Recensione di Giovanni Mazzaferro
English Version
Francesco Susinno
Le Vite de’ Pittori Messinesi
Testo, introduzione e note bibliografiche di Valentino Martinelli
Parte Prima
Firenze, Le Monnier, 1960
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| Antonello da Messina, Nunciata, 1476 circa, Palermo, Galleria regionale di Palazzo Abatellis Fonte: Wikimedia Commons |
Ho poche certezze nella vita. Una
di queste è che è ora che venga pubblicata un'edizione critica delle Vite de’ pittori messinesi del
“sacerdote e pittore” Francesco Susinno. Frequentate quasi unicamente dagli
esperti, le Vite del Susinno sono
citate al massimo perché fra esse ve ne è una dedicata al Caravaggio che, a
volte, è presentata assieme alle altre biografie antiche scritte sul Merisi
[1]. Fatto sta che, per quanto mi riguarda, la vita di Caravaggio scritta da
Susinno (di fatto un plagio di quella belloriana, almeno nella prima parte) è
debole, e non si rende un gran servizio a pubblicarla isolatamente rispetto a
tutte le altre. Sono poi stati stampati
commenti a singoli artisti [2], ma ci sono almeno due elementi di cui tener
conto:
- l’opera ha un suo valore unitario che è superiore alla somma delle singole parti; tale valore emerge avendola a disposizione e leggendola tutta. Le biografie sono cioè logicamente correlate fra loro. I rimandi allo stile polidoresco, a quello caravaggesco e così via presumono la possibilità di conoscere contenuti esposti quaranta o cinquanta pagine prima o dopo;
- al di là dei mille difetti che possono mostrare (e vi prego di tener conto di questa premessa, perché questa recensione sembrerà probabilmente una stroncatura di un testo che, invece, è preziosissimo) le Vite sono una miniera d’informazioni inestimabili sulla vita artistica di Messina fra Cinque e Seicento. Sulla vita di una città – non dimentichiamolo – che, all’apice dello splendore, era uno dei primi dieci centri urbani d’Europa, che aveva una vocazione mercantile e marinara esattamente come Venezia (la storia personale di Antonello da Messina ne è l’esempio più noto), che fu sede del primo collegio dei Gesuiti al mondo (il “Collegio Prototipo”) e che godeva di una singolare autonomia rispetto al resto del regno di Sicilia. Quando Susinno scrive la sua storia siamo nel 1724 e Messina è già una città che ha visto largamente compromesso il suo patrimonio artistico per via del terremoto, ma soprattutto della rivolta contro gli spagnoli e della contemporanea alleanza coi francesi. Siamo negli anni fra il 1674 e il 1678. Al termine della guerra, col rientro degli spagnoli la città viene dichiarata “civilmente morta”, l’Università chiusa, il palazzo senatorio abbattuto, molte opere d’arte finiscono in Spagna. Ciò nonostante Susinno ci offre un quadro complessivo che intende (e ha tutta l’aria di) essere una “storia veridica” delle vicende artistiche cittadine. Qui però viene la parte difficile. Perché un’edizione critica dell’opera vuol dire (lo abbiamo detto tante volte) il riscontro puntuale di ogni informazione, la ricerca del materiale superstite (non possiamo a questo proposito dimenticare i tragici terremoti del 1783 e del 1908), la verifica delle attribuzioni. Un lavoro enorme che, coincide – di fatto – con l’inventariazione di un patrimonio.
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| Girolamo Alibrandi, Presentazione al Tempio, Museo Regionale di Messina, Fonte: http://www.junglekey.it/ |
Un manoscritto del 1724
Le Vite del Susinno sono state di fatto ignote fino al 1960, anno in
cui Valentino Martinelli ha proposto la presente edizione dell’opera,
trascrivendone il testo da un manoscritto recante come data il 1724 e pronto
per andare in stampa. Il manoscritto è custodito presso il Kupferstichkabinett
del Kunstmuseum di Basilea con segnatura A 45. L’esemplare presenta già le
dovute autorizzazioni alla pubblicazione. Consta di quasi trecento carte
fronte/retro e presenta diciannove disegni opera dell’autore con i ritratti dei
principali artisti che sono oggetto delle biografie. Nella sua pregevolissima
introduzione, Martinelli si scusa per non essere stato in grado di approntare
un’edizione critica (proprio per le difficoltà di cui parlavo prima), ma ci
offre preziose informazioni. Veniamo così a sapere che la copia manoscritta era
stata posseduta dallo svizzero Achille Ryhiner, il quale, nella seconda metà
del 1700, oltre a essere un imprenditore manifatturiero, si era interessato di
arte, era entrato in relazione con Winckelmann ed aveva effettuato diversi
viaggi di piacere in Italia. Assai probabile che l’acquisto dell’esemplare oggi
negli archivi del museo di Basilea sia avvenuto nel corso di uno di questi
viaggi.
