Recensione di Giovanni Mazzaferro
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Marco Ruffini
Sixteenth-Century Paduan Annotations to the First Edition of Vasari’s Vite (1550)
[Postille padovane del 16° secolo in una prima edizione delle Vite vasariane (1550)]
Sta in
Renaissance Quarterly 62 (2009), pp. 748-808
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| Domenico Campagnola, Madonna in trono con Bambino e Santi, 1537, Musei civici di Padova Fonte: Wikimedia Commons |
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Prime annotazioni alle Vite
vasariane
L’esemplare di cui si occupa
Marco Ruffini è conservato presso la Beinecke Library a Yale con segnatura 1987
441 1. Si tratta del solo primo volume di un’edizione torrentiniana (1550) e contiene
probabilmente le postille cronologicamente più precoci giunte sino ai nostri
giorni [1]. Ad essere precisi l’autore distingue subito la presenza di due
annotatori nel volume; il primo pare apporre le sue note attorno al 1563; il
secondo sicuramente dopo il 1581. Nel caso del primo, dunque, stiamo parlando
di annotazioni scritte prima che venisse pubblicata la seconda edizione delle Vite (la Giuntina è del 1568).
In entrambi i casi siamo di fronte a due anonimi che vivono quasi sicuramente a Padova. Gran parte
delle annotazioni è opera del primo annotatore, che, da una serie di evidenze
interne, sembra essere particolarmente vicino al pittore padovano Domenico
Campagnola, richiamato in più occasioni. Campagnola è inserito nella lista dei
grandi artisti veneti che l’anonimo pone sullo stesso livello di Michelangelo e
Raffaello; è l’unica fonte orale citata nelle postille e, curiosamente, il suo
nome ricorre anche in fondo all’opera (ovvero in fondo al primo volume, il
secondo essendo assente) in una posizione centrale che potrebbe sembrare una
firma di possesso. Così non è, non tanto perché in tale circostanza il nome
dell’artista patavino è stato cancellato, ma soprattutto perché la sua
calligrafia originale è nota da altro documento e non corrisponde a quella del
postillatore.
| Domenico e Giulio Campagnola, Scene dalla vita di Maria, Scuola del Carmine, Padova Fonte: Threecharlie tramite Wikimedia Commons |
Indicizzare le Vite
Credo sia fuori di dubbio che il
compito principale del primo annotatore sia stato quello di indicizzare l’opera,
segnalandone i punti più salienti. Per essere precisi, si tratta di indicizzare
parti dell’opera, perché l’assenza di qualsiasi segno grafico evidenzia come
siano state lette solo alcune sezioni della medesima, secondo criteri che non
sono ben chiari. Ruffini segnala che, fatta eccezione per la lettera
dedicatoria dell’opera a Cosimo I, le pagine lette possono essere riassunte in
cinque gruppi: da Cimabue a Giotto; da Taddeo Gaddi a Lorenzo Monaco; da
Gentile di Fabriano a Francesco d’Angelo di Giovanni e da Francesco Francia al
Perugino (cfr. pp. 786-87).
L’esigenza di indicizzare l’opera
segnala una circostanza assai probabile, ovvero che il primo annotatore (e
naturalmente anche il secondo) non avesse a disposizione il secondo ed ultimo
volume dell’edizione Torrentiniana, che si concludeva appunto con un ampio
indice redazionale. Altra evidenza in proposito è legata al fatto che le
postille hanno spesso ad oggetto artisti “moderni”, ovvero vissuti dopo il
primo Cinquecento con cui si concludeva il primo volume della Torrentiniana e
che sarebbe stato più logico inserire nell’ultimo tomo.
| Stefano dall'Arzere, Natività di Gesù e Adorazione dei Magi, Scuola del Carmine, Padova Fonte: Threecharlie tramite Wikimedia Commons |
Criticare Vasari
L’indicizzazione, tuttavia, non è
l’unica operazione svolta dall’annotatore, che inserisce nelle postille anche
critiche al filofiorentinismo del Vasari e alla sottovalutazione degli artisti
“lombardi”, nonché (poche) informazioni a completamento di quelle vasariane e
(pochissimi) giudizi: in un caso una sua stroncatura della pala d’altare di
Francesco Francia nella cattedrale di Ferrara (vista personalmente); in altri
due situazioni delle considerazioni riportate come giudizi del Campagnola.
