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venerdì 22 luglio 2016

David Hockney. Secret Knowledge, Rediscovering the Lost Techniques of the Old Masters, New York 2006. Parte Quarta


English Version

David Hockney
Secret Knowledge, Rediscovering the Lost Techniques of the Old Masters
[Conoscenza segreta. Riscoprire le tecniche perdute degli antichi maestri]


Nuova edizione ampliata con 510 figure, di cui 442 a colori

New York, Viking Studio, 2006

Recensione di Francesco Mazzaferro
Parte Quarta


[Versione originale: giugno-luglio 2016 - nuova versione aprile 2019]

Fig. 63) Gli atti della conferenza su Painted Optics tenutasi a Firenze nel 2008. Gli atti sono stati pubblicati nel 2009

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La quarta sessione [128]

Lawrence Weschler presiede un gruppo di cinque artisti: Chuck Close, William Bailey, Philip Pearlstein, Abelardo Morell e Gilles Peress. Sono tutti pittori realisti o iperrealisti, con l’eccezione di Peress, famoso fotografo d’agenzia (sono sue alcune tra le immagini più drammatiche degli eccidi nel Burundi). Uno di loro, Abelardo Morell, utilizza ancor oggi la camera oscura per produrre immagini fotografiche in cui ambienti interni sono combinati con proiezioni inverse di esterni. Il tema della discussione è ovviamente quello del loro rapporto con la realtà, attraverso le tecnologie, ed anche della relazione tra pittura e fotografia. Purtroppo, solamente il testo di Pearlstein è disponibile. Ancora una volta vi è il pericolo di perdere la memoria di quell’incontro.

Dai resoconti di stampa sulla conferenza e dai numerosi articoli sul tema è comunque evidente che Close e Pearlstein tengono posizioni fra loro opposte. Qualche anno dopo, John Spike ritorna sul tema nella relazione su Caravaggio’s Optical Realities [129] al convegno della SACI di Firenze nel 2008, paragonando le immagini dei due artisti e vedendone analogie e differenze. Egli nota che entrambi mostrano immagini che sono chiaramente d’effetto fotografico: tuttavia, solamente il primo usa fotografie per dipingere, mentre il secondo crea immagini che intenzionalmente sembrano ispirate da fotografie, ma sono tecnicamente il prodotto di un modo tradizionale di dipingere.

Chuck Close, spesso definito come foto-realista, è famoso per i ritratti a cui dà vita con diverse tecniche, sempre partendo da fotografie (in questo blog abbiamo già visto come diversi altri artisti contemporanei, come Jacques Monory, Marlene Dumas e Gerhard Richter, dipingano a partire da immagini fotografiche, con esiti tra loro molto diversi in termine di stile). A New York Close sostiene la tesi che è del tutto normale che artisti come Ingres abbiano utilizzato tutte le tecnologie disponibili per facilitare il loro lavoro (ed anzi propone che la conferenza sia intitolata ‘Dando di nuovo un’occhiata ad Ingres’) [130].

Del tutto differente la posizione di Pearlstein, che spiega di aver solo e sempre ritratto dal vero, e di rifiutare sin dagli anni Sessanta ogni classificazione come pittore iperrealista. Egli vuol rendere obsoleta la macchina fotografica, dopo che per anni gli artisti si erano indirizzati verso l’arte astratta perché la fotografia aveva, a loro parere, resa obsoleta l’arte figurativa. Il suo modo di dipingere è tradizionale: si basa sulla posa dei modelli, il disegno geometrico delle forme, la progressiva definizione delle forme in modo sempre più conforme alla realtà. Mostra i passaggi a lui necessari per ritrarre Linda Nochlin (già citata) ed il marito. “L’uso di strumenti ottici, che siano prismi, vetri o fotografie, può offrire all’artista solamente la riduzione ad una sola dimensione dei contorni di oggetti tridimensionali. Ma è la lotta per produrre quella riduzione e riempire le aree tra i contorni che offre all’artista che lavora dal vero alcune fra le motivazioni maggiori. La differenza è come prender nota del risultato finale, ormai reso pubblico, di una partita di hockey, ignorando l’esperienza fisica della battaglia che è l’essenza stessa del gioco. È quel che è dipinto tra i contorni a fare la differenza tra una pittura semplicemente accettabile ed un’arte realmente piena di significato” [131].