In verità la notizia
dell’esistenza di un manoscritto del Susinno era già stata riportata da Caio
Domenico Gallo, storiografo messinese autore degli Annali della Città di Messina in quattro volumi, che, nel secondo
tomo della sua opera, parla delle Vite
e le dice custodite dall’antiquario messinese Luciano Foti. Siamo nel 1756.
Gallo si serve poi di Susinno in diversi punti del suo lavoro, citando anche la
numerazione delle carte del manoscritto da cui erano desunte le notizie.
Proprio il confronto fra numero di pagine dell’edizione di Basilea e quelle citate dal Gallo induce a ritenere che esistessero due manoscritti diversi, e che la
versione utilizzata da quest'ultimo fosse precedente (posto che quella ritrovata
ha l’imprimatur alla stampa). Non
solo: i ritratti che compaiono nel manoscritto di Basilea riportano
un’ulteriore e precedente numerazione. Si può presumere cioè che siano stati
ritagliati da una terza versione dell’opera [3].
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| Polidoro da Caravaggio, Adorazione dei Pastori, 1533, Museo Regionale di Messina Fonte: www.bdp.it |
Cenni biografici
Le vicende del manoscritto si
intrecciano naturalmente con quelle biografiche del suo autore. Autore di cui
sappiamo pochissimo. Poche note sono quelle segnalate dal Gallo nei suoi Annali; del Susinno si parla come di un
sacerdote e di un pittore che aveva studiato a Roma e a Napoli. Il disegno che presenta
il suo autoritratto - scrive Martinelli - fa pensare che, al momento della
redazione dell’opera, potesse avere una cinquantina d’anni. E, a corroborare
questa tesi, il curatore segnala una serie di evidenze interne del manoscritto
da cui sembra logico desumere che dovesse essere nato fra 1660 e 1670 (p. XXII)
[4].
Resta da capire perché non si
diede luogo alla pubblicazione. I motivi possono essere fondamentalmente due:
di ordine economico (come detto la città si trovava in una situazione
particolarmente difficile ed è possibilissimo che ci fossero difficoltà connesse
presumibilmente ai costi per la traduzione a stampa dell’apparato iconografico)
o legati a questioni di salute. Non abbiamo la minima idea di quando morì
Francesco Susinno. Possibilissimo che il decesso sia avvenuto poco dopo la
conclusione della versione manoscritta e che, in seguito alla morte
dell’autore, tutto il progetto sia miseramente fallito.
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| Caravaggio, La resurrezione di Lazzaro, 1609, Museo Regionale di Messina Fonte: Wikimedia Commons |
Le fonti delle Vite
Ciò detto, nel manoscritto
Susinno dimostra di conoscere molto bene le fonti della letteratura artistica
del Cinque e del Seicento. Tale conoscenza è probabilmente frutto di passione
personale, ma lascia intuire la formazione accademica dell’artista, ricevuta
probabilmente a Roma. La conoscenza di Vasari, Baldinucci, Baglione, Malvasia
(additato al pubblico ludibrio per aver definito Raffaello “boccalaio
urbinate”), ma anche di fonti poco praticate come il fiammingo Domenico Lampsonio, e, per venire al Seicento, del Silos e del duo Ottonelli-Pietro da Cortona a volte è servile (come, già accennato, nel caso del debito dell’inizio
della vita di Caravaggio, mutuato da Bellori). Non sempre, però, ed è proprio
quando si smarca dalla fonte originaria che Susinno mostra le doti migliori. Un
esempio concreto: nel primo capitolo introduttivo l’autore ribadisce la
versione vasariana di Antonello da Messina come tramite del passaggio della
pittura ad olio fra Nord Europa ed Italia. E tuttavia segnala una situazione
particolare, quella del trattato di Cennino Cennini, che ovviamente non conosce
nei contenuti, se non per quanto riportato dal Vasari stesso e dal Baldinucci
nel primo libro delle sue Notizie
(all’epoca non erano disponibili gli esemplari manoscritti poi riscoperti un
secolo dopo). Baldinucci stesso pone il problema della coerenza delle
informazioni sulla pittura ad olio contenute in Cennino con il dettato
vasariano e risolve la cosa dicendo che il Libro
dell’Arte è del 1437, quindi successivo alla “scoperta” suddetta. Susinno
non sembra essere convinto e, colto da scrupoli, si sente in dovere di
avvertire il lettore di stare in guardia a causa della “notizia alquant’oscura” che può creare “qualche neo di difficoltà a’ primi lampi al prenarrato Antonello”.
