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L’Accademia di Belle Arti di Venezia
L’Ottocento
A cura di Nico Stringa
2 volumi, Antiga Edizioni, 2016
Recensione di Giovanni Mazzaferro
Come promesso in occasione della
pubblicazione dei tre volumi relativi al Settecento (la
cui recensione è già stata pubblicata su questo blog), l’Accademia di Belle
Arti di Venezia ha dato alle stampe altri quattro tomi assai corposi, due
dedicati all’Ottocento e due al Novecento, completando un’operazione editoriale
certamente non banale. I due volumi relativi all’Ottocento sono a cura di Nico
Stringa e seguono il medesimo approccio di quelli che li hanno preceduti,
ovvero cercano di individuare punti di snodo nella vita dell’Accademia a
partire dai contenuti che sono conservati nell’archivio storico della medesima,
archivio oggetto negli ultimi anni di un riordino sistematico in corso di
completamento [1]. Vale dunque la raccomandazione di tener presente che il
maggior pregio dell’opera è, di per sé, quello che di proporre materiali spesso
del tutto inediti (e dunque preziosi). Ovviamente, nel caso specifico, lo
spoglio e la pubblicazione di tali materiali non è potuto essere sistematico
(sto pensando ad esempio ai disegni di Figura (riordinati da Elena Catra) e
d’Architettura (schedati da Lara Marchese), di cui, nel caso specifico, è stato
possibile fornire solo alcuni esempi).
Qui di seguito l’indice
dell’opera:
- Franco Bernabei, I “Discorsi’ all’Accademia nell’Ottocento;
- Guido Zucconi, La Scuola di Architettura dopo il 1850: dal suo rilancio al progetto per un Istituto Superiore;
- Massimo Bisson, Nel complesso della Carità. Restauri e adattamenti per la nuova sede dell’Accademia;
- Alexander Auf der Heyde, Disegno geometrico e storia dell’arte nell’Accademia di Pietro Selvatico (1849-1859);
- Eva Maria Baumgartner, Leopoldo Cicognara e i rapporti con Vienna riguardanti l’Accademia di Belle Arti di Venezia;
- Enrico Noè, I gessi dell’Accademia di Belle Arti nell’800;
- Marta Nezzo, L’Accademia fra Austria e Italia: frammenti di una stagione di mezzo;
- Giuseppina Perusini, Il restauro a Venezia nell’Ottocento: un affare accademico;
- Isabella Collavizza, “Per la salvaguardia delle belle arti”: l’esercizio della tutela e le commissioni accademiche;
- Angela Munari, La misura del bello. La biblioteca dell’Accademia di Belle Arti di Venezia negli anni di Leopoldo Cicognara;
- Sara Filippin, Fotografie e fotografia nella storia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, 1850-1950;
- Stefania Portinari, L’Accademia di Belle Arti di Venezia e le grandi esposizioni: rapporti e relazioni internazionali per la promozione degli artisti;
- Ivana D’Agostino, Apparati effimeri, costumi, allestimenti scenici e prontuari di modelli tra neoclassicismo e sentimento romantico;
- Nico Stringa, Le esposizioni all’Accademia di Venezia nel corso dell’Ottocento. Appunti per un “catalogo delle opere esposte”;
- Evelina Piera Zanon e Nadia Piazza, L’Accademia nelle carte. Aspetti istituzionali e guida all’archivio storico (1806-1950);
- Antonella Bellin, La scuola di Pittura nell’Ottocento;
- Elena Catra, Le scuole di Statuaria e Scultura;
- Matteo Gardonio, La scuola di Paesaggio;
- Emiliano Covre, Alunnato di Roma;
- Nico Stringa, Il disegno all’Accademia di Venezia nell’800;
- Antologia di disegni
- Documenti
- Francesca Stopper, Cronologia
- Francesca Stopper, Bibliografia finale
- Francesca Stopper, Indice dei nomi.
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| Ottavio Bertotti Scamozzi, Sezione del convento della Carità, 1783 Fonte: http://www.palladiomuseum.org/ tramite Wikipedia |
Il disegno nell’Accademia dell’Ottocento: da “imitazione della realtà”
a strumento funzionale
Con un numero così elevato di
contributi, sarebbe facile muovere critiche di eterogeneità ai materiali; me ne
guardo bene e l’unica cosa che faccio presente è che, a mio personalissimo
avviso, la collocazione di molti contributi presentati nel secondo volume
probabilmente sarebbe stata più felice nel primo; non è una questione di
gerarchie, ma di approccio. In questo senso mi richiamo proprio a quanto scrive
Nico Stringa in Il disegno all’Accademia
di Venezia nell’800 (vol II, p. 519 ss.): pur nella sostanziale diversità
fra Accademia settecentesca e quella (assai più strutturata) della prima metà
dell’Ottocento, resta un elemento in comune che, nella sostanza, pur non
esplicitamente teorizzato, viene dato per scontato: l’insegnamento del disegno.
