Recensione di Giovanni Mazzaferro
English VersionLa biblioteca del Greco
A cura di Javier Docampo e José Riello
Con scritti di Javier Docampo, Richard L. Kagan, Fernando Marías, José Riello e Leticia Ruiz Gómez
Madrid, Museo Nacional del Prado, 2014
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| El Greco, San Luca che dipinge la Vergine col Bambino (prima del 1567), Museo Benaki , Atene Fonte: Wikimedia Commons |
Una mostra, un catalogo
Questa “mostra si propone di
riflettere sulla reputazione di un pittore che si suppone essere stato mistico,
ma che non ha lasciato una sola riga scritta sulla pittura religiosa, di un
preteso neoplatonico che possedeva libri di Aristotele ma non di Platone, che è
stato visto come il fondatore della scuola spagnola di pittura, ma era incapace
di parlare o scrivere correttamente nella lingua del suo coetaneo Cervantes”
(p. 11).
‘La biblioteca del Greco’ è il
catalogo dell’omonima mostra tenutasi al Prado di Madrid fra l’1 aprile e il 26
giugno del 2014. Le poche righe che ho tratto dal saggio introduttivo di Javier
Docampo spiegano bene lo spirito della mostra, fatto proprio dal relativo
catalogo: rimuovere i luoghi comuni. L’immagine di Doménikos Theotokópoulos, detto El Greco, è
stata di volta in volta manipolata e forzata dentro cornici che non gli
appartengono, per i motivi più diversi, compresi quelli politici. Di El Greco
si è detto tutto, specie fra fine Ottocento e XX secolo. Un critico d’arte
famosissimo come Julius Meier-Graefe lo ha definito come il padre dell’arte
moderna; in termini molto più campanilistici la critica spagnola ne ha fatto il
campione della pittura della penisola iberica ed espressione del misticismo
artistico; altri ancora se la sono cavata in maniera molto più netta, parlando
dell’artista (nei casi più benevoli) come di un uomo che soffriva di seri
problemi di vista, e giungendo sino a definirlo demente e drogato.
I curatori, naturalmente, son ben
consapevoli di tutti i limiti legati a un’operazione del genere: il fatto che
un uomo (in questo caso un artista) possedesse dei libri non vuol dire affatto
che li avesse letti, né, se lo avesse fatto, come li avesse interpretati. E
posto che i libri erano all’epoca particolarmente cari non si può certo escludere
(anzi, è certo) che ne avesse letti altri in prestito, o li avesse a sua volta
regalati o prestati.
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| El Greco, Cristo che caccia i mercanti fuori dal tempio, 1570 circa, Minneapolis Institute of Art Fonte: Wikimedia Commons |
Due inventari
Le nostre parzialissime
conoscenze sulla biblioteca del Greco si basano fondamentalmente su due
inventari, entrambi noti dai primi decenni del Novecento: il primo fu fatto
redigere dal figlio Jorge Manuel alla morte del padre, nel 1614; il secondo fu
stilato sette anni dopo, nel 1621, in occasione del secondo matrimonio di Jorge
Manuel. I due inventari non coincidono fra loro; è naturalmente possibile che
Jorge Manuel avesse venduto alcuni libri e ne avesse comprati altri, ma più che
altro sembra giusto porre l’accento sulle due diverse circostanze in cui furono
formati gli elenchi: nel primo caso – come detto – si trattava della formazione
di un’eredità ed El Greco morì con molti debiti; era dunque interesse del
figlio sminuire il patrimonio del padre per sottrarlo alle mani dei creditori;
nel secondo, invece, il matrimonio induceva a rendere esplicita la ricchezza di
chi andava a sposarsi.
Complessivamente stiamo parlando
di circa 130 volumi. Purtroppo entrambi gli inventari sono estremamente
lacunosi nella descrizione delle opere: a volta compare solo il titolo, a volte
solo l’autore, a volte assolutamente nulla. Non si può tacere che, ad esempio,
nel primo inventario due terzi dei volumi non sono descritti e si parla
genericamente di 50 volumi in italiano o di 19 libri di architettura. La mostra
ha presentato 39 titoli che, avvalendosi a volte del primo, a volte del secondo
inventario, sono stati accertati essere compresi nella biblioteca dell’artista
di origini elleniche. Ma si badi bene: di questi 39 volumi solo quattro (e
forse un quinto, ma non è certo) sono esemplari realmente appartenuti al pittore, la cui
raccolta è andata totalmente dispersa, assieme alle circa 200 stampe che
risultavano essere di proprietà del defunto. Per i restanti 35 si è pensato di
esporre in mostra (e di descrivere in catalogo) esemplari facenti parte di
edizioni che furono probabilmente quelle consultate da El Greco. Nulla
sappiamo, inoltre, sulle circostanze in cui l’artista comprò (o ricevette) i libri: pare logico pensare che, delle tre
grandi tappe che scandiscono la sua vita (infanzia e giovinezza a Creta fino al
1567, soggiorno italiano, soprattutto a Venezia e a Roma fino al 1577 e poi
maturità e vecchiaia in Spagna, a Toledo) la più significativa, nel senso che
rappresenta una svolta non solo artistica, ma anche nelle letture del pittore,
sia quella veneziana. Venezia, del resto, era all’epoca capitale europea dell’editoria.
