Recensione di Giovanni Mazzaferro
English Version
Gabriele Paleotti
Discorso intorno alle immagini sacre e profane (1582)
Parte Seconda
Direzione scientifica Stefano Della Torre
Trascrizione in italiano moderno Gian Franco Freguglia
Presentazione Carlo Chenis
Libreria Editrice Vaticana, 2002
Torna alla Parte PrimaDirezione scientifica Stefano Della Torre
Trascrizione in italiano moderno Gian Franco Freguglia
Presentazione Carlo Chenis
Libreria Editrice Vaticana, 2002
![]() |
| Bartolomeo Cesi, Madonna col Bambino in gloria e santi, Bologna, Pinacoteca Nazionale Fonte: http://www.pinacotecabologna.beniculturali.it/ |
Le immagini come forma di conoscenza
Come detto, non esistono, nel Discorso di Paleotti, considerazioni di
carattere stilistico [8]. Il motivo è, semplicemente, perché Paleotti prende in
considerazione le immagini per il loro valore funzionale: le immagini sono,
innanzi tutto. strumento di conoscenza. Nella vita – scrive Paleotti nel
capitolo IV del Libro I – esistono fondamentalmente tre modi per acquisire conoscenza: la
voce, i gesti ed i segni. I segni possono essere artificiali e derivanti da
convenzioni: “sono questi i caratteri
delle lettere, le note, le linee, le cifre o altro di simile, e non sono
compresi se non da chi impara a conoscerli, e l’imparare è di pochi”. Poi
ci sono le immagini. Le immagini sono una forma di conoscenza privilegiata
perché comprensibili a tutta l’umanità, indipendentemente dalla capacità di
leggere o scrivere. Le immagini dunque, raccontano, la realtà perché la
riproducono nella maniera più somigliante possibile. La nobiltà dell’arte
consiste nell’imitazione della realtà. La realtà, qualunque essa sia – quella
concreta delle persone, degli oggetti e della natura, o quella astratta delle
virtù e della fede - si inscrive, tutta, naturalmente, nell’ambito religioso,
ed è rivelata dalla Sacre Scritture. La nobiltà dell’arte consiste dunque non
solo nel merito che viene riconosciuto all’opera del pittore (aspetto su cui il
cardinale non intende intrattenersi perché non gli compete), né nel proporre al
popolo esempi eccellenti di virtù, ma, intesa in senso cristiano, si sostanzia nel
rappresentare, in una sorta di libro per immagini, la verità della fede e il
suo universo, attenendosi col massimo dello scrupolo alla verità rivelata dalle
Sacre Scritture. Laddove non è possibile rappresentare il vero, perché si è di
fronte ad aspetti lasciati (volutamente o meno) indefiniti, il dovere
dell’artista è quello di ricorrere al verosimile, ovvero a ciò che,
ragionevolmente, ci si aspetta di trovare in una determinata situazione. “La pittura, dunque, che in origine aveva il
solo scopo di rendere verosimile la realtà, ora per mezzo della virtù si
riveste di nuovo valore e, oltre a rendere verosimile la realtà, si eleva ad un
fine maggiore mirando alla gloria eterna, distogliendo gli uomini dal vizio e
conducendoli al vero culto di Dio.”
Il Discorso di Paleotti non è rivolto a confutare le tesi degli
eretici. Sin dall’inizio, il cardinale ha provveduto a chiarire che nella
diocesi di Bologna il problema dell’eresia non esiste; e la risposta agli
eretici è già stata formulata in sede conciliare, e quindi non necessita di
essere ulteriormente discussa; si tratta piuttosto di far cessare gli abusi che
si registrano continuamente nell’utilizzo delle immagini, siano esse di natura
strettamente sacra o profana. Tutto ciò perché l’artista si trova a maneggiare
uno strumento potente, quello dell’immagine. Così potente da risultare
estremamente pericoloso, se non usato in maniera corretta. La potenza
dell’immagine non è un fatto solo psicologico, ma causa effetti addirittura
fisici. Paleotti cita ad esempio il caso di donne che partoriscono figli che
non assomigliano ai genitori perché dormono o vivono accanto a immagini che
trasferiscono i lineamenti ai nascituri; e lo fa in maniera assolutamente
seria; come del tutto seriamente crede alla Madonne miracolose. Di fronte a uno
strumento così efficace il Demonio si è mosso in due diverse direzioni:
cercando di impedire la venerazione delle immagini (è il caso degli eretici
iconoclasti) oppure dando la stura alle fantasie più sfrenate nella
rappresentazione dei dipinti. È qui che il cardinale intende intervenire: nella
limitazione e nella prevenzione degli abusi. Fra i due estremi (l’assenza di
immagini da un lato e la rappresentazione di immagini lascive, corrotte,
inadatte, fuorvianti), il cardinale indica una via di mezzo, che è quella
virtuosa. Ed esattamente come il rapporto fra uomo e Sacre Scritture è mediato
dalla Chiesa, Paleotti non manca di ricordare appena possibile al lettore di
lasciar svolgere agli uomini di religione il compito di collaborare
nell’elaborazione e nella creazione dei programmi iconografici.
