia: “È stato un giorno di cerimonie ufficiali, ma pieno di tristezza, come
mai si sarebbe immaginato potesse verificarsi a Berlino. Al mattino le bare
sono state poste su un grande palco funebre piazzato sulle scale della Chiesa
Nuova sul Gendarmenmarkt, dal lato della Taubenstrasse. Lei potrà leggere sui
giornali del grandioso corteo funebre. Da parte mia Le posso solamente dire che
i lenti cortei di tutti i gruppi professionali e di tutte le corporazioni,
accompagnati dalle rispettive cappelle musicali (suonando in parte marce
funebri e in parte intonando canti sacri), portavano le loro bandiere, le
insegne e le bare, sorrette a spalla dai membri. L’atteggiamento serio e silenzioso
delle masse incuteva un’impressione terribile e maestosa. (…) Ogni qualvolta
transitava una nuova salma, il re si toglieva il cappello e rimaneva fermo in
piedi, fin quando la bara non era passata. La sua testa brillava da lontano
come una macchia di bianco. Deve esser stato il giorno più terribile della sua
vita” [23]. Si capisce che, per il pittore, il vecchio sovrano, che ha
protetto la sua dinastia con le armi, ma anche ritirato le truppe e reso onore
ai morti, è l’unico vero eroe di quei giorni, il vero rappresentante della
nazione.
![]() |
| Fig. 21) Adolph von Menzel, Esequie ufficiali in onore delle vittime della rivoluzione di marzo, 1848 |
Infine, i disegni dell’anno seguente di Alfred Rhethel (si veda ad esempio l’allegoria della Morte sulle barricate) mostrano con grande effetto drammatico lo spargimento di sangue causato dai moti rivoluzionari di Dresda del maggio del 1849, ma una sua lettera al fratello, pur piena di compassione per i giovani studenti accorsi da tutta la Germania per difendere l’appena nata repubblica e stroncati dalla forza militare, contiene giudizi nettissimi contro il tentativo di sovvertire l’ordine costituito, attribuendo tutta la responsabilità delle perdite ai rivoltosi: “Qualche ora fa la tremenda catastrofe si è risolta in questa città a favore dei militari, e dunque del re – una missione grande e meravigliosa ad onore della Germania è fallita, vittima della fredda forza militare delle sciabole. Io ho visto la nascita di questo movimento con molta sfiducia e mi aspettavo la repubblica rossa ed il comunismo con tutte le sue conseguenze“ [24].
E tuttavia, se il tono è quello
della conservazione politica, nelle Lettere
di artisti del diciannovesimo secolo manca ogni celebrazione retorica non
solamente dell’unificazione del 1871, della vittoria sulla Francia e
dell’espansione dell’area di influenza tedesca in Europa. I motivi conduttori
dell’antologia non sono i temi che sono altrove onnipresenti nella storiografia
tedesca di quegli anni: il continuo riferimento al mondo wagneriano ed alle
mitologie nordiche come miti fondatori della profonda differenza tra mondo
tedesco e popoli latini, l’idea che la Germania coltivi una cultura più
profonda, e dunque superiore, di quella francese e la proclamazione della
missione degli artisti tedeschi come artefici di un’arte nazionale che debba
superare quella francese. Ovviamente il nazionalismo era un substrato culturale
assai diffuso anche nel mondo dell’arte, anche tra gli artisti più vicini ai
Cassirer (si pensi agli scritti di Lovis Corinth). Anzi, il nazionalismo viveva
di miti fondatori e cercava anche nell’arte la sua legittimazione. Sarebbe
dunque stato facile, a mio parere, riempire l’antologia di questi riferimenti, se
solamente Else Cassirer avesse voluto. Non lo ha fatto.