I due corsi più affollati in Accademia sono, da sempre, Elementi di figura e
Scuola di Ornato, e si basano sull’insegnamento del disegno: “il disegno nella
sua complessità è la sintesi di un intero percorso, che inizia analiticamente
dalla copia di un’incisione, di un oggetto o di un calco, e arriva, tramite lo
studio del corpo umano, fino alla perfezione di lavori completi, portati a
compimento con estrema perizia durante il percorso degli studi e quindi
giudicati e valutati dalle commissioni d’esame di fine anno” (p. 519). L’importanza
attribuita al disegno è tangibile nelle pubblicazioni periodiche che si
susseguono in coincidenza con le cerimonie di premiazioni annuali, nei vari
concorsi indetti periodicamente ed è ulteriormente rafforzata dagli sforzi
prodotti per giungere alla ristampa de I
principj del disegno di Raffaello Morghen e Giovanni Volpato, la cui prima
edizione (del 1786) era divenuta introvabile e che fu ripubblicata nel 1820
prima e nel 1831 poi. Sotto questo punto di vista, a parte la diversità del
gusto, I principj del disegno sono
utilizzati dagli studenti esattamente come, nel secolo prima, gli Studi di pittura di Giambattista
Piazzetta (si
veda la recensione ai volumi sul Settecento), ovvero come strumenti
didattici per l’allievo.
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| Ludovico Lipparini, Ritratto del conte Leopoldo Cicognara, 1825 Fonte: Wikimedia Commons |
Se c’è da cogliere una svolta nel
secolo in questione, è con l’arrivo in Accademia di Pietro Selvatico Estense
(Segretario e poi Presidente dell’istituzione dal 1849 al 1859). Intendiamoci:
anche per Selvatico il disegno svolge un ruolo fondamentale, ma quello del
nuovo presidente dell’Accademia non è un oggetto da considerarsi come finito e
pronto per essere musealizzato (non è un caso che è dal periodo della sua
gestione che i lavori degli studenti per i concorsi smettano di essere
conservati e siano restituiti agli studenti); in sostanza il disegno “di
imitazione” perde il ruolo preponderante che aveva detenuto dalla fondazione
dell’Accademia e quindi da metà del Settecento, a favore dell’insegnamento dei
corpi geometrici, dello studio più approfondito della prospettiva,
dell’introduzione del disegno basato sulla memoria e all’aria aperta; si passa
quindi a una concezione del disegno come “strumento” e non come “risultato”
[2]. Il decennio di Pietro Selvatico è, per molti aspetti e pur con tutti i
contrasti che lo segnano, il vero decennio di rottura fra l’insegnamento di un
attardato neoclassicismo e l’irrompere in Accademia di nuove istanze che si
rifanno anche all’esperienza viennese di Rudolf Eitelberger von Edelberg
(verrebbe da dire, ad esperienze internazionali, ma commetteremmo un grave
errore storico: Vienna e Venezia stavano sotto lo stesso imperatore).