![]() |
| Annibale Carracci, Assunzione della Vergine, 1592, Bologna, Pinacoteca Nazionale Fonte: http://diversirobi.weebly.com/i-carracci-e-guido-reni.html |
L’uditorio del cardinale è
composto idealmente da parroci, artisti e committenti, ognuno chiamato in causa
per ciò che gli compete. Ogni lettore deve tener conto che, esattamente come
nell’oratoria, il compito del pittore è triplice: dilettare (ovvero provocare
piacere nella contemplazione dell’immagine), insegnare (e dunque la pittura
assume un valore eminentemente didascalico; non a caso vengono richiamate le
parole di Papa Gregorio Magno che parla dei dipinti come della Bibbia dei poveri) e
commuovere, ovvero suscitare sentimenti nell’osservatore che rafforzino la sua
fede. “La legge cristiana non è contraria
a nessuno di questi piaceri [n.d.r. le sensazioni provocate dal dilettare,
insegnare e commuovere], purché vengano
usati nel dovuto modo, in quanto essi implicano non la distruzione della
natura, ma la sua perfezione, che viene raggiunta attraverso di essi, come per
gradi, per giungere al fine altissimo della beatitudine eterna. Quindi, un
cristiano può godere delle immagini sacre di cui parliamo attraverso tutti i
tipi di piacere, quello dei sensi, quello della ragione e quello dello spirito”
(p. 72). Per raggiungere l’obiettivo è però evidente che l’artista deve usare
un linguaggio visivo chiaro, onesto, decoroso e privo di qualsiasi possibilità
di equivoco. “Un dipinto deve dunque
avere in sé la maggior chiarezza possibile; dovrà essere così ben strutturato
da essere immediatamente riconoscibile ciò che si vuole raffigurare, e quando
l’argomento da raffigurare non è tanto volgare e conosciuto, dovrà essere
espresso in modo tale che i più intelligenti possano istruire i più sprovveduti”
(p. 266).
A sua volta, compito di Paleotti
appare quello di “convincere”. E per convincere il cardinale ricorre alla
citazione sistematica dei testi dell’Antico e del Nuovo Testamento, delle vite
dei santi, ma anche dei grandi classici dell’antichità greca e romana. Non si
coglierebbe l’essenza ultima dell’opera se non si desse conto della presenza
massiccia di citazioni (probabilmente si tratta di un 20% del testo) che non
sono – si badi bene – sfoggio sterile di erudizione, ma autorevole conferma, sprone
e incitamento a tenere comportamenti corretti e decorosi.
![]() |
| Lodovico Carracci, Trasfigurazione di Gesù Cristo, 1595 circa, Bologna, Pinacoteca Nazionale Fonte: http://diversirobi.weebly.com/i-carracci-e-guido-reni.html |
Alle basi dell’arte
Se abbiamo detto che non esiste
un’esplicita preferenza stilistica paleottiana, va tuttavia chiarito che il
contesto del Dialogo lascia
trasparire alcuni concetti fondamentali. Innanzi tutto è evidente il ruolo
preponderante che il cardinale attribuisce al “disegno”:
“Abbiamo
poi definito l’immagine ‘disegno’ per il fatto che questo è il suo nome comune
e che dà principio a tutte le arti che producono immagini, visto che ogni arte
inizia proprio da un disegno, sia quando è prodotta da un colore solo o da più
colori, dallo scalpello o da altri strumenti, che si in rilievo o su di un
piano, che sia fatta d’oro, d’argento, di marmo, di legno, di terra, di stucco
o di altri materiali simili” (p. 16).
