[L’artista e la sua morte. Testamenti di artisti europei dal tardo medioevo al XX secolo]
A cura di Nicole Hegener e Kerstin Schwedes
Würzburg, Königshausen e Neumann, 2012, 425 pagine.
Recensione di Francesco Mazzaferro
Esther Meier [20] spiega che il pittore (ed autore dell’Accademia tedesca) Joachim von Sandrart (1606-1688) assegna con largo anticipo (tre anni prima della morte) i suoi beni alla moglie ed al nipote, specificando che la disposizione a favore del nipote sarà valida solo a condizione che quest’ultimo confermi la sua appartenenza religiosa al calvinismo (un altro chiaro segno, oltre al testamento di Altdorfer, che le conversioni religiose erano frequenti in quegli anni e molto temute dai familiari). Singolare una disposizione che compare nel testamento di Sandrart in merito alla tomba di Dürer. A causa della mancanza di eredi, la tomba in cui Dürer era sepolto dal 1528 veniva utilizzata dall’amministrazione fin dal 1652 per accogliere i resti di altre persone ed era dunque destinata al degrado: Sandrart l’aveva acquistata e fatta restaurare. L’unico modo per ottenere quel risultato, in una situazione di scarsità di spazio, era stato quello di scambiare il lotto della tomba di Dürer con quello della famiglia Sandrart: dunque Sandrart, al momento di redigere il testamento, dispone che i suoi eredi acquisiscano una nuova tomba di famiglia per sé e per la moglie. Sandrart affida inoltre al municipio di Norimberga due dipinti di sua proprietà: uno è un ritratto del re (e futuro imperatore) Ferdinando IV, destinato alla raccolta di ritratti di autorità politiche cui appartengono anche ritratti del Dürer; il secondo dipinto è l’Educazione di Giove, per la galleria comunale.
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| Fig. 1) La copertina del libro |
Il testamento come fonte per la storia dell’arte
“L’artista, di fronte alla morte, ha forse una differente
percezione di sé rispetto a un ‘comune’ mortale? Vi sono peculiarità che caratterizzano il
testamento di un artista al di là degli aspetti tipici dell’epoca? In qual modo
gli artisti cercano di conservare e tramandare il lavoro di una vita? Cercano
di creare legami testamentari in modo particolare con le loro città natali e
con le località dove hanno operato attraverso donazioni dei loro lavori e
collezioni? In qual modo i testamenti d’artisti rispecchiano i loro rapporti
con committenti e mecenati?” [1]. Sono questi alcuni degli interrogativi
che hanno spinto ad organizzare un convegno internazionale sul tema tenutosi
tra il 9 e l’11 novembre 2007 all’Accademia di Svevia nella cittadina tedesca
di Irsee. Gli atti del convegno sono stati pubblicati cinque anni dopo, con
dodici relazioni dedicate a singoli artisti o a gruppi di essi, ed
un’interessante saggio introduttivo di Nicole Hegener, professore di storia
dell’arte alla Humboldt Universität di Berlino, e di Thomas Popper, professore
di storia dell’arte e del design presso l’Università di scienze applicate di
Zwickau. Gli atti sono stati pubblicati a cura della professoressa Hegener, già
citata, e di Kerstin Schwedes, studiosa di linguaggio e di storia europea a
Braunschweig.
L’introduzione di Hegener e
Popper colloca immediatamente il tema nel quadro delle fonti di storia
dell’arte, come spiega anche il titolo: “Con
la morte a bordo. Testamenti come fonti della storia e della sociologia
dell’arte”. Lo studio dei testamenti da parte di storici dell’arte, pur
infrequente, non è una bizzarria. Dai testamenti si capiscono le situazioni
familiari e personali degli artisti, si ottengono liste precise delle opere
d’arte che essi hanno eseguito o collezionato durante la loro vita, si ricostruiscono
situazioni della biografia e del carattere. È anzi possibile, almeno in alcuni
casi, capire quali fossero le strategie degli artisti per creare miti destinati
a protrarsi nel tempo. La tradizione dello studio dei testamenti d’artista si
apre nel mondo tedesco con la pubblicazione postuma nel 1911 degli studi di
Gustav Ludwig sui testamenti di alcuni artisti minori veneziani [2] e continua,
decenni dopo, con lo studio del testamento di Liberale da Verona nel 1971, a
cura di Hans-Joachim Eberhardt [3]. Nel mondo americano vanno segnalati gli
studi sui testamenti degli scultori, a cura di Irving Lavin [4], nel 1977. Nel
1996 è il turno del testamento e dell’inventario dei beni del pittore romano
Carlo Maratta [5].