La sessione finale

Secondo i resoconti di stampa i toni polemici dei primi due giorni di dibattito degenerano completamente nella sessione finale, moderata da Leonard Barkan, ex direttore del New York Institute for the Humanities e professore di letteratura contemporanea. Partecipano alla discussione Michael Fried, Svetlana Alpers, Richard Wollheim, Rosalind Krauss e James Elkins. Purtroppo solamente il testo di Elkins è pubblicato; di tutto il resto rimane solamente evidenza giornalistica. Nessuno dei partecipanti sembra accogliere le tesi di Secret Knowledge.

Michael Fried, allievo di Clement Greenberg e studioso dell’arte astratta e del minimalismo, si occupa in quegli anni di Caravaggio. Nel 2002 tiene sull’argomento la A. W. Mellon Lecture in the Fine Arts alla National Gallery di Washington, dal titolo The Moment of Caravaggio [132]. Egli contesta la teoria di Hockney, sia in generale sia nel caso specifico di Caravaggio. È a suo parere inconcepibile che le distorsioni individuate da Hockney (e descritte nella seconda parte di questo post, come la mancanza di proporzione nella Cena in Emmaus) non fossero effetti desiderati da Caravaggio, che a suo parere non dipinge con lenti per proiettare immagini su tela, ma simula invece la situazione che lo spettatore sia di fronte ad uno specchio per poter in tal modo indurre in lui forti reazioni emotive (si spiega in tal modo l’abbondanza di mancini nei quadri di Michelangelo Merisi, cui abbiamo dedicato spazio nella seconda parte del nostro post). 

Svetlana Alpers, allieva di Gombrich, è una delle più famose storiche dell’arte fiamminga ed olandese, famosa per il volume “L’Arte del descrivere: scienza e pittura nel Seicento olandese”, uscito nel 1983 e pubblicato in Italia un anno dopo [133]. È sua la tesi che la pittura del nord Europa sia basata su forme prospettiche del tutto diverse da quelle del Rinascimento italiano: sul modello dell’Alberti, la prospettiva di scuola italiana vuol creare un legame tra artista e spettatore. Invece nel mondo nordico la prospettiva è vista come parte di una natura che esiste prima che il pittore la concepisca: “essa si offre da sé, è un a-priori rispetto all’azione del pittore e alla contemplazione dello spettatore. La pittura prende il posto dell’occhio e lascia indefinita la posizione dello spettatore” [134]. La prospettiva serve unicamente a trasformare geometricamente il mondo in uno spazio di lavoro, ma non a creare una chiave di lettura da parte del pittore a consumo dello spettatore; a differenza di quel che succede nel Rinascimento italiano, in Europa del Nord lo spettatore assume una posizione passiva, esclusivamente volta a prendere nota delle forme e della loro verosimiglianza.

Dunque la studiosa non può essere d’accordo con la tesi di Hockney, che è in fondo tutta italiana. Hockney ipotizza infatti che la camera oscura serva al pittore a costruire immagini che possano attirare l’attenzione del pubblico. Il suo modello è l’impiego della camera oscura da parte di Caravaggio. Anche la Alpers è convinta che i pittori olandesi (e sicuramente Vermeer) abbiano usato la camera oscura, ma per motivi del tutto opposti a quelli ipotizzati da Hockney: non per riprodurre la realtà, ma per introdurre effetti speciali ed irreali, deformazioni che introducono elementi di astrazione nella pittura [135]. Ed è in questo senso che la studiosa si prende crudelmente gioco del pittore inglese durante il convegno [136]: la camera oscura è servita ai pittori a liberarsi della realtà, ed è forse quello che anche Hockney dovrebbe fare: “Pensaci su, caro David!” L’invito di Svetlana Alpers all’astrazione deve essere parso come una bestemmia ad Hockney.