E un tema che da qualche decennio
accendeva gli animi degli intendenti d’arte, ovvero se fosse più nobile la pittura
o la scultura (si pensi alla Lezzione
del Varchi del 1549) viene risolto in questa maniera: “senza voler qui entrare in un giudizio di merito su tale argomento,
riteniamo semplicemente che pittura e scultura siano care sorelle figlie di un
unico padre, il disegno” (p. 39). Ancora: “Chi dunque vuole esercitare tale arte in modo onorevole, dovrà
possedere compiutamente l’arte del disegno, che da alcuni viene definita come
l’anima della pittura e suo principale fondamento. Chi non dovesse essersi
esercitato per lungo tempo nel disegno, o non avrà seguito l’insegnamento di
buoni maestri lasciandosi da essi correggere, chi non avrà imparato davvero il
mestiere in modo teorico e pratico, si affaticherà inutilmente nel leggere
questo trattato” (p. 265). Alla base del modo di concepire l’arte sembra
cioè esserci un impianto toscano, e la probabile conoscenza dell’esperienza
dell’Accademia delle arti del disegno (fondata a Firenze nel 1563). Che
Paleotti conosca abbastanza bene – se non altro per cultura libresca – il mondo
fiorentino lo dimostrano le sue citazioni da Vasari (in edizione giuntina).
Dai pochissimi indizi sopra
esposti sembra insomma che Paleotti abbia una cultura artistica basata
sull’influenza del manierismo tosco-romano in Emilia. Il che non vuol dire che
tutto gli vada bene; anzi. Proprio degli abusi di quel modo di dipingere si
preoccupa. La richiesta di porre un freno alla fantasia dell’artista e
l’esigenza di ricorrere a un modo di dipingere più semplice e fedele alle
scritture, indubbiamente, si scontra con le eccessive fantasie del Manierismo.
Tuttavia, è un dato di fatto che, quando si tratta di avere un interlocutore
con cui confrontarsi nel mondo degli artisti il cardinale si confronta proprio
con il principale esponente della Maniera declinata in accezione emiliana,
ovvero Prospero Fontana. Non sembra cioè che ci sia una condanna degli stilemi
manieristi. Ancora una volta, la scelta sembra quella di convincere piuttosto
di obbligare.
![]() |
| Lodovico Carracci, Madonna col Bambino coi santi Girolamo e Francesco, 1590 circa, Bologna, Pinacoteca Nazionale Fonte: Wikimedia Commons |
Il mondo ortodosso
Può forse sembrare inutile, ma mi
sembra il caso di proporre una riflessione sull’assenza del mondo ortodosso
nelle riflessioni proposte da Paleotti. In merito, il cardinale decide di tacere,
e quando parla di infedeli o eretici cita i Giudei, i Gentili (o pagani) che
adorano idoli, i maomettani e i cristiani scismatici (con riferimento alla
Riforma luterana o calvinista e al loro rifiuto delle immagini, ma nessuno agli
ortodossi). Molto probabilmente il motivo è che la Chiesa d’Oriente non viene
percepita come un pericolo incombente per la fede cattolica. Tuttavia, da un
punto di vista teologico, si tratta probabilmente dell’argomento più spinoso:
quando il cardinale scrive la sua opera, il grande scisma si è consumato da più
di cinque secoli (1054). Uno dei principali argomenti di scontro consiste
proprio nel ruolo delle immagini. Gli esiti del concilio di Nicea (787),
accettati da Papa Adriano I, nel condannare l’eresia iconoclasta, si sono
spinti in realtà molto più in là nell’attribuzione di valore alle immagini
sacre. A tali immagine è stato riconosciuto un significato
teologico-rivelativo. Le immagini sono prova dell’incarnazione divina; negare
il valore delle immagini vuol dire negare l’incarnazione e quindi la duplice
natura (divina e terrena) del Cristo. Alle icone, insomma, viene attribuito un
valore che non è solo quello memorativo tipico del mondo occidentale (le
immagini come “Bibbia dei poveri), ma che è pari a quello delle Sacre
Scritture. Da qui il ruolo fondamentale che le icone assumono nella liturgia di
rito ortodosso, ma anche l’obbligo di attenersi a modelli standard che sono
quelli della rivelazione e comportano il mancato sviluppo dell’arte sul terreno
dell’imitazione mimetica. Solo nel 794, col sinodo di Francoforte, il mondo
occidentale (anche grazie alla forte spinta proveniente dal potere carolingio)
torna a ripristinare il significato delle immagini sacre in senso didascalico e
catechistico. Sette anni (quelli fra il 787 e il 794) che si dimostrano
fondamentali per la divaricazione del mondo artistico europeo [9]. Su tutti
questi argomenti, Paleotti sceglie di tacere, probabilmente per non
ingarbugliare eccessivamente le cose, ma soprattutto perché il suo scopo principale
non è tanto quello di occuparsi degli eretici (specie se poco pericolosi), ma
di correggere gli abusi che si perpetrano nell’ambito della Chiesa cattolica.