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| Fig. 2) Hans Holbein, La Danza della Morte, Il medico, 1524–1525 |
È però nel nostro secolo che gli
studi di questo genere si diffondono. Il testamento inedito di Tiepolo è
pubblicato da Christel Thiem nel 2005 [6], e quello di Leon Battista Alberti è oggetto di trascrizione e studio da parte di Enzo Bentivoglio lo
stesso anno [7]. La Hegener studia il testamento di Baccio Bandinelli (1493-1560)
in un convegno nel 2006 [8], pubblicando una monografia a lui dedicata ed in
particolare sulle sue strategie di autorappresentazione [9]. A proposito di
Bandinelli: la rivalità di una vita con Cellini si concretizza in una
disposizione ben precisa contenuta nel testamento di quest’ultimo: Cellini
aveva disposto che la statua del ‘Cristo in croce’ – di cui aveva prodotto un
modello di cera - fosse terminata dopo la sua morte (che sentiva ormai
prossima) da un grande scultore in modo da essere usata per la sua tomba, a
patto che il compito non fosse assolto né da Bandinelli né da alcuno dei suoi
discepoli [10]. Segue nel 2011 il primo commento al testamento di Lorenzo Lotto
di Agata Brusegan [11], già pubblicato da Bartolomeo Cecchetti nel 1887 [12],
ma mai studiato da allora.
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| Fig. 3) Benvenuto Cellini, Cristo in croce, 1556-1562 |
Il convegno del 2007 ad Irsee
analizza i testamenti di Albrecht Altdorfer (1480-1538), Giulio Clovio
(1498-1578), Joachim von Sandrart (1606-1688), Bartolomeo Cavaceppi
(1716-1799), Antonio Canova (1757-1822), Sophie Fremiet (1797-1867), François
Rude (1784-1855), Karl von Pidoll (1847–1901), Max Klinger (1857-1920), Georg
Kolbe (1877-1947) e Georg Wrba (1872-1939). Sono compresi anche due articoli in
italiano su artisti minori del rinascimento nell’Italia meridionale: Cicco di
Don Pietro da Sulmona (senza indicazione della data di nascita-1435) [13] e
Giovanni Todeschino (senza indicazione della data di nascita--1504) [14].
Sempre nel 2007 sono oggetto di
studio le ultime volontà di Jacopo Tintoretto, Pietro Paolo Rubens e Francesco Borromini (queste ultime dettate nell’agonia successiva alle ferite
autoinfertesi a scopo suicidario che lo porteranno alla morte), invero discusse
al convegno di Irsee, ma purtroppo non incluse negli atti del congresso.
Borromini dispone di essere sepolto nella tomba del maestro Carlo Maderno, e
che il suo erede Bernardo sposi una nipote di Maderno stesso e divenga
architetto (Bernardo non dimostrò un talento sufficiente per divenirlo). Del
testamento di Tintoretto si annuncia una pubblicazione separata di Thomas
Weigel, con un’analisi comparata rispetto alle consuete raccomandazioni
previste nei testamenti veneziani dell’epoca.
Tra sacro al profano
Cercando di suddividere per categorie le varie disposizioni testamentarie (non solamente di artisti, ma anche di scrittori ed
altre personalità della cultura rinascimentale tedesca), il germanista
ungherese Imre Kurdi ha distinto tra diversi aspetti: quelli sacro-religiosi (le
disposizioni sulle esequie), quelli estetici (le disposizioni monumentali sulla
tomba), quelli politico-istituzionali (la possibile creazione di fondazioni ed
altri legati per la disposizione dei beni) ed ovviamente quelli finanziari (la
distribuzione dei beni, incluse le collezioni d’arte). Se gli aspetti sacrali
dominano ancora i testamenti del tardo medioevo, la secolarizzazione della
società porta al progressivo prevalere degli altri tre aspetti [15]. E tuttavia
in pieno Rinascimento il testamento di Altdortfer (1480-1538), analizzato da
Benno Jakobus Walde [16], è ancora del tutto concentrato sulla professione di
fede del defunto e, grazie all’analisi delle affermazioni sulla forza divina, permette di
scoprire che il pittore deve aver adottato il credo riformato. Lo conferma
anche la scelta della chiesa in cui essere sepolto accanto alla moglie. Se si
considera che il pittore aveva prodotto una serie di opere di culto mariano
ancora nel 1520, si può collocare la sua conversione negli ultimi quindici anni
di vita. Sono anni in cui egli non dipinge quasi più; il fatto che nel
testamento si faccia riferimento – tra i suoi beni – a ben diciannove letti fa
pensare che potesse avere intrapreso l’attività di albergatore. Possedeva
inoltre un bel numero di armi (35), libri (19) ed un organo.
