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lunedì 9 maggio 2016

Francesco Susinno, Le Vite dei Pittori Messinesi. A cura di Valentino Martinelli. Parte Prima


Recensione di Giovanni Mazzaferro
English Version

Francesco Susinno
Le Vite de’ Pittori Messinesi

Testo, introduzione e note bibliografiche di Valentino Martinelli

Parte Prima

Firenze, Le Monnier, 1960

Antonello da Messina, Nunciata, 1476 circa, Palermo, Galleria regionale di Palazzo Abatellis
Fonte: Wikimedia Commons

Ho poche certezze nella vita. Una di queste è che è ora che venga pubblicata un'edizione critica delle Vite de’ pittori messinesi del “sacerdote e pittore” Francesco Susinno. Frequentate quasi unicamente dagli esperti, le Vite del Susinno sono citate al massimo perché fra esse ve ne è una dedicata al Caravaggio che, a volte, è presentata assieme alle altre biografie antiche scritte sul Merisi [1]. Fatto sta che, per quanto mi riguarda, la vita di Caravaggio scritta da Susinno (di fatto un plagio di quella belloriana, almeno nella prima parte) è debole, e non si rende un gran servizio a pubblicarla isolatamente rispetto a tutte le altre.  Sono poi stati stampati commenti a singoli artisti [2], ma ci sono almeno due elementi di cui tener conto:
  • l’opera ha un suo valore unitario che è superiore alla somma delle singole parti; tale valore emerge avendola a disposizione e leggendola tutta. Le biografie sono cioè logicamente correlate fra loro. I rimandi allo stile polidoresco, a quello caravaggesco e così via presumono la possibilità di conoscere contenuti esposti quaranta o cinquanta pagine prima o dopo;
  • al di là dei mille difetti che possono mostrare (e vi prego di tener conto di questa premessa, perché questa recensione sembrerà probabilmente una stroncatura di un testo che, invece, è preziosissimo) le Vite sono una miniera d’informazioni inestimabili sulla vita artistica di Messina fra Cinque e Seicento. Sulla vita di una città – non dimentichiamolo – che, all’apice dello splendore, era uno dei primi dieci centri urbani d’Europa, che aveva una vocazione mercantile e marinara esattamente come Venezia (la storia personale di Antonello da Messina ne è l’esempio più noto), che fu sede del primo collegio dei Gesuiti al mondo (il “Collegio Prototipo”) e che godeva di una singolare autonomia rispetto al resto del regno di Sicilia. Quando Susinno scrive la sua storia siamo nel 1724 e Messina è già una città che ha visto largamente compromesso il suo patrimonio artistico per via del terremoto, ma soprattutto della rivolta contro gli spagnoli e della contemporanea alleanza coi francesi. Siamo negli anni fra il 1674 e il 1678. Al termine della guerra, col rientro degli spagnoli la città viene dichiarata “civilmente morta”, l’Università chiusa, il palazzo senatorio abbattuto, molte opere d’arte finiscono in Spagna. Ciò nonostante Susinno ci offre un quadro complessivo che intende (e ha tutta l’aria di) essere una “storia veridica” delle vicende artistiche cittadine. Qui però viene la parte difficile. Perché un’edizione critica dell’opera vuol dire (lo abbiamo detto tante volte) il riscontro puntuale di ogni informazione, la ricerca del materiale superstite (non possiamo a questo proposito dimenticare i tragici terremoti del 1783 e del 1908), la verifica delle attribuzioni. Un lavoro enorme che, coincide – di fatto – con l’inventariazione di un patrimonio.
Girolamo Alibrandi, Presentazione al Tempio, Museo Regionale di Messina,
Fonte: http://www.junglekey.it/

