Recensione di Giovanni Mazzaferro
English VersionFrancesco Susinno
Le Vite de’ Pittori Messinesi
Testo, introduzione e note bibliografiche di Valentino Martinelli
Parte Seconda
Firenze, Le Monnier, 1960
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| Alonzo Rodriquez, Incredulità di San Tommaso, Museo Regionale di Messina Fonte: Wikimedia Commons |
Leggi la Parte Prima
Fra metodo e arbitrio
Susinno è come il classico
bicchiere riempito a metà: lo si può vedere mezzo pieno o mezzo vuoto. L’inizio
dell’opera sta a dimostrarlo in maniera evidente. L’autore si propone – come
detto – di essere “puro, sincero e veritiero narratore” (p. 15), e proprio per questo,
pur sostenendo che con riferimento alla rinascita della pittura dalla maniera
greca, Messina non ha nulla da invidiare a Firenze o a Venezia, si dichiara
incapace di ricostruire la storia dei pittori antichi e decide di cominciare
dalla biografia di Antonello da Messina (in sostanza, quindi, dal secondo
‘400). È una scelta non banale: Susinno non s’inventa nulla, non partorisce
dalla sua fantasia nomi e cataloghi di opere come invece hanno fatto o faranno
altri. Il caso più clamoroso è ovviamente quello napoletano del De Dominici, ma
vale la pena ricordare che ancora nel secondo Settecento la storiografia
artistica veneziana favoleggiava delle tavolette del mitico Teofane,
contraltare lagunare di Cimabue e di Giotto (si veda in particolare Zanetti il Giovane). Un elemento positivo, dunque, che segna un punto a favore della
“veridicità” della sua storia. Ma quando comincia la biografia di Antonello
ecco che è il pittore messinese a distorcere il passaggio dalla maniera greca a
quella “moderna”. Tutto lo sviluppo dell’arte italiana, in sostanza, viene
posticipato di oltre un secolo per farlo coincidere con Antonello e con la
scoperta della pittura ad olio: “egli fu
quel desso che sollevò la scaduta pittura a sì elevato punto di altezza, mentre
prima di lui non era [n.d.r. non si dipingeva] se non sconciamente, e secondo il sgraziato uso de’ greci in tutte le
città d’Italia introdotto. Col suo lume si dileguarono affatto quelle fantasme
[n.d.r. i fantasmi] di grecismi,
inventandosi altresì nelle medesime provincie il modo così rilevante di
dipignere in olio” (p. 17).
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| Alonzo Rodriquez, Incontro dei Santi Pietro e Paolo, Museo Regionale di Messina Fonte: Wikimedia Commons |
Il quadro teorico di riferimento
Il fatto che Susinno affermi di
voler essere veridico non esclude ovviamente che egli non abbia un quadro
teorico di riferimento, che è – del tutto ovviamente, per i tempi, e
considerando le frequentazioni accademiche romane – il classicismo legato al
bello ideale e declinato secondo il gusto di fine Seicento. È così che
l’artista di riferimento è quel Carlo Maratta che viene definito in più
occasioni “Apelle”, “Raffaello” e “principe” di tutti i pittori. Francesco ha
anche un quadro-icona, che cita in almeno una decina di occasioni come
condensato della perfezione assoluta: si tratta della Trasfigurazione di Raffaello conservata all’epoca nella chiesa romana di
San Pietro in Montorio. Il gusto di Susinno appare evidente sin dalle prime
righe: “Per ordinario la saggia natura
pare manchevole in alcune sue operazioni. L’arte però correggendo la naturale
rozzezza [n.d.r. ovvero la rozzezza della natura], le acquista un intiero compimento. Una dà il principio, e l’altra
somministra il termine”. Naturalmente per correggere e superare la natura è
necessario lo studio delle statue antiche dei greci e dei romani; e quindi la
città di riferimento è senza dubbio Roma, anche se di Messina non si manca di
sottolineare le origini greco-antiche, e per questo fatto come sia sempre
esistita una particolare predisposizione allo studio della natura. La prima
cosa che sorge spontanea – proprio per questo motivo - è quella di legare immediatamente
le Vite del Susinno a quelle del
Bellori (teorico del “bello ideale” per eccellenza) se non altro perché
anche il Bellori scrisse una biografia del Maratta. La dipendenza è indubbia
(non sappiamo peraltro se l’erudito messinese ebbe modo di leggere le pagine
dedicate da Bellori a Maratta; tali pagine rimasero infatti manoscritte. È
peraltro vero che Susinno conobbe Maratta e non è impossibile che l’artista
romano gliene abbia parlato). L’interpretazione del classicismo come fare
artistico privilegiato percorre, ad ogni modo, tutte le biografie comprese
nell’opera, secondo una genealogia che percorre un tragitto che parte da
Polidoro di Caravaggio nel Cinquecento, raggiunge Antonino Barbalonga nel primo
Seicento e sbocca in Agostino Scilla nel secondo Seicento. Rispetto a questo
percorso se ne delinea un altro che naturalmente è quello del Caravaggio e dei
suoi discepoli, da Mario Minnitti ad Alonzo Rodriquez e a Domenico Marolì.