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| Fig. 4) Albrecht Altdorfer, Natività della Vergine, 1520 |
Come esempio di disposizioni
testamentarie che documentano il collezionismo dell’epoca, le ultime volontà di
Carlo Maratta contengono l’inventario della sua collezione d’arte, con
centinaia di voci: vi sono comprese tele e disegni di Raffaello, Tiziano,
Tintoretto, Correggio, Carracci, Poussin. Ancora più ricco l’inventario della
moglie Francesca Gommi, con 230 tele, 36 disegni, 4 sculture e 1300 opere
grafiche [17].
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| Fig. 5) La tomba di Carlo Maratta a Santa Maria degli Angeli a Roma |
Con l’eccezione del testamento di
Leon Battista Alberti (1404-1472), che è miniato (e non contiene alcuna
descrizione del patrimonio, che viene totalmente assegnato al figlio Bernardo,
erede universale) nessuno degli altri atti è adornato o ha aspetti
estetici particolari [18]. La risposta ad una delle domande iniziali è dunque che
i testamenti sono fonti di storia dell’arte, ma non sono oggetti artistici, e
non differenziano gli artisti da altri gruppi sociali. Diverso fu invece il
trattamento che spesso i letterati riservarono alle loro ultima volontà,
componendo i testi con grande cura, con espressioni in linea con la loro
produzione e non facendo uso di espressioni notarili e di forma.
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| Fig. 6) Giulio Clovio, Trionfo della morte, dal Libro d'Ore Farnese, 1546 |
Le disposizioni testamentarie di
Giulio Clovio, studiate da Nicole Hegener [19], testimoniano il grande successo
di cui godette, vivendo a Palazzo Farnese, il miniaturista e disegnatore
allievo di Giulio Romano. Oltre al testamento (che fu redatto dall’artista
ottantenne sette giorni prima della morte, nell’abitazione a Palazzo Farnese, e
che è stato pubblicato nel 1882) ci sono giunti tre inventari (interamente
riprodotti nel testo originale in italiano). I beni sono distribuiti a chiese
ed ordini monacali (Clovio era egli stesso un monaco). Tra i disegni, quelli di
Michelangelo e Raffaello furono lasciati al Cardinale Alessandro Farnese,
mentre quelli di Cambiaso e Parmigianino andarono al suo discepolo Claudio
Massarolo da Caravaggio, che ricevette anche tutti gli attrezzi da lavoro. Alla
famiglia in Dalmazia furono destinati gli altri beni. Gli inventari
documentano, oltre ai disegni, anche quadri di Tiziano, Raffaello, Correggio e
Brueghel: furono assegnati tutti al Cardinal Farnese. È chiaro l’intento di
trasferire la collezione al mecenate per evitare la dispersione del patrimonio.