Anche lo storico dell’arte James Elkins, autore di The poetics of prospective, ha un atteggiamento sdegnato nei confronti dell’autore di Secret Knowledge. Non vi è necessità alcuna di far riferimento a strumenti tecnici per spiegare la maestria degli artisti nel riprodurre gli scorci più difficili sulla base di un disegno libero. Tuttavia la sua tesi principale è che i pittori non abbiano mai impiegato le regole geometriche albertiane per la prospettiva, né in Italia né in Europa del Nord, e che il colloquio tra artisti e scienziati sia sempre stato un dialogo tra sordi. Per provare il primo punto, Elkins produce egli stesso alla conferenza schizzi del liuto riprodotto da Holbein il giovane nel suo quadro Gli Ambasciatori, anche sotto angoli differenti da quello originale. Si serve di regole prospettiche intuitive, simili a quelle a suo parere praticate dagli artisti per secoli. 

Sul secondo punto, le sue conclusioni sono velenosissime, e sono rivolte forse più contro l’editore che contro l’autore: “Perché la stampa si è così interessata al libro di Hockney? Sono sbigottito e depresso dall’enorme pubblicità che Hockney ottiene per i suoi nuovi interessi. La pubblicazione è sontuosa. Potrei scommettere che la maggioranza di noi a questo congresso sognerebbe di poter ottenere un tale trattamento in termine commerciali. E penso sia vero che, non importa quale sia l’entità dei dubbi che noi storici dell’arte si possa oggi sollevare, e per quanto bene lo si possa fare, noi perderemo sempre, perché la pubblicità dall’altro lato è troppo forte. Di recente ho parlato con qualcuno di Thames e Hudson (l’editore originario del libro nel Regno Unito). Mi ha detto di avere delle riserve sulle tesi di Hockney, ma che ‘almeno’ persone che non sanno nulla sugli antichi maestri potranno scoprirne l’esistenza in questo libro. È vero che un editore non è obbligato a credere in tutto quel che pubblica, ma questo modo di ragionare mi sembra particolarmente sbagliato. Il libro sembra far credere che quel che rende interessanti gli antichi maestri sono gli strumenti ottici. Ciò non sarebbe un problema se si trattasse di una monografia accademica, ma questo libro raggiungerà una platea assai più vasta. È davvero un peccato che Hockney non abbia cercato il legame tra i ‘segreti’ e i ‘trucchi’ dell’ottica ed i significati più complessi e difficili delle opere. Ed è anche un peccato – ma del tutto prevedibile – che il libro non presenti i calcoli matematici assai semplici che lo stesso Falco usa per fare i suoi ragionamenti. È chiaro quale sia il pubblico a cui si punta. E dunque, perché noi tutti alla fine perderemo? Perché vi è un desiderio enorme tra lettori, giornalisti e chi visita i musei di capire gli antichi maestri una volta per tutte. I trucchi ottici elencati nel libro di Hockney promettono di renderlo possibile. Ogni trucco aiuta anche a demolire la santità del sacerdozio degli interpreti accademici e far a meno delle informazioni spesso opache o irrilevanti che i curatori delle mostre normalmente ci propinano. Persone come James Marrow e Walter Liedtke (che hanno creato un legame tra l’ottica e i significati storici più profondi) sono l’incubo peggiore per chi vuol godersi l’arte in modo accessibile e fuori da ogni contesto. E mi chiedo (…) quanti giornalisti si accorgeranno che la soddisfazione di sapere che un certo dipinto sia stato compiuto con l’aiuto di un trucco è una soddisfazione del tutto superficiale, e che lascia del tutto intatti il valore, il mistero ed il significato del dipinto. È molto più soddisfacente sapere qualcosa una volta per sempre: dunque, avremo tutti perso. E voglio fare una predizione: tra vent’anni, nel 2020, le tesi di Hockney saranno parte dei manuali di storia dell’arte per il primo anno di corso, qualunque sia il consenso che avranno registrato.” [137]