Un manoscritto del 1724

Le Vite del Susinno sono state di fatto ignote fino al 1960, anno in cui Valentino Martinelli ha proposto la presente edizione dell’opera, trascrivendone il testo da un manoscritto recante come data il 1724 e pronto per andare in stampa. Il manoscritto è custodito presso il Kupferstichkabinett del Kunstmuseum di Basilea con segnatura A 45. L’esemplare presenta già le dovute autorizzazioni alla pubblicazione. Consta di quasi trecento carte fronte/retro e presenta diciannove disegni opera dell’autore con i ritratti dei principali artisti che sono oggetto delle biografie. Nella sua pregevolissima introduzione, Martinelli si scusa per non essere stato in grado di approntare un’edizione critica (proprio per le difficoltà di cui parlavo prima), ma ci offre preziose informazioni. Veniamo così a sapere che la copia manoscritta era stata posseduta dallo svizzero Achille Ryhiner, il quale, nella seconda metà del 1700, oltre a essere un imprenditore manifatturiero, si era interessato di arte, era entrato in relazione con Winckelmann ed aveva effettuato diversi viaggi di piacere in Italia. Assai probabile che l’acquisto dell’esemplare oggi negli archivi del museo di Basilea sia avvenuto nel corso di uno di questi viaggi.

In verità la notizia dell’esistenza di un manoscritto del Susinno era già stata riportata da Caio Domenico Gallo, storiografo messinese autore degli Annali della Città di Messina in quattro volumi, che, nel secondo tomo della sua opera, parla delle Vite e le dice custodite dall’antiquario messinese Luciano Foti. Siamo nel 1756. Gallo si serve poi di Susinno in diversi punti del suo lavoro, citando anche la numerazione delle carte del manoscritto da cui erano desunte le notizie. Proprio il confronto fra numero di pagine dell’edizione di Basilea e quelle citate dal Gallo induce a ritenere che esistessero due manoscritti diversi, e che la versione utilizzata da quest'ultimo fosse precedente (posto che quella ritrovata ha l’imprimatur alla stampa). Non solo: i ritratti che compaiono nel manoscritto di Basilea riportano un’ulteriore e precedente numerazione. Si può presumere cioè che siano stati ritagliati da una terza versione dell’opera [3].

Polidoro da Caravaggio, Adorazione dei Pastori, 1533, Museo Regionale di Messina
Fonte: www.bdp.it

Cenni biografici

Le vicende del manoscritto si intrecciano naturalmente con quelle biografiche del suo autore. Autore di cui sappiamo pochissimo. Poche note sono quelle segnalate dal Gallo nei suoi Annali; del Susinno si parla come di un sacerdote e di un pittore che aveva studiato a Roma e a Napoli. Il disegno che presenta il suo autoritratto - scrive Martinelli - fa pensare che, al momento della redazione dell’opera, potesse avere una cinquantina d’anni. E, a corroborare questa tesi, il curatore segnala una serie di evidenze interne del manoscritto da cui sembra logico desumere che dovesse essere nato fra 1660 e 1670 (p. XXII) [4].

Resta da capire perché non si diede luogo alla pubblicazione. I motivi possono essere fondamentalmente due: di ordine economico (come detto la città si trovava in una situazione particolarmente difficile ed è possibilissimo che ci fossero difficoltà connesse presumibilmente ai costi per la traduzione a stampa dell’apparato iconografico) o legati a questioni di salute. Non abbiamo la minima idea di quando morì Francesco Susinno. Possibilissimo che il decesso sia avvenuto poco dopo la conclusione della versione manoscritta e che, in seguito alla morte dell’autore, tutto il progetto sia miseramente fallito.

Caravaggio, La resurrezione di Lazzaro, 1609, Museo Regionale di Messina
Fonte: Wikimedia Commons