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| Fig. 7) La tomba di Albrech Dürer al cimitero di S. Giovanni di Norimberga, foto del 2004 |
Esther Meier [20] spiega che il pittore (ed autore dell’Accademia tedesca) Joachim von Sandrart (1606-1688) assegna con largo anticipo (tre anni prima della morte) i suoi beni alla moglie ed al nipote, specificando che la disposizione a favore del nipote sarà valida solo a condizione che quest’ultimo confermi la sua appartenenza religiosa al calvinismo (un altro chiaro segno, oltre al testamento di Altdorfer, che le conversioni religiose erano frequenti in quegli anni e molto temute dai familiari). Singolare una disposizione che compare nel testamento di Sandrart in merito alla tomba di Dürer. A causa della mancanza di eredi, la tomba in cui Dürer era sepolto dal 1528 veniva utilizzata dall’amministrazione fin dal 1652 per accogliere i resti di altre persone ed era dunque destinata al degrado: Sandrart l’aveva acquistata e fatta restaurare. L’unico modo per ottenere quel risultato, in una situazione di scarsità di spazio, era stato quello di scambiare il lotto della tomba di Dürer con quello della famiglia Sandrart: dunque Sandrart, al momento di redigere il testamento, dispone che i suoi eredi acquisiscano una nuova tomba di famiglia per sé e per la moglie. Sandrart affida inoltre al municipio di Norimberga due dipinti di sua proprietà: uno è un ritratto del re (e futuro imperatore) Ferdinando IV, destinato alla raccolta di ritratti di autorità politiche cui appartengono anche ritratti del Dürer; il secondo dipinto è l’Educazione di Giove, per la galleria comunale.
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| Fig. 8) Joachim von Sandrart, L’educazione di Giove, 1671-1679 |
Storie personali complesse
Johannes Myssok [21] studia i testamenti di Canova, in una fase politica caratterizzata da continui sconvolgimenti politici. Durante gli ultimi venti anni della sua vita l’artista mette per iscritto le proprie volontà in cinque occasioni oggi documentate (e lo studioso crede che vi possa essere stato almeno un altro testamento ancora precedente): nel 1802, 1805, 1809, 1815, e da ultimo nel 1822, la data della morte. Tutti i cinque testamenti sono interamente pubblicati dal Myssok, nell’originale in italiano [22]. Nel 1802 Canova fa testamento prima di recarsi a Parigi su richiesta di Napoleone, nel 1805 prima di raggiungere Vienna per ultimare la tomba di Maria Cristina d’Austria, nel 1809 in occasione di una malattia, nel 1815 prima di recarsi di nuovo a Parigi, questa volta per ottenere la restituzione delle opere d’arte che Napoleone aveva portato in Francia. L’ultimo testamento orale viene dettato davanti a tre testimoni poche ore prima della morte.
Johannes Myssok [21] studia i testamenti di Canova, in una fase politica caratterizzata da continui sconvolgimenti politici. Durante gli ultimi venti anni della sua vita l’artista mette per iscritto le proprie volontà in cinque occasioni oggi documentate (e lo studioso crede che vi possa essere stato almeno un altro testamento ancora precedente): nel 1802, 1805, 1809, 1815, e da ultimo nel 1822, la data della morte. Tutti i cinque testamenti sono interamente pubblicati dal Myssok, nell’originale in italiano [22]. Nel 1802 Canova fa testamento prima di recarsi a Parigi su richiesta di Napoleone, nel 1805 prima di raggiungere Vienna per ultimare la tomba di Maria Cristina d’Austria, nel 1809 in occasione di una malattia, nel 1815 prima di recarsi di nuovo a Parigi, questa volta per ottenere la restituzione delle opere d’arte che Napoleone aveva portato in Francia. L’ultimo testamento orale viene dettato davanti a tre testimoni poche ore prima della morte.
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| Fig. 9) Antonio Canova, Monumento funebre a Maria Cristina d'Austria, 1805 |
La successione dei testamenti
rivela l’attaccamento alla famiglia d’origine (Canova non si sposò mai),
compresi il cugino (prima nominato erede principale nel 1805, ma poi escluso da
ogni avere nel 1809) ed il fratellastro Giovanni Battista Sartori, da lui
chiamato “mio carissimo fratello”, che lo assiste come segretario dal 1801. È
lui ad essere il vero vincitore al termine del tourbillon delle volontà testamentarie canoviane, ricevendo di
volta in volta una parte sempre più cospicua dei beni ereditari. Invece il
perdente è sicuramente Antonio d’Este, scultore e assistente dell’artista di
Possagno, responsabile per la scelta dei marmi ed incaricato
dell’amministrazione dei laboratori in cui si
svolgeva l’attività della bottega di Canova quando lo scultore non era a
Roma. Nel 1802 vanno a lui tutti i calchi in gesso ed alcuni originali; nel
1805 metà dei calchi, metà degli utensili e metà dei blocchi in marmo; nel 1809
alle disposizioni di quattro anni prima si aggiungono una somma in denaro e tre
laboratori; diviene inoltre esecutore testamentario, insieme al fratellastro
Giovanni Battista; nel 1815 il tutto è confermato. Invece, nel testamento orale
del 1822 di lui si perde traccia, mentre Giovanni Battista diviene erede
universale. Myssok segnala inoltre che altri stretti collaboratori di Canova
(Melchior Missirini e Giannantonio Selva) non sono mai ricordati dall’artista
in una qualsiasi delle versioni delle disposizioni testamentarie.