Le conclusioni di Hockney e Falco

La maratona termina con Hockney e Falco che prendono la parola. Purtroppo non esiste un resoconto scritto di quanto abbiano detto. La biografia di Hockney, scritta da Christopher Simon Sykes, ci rivela che il lungo ed intenso scambio di opinioni ha forse molto affaticato il pittore, che non riesce a trarre vere e proprie conclusioni davanti al pubblico di New York [138]. Il corrispondente del Los Angeles Times, Paul Lieberman, scrive che Hockney ricorda semplicemente che “non ha voluto trarre alcun risultato definitivo. ‘Le pitture con cui io sono in sintonia sono assolutamente magiche e non sapremo mai come sono state davvero prodotte’." [139] Sarah Boxes del New York Times racconta che le sue uniche parole sono: ''Il convegno mi è piaciuto. Ho imparato alcune cose. Adesso tornerò al mio atelier” [140].  Esistono invece tre paginette vergate a mano da Hockney qualche giorno dopo l’incontro, e datate 31 dicembre 2001 [141]. In esse Hockney ribadisce le proprie tesi fondamentali senza sostanziali modifiche.


Fig. 64) David Hockney, Appunti in seguito alla conferenza.
Fonte: http://www.zoharworks.com/artandoptics/afterthoguhts/after_fs.html

Il convegno di Firenze nel 2008

Passano sette anni di polemiche, ma anche di ricerche, molte delle quali si concentrano al SACI  (Studio Art Centres International), un centro universitario americano a Firenze, specializzato nel restauro [142]. Agli studi del SACI ed in particolare di Roberta Lapucci sull’uso dell’ottica da parte di Caravaggio è stato già dedicata la seconda parte di questo post, e ad essi non ritorneremo. Ci preme invece raccontare come il Symposium on Painted Optics riunisca David Hockney e Charles Falco con gli studiosi attivi a Firenze: oltre alla Lapucci anche Susan Grundy dell’Università del Sudafrica, John Spike (lo studioso che aveva già partecipato al convegno di New York nel 2001) e due altri studiosi italiani: Filippo Camerota e Claudio Pernechele. Inoltre, ci sembra utile notare come il convegno rifletta inevitabilmente alcune caratteristiche della cultura italiana: se a New York si riflette sul modo in cui gli strumenti ottici tra rinascimento e barocco hanno influenzato il modo di considerare il rapporto tra artista e realtà fino ai giorni nostri, a Firenze ci si interroga anche sul mondo prima di Leon Battista Alberti, sull’ottica applicata a Duccio di Boninsegna e sul trattato arabo medievale di Ibn al Haytham.

Hockney tiene la relazione iniziale, sul rapporto tra la produzione di immagini ed il potere: “Thoughts on Camera Manufacture and its Relationship to Power” [143]. Egli nota che gli ultimi grandi altari commissionati dalla Chiesa ad un artista sono quelli di San Sulpicio a Parigi: siamo tra il 1855 ed il 1861 e l’autore è Eugene Delacroix. È da poco passato il 1839, data della creazione della fissazione fotografica dell’immagine ed il mondo sta per sperimentare una rivoluzione nel controllo della creazione delle immagini.

Fig. 65) Eugène Delacroix, Lotta di Giacobbe con l'Angelo, 1861. Fonte: Wikimedia Commons

È anche il momento in cui la produzione d’immagini passa dal controllo della chiesa a quello della chimica, con la diffusione della fotografia (e poi del cinema e della televisione). Non è un passaggio innocente: sono gli strumenti che serviranno alla conquista ed alla gestione del potere, e che creeranno la base di consenso per i regimi totalitari. E tuttavia, quel procedimento chimico non è del tutto nuovo: l’invenzione è quella delle tecniche per fissare l’immagine, ma in realtà la sua proiezione tramite la camera oscura era conosciuta da secoli, e mantenuta segreta, così come le imprese della Silicon Valley ancora oggi impongono la firma di accordi di confidenzialità a chiunque le visiti. Hockney racconta che la stessa impresa che ha prodotto gli strumenti ottici da lui utilizzati per il suo documentario alla BBC, la Panavision (http://www.panavision.com/), è ancor oggi famosa per non rivelare i procedimenti tecnologici utilizzati per creare le lenti utilizzate nel cinema hollywoodiano (a sua conoscenza ancora non avevano un sito internet). Concettualmente, non è poi diverso l’atteggiamento della chiesa cattolica, che trascina Della Porta davanti all’inquisizione nel 1579, perché vuole impedire la diffusione delle sue conoscenze sulla camera oscura. Oggi invece è iniziata un’era diversa: quella in cui il controllo delle immagini è reso difficile dall’universalizzazione delle tecnologie: ognuno di noi le può produrre dal proprio telefono. Con la creazione di Photoshop da parte di Adobe, la produzione dell’immagine fotografica si integra ormai in quella del disegno pittorico. Con l’iPad, si dipinge direttamente con Photoshop. È stata la nuova frontiera della creazione anche per Hockney, fin quando ha deciso di ritirarsi nell’East Yorkshire inglese e di tornare alla pittura ad occhio.