Le fonti delle Vite

Ciò detto, nel manoscritto Susinno dimostra di conoscere molto bene le fonti della letteratura artistica del Cinque e del Seicento. Tale conoscenza è probabilmente frutto di passione personale, ma lascia intuire la formazione accademica dell’artista, ricevuta probabilmente a Roma. La conoscenza di Vasari, Baldinucci, Baglione, Malvasia (additato al pubblico ludibrio per aver definito Raffaello “boccalaio urbinate”), ma anche di fonti poco praticate come il fiammingo Domenico Lampsonio, e, per venire al Seicento, del Silos e del duo Ottonelli-Pietro da Cortona a volte è servile (come, già accennato, nel caso del debito dell’inizio della vita di Caravaggio, mutuato da Bellori). Non sempre, però, ed è proprio quando si smarca dalla fonte originaria che Susinno mostra le doti migliori. Un esempio concreto: nel primo capitolo introduttivo l’autore ribadisce la versione vasariana di Antonello da Messina come tramite del passaggio della pittura ad olio fra Nord Europa ed Italia. E tuttavia segnala una situazione particolare, quella del trattato di Cennino Cennini, che ovviamente non conosce nei contenuti, se non per quanto riportato dal Vasari stesso e dal Baldinucci nel primo libro delle sue Notizie (all’epoca non erano disponibili gli esemplari manoscritti poi riscoperti un secolo dopo). Baldinucci stesso pone il problema della coerenza delle informazioni sulla pittura ad olio contenute in Cennino con il dettato vasariano e risolve la cosa dicendo che il Libro dell’Arte è del 1437, quindi successivo alla “scoperta” suddetta. Susinno non sembra essere convinto e, colto da scrupoli, si sente in dovere di avvertire il lettore di stare in guardia a causa della “notizia alquant’oscura” che può creare “qualche neo di difficoltà a’ primi lampi al prenarrato Antonello”. Si tratta, in nuce, di un’intuizione critica a cui non intendo dare troppa importanza, perché poi contraddetta in mille altre occasioni, ma che, a mio avviso, dimostra l’esistenza di un approccio critico alla materia; e dimostra soprattutto che Susinno è ovviamente orgoglioso di essere messinese, e scrive il suo libro per il bene della patria e dei suoi giovani, ma non è equiparabile per partigianeria a illustri precedenti.

L’enorme mole di lavoro svolta da Susinno si coglie tuttavia quando vengono a mancare fonti come quella vasariana. Giustamente l’autore afferma, con riferimento alle biografie dei pittori messinesi, di aver dovuto cominciare praticamente da zero. L’unico aiuto (peraltro limitato di fatto all’indicazione di una serie di nomi) proviene dai manoscritti di padre Placido Sampieri, datati alla metà del 1600 (cfr. p. XLVIII). Tutto il resto sembra essere originale e sembra, soprattutto, essere veridico. Susinno si rifà quando possibile ad atti notarili, a documenti, a firme sulle pale d’altare; in assenza dei medesimi si affida alla tradizione orale, e, man mano che ci si avvicina a fine Seicento, a conoscenze personali combinate a un’attitudine attribuzionistica che definire da “intendente” è limitativo: siamo di fronte a un proto-conoscitore. Non starò a ripetere quanto un’edizione critica potrebbe aiutare a definire meglio l’affidabilità dell’intero corpus attribuzionistico dell’autore.

Caravaggio, Adorazione dei Pastori, 1609, Museo Regionale di Messina
Fonte: Wikimedia Commons


I plagi delle Vite del Susinno

Nell’ultima edizione della sua Storia pittorica (1822) il Lanzi inserisce riferimenti alla storia dell’arte messinese derivanti dalle Memorie de’ pittori messinesi di Philipp Hackert (1792). In realtà l’artista tedesco non aveva scritto praticamente nulla. Su incarico del re di Napoli (ne era pittore ufficiale) si era recato più volte in Sicilia e a Messina aveva commissionato un testo a stampa a Gaetano Grano, erudito locale. Grano aveva assolto il compito ponendo come unica condizione quella di non essere citato come autore dell’opera. Ed è così che fu fatto (né ci sembra che l’Hackert se ne dolesse). Se non che – scrive Martinelli -, dopo la riscoperta delle Vite del Susino, la verità appare evidente. Le Memorie Hackert-Grano non sono altro che un plagio del lavoro del sacerdote messinese vissuto ottant’anni prima; un riassunto, a voler essere buoni. Evidentemente, a quell’epoca, doveva essere ancora disponibile l’esemplare manoscritto descritto dal Gallo a metà ‘700 come in mano del Foti. Tutto questo per dire che la letteratura artistica messinese si è sviluppata riconoscendo un debito di gratitudine nei confronti di un’opera che, in realtà, si è scoperto cinquant’anni fa non essere altro che il riassunto incompleto delle Vite del Susinno. Da qui l’importanza che anche la sola trascrizione dell’opera proposta da Martinelli nel 1960 ha assunto per ricalibrare il giudizio complessivo sulla storiografia messinese.

Mario Minniti, Miracolo della vedova di Naim, Messina, Museo Regionale
Fonte: http://www.diocesisorrentocmare.it/

Una Storia o un libro di Vite?