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| Antonino Barbalonga Alberti, Madonna e Santi Carmelitani, Taormina, Chiesa di Santa Caterina d'Alessandra Fonte: Giovanni Dall'Orto tramite Wikimedia Commons |
Susinno, Bellori e la Vita di
Caravaggio
Si è detto in più occasioni che,
per quanto riguarda Caravaggio, l’interpretazione fornita da Susinno è
sostanzialmente quella di Bellori. Io non sono d’accordo. Ovviamente il
messinese si rifà completamente alla versione belloriana (sfiorando il plagio
nelle prime pagine) quando ne parla come di artista che imitò esclusivamente la
natura, senza attenzione alcuna per l’ “idealità” del bello, per lo studio
delle statue antiche e così via. Ma il punto non è questo. Se con un po’ di
pazienza si leggono con attenzione le biografie di Caravaggio del Bellori e di
Susinno, ci si accorge che il primo, pur stigmatizzandone lo stile, ne coglie
la “forza del lume” in dodici occasioni; Susinno una volta sola e in senso
limitativo: “Nelle sue spaziose tele non
viddesi mai aria turchina, ma il campo tutto nero, restringendo in poche tinte
la forza del lume” (p. 108). Basterà citare a questo proposito il seguente
passaggio di Bellori: “…il Caravaggio…
facevasi ogni giorno più noto per lo colorito ch’egli andava introducendo…,
tutto risentito di oscuri gagliardi, servendosi assai del nero per dar rilievo
alli corpi. E s’inoltrò egli tanto in questo suo modo di operare che… trovò una
maniera di campirle [n.d.r. le figure] entro
l’aria bruna d’una camera rinchiusa, pigliando un lume alto che scendeva a
piombo sopra la parte principale del corpo, e lasciando il rimanente in ombra a
fine di recar forza con veemenza di chiaro e di oscuro” [4]. Nessuno ha mai
voluto sostenere che Susinno sia un nuovo Bellori, ma qui, fra le due
interpretazioni, esiste veramente un abisso. I due esprimono su Michelangelo
Merisi un giudizio sostanzialmente negativo per essere troppo naturalista, ma
Bellori ne comprende l’opera tramite la descrizione degli effetti della luce,
mentre Susinno manca completamente l’appuntamento. Chiedo scusa per la
digressione, ma è davvero obbligatorio richiamare qui uno degli aspetti che
Giovanni Previtali metteva in evidenza parlando del Bellori nella sua
introduzione alle vite dell’erudito romano, ovvero che la sua grandezza fosse
legata all’attenzione dimostrata alla disposizione del lume; che questa
attenzione gli derivasse dal rapporto privilegiato con Poussin, fervido
studioso di tali aspetti grazie alla lettura di Leonardo; e che una possibile
chiave di lettura dell’opera belloriana consista nel tentativo di ricondurre la
forza del lume caravaggesco all’interno di un sistema di regole di impronte
classicista.
Non solo nella vita di
Caravaggio, ma anche in tutte le altre biografie, Susinno dimostra invece un
interesse modestissimo per gli aspetti luministici. Susinno ragiona sul colore:
“servivasi il Caravaggio di vari neri per
dar rilievo alle sue figure e particolarmente a’ corpi ignudi, acciò
tondeggiassero: non trovasi che usasse mai cinabri a lacche fine, azzurri ed
altri molto bellissimi colori che sono stati introdotti e praticati e praticati
dalla scuola de’ pittori veneti nelle loro figure” (p. 108). Nelle
biografie di Susinno l’attenzione al “colorire” è una costante imprescindibile:
può essere “vago”, “sodo”, “grazioso”, “terribile”, a seconda delle
circostanze. Aprite una pagina a caso del libro e difficilmente non troverete
riscontri in merito. A voler essere limitativi, insomma, dovremmo dire che
Susinno valuta le opere d’arte secondo le due categorie famosissime del
“disegno” e del “colore”, facendosi interprete di una linea accademica che
vuole nel sincretismo (e non nella contrapposizione) fra i due aspetti
l’obiettivo che l’artista deve perseguire. La novità della luce non viene
colta.