Falco propone, insieme ad Aimée L. Weintz Allen, uno studio sul trattato in sette volumi sull’ottica di Ibn al-Haytham (Ibn al-Haytham’s Contributions to Optics, Art, and Visual Literacy) [144], tra il decimo e l’undicesimo secolo. Lo studioso arabo fa uso della camera oscura per studiare la trasmissione della luce e cercare di dare una base teorica all’esistenza dei raggi.


Fig. 66) Artemisia Gentileschi, Autoritratto come allegoria della Pittura, 1639 circa. Fonte: Wikimedia Commons

Susan Grundy tiene a Firenze due relazioni. Nella prima studia il tema della rappresentazione allegorica della pittura nel mondo barocco, con il testo “The allegory of Photography in Baroque Painting” [145]. Confronta l’Autoritratto come allegoria della Pittura di Artemisia Gentileschi, l’Allegoria della Pittura di Vermeer, Las Meninas di Velázquez e l’Autoritratto con Girasole di Antoon van Dyck. Non solamente si tratta a suo parere in tutti i casi di opere concepite e realizzate con proiezioni grazie all’uso della camera oscura, ma anche di raffigurazioni allegoriche del ruolo che la luce e gli specchi hanno nell’attività degli artisti. Il girasole nell’autoritratto di van Dyck rappresenta a suo parere il simbolo della luce solare, la fonte che assicura il funzionamento degli strumenti ottici, ne determina l’efficacia (a seconda dell’intensità) e ne regola gli effetti (il movimento delle posizioni del sole ha effetto sulla messa a fuoco delle lenti).


Fig. 67) Antoon van Dyck, Autoritratto con Girasole, 1635-1636. Fonte: Wikimedia Commons

Ma è soprattutto l’insolito olio su stucco di Caravaggio che ritrae Giove, Nettuno e Plutone, nella Villa Ludovisi a Roma ad attirare l’attenzione della studiosa sudafricana. Secondo la Grundy il dipinto viene eseguito nel 1597 per decorare in origine una sala alchemica proprio nella residenza che il Cardinal Del Monte acquista quell’anno per farne la residenza di Caravaggio. I motivi allegorici richiamano gli elementi chimici che il pittore usa in quegli anni per produrre un’immagine monocroma sulla tela, fissando le proiezioni delle immagini attraverso la camera oscura. Il restauro del Bacco degli Uffizi, così come la Santa Caterina e la Decapitazione di Oloferne, hanno infatti rilevato elementi chimici basati su argento e mercurio di cui si sapeva, fin dal medioevo, che mutassero alla presenza della luce. L’impronta potrebbe essersi formata sulla tela così trattata in soli pochi minuti di esposizione. Il pittore avrebbe dipinto su questi strati monocromi. La Grundy non manca di notare che sostanze di questo tipo sarebbero state vietate ai giorni nostri: fissare l’argento con vapore di mercurio, per quanto possibile, significa esporsi a sostanze altamente tossiche, con effetti molto gravi sul sistema nervoso centrale, potenzialmente mortali.


Fig. 68) Caravaggio, Giove, Nettuno e Plutone, 1597. Fonte: Wikimedia Commons
Nel secondo studio, intitolato “Observable Optical Phenomena in the Painting of Duccio di Boninsegna” [146], la Grundy analizza le immagini sul retro della Maestà del Duomo di Siena di Duccio di Boninsegna e vi trova indizi che fanno pensare al possibile uso di strumenti ottici. Nel retro della maestà i locali in cui le immagini sono collocate sono spesso riprodotti in più immagini, facendo pensare alla studiosa che Duccio disponesse di strumenti per copiare i locali da una predella all’altra (si veda, ad esempio Cristo davanti a Pilato e Accusa dei farisei). Prove documentali dell’esistenza di proiezioni d’immagini esistono nel Duecento, con scritti di Ruggero Bacone ed Erazmus Ciolek Witelo.