Il libro di Susinno è composto da 83 capitoli. Il primo è introduttivo all’opera. L’ultimo contiene il testo di una lettera che viene definita “responsiva sopra l’accomodare le tavole o le tele logore”. Fermo restando che non sappiamo se la lettera sia reale o finzione letteraria, essa dimostra l’interesse dell’autore nei confronti del restauro, aspetto di cui parleremo. In mezzo ci sono più di 80 biografie di artefici o messinesi o che hanno operato a Messina a partire da Antonello fino a Filippo Tancredi, morto nel 1722. Con decisione non inedita, sono esclusi gli artisti viventi, per non far torto a nessuno. In sole due occasioni l’artista parla al presente di un artista: si tratta di Natalino Vanhoubrachen (p. 167) e di Giulio Avellino (p. 180), ma il motivo è facilmente spiegabile. Sono artisti che si sono trasferiti da Messina, il primo andando a Livorno e il secondo a Venezia. Molto probabilmente Susinno non ne ha più saputo nulla e ha supposto che, ragionevolmente, nel frattempo fossero morti (cosa che era successa).

Eppure le Vite del sacerdote messinese presentano tante stranezze. La prima si presenta già nel titolo. Martinelli propone il frontespizio del manoscritto in cui risulta chiaramente che la scelta “Vite de’ pittori messinesi” è stata operata all’ultimo minuto. Talmente tardi che sono stati aggiunte delle strisce di carta a coprire il titolo originario (che si legge ugualmente benissimo). L’opera si intitolava “Storia de’ Pittori messinesi”. Del resto il capitolo introduttivo si intitola “Argomento della storia al lettore”. Il curatore è convincente spiegando il perché di un repentino cambio di idea con l’esigenza di voler “rientrare” in un genere, quello dei medaglioni d’artista, che era noto in tutta Europa ed era riconducibile direttamente a Vasari. In maniera altrettanto logica dovremmo pensare, tuttavia, che all’inizio Susinno voleva smarcarsi proprio da quel genere letterario per inaugurarne un altro, forse simile, ma con un maggiore profumo di storia; con una maggiore attenzione cioè alla veridicità dei dati positivi proposti, con l’esigenza – più volte sottolineata da Susinno – di essere “veridici” e di distinguere, ad esempio, fra le opere dei maestri e quelle dei discepoli che molto spesso erano tutte genericamente ricondotte all’artista più famoso per motivi di ordine commerciale. Non si tratta di mie affermazioni, ma di frasi dell’autore, che dimostra di conoscere perfettamente i meccanismi del mercato e i comportamenti degli antiquari (che evidentemente frequenta in maniera non sporadica). L’individuazione di uno stile, di un gruppo di discepoli, di un insieme di quadri provenienti dalle pratiche di una stessa bottega è una costante che percorre l’intera opera. Non sappiamo perché, alla fine, a Susinno mancò il coraggio. O se, cambiando nome, pensò di assicurare un maggior successo commerciale a un’opera che, per ironia del destino, non solo non fu stampata, ma comparve a fine Settecento sotto forma di plagio a firma di un famoso pittore tedesco. Fatto sta che la circostanza merita di essere ricordata.

Fine della Parte Prima
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NOTE

[1] Si veda per esempio Vite di Caravaggio, CasadeiLibri editore, 2010, con la trascrizione delle biografie su Caravaggio scritte da Van Mander, Mancini, Baglione, Bellori, Sandrart e Francesco Susinno. La presentazione delle pagine del Susinno è di Francesca Valdinoci, che è anche curatrice dell’opera.

[2] Cito, sperando di non dimenticare nessuno, Valter Pinto, In traccia della maniera moderna. La vita di Girolamo Alibrando di Francesco Susinno in Itinerari d’arte in Sicilia, 2012, pp. 179-184, consultabile su Academia.edu; Salvo Pistone Nascone, «Agostino Scilla pittore, filosofo messinese» ne «Le vite de’ pittori messinesi (1724) di Francesco Susinno», anch’esso consultabile online.

[3] Francesca Valdinoci fa presente che un secondo esemplare – frammentario – dell’opera sarebbe stato individuato presso la Biblioteca di San Gennaro a Napoli e rimanda alla ristampa aggiornata del volume Michelangelo Merisi da Caravaggio: fonti e documenti: 1532-1724 di S. Macioce (Roma, 2010) che tuttavia non possiedo e non ho avuto modo di consultare. Cfr. Vite di Caravaggio, cit., p. 148.

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