Si tratta, in nuce, di un’intuizione
critica a cui non intendo dare troppa importanza, perché poi contraddetta in
mille altre occasioni, ma che, a mio avviso, dimostra l’esistenza di un
approccio critico alla materia; e dimostra soprattutto che Susinno è ovviamente
orgoglioso di essere messinese, e scrive il suo libro per il bene della patria
e dei suoi giovani, ma non è equiparabile per partigianeria a illustri
precedenti.
L’enorme mole di lavoro svolta da
Susinno si coglie tuttavia quando vengono a mancare fonti come quella
vasariana. Giustamente l’autore afferma, con riferimento alle biografie dei
pittori messinesi, di aver dovuto cominciare praticamente da zero. L’unico
aiuto (peraltro limitato di fatto all’indicazione di una serie di nomi)
proviene dai manoscritti di padre Placido Sampieri, datati alla metà del 1600
(cfr. p. XLVIII). Tutto il resto sembra essere originale e sembra, soprattutto,
essere veridico. Susinno si rifà quando possibile ad atti notarili, a
documenti, a firme sulle pale d’altare; in assenza dei medesimi si affida alla
tradizione orale, e, man mano che ci si avvicina a fine Seicento, a conoscenze
personali combinate a un’attitudine attribuzionistica che definire da
“intendente” è limitativo: siamo di fronte a un proto-conoscitore. Non starò a
ripetere quanto un’edizione critica potrebbe aiutare a definire meglio
l’affidabilità dell’intero corpus
attribuzionistico dell’autore.
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| Caravaggio, Adorazione dei Pastori, 1609, Museo Regionale di Messina Fonte: Wikimedia Commons |
I plagi delle Vite del
Susinno
Nell’ultima edizione della sua
Storia pittorica (1822) il Lanzi inserisce riferimenti alla storia dell’arte
messinese derivanti dalle Memorie de’
pittori messinesi di Philipp Hackert (1792). In realtà l’artista tedesco
non aveva scritto praticamente nulla. Su incarico del re di Napoli (ne era
pittore ufficiale) si era recato più volte in Sicilia e a Messina aveva commissionato
un testo a stampa a Gaetano Grano, erudito locale. Grano aveva assolto il
compito ponendo come unica condizione quella di non essere citato come autore
dell’opera. Ed è così che fu fatto (né ci sembra che l’Hackert se ne dolesse). Se non che – scrive Martinelli -, dopo la riscoperta delle Vite del Susino, la verità appare
evidente. Le Memorie Hackert-Grano
non sono altro che un plagio del lavoro del sacerdote messinese vissuto
ottant’anni prima; un riassunto, a voler essere buoni. Evidentemente, a
quell’epoca, doveva essere ancora disponibile l’esemplare manoscritto descritto
dal Gallo a metà ‘700 come in mano del Foti. Tutto questo per dire che la
letteratura artistica messinese si è sviluppata riconoscendo un debito di
gratitudine nei confronti di un’opera che, in realtà, si è scoperto
cinquant’anni fa non essere altro che il riassunto incompleto delle Vite del Susinno. Da qui l’importanza
che anche la sola trascrizione dell’opera proposta da Martinelli nel 1960 ha
assunto per ricalibrare il giudizio complessivo sulla storiografia messinese.
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| Mario Minniti, Miracolo della vedova di Naim, Messina, Museo Regionale Fonte: http://www.diocesisorrentocmare.it/ |
Una Storia o un libro di Vite?
Il libro di Susinno è composto da
83 capitoli. Il primo è introduttivo all’opera. L’ultimo contiene il testo di
una lettera che viene definita “responsiva
sopra l’accomodare le tavole o le tele logore”. Fermo restando che non
sappiamo se la lettera sia reale o finzione letteraria, essa dimostra
l’interesse dell’autore nei confronti del restauro, aspetto di cui parleremo.