![]() |
| Guido Reni, Crocifissione, 1617, Bologna, Pinacoteca Nazionale Fonte: http://diversirobi.weebly.com/i-carracci-e-guido-reni.html |
Il Discorso e Bologna
Abbiamo visto come, nelle
avvertenze al lettore, il significato del Discorso
venga ricollegato esplicitamente alla situazione della diocesi bolognese. Mi
sembra utile, se non altro perché non mi pare che sia mai stato fatto, cercare
di cogliere le (poche) citazioni o allusioni relative a Bologna nell’ambito dei
due libri pubblicati da Paleotti. Non ne escono certo risultati sorprendenti;
ma è interessante notare come il cardinale, che molto spesso per spiegarsi
avanza esempi manifestamente assurdi, citi la città sede della sua diocesi
quando si tratta di proporre situazioni più realistiche. Ecco la breva rassegna
su Bologna (che spero sia completa):
Libro I Cap. VIII (esempi di
pittori, scultori e artisti fra i santi e i beati e fra quanti sono reputati
degni di vita esemplare): “…Oltre a
questi, vi sono stati molti altri pittori di diversa origine e appartenenti a
ordini religiosi diversi che, con l’eccellenza della loro pittura, scultura o
architettura, si sono segnalati anche per la loro pietà, devozione e bontà
cristiana, espresse nelle opere che lasciarono in questo mondo. Fra di esse
potremmo nominare alcuni bolognesi, ma dato che non è nostra intenzione fare
qui il catalogo dei pittori… passiamo ora al cuore del tema da noi affrontato”
(p. 39). Sono personalmente convinto che Paleotti alluda qui soprattutto a
Lippo di Dalmasio, che è un po’ il prototipo del pittore devoto del medioevo
bolognese. Lippo è ricordato sia dal Lamo nella Graticola del 1560 (che non è affatto detto che Paleotti
conoscesse) sia da Cavazzoni (e con ben maggiore ampiezza) in Pitture et sculture (1603). È anzi
l’unico artista a cui dedicata una sezione in cui si esaltano la sua
religiosità che gli aveva permesso di dipingere diverse Madonne miracolose.
![]() |
| Guido Reni, Pala dei Mendicanti, 1616, Bologna, Pinacoteca Nazionale Fonte: http://diversirobi.weebly.com/i-carracci-e-guido-reni.html |
Libro I Cap. XII (cause
dell’introduzione delle immagini profane): “…
A tali utilità si aggiungano poi quelle derivanti dalla guerra e dalla pace,
come… il poter trarre insegnamento tramite questa arte quanto alla conoscenza
delle cose naturali che, raffigurate e vivacemente colorate, ci rendono reale
la visione di piante, uccelli, pesci, quadrupedi, serpenti, insetti, marmi e
altre specie che, se non fossero raffigurate, noi non potremmo conoscere per il
fatto di non averle mai vedute” (p. 45). Il riferimento all’attività di
Ulisse Aldrovandi è evidentissimo.
![]() |
| Guido Reni, Pala della Peste, 1630-32, Bologna, Pinacota Nazionale Fonte: Wikimedia Commons |
Libro I Cap. XXIX (autori
greci e latini che riportano antichi
esempi di uso delle immagini): “… e anche
nella vita del nostro glorioso vescovo S. Petronio, patrono di questa città, si
legge che egli si adoperò affinché nelle chiese venissero dipinte le immagini
sacre a somiglianza dei luoghi santi di Gerusalemme” (p. 89).
Libro II Cap XIII (nelle chiese
non sono consentiti dipinti a soggetto profano): “… Sappiamo che in alcune chiese cristiane c’è una tale osservanza di
questa norma che persino gli arazzi e le spalliere per addobbare la chiesa raffigurano
la vita del patrono, o comunque altri misteri sacri, e questo ci piacerebbe
molto che venisse fatto anche dai superiori delle chiese di questa città e
della Diocesi, i quali dovrebbero introdurre gli stessi ornamenti nelle loro
chiese. È infatti una cosa assolutamente stravagante il sentire un predicatore
che parla del perdono ai nemici a fianco di un arazzo sul quale è raffigurata
l’immagine di Turno che chiede ad Enea di risparmiargli la vita ed Enea che poi
lo uccide; come è altresì strano andare in una chiesa a pregare Dio perché
diffonda la pace, l’umiltà e la castità negli animi, e vedere tutte le pareti
della chiesa addobbate con arazzi di Fiandra che raffigurano antiche battaglie,
trionfi dei Romani, o addirittura danze e balli molto licenziosi” (p. 131).