Else Cassirer sembra invece aver
disegnato lo schema dell’antologia in modo tale che questi temi non compaiano,
anche in quei decenni (1870-1910) in cui erano preminenti. Anzi, le Lettere di artista del diciannovesimo secolo
spiegano alla borghesia tedesca che (ignara) sta per entrare in guerra che la
cultura artistica del loro mondo non sarebbe stata tale se non avesse
alimentato, per tutto l’ultimo secolo, il mito di Raffaello e di Correggio, che
la ricostruzione di simboli nazionali (come il completamento della cattedrale
di Colonia nel corso dell’Ottocento) è legato al rapporto tra la Renania
francofila ed il mondo dei nazareni tra Roma e Düsseldorf (ancor più che al
tentativo prussiano di creare un nuovo monumento nazionale), e che il gusto
tedesco non si forma solamente a Düsseldorf, Dresda, Monaco, Francoforte e Berlino,
ma anche a Roma e Parigi. Vi è una chiara volontà di raccontare i rapporti tra
le culture in termini non antitetici: le lettere di Wilhelm Leibl raccontano
del successo suo e dell’arte tedesca a Parigi nel 1878 [25], al punto di
ricevere medaglie e commissioni francesi pochi anni dopo la battaglia di Sedan:
sono anni in cui il risentimento anti-tedesco in Francia è assolutamente
prevalente (ed in altre pubblicazioni le memorie dei pittori tedeschi che
imparano il mestiere a Parigi raccontano delle angherie cui sono sottoposti
come forma di rivincita per la sconfitta militare).
È una lettura forse troppo
edulcorata della realtà? È chiaro che Else Cassirer è culturalmente lontana
anni luce dai campi della Marna, dove solo qualche mese dopo si svolgerà la
prima grande battaglia della prima guerra mondiale. La sua è forse una cultura
minoritaria e perdente in Germania (almeno in quegli anni, quando le ragioni
del nazionalismo prevalgono) anche se il marito ripubblica il volume,
sostanzialmente intatto, alla fine del conflitto. Vi è comunque, dal punto di
vista delle preferenze culturali, una straordinaria continuità con la già
citata antologia precedente di Ernst Guhl (1819 – 1862), lo studioso berlinese che
fa scoprire le lettere degli artisti italiani e francesi al mondo tedesco di
metà Ottocento, ma anche con quelle seguenti, negli anni venti, di Hermann Uhde-Bernays (1873–1965) e di Paul Westheim (1886-1963), orientate ad
un’esaltazione degli aspetti di continuità tra presente e passato. Lo studio
della letteratura artistica nel mondo berlinese tra la seconda metà
dell’Ottocento e la prima metà del Novecento continua ad essere caratterizzato
dal trionfo dell’idea di cultura al tempo stesso classica e cosmopolita che è
tipico della Germania di Goethe e di Kant.
Con il senno di poi, quelli
furono certamente anni di grande ingenuità. Le lettere di Max Liebermann allo
storico dell’arte Wilhelm Bode riportano l’eco di una polemica che infuriò nel
1905. In quell’anno Francia e Germania si scontrano sul problema degli accessi
commerciali in Marocco, ed i toni della polemica tra i due paesi divengono crudi.
Lo storico dell’arte Henry Thode ne approfitta per scatenare un attacco contro
Liebermann, denunciando il carattere anti-tedesco dell’arte impressionista.
Thode proclama un’arte nazionale fondata sul primato del disegno e contro il
primato del colore, si riallaccia all’arte tardo gotica di Grünewald, reclama
il ruolo fondatore dei nazareni e proclama Hans Thoma (che in effetti prese
parte attiva alla polemica contro l’impressionismo, prendendo posizione a
favore di una pittura mistica di orientamento simbolista) come loro epigono.
Liebermann risponde con un articolo al vetriolo sulla Frankfurter Zeitung contro una visione ‘mistica’ dell’arte, e sulla
necessità di interpretare la natura, e non di inventarsela. Nelle sue lettere a
Bode [26], che lo difese, Liebermann spiega quegli eventi come la
conseguenza ultima di una visione estetica radicalmente differente sul rapporto
tra artista e natura, cita a sua difesa Lessing ed osserva con disperazione che
i suoi rivali manifestano perplessità già su Velázquez e Rembrandt. Gran parte
degli scambi con Bode sono sulla grandezza di Rembrandt e Velázquez e sull’odio
verso di loro da parte dei simbolisti tedeschi (ad esempio Böcklin, che parlava
di Velázquez come di un ‘porco’). Ma vi sono anche punti in cui Liebermann si
interroga su temi più prosaici: “Che cosa
vuol mai dire arte nazionale? Poiché Dürer (di padre ungherese) è venuto al
mondo a Norimberga bisogna fare di lui l’artista tedesco κατ'εξοχήν (per
eccellenza)? Al contrario. Poiché Dürer era un genio ed è venuto per caso al
mondo a Norimberga, chiamiamo tedesco il modo con cui ha lavorato. (…) Sulla
base del loro lavoro, non potrebbe forse essere Millet un tedesco e Menzel un
francese?” [27].