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| Domenico Marolì, Lot e le figlie, Museo Regionale di Messina Fonte: Wikimedia Commons |
L’attenzione per la tecnica
Ma, ancora una volta (ricordate
la questione del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno?) non sarei un recensore
corretto se disdegnassi di rilevare una profonda verità. Susinno è così attento
agli aspetti coloristici da giungere ad analizzarli da un punto di vista
tecnico (cosa che Bellori ad esempio non fa). Ci parla quindi dei pigmenti
utilizzati dagli artisti con una perizia che denota le sue conoscenze tecniche,
ci convince del fatto che realmente era pittore (pur non conoscendo nulla del
suo catalogo), e ci fa capire come, molto probabilmente, buona parte della sua
attività consisteva in interventi di restauro su opere deteriorate. Credo che,
in proposito, la cosa migliore sia citare una pagina che è memorabile e che già
Valentino Martinelli richiama nella sua introduzione. Stiamo parlando di come
Filippo Tancredi (l’ultimo dei biografati, conosciuto personalmente
dall’erudito messinese) dipingeva ad olio:
“La maniera di Filippo in olio fu parimenti vaga, sfumata, finita dolce
e gustosa. Egli però dipigneva con cinque soli colori, cioè biacca, terra
gialla, terra rossa, alacca [n.d.r. lacca] e terra nera la quale maneggiavala così discretamente che pareva di
mettere azzurro e non nero. Nel finire usava alacche fini, azzurro, giallo
santo. Fu sua special grazia maneggiare l’indaco, che faceva apparirlo azzurro,
in fare campi d’aria pavonazzi, verde composto coll’indaco e giallo santo
[…]. Finiva le sue tele più con le dita
che coi pennelli, i suoi panni bianchi erano teneri e belli; fu geniale a’
panni d’alacca fina ed a’ panni gialli” (p- XXVIII). Non ho presente esempi
simili nella letteratura artistica italiana agli inizi del Settecento.
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| Agostino Scilla, Affreschi nella Cappella del Sacramento del Duomo di Siracusa Fonte: Giovanni Dall'Orto tramite Wikimedia Commons |
Il restauro
L’attenzione per le tecniche e
per il mestiere (con un approccio che nega l’esistenza di “segreti”, ma
semplicemente spiega come determinati effetti coloristici siano ottenibili da
combinazioni di pigmenti), la sottolineatura dello stato di conservazione delle
opere, l’indicazione di interventi volti al ripristino originario della
bellezza cromatica delle opere, e, non da ultimo, la “lettera responsiva” posta
alla fine del libro in cui si sostiene la necessità del restauro delle opere
deteriorate induce Martinelli “a sentire
un interesse non soltanto ideale ma anche pratico, perché si effettuino
[sic] un maggior numero di restauri da
parte di pittori competenti in lavori del genere a Messina (di cui il Susinno
non tralascia di far qualche nome); e, d’altro canto, la tradizione messinese
vuole che il Susinno fosse appunto fra questi” (p. LX). Sono completamente
d’accordo. Ovviamente il restauro ai tempi del Susinno ha una connotazione ben
diversa da quella odierna. Nella sua “lettera responsiva” il messinese non
manca di segnalare le esperienze romane, e naturalmente non può non citare il Maratti
e il suo intervento nelle logge raffaellesche della Farnesina; ma è senz’altro
discutibile considerare restauro l’intervento di Daniele da Volterra nella
Cappella Sistina per rivestire le nudità del Giudizio universale
michelangiolesco (p. 291). Né si parla di sola pittura, ma si citano anche gli
interventi su antiche statue greche o romane, in cui la pratica dell’epoca
prevedeva l’integrazione delle parti mancanti. E tuttavia, gli aspetti legati
al restauro nelle Vite del Susinno
vanno studiati attentamente, se non altro perché sembrano essere sfuggiti ad
Alessandro Conti nella sua fondamentale Storia
del restauro [5] [6].
***
Mi fermo qui. Molto oltre,
credetemi, sarei potuto andare, e davvero la ricchezza di spunti che offre la
lettura dell’opera appare singolare. L’augurio è che possa finalmente essere
studiata approfonditamente ed acquisire quel ruolo che le spetta di diritto
nella letteratura artistica dell’epoca.
NOTE
[4] Giovan Pietro Bellori, Le Vite de’ pittori, scultori e architetti
moderni, a cura di Evelina Borea, introduzione di Giovanni Previtali,
Torino, Einaudi, 1976, p. 217.
[5] Alessandro Conti, Storia del restauro e della conservazione
delle opere d’arte. Milano, Electa, 2009.
[6] Per un primo contributo si
veda su Internet Annalisa Raffa, Il restauro dei dipinti nell’opera di
Francesco Susinno, s.i.d.







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