In mezzo ci sono più di 80 biografie di artefici o messinesi o che hanno
operato a Messina a partire da Antonello fino a Filippo Tancredi, morto nel
1722. Con decisione non inedita, sono esclusi gli artisti viventi, per non far
torto a nessuno. In sole due occasioni l’artista parla al presente di un
artista: si tratta di Natalino Vanhoubrachen (p. 167) e di Giulio Avellino (p.
180), ma il motivo è facilmente spiegabile. Sono artisti che si sono trasferiti
da Messina, il primo andando a Livorno e il secondo a Venezia. Molto
probabilmente Susinno non ne ha più saputo nulla e ha supposto che,
ragionevolmente, nel frattempo fossero morti (cosa che era successa).
Eppure le Vite del sacerdote messinese presentano tante stranezze. La prima
si presenta già nel titolo. Martinelli propone il frontespizio del manoscritto
in cui risulta chiaramente che la scelta “Vite de’ pittori messinesi” è stata
operata all’ultimo minuto. Talmente tardi che sono stati aggiunte delle strisce
di carta a coprire il titolo originario (che si legge ugualmente benissimo).
L’opera si intitolava “Storia de’ Pittori messinesi”. Del resto il capitolo
introduttivo si intitola “Argomento della storia al lettore”. Il curatore è
convincente spiegando il perché di un repentino cambio di idea con l’esigenza
di voler “rientrare” in un genere, quello dei medaglioni d’artista, che era
noto in tutta Europa ed era riconducibile direttamente a Vasari. In maniera
altrettanto logica dovremmo pensare, tuttavia, che all’inizio Susinno voleva
smarcarsi proprio da quel genere letterario per inaugurarne un altro, forse
simile, ma con un maggiore profumo di storia; con una maggiore attenzione cioè
alla veridicità dei dati positivi proposti, con l’esigenza – più volte
sottolineata da Susinno – di essere “veridici” e di distinguere, ad esempio, fra le
opere dei maestri e quelle dei discepoli che molto spesso erano tutte genericamente
ricondotte all’artista più famoso per motivi di ordine commerciale. Non si
tratta di mie affermazioni, ma di frasi dell’autore, che dimostra di conoscere
perfettamente i meccanismi del mercato e i comportamenti degli antiquari (che
evidentemente frequenta in maniera non sporadica). L’individuazione di uno
stile, di un gruppo di discepoli, di un insieme di quadri provenienti dalle
pratiche di una stessa bottega è una costante che percorre l’intera opera.
Non sappiamo perché, alla fine, a Susinno mancò il coraggio. O se, cambiando
nome, pensò di assicurare un maggior successo commerciale a un’opera che, per
ironia del destino, non solo non fu stampata, ma comparve a fine Settecento sotto
forma di plagio a firma di un famoso pittore tedesco. Fatto sta che la
circostanza merita di essere ricordata.
Fine della Parte Prima
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NOTE
[1] Si veda per esempio Vite di Caravaggio, CasadeiLibri
editore, 2010, con la trascrizione delle biografie su Caravaggio scritte da Van Mander, Mancini, Baglione, Bellori, Sandrart e Francesco Susinno. La
presentazione delle pagine del Susinno è di Francesca Valdinoci, che è anche
curatrice dell’opera.
[2] Cito, sperando di non
dimenticare nessuno, Valter Pinto, In traccia della maniera moderna. La vita
di Girolamo Alibrando di Francesco Susinno in Itinerari d’arte in Sicilia, 2012, pp. 179-184, consultabile su
Academia.edu; Salvo Pistone Nascone, «Agostino Scilla pittore, filosofo
messinese» ne «Le vite de’ pittori messinesi (1724) di Francesco Susinno»,
anch’esso consultabile online.
[3] Francesca Valdinoci fa
presente che un secondo esemplare – frammentario – dell’opera sarebbe stato
individuato presso la Biblioteca di San Gennaro a Napoli e rimanda alla
ristampa aggiornata del volume Michelangelo
Merisi da Caravaggio: fonti e documenti: 1532-1724 di S. Macioce (Roma,
2010) che tuttavia non possiedo e non ho avuto modo di consultare. Cfr. Vite di Caravaggio, cit., p. 148.






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