Fig. 69) Duccio di Boninsegna, Cristo davanti a Pilato e Accusa dei farisei, Maestà del Duomo di Siena, 1308-1311. Fonte: Wikimedia Commons


L’unica possibilità di provare che le immagini siano state riprodotte dal pittore senese grazie a strumenti ottici è di individuare deformazioni nelle immagini che possano essere state causate dall’impiego di specchi e lenti. La studiosa analizza in particolare tre predelle: l’Annuncio della morte della Vergine, il Congedo di Maria da Giovanni e il Congedo dagli apostoli. I tre episodi sono ambientati nel medesimo locale. Eppure vi sono alcune impercettibili differenze: partendo da sinistra a destra, la parete del muro sullo sfondo (quello da cui partono le travi del soffitto) progressivamente si restringe, mentre l’arco sulla sinistra aumenta di dimensione. Studiando le immagini al computer, la Grundy analizza le modifiche come una rotazione successiva della prospettiva di dieci gradi, e riesce a correggere tale effetto in modo tale che le tre immagini possano combaciare perfettamente.


Fig. 70) Duccio di Boninsegna, L’Annunciozione, il Congedo di Maria da Giovanni e il Congedo dagli apostoli,
Maestà del Duomo di Siena, 1308-1311. Fonte: Wikimedia Commons

Il retro della Maestà rivela inoltre un’immagine a doppia prospettiva (quella del tempio, nella predella della Tentazione sul tempio) del tutto simile a quella descritta da Manetti come atto di nascita della raffigurazione prospettica da parte del Brunelleschi (la riproduzione del Battistero di Firenze nel 1420). L’immagine contiene anche una raffigurazione dell’interno, in scorcio prospettico. Così come Brunelleschi duecento anni dopo, sono caratteristiche che fanno pensare che Duccio abbia potuto utilizzare uno specchio concavo per creare un’immagine unidimensionale, naturalmente prospettica per le caratteristiche del mezzo fisico utilizzato.


Fig. 71) Duccio di Boninsegna, Tentazione sul tempio, Maestà del Duomo di Siena, 1308-1311

Fig. 72) Duccio di Boninsegna, Tentazione sul tempio (particolare), Maestà del Duomo di Siena, 1308-1311

All’iterazione tra le teorie ottiche del francescano Ruggero Bacone e dell’arabo Ibn al-Haytham (Alhazen) e la rappresentazione della prospettiva tramite la geometria euclidea da parte di Giotto, Ghiberti e Masaccio è dedicato lo studio di Filippo Camerota “Before Alberti. ‘Perspectiva’ and ‘Pictura’” [147]. In un poscritto, Camerota prende però distanza dalla tesi di Hockney, ritenendo che le immagini siano state prodotte utilizzando tecniche e procedure di geometria lineare euclidea e non attraverso strumenti ottici.


Roma, 2010: il convegno “Lumen Imago Pictura

L’ultimo episodio di questo racconto sui riflessi di Secret Knowledge negli ultimi anni ci porta a Roma ed al progetto di ricerca “Storia della luce nella teoria della visione e nella rappresentazione visiva”, ed al convegno Lumen Imago Pictura, organizzato dalla Biblioteca Hertziana e dal Max-Planck Institut, in cooperazione con l’Accademia di Belle Arti di Roma, il 12-13 Aprile 2010. Se ne occupano Sybille Ebert-Schifferer, Pietro Roccasecca e Andreas Thielemann, che organizzano un incontro internazionale cui partecipano studiosi da tutt’Europa [148]. È anche l’occasione per presentare, in forma digitalizzata, un manoscritto finora sconosciuto della traduzione latina De aspectibus del trattato di Ibn al-Haytham (Alhazen) [149], lo studioso arabo medievale d’ottica.