Ma inutilmente cercheremmo date di acquisto. Ci sono casi, come ad esempio
quello delle Due regole della prospettiva
pratica del Vignola, in cui il problema è risolto dalla data di
pubblicazione: il libro uscì postumo nel 1583, quando Domenico era già in
Spagna e lì, quindi, se lo procurò. Ma si tratta di situazioni rarissime.
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| El Greco, Annunciazione (1573-1576), Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza Fonte: Wikimedia Commons |
Vasari e Vitruvio
E tuttavia, qualsiasi analisi
della biblioteca del Greco non può prescindere da una realtà: dei quattro libri
che sicuramente gli appartennero due (un esemplare di un’edizione Giuntina
delle Vite vasariane [1] e uno del De Architectura di Vitruvio edito a
Venezia a cura di Daniele Barbaro nel 1556) sono annotati sistematicamente,
tanto da restituirci l’immagine di un El Greco come postillatore seriale. Le note dei due libri, riscoperti nella seconda metà del Novecento, sono state pubblicate nella loro integralità fra 1981 e 1992 [2]. Complessivamente stiamo
parlando di 22.000 parole di note. La biblioteca del Greco, dunque, è, a suo
modo, una biblioteca “parlante”, molto più di quella di altri artisti, e ci
dice molte cose. La prima è che il pittore non scriveva (e si può presumere non
parlasse) uno spagnolo corretto, ma semmai un veneto-italiano “spagnolizzato”.
La sua lingua madre era il greco, ma c’è da scommettere che sin dai tempi di
Creta conoscesse l’uso della lingua di Venezia, che all’epoca governava
sull’isola. La scarsa dimestichezza con lo spagnolo risalta ancor di più se si
pensa che, grosso modo, si ritiene che entrambi i volumi siano stati postillati
dall’artista nell’ultimo decennio del Cinquecento, ovvero quando si trovava a
Toledo da più di 15 anni. E coincide con l’assenza di libri in spagnolo nel
primo inventario e la scarsità dei medesimi nel secondo. Non dimentichiamoci
però che tale dato potrebbe essere parziale: la stessa copia di Vasari non è
indicata esplicitamente negli inventari [3].
| El Greco, Il seppellimento del conte di Orgaz, 1586-1588, Chiesa di Santo Tomé , Toledo Fonte: Wikimedia Commons |
Perché Vasari e perché Vitruvio?
Verrebbe da dire che El Greco si dimostra particolarmente loquace quando è in disaccordo con ciò che legge. Nel caso di Vasari [3] è evidente che
l’artista aderisce a una linea che è quella del colorismo veneto che si oppone
alla visione vasariana del primato del disegno da attribuirsi tradizionalmente
agli ambienti toscani. Domenico è imbevuto di cultura veneta e ha probabilmente
letto libri come il Dialogo della pittura
di Ludovico Dolce (1557). I suoi modelli sono Tiziano, Tintoretto, Veronese,
Bassano. Il quadro più bello mai dipinto la Crocifissione
di Cristo del Tintoretto nella Sala dell’Albergo della Scuola Grande di
San Rocco. Tuttavia sarebbe del tutto limitativo ridurre la “dimensione
teorica” di El Greco alla polemica con Vasari (o, come suggeriscono gli autori)
con gli epigoni italiani della maniera moderna come Luca Cambiaso e Pellegrino
Tibaldi, chiamati da Filippo II a decorare l’Escorial.
Lo capiamo meglio quando passiamo
a esaminare il Vitruvio postillato. Per precisa indicazione del figlio,
l’esemplare in questione conteneva note che servivano da promemoria per la
redazione da parte di El Greco di un trattato di architettura. Nel 1621 (l’anno
del secondo matrimonio) Jorge Manuel cerca di assicurarsi un’importante carica
amministrativa a Toledo e, nell’arricchire il suo curriculum, segnala anche di
aver aiutato il padre a redigere “un insigne libro di architettura scritto da
lui, dedicato a Sua Maestà [Filippo III] sopra Vitruvio, in cui si tratta di
tutta l’architettura e a cui lavorò in continuazione per molti anni” (pp.