Oggi si interpreta invece quella
vicenda come un evento dal chiaro profilo antisemita: si voleva forse insinuare
che un pittore ebreo non poteva che produrre un’arte anti-tedesca? Vi sono
elementi per credere che questa fosse la ragione fondamentale. Thode era
sposato con la figlia di Cosima Wagner e dunque a contatto con ambienti
antisemiti, mentre Thoma sarebbe stato proclamato anni dopo, durante il
nazismo, come ‘il pittore preferito dei tedeschi’. Che cosa pensava Liebermann
del rapporto tra mondo ebraico e mondo cattolico? L’ultima lettera
dell’antologia, al direttore della Kunsthalle di Amburgo Alfred Lichtwark, è
sul suo “Gesù dodicenne nel tempio”.
È datata giugno 1911 [28]. Liebermann spiega di aver studiato il tema nel 1876
nella sinagoga di Amsterdam, e che la scala nel dipinto ne rappresenta una
riproduzione esatta. I modelli invece erano monacensi e non erano ebrei (e, per
la precisione, erano stati da lui reclutati negli ospedali cattolici della
città, anche se confessa di aver eccessivamente cercato di sottolineare aspetti
fisici che potessero far pensare a loro come ad ebrei ortodossi). Il Cristo
invece è ispirato ai modelli rinascimentali italiani. Dunque, un mondo
multiculturale, si direbbe oggi. Liebermann racconta a Lichtwark che il quadro,
appena esposto, scatenò un putiferio, fra chi lo considerava il capolavoro
assoluto prodotto nella Monaco degli ultimi cinquant’anni e chi lo considerò
invece un affronto alla religione (sia da parte cattolica sia da quella
ebraica). Dopo di ciò Liebermann decise di non produrre mai più soggetti
religiosi.
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NOTE
[1] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, Berlin, Bruno Cassirer, 1919, 712 pagine. Citazione a
pagina 2.
[2] Primo volume: https://archive.org/stream/entwicklungsgesc01meieuoft#page/n5/mode/2up.
Secondo volume: https://archive.org/stream/entwickelungsge02meiegoog#page/n328/mode/2up.
Terzo volume: https://archive.org/stream/entwickl03meie#page/n0/mode/2up.
[3] Il catalogo in due
volume è disponibile agli indirizzi
https://archive.org/stream/ausstellungdeuts01berl#page/n23/mode/2up e https://archive.org/stream/ausstellungdeuts02deut#page/n9/mode/2up
[4] Bauschinger, Sigrid - Die Cassirers:
Unternehmer, Kunsthändler, Philosophen.
[6] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, a cura di Else Cassirer, Berlino, Bruno Cassirer, 1919, pagine 669.
Si veda: https://archive.org/stream/knstlerbriefea00cassuoft#page/n5/mode/2up
[7] Künstlerbriefe aus dem
neunzehnten Jahrhundert, a cura di Else Cassirer, Berlino, Bruno Cassirer,
1923, pagine 669.
[8] Paradossalmente, una
copia dell’Antologia (nella versione
del 1919) è contenuta nella biblioteca di Adolf Hitler. Gliela regalò nel 1942
Gerdi Troost, moglie di uno degli architetti di regime. Si veda https://books.google.de/books?id=fch_CwAAQBAJ&pg=PA11&lpg=PA11&dq=k%C3%BCnstlerbriefe+aus+dem+neunzehnten+Jahrhundert+hitler&source=bl&ots=5ykg9YzoMO&sig=H6n_L93u7Fy3-m80HzGqcGv-sUg&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjupdS5wpDOAhUkCsAKHbgsD-8Q6AEIITAA#v=onepage&q=k%C3%BCnstlerbriefe%20&f=false.
La copia è conservata alla libreria del congresso di Washington: http://www.worldcat.org/title/kunstlerbriefe-aus-dem-19-jahrhundert/oclc/21659535.
[10] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 396.
[11] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 1.
[12] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 1.
[13] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 324.
[14] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 359-360
[15] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 196.
[16] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 336.
[17] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 222.
[18] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 10.
[19] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 116.
[20] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 360-362.
[21] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 363-367.
[22] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 364.
[23] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 366.
[24] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 253.
[25] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 390.
[26] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten Jahrhundert,
(citato), 1919, pp. 431-433.
[27] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, p. 435.
[28] Künstlerbriefe aus dem neunzehnten
Jahrhundert, (citato), 1919, pp. 436-438.



























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