Fig. 73) Una pagina del manoscritto Alhacen Casanatense MS1393 Alacensis /
Liber de aspectiibus et vocatur prospectiva / legit de visione corporea, de luce, de oculis

Gli atti del convegno non sono stati pubblicati, ma i risultati del progetto di ricerca del Max-Planck Institut sono stati raccolti da Andreas Thielemann nel 2011, in un rapporto sulla “Conoscenza dell’ottica nella storia della pittura” [150]. L’analisi dei rapporti tra ottica e pittura corre su tre linee: “la visione diretta basata sulla diffusione diretta della luce, il riflesso sulle superfici riflettenti e la rifrazione dei raggi di luce su un’interfaccia, attraverso mezzi di diversa densità”. È la terza direttrice ad essere direttamente in linea con le tesi di Hockney.


Fig. 74) Andreas Thielemann, Proiezione di un cesto di frutta attraverso una caraffa d’acqua, © Bibliotheca Hertziana/A. Thielemann. Fonte: https://www.mpg.de/1075867/Optik_Malerei.pdf

Ecco che cosa scrive Thielemann: “Il pittore inglese David Hockney ha sostenuto la tesi che numerosi pittori fin dal 15esimo secolo si sono serviti di immagini proiettate come supporto alla loro pittura, per poter conferire ai loro quadri un effetto naturalistico degno di ammirazione. Da allora la tesi è stata sottoposta ad attenta analisi in numerose conferenze e pubblicazioni. Anche se non è stato possibile rimuovere tutte le divergenze di vedute, è evidente che non si può parlare di una prassi ottica segreta in grande stile. Oltre ad una serie di nuove conoscenze specifiche, dalla discussione è però rimasto il compito di analizzare in modo fondamentale i rapporti tra lo sviluppo dell’ottica e la storia della pittura. (…) Adottando un punto di vista che unisca conoscenze pratiche e teoriche, si scopre assai presto che le costruzioni ottiche nelle nature morte olandesi che si basano su giochi raffinati di riflessioni e rifrazioni sono direttamente in rapporto con le pubblicazioni scientifiche dell’epoca.


Fig. 75) Andreas Thielemann, Rifrazioni, riflessioni e riflessioni multiple. A sinistra: Natura morta di Willem Claesz. 1634 (dettaglio). Al centro: Natura morta di Ambrosius Bosschaert il giovane, 1635–1640 circa (dettaglio). A destra: Ampolla di vetro. Fonte: https://www.mpg.de/1075867/Optik_Malerei.pdf

Numerosi effetti ottici che possono essere compresi con grande difficoltà nei trattati manualistici dell’epoca, sono rappresentati in queste pitture in modo dettagliato, a colori e sulla base di oggetti tridimensionali, ed assumono in tal modo un carattere scientifico secondo il criterio dell’evidenza, sia pur nel modo di un gioco e di uno spettacolo visivo.” Si tratta dunque di veri e propri esperimenti, che i pittori costruiscono con i manuali di ottica sottomano: comprendere a pieno le immagini richiede dunque riprodurre sperimentalmente le condizioni della loro produzione. Insomma, lo spirito empirico di Hockney continua ad essere essenziale per comprendere l’arte.

Fig. 76) Andreas Thielemann, Esperimento ottico con finestra ad apertura regolabile, © Bibliotheca Hertziana / A. Thielemann. Fonte: https://www.mpg.de/1075867/Optik_Malerei.pdf

Post Scriptum

Avevo appena finito di scrivere questo post in quattro parti quando mio fratello mi ha segnalato l’articolo di Steven Yin intitolato “Gli specchi dietro I ritratti di Rembrandt”, pubblicato la settimana scorsa sul New York Times [151]. In esso viene recensito il recente articolo “Gli autoritratti di Rembrandt”di Francis O'Neill e Sofia Palazzo Corner [152]. I due autori estendono ai ritratti di Rembrandt la discussione sull’impiego dell’ottica. Non vi è davvero dubbio che il tema continuerà ad avere seguito nei prossimi anni.