Si è detto delle critiche al
Vasari per il suo filofiorentinismo. Alla fine del volume l’annotatore
inserisce la seguente considerazione (che si riporta testualmente):
“Nota chommo questo bon homo de Giorgio aretino nara in queste sue vite
alcune cose sue che non le direbono la boca del forno, et le cose necessarie
lui pone da banda; ove si ha veduto mai lodar tanto un paese et biasimar
l’altro, chommo fa questo ravanelo, il qual exalta tanto li soi fiorentini et
biasma tanto li altri et non vede; el poverelo, che la vera virtù et il spirito
de la pictura, che è il colorito a ogio, è venuto da queste bande?”
Segue un testo che presenta una
biografia di Tiziano (assente, come noto, nella Torrentiniana), definito “stupor in tera et vero inmitator de la
natura”. Da ricordare che Vecellio è sicuramente ancora vivente quando il
postillatore compila le sue note. Si tratta, nella sostanza, di un breve
riepilogo di opere tizianesche; il testo è completato, dopo il 1581, ovvero
almeno cinque anni dopo la morte dell’artista, dal secondo autore, che non a
caso usa il passato remoto rispetto al presente utilizzato dal suo
predecessore. La modestia del contributo del secondo annotatore permette a
Ruffini di affermare (e non può essere che così) che quest’ultimo non conosceva
e non aveva letto la biografia di Tiziano pubblicata nel frattempo da Vasari
nella seconda edizione delle Vite
(1568).
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| Tiziano, Ascensione della Vergine, 1516-1518, Santa Maria Gloriosa dei Frari Fonte: Wikimedia Commons |
Si è detto che il primo postillatore
non manca di criticare lo scrittore aretino per la sua parzialità a favore
degli artisti toscani. Non vi è dubbio che anch’egli pecchi di campanilismo, ma
in senso opposto. Così alle figure di Michelangelo e Raffaello (non sembra che
venga colta la scala dei valori fra i due proposta da Vasari) vengono
accomunate quelle di Tiziano, del Tintoretto, di Paolo Veronese, ma anche di
Giuseppe Salviati, toscano molto apprezzato in Veneto e di Bonifacio de’
Pitati. Colpisce semmai la presenza di una figura tutto sommato secondaria come
Rocco Marconi e soprattutto quella di Lorenzo Lotto, la cui sfortuna critica è
ben nota a tutti, riassunta com’è dalla vicenda umana che si consuma fra
Bergamo e le Marche e dalla celeberrima lettera indirizzatagli dall’Aretino in
cui il mittente lo sbeffeggia impietosamente ponendolo a confronto coi trionfi
di Tiziano. Molto più logico – tutto sommato – veder comparire anche Domenico
Campagnola e Stefano dell’Arzere, la cui origine padovana spiega tutto.
Le critiche possono esser rivolte
con riferimento a precise affermazioni, come quando alla bellezza della
cattedrale di Firenze, più bella chiesa della cristianità secondo Vasari,
l’annotatore si chiede cosa bisognerebbe dire allora della Basilica di San
Marco; ma più in generale si reggono su una considerazione che abbiamo già
letto nel brano riportato fra virgolette più sopra. Il vero spirito della
pittura è quello del colore, e il colore è veneto per antonomasia.
Fa molto bene l’autore a porre in
evidenza come, più dell’apporto sostanziale di questa o quella postilla
(apporto che, tutto sommato, è assai scarso) l’esemplare delle Vite in questione è particolarmente
importante perché ci restituisce un clima, un’attitudine, un modo di recepire
le Vite in Veneto quando di esse è
uscita solo la prima edizione. In questo contesto le postille dell’esemplare
Beinecke si pongono sostanzialmente in linea con le prime risposte a stampa
sull’argomento, costituite dal Dialogo
sulla pittura di Lodovico Dolce (1557) e il De antiquitate urbis Patavii et claris civibus patavinis (1560) di
Bernardino Scardeone. Prevale quindi l’esaltazione del colore rispetto al
disegno. Con un’unica differenza: Dolce e Scardeone rappresentano in qualche
modo una risposta “teorica” ed “erudita”, una risposta che addirittura può
declinarsi in latino e che sicuramente il nostro annotatore non ha letto. Nel
caso delle postille siamo invece di fronte a una letteratura meno forbita e che
è evidentemente espressione di un sentire che accomuna a una ristrettissima
élite anche strati della società culturalmente meno preparati.