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| Francesco Hayez, Autoritratto con un gruppo di amici, Milano, Museo Poldi Pezzoli Fonte: http://www.lombardiabeniculturali.it/opere-arte/schede/2o060-00335/ |
L’insegnamento nelle Scuole
È tenendo a mente questo quadro
d’insieme che vanno letti i saggi di Antonella Bellin, di Elena Catra e di
Matteo Gardonio rispettivamente sulla Scuola di Pittura, su quella di Statuaria
e Scultura e sulla Scuola di Paesaggio (di vita assai più tribolata)
nell’Ottocento. Senza offesa per nessuno, sono per me fra i più interessanti,
proprio perché la vita dell’Accademia è fatta di didattica e conoscere
l’evolversi dell’organizzazione accademica, degli insegnamenti impartiti, dei
ritmi e tempi di studio è fondamentale. Premesso che è questo il nucleo
centrale dell’attività accademica, non bisogna poi dimenticare quant’altro la
circondava e la completava, a partire dalle celebrazioni ufficiali, che hanno
un riscontro nella pubblicazione dei ‘Discorsi’ tenuti in tali occasioni. Se ne
occupa Franco Bernabei nel saggio iniziale del primo volume. Si tratta di
interventi di natura politico-culturale tenuti in genere dal Presidente
(comincia naturalmente Cicognara, con un Discorso
sull’origine delle Accademie che è riprodotto nei Documenti del secondo
volume), ma anche di medaglioni biografici ed elogi d’artisti pronunciati dal
Segretario o da ospiti diversi (in genere in occasione della proclamazione a
soci onorari). Bernabei non manca acutamente di osservare come tutta questa
produzione letteraria (almeno sino all’arrivo di Selvatico) sia ancora
debitrice di una visione dell’arte veneta che è quella cronologicamente
scandita da Antonio Maria Zanetti nel suo Della
pittura veneziana (1771), che appare come la vera opera di riferimento per
il mondo veneto e non solo (basterà ricordare che lo stesso Lanzi, nella sua Storia pittorica, scrive di ispirarsi
esplicitamente al modello di Zanetti).
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| Guglielmo Ciardi, Canale della Giudecca, Venezia, Galleria Internazionale d'Arte Moderna di Ca' Pesaro Fonte: http://www.frammentiarte.it/2016/ciardi-guglielmo/ |
Certo, le pubblicazioni ufficiali
permettono di ricostruire un mondo ideale (e, a proposito di ideale, è quasi
scontato che il gusto di inizio Ottocento sia quello neoclassico, con Canova
come modello supremo). Il mondo ideale non esiste e certo l’Accademia non fa
eccezione, in una Venezia che è tornata sotto il governo austriaco a metà del
secondo decennio del secolo e in cui i vincoli della censura devono essere
particolarmente stringenti. Sotto questo punto di vista è interessante vedere
le cose da una prospettiva opposta e quindi leggere il saggio di Eva Maria
Baumgartner su Leopoldo Cicognara e i suoi rapporti con l’amministrazione
austriaca. Interessante perché vi compaiono i commenti austriaci sull’operato
di Cicognara. Confesso, peraltro, di nutrire perplessità su alcune informazioni
fornite da Baumgartner. Non mi stupisce che nel 1815 sia il suo Del Bello (1808) sia la prima edizione
della Storia della Scultura (cominciata ad
essere pubblicata nel 1814) fossero “sulla lista dei libri estremamente
pericolosi che dovevano essere vietati” (p. 119). In merito l’autrice fornisce
in nota la seguente spiegazione: “Il
Bello in senso di rinnovamento morale e sociale, comporta libertà di
pensiero assoluta. Un atteggiamento sfavorevole verso la religione cristiana,
era il punto criticato dall’ufficio di censura di corte riguardo alla Storia della Scultura. Vienna, Staatsarchiv. Polizeiakten 1815 Karton
608, n. 977” (p. 132 n. 3). Nessun dubbio sull’autenticità del documento, ma
forse la spiegazione è molto più semplice: entrambe le opere erano dedicate a
Napoleone Bonaparte. Il titolo completo della prima edizione della Storia della scultura era addirittura Storia della scultura dal suo risorgimento
in Italia sino al secolo di Napoleone per servire di continuazione all’opere di
Winckelmann e di d’Agincourt (nella seconda edizione il nome di Canova
prese il posto di quello di Napoleone).
Che i discorsi pronunciati in
occasione delle assemblee plenarie fossero preventivamente letti dalla censura
austriaca è circostanza che personalmente davo per scontato; ma di cui mi sono
trovato a dubitare, se Giovanni Edwards O’Kelles, figlio di Pietro Edwards, con
eccesso di zelo imbarazzante, ha modo di inserire la seguente affermazione nel
suo Repertorio Generale delle Belle Arti
(1833), e in particolare nella sezione in cui presenta al governo austriaco un
nuovo progetto di regolamento per l’Accademia:
“[N.d.r. In merito ai doveri del
Segretario] a questi doveri sarebbe cauto l’aggiungere l’anticipata Revisione
di quell’altro discorso [n.d.r. oltre a quello del Segretario stesso] a cui
vienne [sic] eletto un Socio di onore; e ciò a fine che non sieno pubblicamente
e dinanzi all’Autorità del R. Governo proferite cose che possano più o meno
sfavorevolmente alludere in contrario allo spirito dell’I.R. Governo stesso; o
dell’Istituto Belle Arti; cadendo ciò sotto la responsabilità altresì del
Presidente Accademico. Questo caso ebbe a verificarsi” [3].