28-29). Viene naturale identificare questo trattato con i “zincos libros de
arquitetura manuescriptos el uno co[n] trazas” che compaiono fra i beni di El
Greco nel secondo inventario dello stesso anno (p. 29). Il testo originale
purtroppo è andato disperso assieme a quasi tutta la biblioteca dell’artista.
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| El Greco, Crocifissione, 1597-1600, Madrid, Museo del Prado Fonte: Wikimedia Commons |
El Greco pittore-architetto
Ma la domanda è: perché un
pittore dovrebbe scrivere un trattato di architettura e non invece un manuale o
un “ragionamento teorico” sull’arte sua? Il rapporto fra El Greco e
l’architettura è stato oggetto di dibattito prolungatissimo e non è qui il caso
di ripercorrere tutte le tappe della discussione. Appare però credibile, come
si fa presente nel catalogo, che l’artista non consideri l’architettura come
scienza principe e universale per eccellenza (circostanza comune ai grandi
trattati stampati nel Cinquecento), ma come parte integrante del suo essere
pittore. Non a caso le affermazioni più interessanti rispetto alla pittura sono
contenute nelle note a Vitruvio e non in quelle a Vasari. Partendo dall’esame
dell’opera dell’architetto romano, El Greco si dimostra sostanzialmente
indifferente a concetti che sono tipici dell’architetto in senso stretto, come
quello della firmitas, ovvero della
solidità della costruzione e non a caso non postilla le parti dell’opera dedicate
alle tecniche costruttive; indugia piuttosto sullo studio della prospettiva e
della venustas, ovvero della
bellezza. Tale bellezza si applica non tanto nella rappresentazione prospettica
e architettonica relativamente al singolo quadro (non mancano quadri, specie
nel periodo spagnolo, in cui la costruzione prospettica è di fatto assente), ma
in un senso più ampio, legato alla collocazione dell’opera d’arte in un
determinato contesto e al punto di vista dello spettatore, che varia col
modificarsi della posizione che assume di fronte alla tela. L’architettura, per
il pittore El Greco, ha essenzialmente un valore scenografico, e viene subito
in mente una tradizione analoga che in fondo è quella veneziana, e che può
richiamare esempi che vanno dalla Pala di
San Giobbe del Bellini fino ai grandi teleri del Veronese. In questo senso
non occorre essere architetti “militanti” per comprendere e progettare
architettura. L’architettura è disegno, e comprensione dei meccanismi della
visione e del rapporto opera d’arte-spettatore. La polemica, qui, appare
soprattutto indirizzata a quelli che El Greco chiama “vitruvisti”, ovvero agli
architetti che seguono in maniera pedissequa le indicazioni di Vitruvio come
canone (viene subito da pensare all’edificazione dell’Escorial). El Greco non è
un “vitruvista”; non si annovera fra coloro che definisce legati alla
“superstizione” del testo latino. Se fosse vissuto un secolo dopo in Francia,
l’artista sarebbe stato incluso, nella celebre querelle fra antichi e moderni, come uno strenuo sostenitore dei
modernisti. L’architettura è svuotata dei suo valore prescrittivo, inteso dai
sostenitori di Vitruvio come modo nobile per praticare una scienza universale
che porti alla comprensione della realtà; l’architettura non è una scienza
speculativa; o, per meglio dire, non lo è se non intesa all’interno della
scienza speculativa per eccellenza, ovvero la pittura.
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| El Greco, Adorazione dei pastori, 1612-1614, Museo del Prado Fonte: Wikimedia Commons |
La pittura come scienza speculativa
In una delle sue postille a
Vitruvio El Greco scrive: “la pittura è l’unica fra le arti che possa giudicare
tutte le cose, soprattutto la forma e il colore, poiché ha come oggetto
l’imitazione di tutte le cose. Riassumendo, la pittura detiene un ruolo di
prudente interprete di tutto quello che si vede […], Però la pittura, per
essere talmente universale, deve farsi speculativa” (p. 65). Si tratta di
un’affermazione importante. Come El Greco sia giunto a una simile visione del
mondo non è dato sapere con esattezza. Appare probabile che il suo sia stato un
titanico sforzo da autodidatta, in cui, da una prima fase cretese che non
rinnega (se non altro nell’orgogliosa rivendicazione delle sue origini) si sia
passati all’immersione nel mondo veneziano dell’arte e poi in quello romano.