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| Rocco Marconi, Cristo fra le donne di Cana, Los Angeles County Museum of Art Fonte: Wikimedia Commons |
Accettare Vasari
In linea di massima, che un
postillatore veneto critichi Vasari per la sua faziosità è cosa in qualche modo
scontata. Le pagine più felici del saggio di Ruffini – a mio avviso – sono quelle
in cui si spiega che la critica implica anche l’accettazione del ruolo centrale
e in qualche modo “normativo” delle Vite.
Un dato prima di tutti: il postillatore critica l’artista toscano per i noti
motivi ma non mette mai in dubbio nessuna delle sue affermazioni, che sono
considerate quindi della massima affidabilità. Il fatto che l’opera venga
fruita innanzi tutto a partire dalle creazione di un indice vuol dire che
Vasari è considerato fonte certa e le note “rivelano l’accettazione senza condizione
alcuna delle notizie fornite nel libro. Quindi, in più di un’occasione il primo
annotatore indicizza informazioni sbagliate; il che è comprensibile nel caso
della Cappella Gondi a Santa Maria Novella, un’opera lontana nel tempo e nello
spazio, ma è sorprendente nel caso del modello ligneo equestre oggi nel Palazzo
della Ragione [n.d.r. di Padova] che il Vasari aveva attribuito erroneamente a
Donatello” (p. 787). Il caso del famosissimo episodio di Francesco Francia, che
sarebbe morto alla vista della Santa Cecilia inviata da Raffaello a Bologna è,
in questo senso, esemplare: non solo non vi è nessun dubbio sulla veridicità
dell’episodio, ma evidentemente il fatto lascia talmente il segno da essere
“riusato” questa volta in veste filotizianesca. Scrive il primo annotatore
nella breve biografia del Vecellio:
“…et credo chommo che la tavola di Santa Cecilia, fata da Raphael d’Urbino posse extasi al Franza, tal me[nte] che, commo si dice, lui morì, così
parimente questa et altre opere che lui ha fato, non solamente ha partorito
terore neli moderni pictori, ma ancor demostrano che li antichi non sapeano
niente de la pictura” (p. 799).”
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| Cavallo ligneo, 1466, Palazzo della Ragione, Padova Fonte: http://www.blivin.it/cavallo-palazzo-della-ragione/ |
L’atteggiamento è chiaro: ciò che
Vasari scrive è degno di studio. Semmai si suppone che tutto quello che non è
scritto corrisponda a un omissione volontaria, volta a far emergere la
supremazia della scuola toscana rispetto alle altre. Così in un’altra postilla:
“Nota chommo che questo [G]iorgio aretino è molto apassionato contro
lombardi, ma faci quanto che lui vole, bisongnia che lui habi pacienzia, che
ancor in queste parti sonno homeni excelenti” (p. 798).
Non si prende nemmeno in
considerazione l’ipotesi che Vasari semplicemente non sappia e non conosca. Un
atteggiamento probabilmente dettato dalla massa enorme delle informazioni
comunque fornite dallo scrittore aretino, al cui confronto le annotazioni a
mano dell’esemplare dimostrano quanto fosse difficile reperire notizie su opere
e artisti nella seconda metà del Cinquecento.
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| Lorenzo Lotto, Elemosina di S. Antonino, 1542, Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, Venezia Fonte: Wikimedia Commons |
Padova e Venezia
Vale la pena di accennare a
un’altra considerazione: le note dell’esemplare Beinecke, pur segnalando la
provenienza padovana degli autori, dimostrano come, ormai, il dualismo fra
Padova e Venezia, che si è risolto nella vittoria di quest’ultima sul finire
del Trecento, sia ormai superato. Il ruolo ricoperto da Padova è riconosciuto
implicitamente come secondario e non a caso le note biografiche aggiunte
dall’annotatore sono quelle relative a Tiziano (inteso come veneziano). Il
testo vasariano in corrispondenza di Mantegna non appare nemmeno letto, tant’è
che l’annotatore omette di precisare che era padovano e non mantovano, come
invece scrive il Vasari. A quasi due secoli di distanza dagli accadimenti
bellici Venezia ha preso decisamente il sopravvento come centro culturale del
nord est e ad essa guardano tutti gli intellettuali dell’area.
NOTE
[1] Per un censimento degli
esemplari postillati delle Vite
vasariane vedi Giovanni Mazzaferro, Gli esemplari postillati delle Vite vasariane (e in particolare l’esemplare 3).





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