Un tema ricorrente dei testamenti
è il desiderio di essere ricordato prevedendo una serie di disposizioni
specifiche. Ad esempio, Canova richiede che il cugino e tutti i parenti
beneficiari utilizzino il suo cognome; che a Possagno – suo luogo natale – sia
creato uno studio per conservare i suoi modelli; che sia creata una scuola per
artisti a suo nome; che la chiesa di Possagno sia restaurata in modo da poter
conservare sua memoria ed infine che sia creato il Tempio Canoviano, destinato
ad essere sua sepoltura e memoriale a lui dedicato. Alla sua morte il Tempio
non è ancora ultimato. Il Cicognara raccoglie fondi da tutt’Europa per un
monumento nella chiesa dei Frari, e qui vengono trasferite le spoglie dello
scultore nel 1830.
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| Fig. 10) Antonio Canova e Giovanni Zardo, Tempio canoviano (1819-1830) |
Myssok conclude il suo saggio
spiegando che la decisione di Giovan Battista Sartori di sospendere l’attività
degli studi nel 1829 e di trasferire tutti i calchi nella Gipsoteca di Possagno
(costruita tra il 1832 ed il 1836) è sicuramente un altro passo
nell’istituzionalizzazione della memoria dello scultore, ma non l’esecuzione di
una sua disposizione testamentaria.
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| Fig. 11) Interno della Gipsoteca di Possagno |
L’istituzionalizzazione della
memoria attraverso la creazione di strutture museali è anche l’esito finale
delle vicende testamentarie di Max Klinger, sia pur attraverso vicissitudini
davvero complicate. Il tutto è oggetto di studio da parte di Thomas Pöpper [23].
Klinger era stato legato per
molti anni a Elsa Asenjeff, scrittrice ed attivista del movimento per i diritti
delle donne, nonché sua musa ispiratrice e modella per anni; da Elsa, l’artista
ebbe una figlia. Nel 1910 conosce le sorelle Gertrud ed Ella Bock, molto più
giovani di lui, che gli servono da modelle, ma con le quali ha probabilmente
relazioni sentimentali. Abbandona la prima compagna, si lega a Gertrud nel 1913 e la sposa nel 1919, quando
è già malatissimo. Annulla il primo testamento e lascia tutto a Gertrud, con
l’eccezione di un modesto legato alla figlia, che crescerà a Parigi tra mille
problemi di salute. Saranno Gertrud ed Ella a realizzare il suo desiderio di
creare nella sua villa a Naumburg una casa-museo, mentre i parenti intenteranno
senza successo una lunghissima causa contro le disposizioni testamentarie del
defunto.
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| Fig. 12) Max Klinger, La statua L’atleta sulla a tomba dell’artista, 1920 |
NOTE
[1] Hegener, Nicole e Schwedes, Kerstin - Der Künstler und sein Tod : Testamente europäischer Künstler vom Spätmittelalter bis zum 20. Jahrhundert, Schwabenakademie Irsee, Würzburg, Königshausen & Neumann, 2012. Citazione a pagina 7.
[2] Hegener, Nicole e Schwedes, Kerstin, … (citato), p. 34. Gli studi riguardano i testamenti di Martino Taiamonte Lapicida, Bartolommeo Bellano, Simone del Bianco, Antonio Abondio e Giuseppe Campagna. Sono parte degli Archivalische Beiträge zur Geschichte der venezianischen Kunst, una collezione di documenti d’archivio sulla storia dell’arte veneziana, di cui sono coautori Wilhelm von Bode, Georg Gronau ed il Barone Detlev von Hadeln, pubblicata da Cassirer a Berlino nel 1911. Archivalische Beiträge zur Geschichte der venezianischen Kunst aus dem Nachlass Gustav Ludwigs. A cura di Wilhelm von Bode; Georg Gronau; Detlev Hadeln, Detlef Freiherr von Hadeln. (Collezione Italienische Forschungen, Tomo 4, a cura del Kunsthistorischen Institut in Florenz), Berlin, Cassirer, 1911.