La denuncia mi pare troppo circostanziata per essere frutto di immaginazione.
Libro II Cap XV (risposte alle
obiezioni sostenute quanto alla possibilità di conservare le immagini di
imperatori pagani e di altri soggetti simili): “Per meglio rispondere a questa obiezione, che riguarda luoghi, tempi e
persone, diciamo che, quanto ai luoghi, nostro scopo è parlare al popolo di
questa città e di questa Diocesi, e speriamo che non se ne abbia a male se ci
permettiamo di ricordare ciò che si ritiene più utile alla sua salvezza”
(pp. 136-37)
Libro II Cap XXI (i ritratti di
amanti: come si devono regolare i pittori circa tale soggetto): “Non si può tacere, a questo proposito, il
caso attuale di un bravissimo e molto devoto pittore bolognese che, non
riuscendo più a liberarsi dall’importuna insistenza di una persona di elevate
condizione che gli chiedeva simili ritratti [n.d.r, di ragazze di cui si
era invaghito], dopo aver inutilmente
accampato molte scuse e ragioni per rifiutare, decise di consigliarsi con un
religioso, il quale gli suggerì di dipingere per ogni ritratto commissionato
un’immagine devota della flagellazione di Cristo, o della Madonna, o di altri
santi da presentare al giovane lascivo. Questi, come tutti gli altri, rimase
stupefatto del santo inganno e, soddisfattissimo dello scambio, si astenne poi
dal commissionare simili ritratti, con grande edificazione della pietà e della
bontà del pittore” (p. 158). Chi è il pittore bravissimo e molto devoto? Il
sospetto che si tratti di Prospero Fontana, interlocutore del cardinale e
richiestissimo ritrattista è ovviamente forte.
Libro II Cap XXV (abusi comuni ai
dipinti sacri e ai dipinti profani: i dipinti falsi e mendaci): “Il secondo motivo per cui un oggetto è da
considerare falso, consiste nel fatto che spesso viene dipinto ciò che, per
quanto avrebbe potuto esistere, in realtà non è mai esistito, come il
raffigurare il beato Polidoro da Castelfranco venire a Bologna per essere
incoronato re d’Italia” (p, 168). Confesso di non essere riuscito a capire
chi fosse Polidoro da Castelfranco. Il fatto che immediatamente dopo si porti
l’esempio del ritratto della Papessa Giovanna mi fa supporre che sia anch’esso
personaggio d’invenzione, ma con una sua storia che evidentemente aveva una
tradizione orale in città.
Libro II Cap XXXIV (i dipinti
imprecisi e incerti): “alcuni pittori
raffigurano Cristo crocifisso con quattro chiodi, altri solamente con tre, e
noi, nella Diocesi di Bologna, abbiamo visto sia l’uno che l’altro tipo di
dipinto, per quanto sembri più frequente il crocifisso con tre chiodi” (p.
206).
Libro II Cap XXXIX (altre ragioni
sull’origine dei dipinti grotteschi. Significato del termine): “Oggi noi possiamo vedere che nei luoghi
sotterranei delle chiese cristiane, che a Bologna vengono chiamati ‘confessi’,
altrove ‘scuruoli’, mentre anticamente venivano detti ‘martirii’ o
‘confessionali’… etc. (p. 223).
NOTE
[8] A volte capita di leggere cose strane:
nell’introduzione all’edizione 2002 del Discorso, Giuseppe Fusari scrive: “tuttavia Paleotti, come sottolinea ancora
Prodi, affronta il tema delle immagini «anche dall’interno nei problemi
estetici e nelle tecniche»” (p. XII). Questo il passo di Paolo Prodi
(tratto dall’edizione 1984): “Già il
Dejob affermava, presentandone sommariamente il contenuto, che si trattava
dell’opera più completa ed interessante nata dal concilio di Trento, aperta in
modo sostanziale verso il mondo artistico che appariva conosciuto con interesse
anche dall’interno nei problemi estetici e nelle tecniche” (p. 28). Mi pare
che si tratti di due cose diverse.
[9] Si veda in questo blog
Emanuela Fogliadini, L’invenzione dell’immagine sacra. La legittimazione ecclesiale dell’icona al secondoconcilio di Nicea, Milano, Jaca Book, 2015







Nessun commento:
Posta un commento