Quali letture lo abbiano accompagnato non è ben chiaro. Ad esempio, l’unico
trattato sulla pittura citato nella biblioteca dell’artista è quello del
Lomazzo. Probabile che le innegabili suggestioni leonardesche legate
all’assunto citato poco fa transitino appunto tramite Lomazzo e non tramite
un’eventuale lettura di manoscritti leonardeschi in mano a Pompeo Leoni,
all’epoca in Spagna. Nella sua formazione teorica l’artista deve aver
probabilmente scartato qualsiasi libro in latino (nei 130 libri è citata una
sola edizione in latino di Vitruvio), una lingua che non pare padroneggiare (e
viene qui cancellato un altro luogo comune sull’educazione colta che avrebbe
ricevuto già in Grecia. El Greco era figlio di un piccolo commerciante). L’uomo
appare mosso da un’incredibile determinazione e da una buona dose di autostima.
José Riello scrive che in Italia El Greco comincia ad essere cosciente che “con
la propria pratica della pittura poteva rendere esplicito un determinato credo
artistico o – che è poi la stessa cosa – fare un discorso”.
Certo è che è l’opera
dell’artista deve essere valutata all’interno della funzione speculativa
attribuita alla pittura. La pittura è strumento prudente per interpretare e
conoscere tutte le cose, “possibili” (ovvero reali) e “impossibili” (ovvero
sovrannaturali). È per questo che, pur dichiarandosi strenuo difensore della
rappresentazione del corpo umano secondo natura, El Greco mostra spesso di non
attenersi alle regole delle proporzioni ad esempio nei quadri di natura sacra:
“In effetti, per lui la superiorità della pittura ha le sue radici anche nella
sua capacità di rappresentare cose “impossibili” (epifanie, miti,
incarnazioni), rappresentazione che necessariamente si deve fondare in
proporzioni non ispirate al canone umano. […] In effetti in buona parte delle
opere che dipinse più tardi in Spagna si può apprezzare la messa in pratica di
questa concezione teorica della pittura e la divergenza che si deve intendere
fra il visibile e l’invisibile” (p. 69). Nessuna follia, dunque, nessun difetto
di vista o altro ancora; solo l’applicazione di un “discorso” che prevede
l’utilizzo di due diversi registri per le cose reali e per le entità
sovrannaturali. Riello passa in rassegna in maniera convincente una serie di
quadri in cui è possibile analizzare l’utilizzo di questo doppio registro. Il
tutto tenendo conto che in pittura “non viene mai meno la soddisfazione di
praticare un’attività speculativa perché non manca mai qualcosa che si possa
vedere, poiché anche con luce scadente si vede, si gode e si ha qualcosa da
imitare” (p. 75). In questo senso – sostiene Riello - per El Greco la pittura è
“investigazione empirica, che si trasforma sulle tele per l’imitazione
riflessiva del pittore e che si traduce in un naturalismo che sembrava essere
esclusivo di Caravaggio o dei Carracci” (p. 75).
NOTE
[1] In generale, sul fenomeno
delle postille alle Vite vasariane mi permetto di rinviare a Giovanni
Mazzaferro, Gli esemplari postillati delle Vite vasariane: un censimento.
[2] Si vedano Fernando Marías e
Agustín Bustamante, Las ideas artísticas
de El Greco. Comentarios a un texto inédito, Madrid, Cátedra, 1981 (si
tratta del commentario a Vitruvio) e Xavier de Salas e Fernando Marías, El Greco y el arte de su tempo. Las notas de
El Greco a Vasari, Toledo, Real Fundación de Toledo, 1992.
[3] Secondo una ricostruzione che
sostanzialmente si ripete incontrastata dal momento della riscoperta
dell’esemplare, le Vite sarebbero
state regalate a El Greco da Federico Zuccari, nel corso della permanenza
spagnola del medesimo, attorno al 1586. I libri presentano infatti quattro
postille attribuite da El Greco a Zuccari. Negli ultimi anni della sua
esistenza l’artista avrebbe ceduto l’esemplare a un suo discepolo, Luis
Tristán, che a sua volta avrebbe inserito altre annotazioni. Al momento del
decesso El Greco non sarebbe quindi stato più proprietario dell’opera. Personalmente
ho dubbi sul fatto che le postille alla copia di El Greco siano autografe di Zuccari.
Li esporrò in altra occasione.





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