[3] Eberhardt, Hans-Joachim – Das Testament des Liberale da Verona, in: Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz, 15 (1971), pagine 219-225.
[4] Lavin, Irving – The Sculptors’s Last Will and Testament, in Allen Memorial Art Museum Bulletin, No. 35 (1977-1978), pagine 4-39.
[5] Bershad, David Leonard – The newly discovered testament and inventories of Carlo Maratti and his wife Francesca, in Antologia di belle arti, 1985, pagine 65-84.
[6] Thiem, Christel – Neuentdeckte Kompositionsentwürfe von Giandomenico Tiepolo und sein unveröffentlichtes Testament von 1795, in Jahrbuch der Staatlichen Kunstsammlungen in Baden-Württemberg 42 (2005), pagine 7-29.
[7] Bentivoglio, Enzo (a cura di), Il testamento di Leon Battista Alberti: il manoscritto Statuti Mss. 87 della Biblioteca del Senato della Repubblica ‘Giovanni Spadolini’. I tempi, i luoghi, i protagonisti. Roma, 2005.
[8] Seelenheil und irdischer Besitz. Testament als wirtschafts-, rechts- und sozialhistorische Quellen für den Umgang mit den ‘letzten Dingen’, in Hegener, Nicole e Schwedes, Kerstin, citato ... p. 7.
[9] Hegener, Nicole - Divi Iacobi Eques: Selbstdarstellung im Werk des Florentiner Bildhauers Baccio Bandinelli Gebundene Ausgabe, München, Deutscher Kunstverlag, 2008.
[10] Hegener, Nicole e Schwedes, Kerstin, citato... p. 25.
[11] Brusegan, Agata - Testamento olografo (con sigillo di ceralacca), in Omaggio a Lorenzo Lotto. I dipinti dell’Ermitage alle Gallerie dell’Accademia, a cura di Roberta Battaglia - Matteo Ceriana, catalogo della mostra (Venezia, Gallerie dell’Accademia, 24 novembre 2011 – 26 gennaio 2012), Venezia, Marsilio, 2011, pp. 160-164, n. 24.
[12] Cecchetti, Bartolommeo, Trascrizione del testamento di Lorenzo Lotto conservato in Archivio di Stato di Venezia, in: Archivio Veneto, 34 (1887), pagine 351-357.
[13] Pasqualetti, Cristiana – ‘Ad laborandum seu ad pigendum communiter’. Un testamento sulmonese del 1435, in Hegener, Nicole e Schwedes, Kerstin (citato), pp. 57-69.
[14] D’Urso, Teresa – Autoritratto di un artista del libro al tramonto della miniature. Il testamento di Giovanni Todeschino (1504), in Hegener, Nicole e Schwedes, Kerstin (citato), pp. 71-84.
[15] Kurdi, Imre – Reden über den Tod hinaus. Untersuchungen zum ‘literarischen’ Testament, Frankfurt a.M. 2007, in: Budapester Studien zur Literaturwissenschaft, 10.
[16] Hegener, Nicole e Schwedes, Kerstin, … citato. p. 85.
[17] Hegener, Nicole e Schwedes, Kerstin, … citato. pp. 40-42.
[18] Hegener, Nicole e Schwedes, Kerstin, … citato. p. 39.
[19] Hegener, Nicole - ,Diligentia in minimis maxima’. Testament und Nachlass des ,kleinen Michelangelo‘ Don Giulio Clovio, in: Hegener, Nicole e Schwedes, Kerstin, … citato. pp. 105-193.
[20] Meier, Esther – Joachim von Sandrarts Vermächtnisse, in Hegener, Nicole e Schwedes, Kerstin (citato), pp. 197-212.
[21] Myssok, Johannes – Canovas Testamente - in: Hegener, Nicole e Schwedes, Kerstin, … citato. pp.231-275.
[22] Hegener, Nicole e Schwedes, Kerstin, … citato. pp. 256-275.
[23] Pöpper, Thomas, “Corriger la fortune” oder “laisser-faire”. Max Klinger, Georg Kolbe und Georg Wrba im Spiegel ihrer Nachlassregelungen, in: Hegener, Nicole e Schwedes, Kerstin, … citato. pp. 309-333.












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