NOTE

[128] Continua l’analisi, sulla base degli elementi documentali disponibili, della conferenza su Arte ed Ottica, tenutasi a New York l’1 e 2 dicembre 2001 per presentare e discutere le tesi sull’argomento di David Hockney e Charles Falco (si vedano le pagine web
http://www.webexhibits.org/hockneyoptics/. Per una discussione sulle prime tre sessioni del convegno, si faccia riferimento alla parte terza di questo post. Nella prima parte si sono esposte le tesi contenute nel volume Secret Knowledge di David Hockney (prima edizione 2001; seconda edizione 2006); nella seconda parte si è fatto riferimento agli studi di David Hockney e di Roberta Lapucci sull’impiego dell’ottica da parte di Caravaggio.

[129] Spike, John. T, Caravaggio’s Optical Realities, in: Painted Optics Symposium. Re-examining the Hockney-Falco thesis 7 years on, Florence, Fondazione Giorgio Ronchi e Studio Art Centers International, 7-9 Settembre 2008, pp. 15-20.

[130] Sykes, Christopher Simon - Hockney: The Biography, Volume 2 1975-2012: a pilgrim's progress, New York, Doubleday, 430 pagine. Citazione a pagina 341.


[132] La lezione The Moment of Caravaggio è disponibile in sei parti all’indirizzo http://www.nga.gov/content/ngaweb/audio-video/mellon.html. Nel 2010 ne è stato tratto il saggio The Moment of Caravaggio, pubblicato da Princeton University Press. La critica a Hockney è contenuta in 

[133] Alpers, Svetlana - Arte del descrivere: scienza e pittura nel Seicento olandese, Torino, Boringhieri, 1984,416 pagine.

[134] Girnius, Rima Marija - Rembrandt's spaces, Tesi di dottorato, D. Bryn Mawr College, 2007, 242 pagine. Citazione a pagina 30. Si vedano: 

[135] Psicologia clinica: dialoghi e confronti, a cura di E. Molinari e A. Labella, Springer Verlag, 2007, 340 pagine. Citazione a pagina 67



[138] Sykes, Christopher Simon - Hockney: The Biography, Volume 2 (citato), p. 340


[140] Si veda: 


[142] Painted Optics Symposium. Re-examining the Hockney-Falco thesis 7 years on, Florence, Fondazione Giorgio Ronchi e Studio Art Centers International, 7-9 Settembre 2008, 142 pagine.

[143] Hockney, David - Thoughts on Camera Manufacture and its Relationship to Power, in: Painted Optics Symposium. Re-examining the Hockney-Falco thesis 7 years on, Florence, Fondazione Giorgio Ronchi e Studio Art Centers International, 7-9 Settembre 2008, 142 pagine, pp. 5-13.

[144] Falco, Charles and Aimée L. Weintz Allen - Contributions to Optics, Art, and Visual Literacy, in: Painted Optics Symposium. Re-examining the Hockney-Falco thesis 7 years on, Florence, Fondazione Giorgio Ronchi e Studio Art Centers International, 7-9 Settembre 2008, 142 pagine, pp. 115-128.

[145] Grundy, Susan - The allegory of Photography in Baroque Painting, in: Painted Optics Symposium. Re-examining the Hockney-Falco thesis 7 years on, Florence, Fondazione Giorgio Ronchi e Studio Art Centers International, 7-9 Settembre 2008, 142 pagine, pp. 20-35.

[146] Grundy, Susan - Observable Optical Phenomena in the Painting of Duccio di Boninsegna, in: Painted Optics Symposium. Re-examining the Hockney-Falco thesis 7 years on, Florence, Fondazione Giorgio Ronchi e Studio Art Centers International, 7-9 Settembre 2008, 142 pagine, pp. 103-113.

[147] Camerota, Filippo - Before Alberti. ‘Perspectiva’ and ‘Pictura, in: Painted Optics Symposium. Re-examining the Hockney-Falco thesis 7 years on, Florence, Fondazione Giorgio Ronchi e Studio Art Centers International, 7-9 Settembre 2008, 142 pagine, pp. 83-101.

[148] Si veda: 



[151] Si veda: 




1 commento:

  1. Trovo assurdo che tanti convegni citati non abbiano da offrire gli atti. Coincidenze inquietanti.

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