A che episodio sta facendo
riferimento Giovanni Edwards? Forse al discorso pronunciato da Giuseppe
Bianchetti nel 1831, oratore già noto – come ricorda Bernabei – “per una
commemorazione di Canova, le cui allusioni politiche avevano suscitato scalpore
nell’ambiente erudito trevigiano” (p. 51)? Non lo sapremo mai, perché
ovviamente di questi episodi non resta traccia a stampa.
| Luigi Nono, La passeggiata, 1891. Milano, Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Fonte: http://www.museoscienza.org/dipartimenti/catalogo_OA/scheda_oggetto-oa.asp?oa=359 |
Restauro ed esportazione di opere d’arte all’estero
È peraltro importante non
trascurare nessuno degli ambiti di attività dell’Accademia. Fra questi non può
mancare il restauro, anche se ai suoi tempi il governo austriaco ebbe modo di
bocciare la proposta di Cicognara di creare un’apposita scuola nell’ambito dei
corsi dell’istituto. Come ricorda sin dal titolo Giuseppina Perusini, il
restauro, se non formalmente, ma quanto meno di fatto, rimane per tutto
l’Ottocento un affaire accademico.
Premesso che l’analisi di Perusini riguarda esclusivamente il restauro dei
dipinti, è innegabile che l’Accademia abbia svolto un ruolo preminente
sull’intero patrimonio della città attraverso la cosiddetta Commissione
permanente di pittura, che svolgeva compiti di tutela, valutando lo stato di
conservazione delle opere, distribuendo i lavori presso una serie di
restauratori riconosciuti dalla medesime e collaudando i restauri una volta
finiti. Il sistema non era privo di pericolosi conflitti d’interesse, ed è
indubbio che non sempre gli incaricati dei restauri siano stati personaggi
all’altezza (Perusini porta il caso di Guglielmo Botti). Certo è che mantenne
una sua efficacia, anche dopo l’unificazione del 1866, e soprattutto dopo che
nel 1877 Cavalcaselle aveva inviato una specifica circolare in cui si invitava
ad attribuire al personale delle Gallerie, e non a quello delle Accademie, la
tutela dei beni mobili (nel caso veneziano il distacco formale fra Galleria e
Istituto di Belle Arti è del 1878). Sul ruolo e sulla composizione della
Commissione permanente di pittura torna a parlare, nel contributo
immediatamente successivo, Isabella Collavizza, la quale affronta anche uno
degli aspetti più delicati (e – a giudicare dalle lamentele degli accademici –
anche più gravosi) attribuiti all’istituto, ovvero il compito di rilasciare le
autorizzazioni ufficiali all’esportazione delle opere d’arte previo esame delle
medesime. Si tratta di un onere attribuito all’Accademia sin dal 1818, e che
noi siamo in grado di conoscere meglio (ovviamente nei suoi aspetti legali,
posto che tutto il fenomeno del contrabbando ne è escluso) tramite una serie di
fascicoli conservati nell’archivio dell’Accademia e intestati a imprenditori
(persone fisiche o società) che svolgevano appunto ruolo di intermediazione
commerciale di opere d’arte. Senza dimenticare un fatto non secondario, ovvero
che fino al 1866 l’estero era (anche) il resto d’Italia, ma non era l’Impero
austro-ungarico, e quindi il flusso di opere d’arte registrato in Accademia non
restituisce appieno l’ampiezza del fenomeno.
Come facile immaginare, quelli
proposti in queste righe sono solo alcuni spunti derivanti dalla lettura
dell’opera. Evidente ce ne potrebbero essere altri mille. Resta il fatto che,
nel suo complesso, la pubblicazione ribadisce la qualità del lavoro svolto,
uniformandosi ai livelli d’eccellenza già presenti nei tre volumi sul
Settecento.
NOTE
[1] Per una descrizione del
patrimonio archivistico dell’Accademia è d’obbligo leggere il saggio ad inizio
secondo volume a cura di Evelina Piera Zanon e Nadia Piazza,
[2] Si veda, in questo blog, la
recensione ad Alexander
Auf der Heyde, Per l’«avvenire dell’arte in Italia»: Pietro Selvatico e l’estetica
applicata alle arti del disegno nel secolo XIX.
[3] Mi permetto di rinviare a Giovanni
Mazzaferro, Le Belle Arti a Venezia nei manoscritti di Pietro e Giovanni
Edwards, p. 174.





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