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venerdì 29 aprile 2016

Gabriele Paleotti. Discorso intorno alle immagini sacre e profane (1582). Parte Prima


Recensione di Giovanni Mazzaferro
English Version

Gabriele Paleotti
Discorso intorno alle immagini sacre e profane (1582)

Parte Prima
Direzione scientifica Stefano Della Torre
Trascrizione in italiano moderno Gian Franco Freguglia
Presentazione Carlo Chenis

Libreria Editrice Vaticana, 2002

Anonimo del XVI sevolo, Ritratto del cardinal Gabriele Paleotti
Fonte: http://www.archiviostorico.unibo.it/System/19/849/QUA_103_R.jpg 

Il Discorso intorno alle immagini sacre e profane del cardinal Gabriele Paleotti, edito nel 1582, e indirizzato dall’allora vescovo di Bologna “al popolo della città e diocesi sua” costituisce uno dei testi più studiati nella seconda metà del Novecento dagli storici dell’arte. In realtà del Discorso si era parlato anche prima, quanto meno sin dagli inizi del Novecento, ma valutandone l’influenza su aspetti stilistici. Vi è stato chi ha visto l’opera paleottiana come pietra tombale nei confronti del manierismo e chi l’ha letta indicandone l’influsso sulla nascita del barocco, che sarebbe stato lo stile controriformato per eccellenza. È probabilmente in questo senso, ovvero avendo presente le ricadute stilistiche provocate dal Discorso che Schlosser lo liquida in poche righe nella sua Letteratura artistica (1924): “Il punto di vista è pur sempre del tutto teologico; gli esempi addotti sono scolastici e accademici; l’influsso immediato sull’arte fu minimo” (p. 430). In fondo, Schlosser ha ragione: non esiste in tutta l’opera un riferimento esplicito di condanna o di sostegno a un qual si voglia indirizzo stilistico.

Le cose cambiano nella seconda metà del Novecento. E cambiano soprattutto per la grande rivalutazione dei Carracci: non si può, in proposito, non ricordare la famosissima mostra antologica a loro dedicata nel 1956 a Bologna [1]. È evidente che la riscoperta di Annibale, Agostino e Ludovico e della pittura bolognese a cavallo fra XVI e XVII secolo pose il problema di capire in che misura essi subirono l’influsso e interpretarono le indicazioni di Paleotti, che fa stampare il libro nel 1582, ma che è vescovo della città sin dal 1566. Senza contare che, nonostante l’indicazione volutamente limitativa attribuita dall’autore al suo Discorso (indirizzato solo alla sua diocesi), Paleotti è un nome autorevole quando si affrontano temi attinenti il Concilio, essendo stato assistente dei cardinali legati negli ultimi anni del suo svolgimento e membro della commissione che si occupò di stamparne gli atti dopo la sua conclusione (1563).

Così, nel 1961 Paola Barocchi presenta la prima edizione moderna del Discorso all’interno dei suoi Trattati d’arte del Cinquecento fra Manierismo e Controriforma (edizioni Laterza) [2], e poco dopo compare la Ricerca sulla teorica delle arti figurative nella riforma cattolica, opera di Paolo Prodi più volte ristampata negli ultimi cinquant’anni per la sua importanza, giocata quasi tutta sullo studio del testo paleottiano [3]. Difficile poi elencare tutti gli apporti che si accumulano dai primi degli anni ’60 in poi. Ricordiamo, fra i più recenti, Ilaria Bianchi, La politica delle immagini nell’età della Controriforma, che ha il merito di esplorare nuovamente le carte dell’archivio Isolani, in cui sono contenuti i materiali preparatori del Discorso (Bologna, Editrice Compositori, 2008) e Il Concilio di Trento e le arti 1563-2013, a cura di Marinella Pigozzi (Bologna, Bononia University Press, 2015). Nel 2012 William McCuaig ha curato la prima traduzione inglese dell'opera (condotta sull'edizione Barocchi del 1961), pubblicata dal Getty Research Institute.

Fra le molte iniziative si colloca anche il volume che stiamo recensendo, che presenta (nel 2002) la trascrizione in italiano moderno del Discorso di Paleotti; un’impresa senz’altro discutibile, per chi ritiene sia fondamentale preservare l’originalità di un testo, ma che ha l’indubbio merito di renderlo di facile lettura per il pubblico degli interessati. Credo che alla base della decisione vi sia lo stesso spirito didascalico-religioso che pervade l’opera del cardinale, il quale, non a caso, scrive nelle avvertenze al lettore: “In molti capitoli… si è affrontato l’argomento in modo scrupoloso e con concetti dottrinali… Con il medesimo intento si sono inserite numerose citazioni in latino senza traduzione, in quanto rivolte a persone istruite; laddove gli argomenti erano più specificamente rivolti agli artisti, si è provveduto a tradurre in lingua corrente i passi citati [n.d.r. nel concreto, non succede mai. Ma è evidente che era intenzione del cardinale farlo fare] e a corredarli di spiegazioni ampie ed esaurienti” (p. 7).

Prospero Fontana, Sepoltura di Cristo, Pinacoteca Nazionale di Bologna
Fonte: http://mariapaolaforlani.blogspot.it/2015/12/tra-la-vita-e-la-morte.html

La storia del trattato

Il Discorso reca sul frontespizio la data 1582, ma probabilmente è stampato qualche mese prima (ne fa fede una lettera di Paleotti a Carlo Borromeo del dicembre 1581 con cui se ne invia una copia al destinatario). È un’opera incompleta. Pensato per essere composto di cinque libri, ne presenta solo due. Lo stesso Paleotti spiega in fondo al libro: “rimangono ancora tre libri che si pubblicheranno a suo tempo. Visto che era nostro desiderio, prima di pubblicare questi due libri, che essi fossero sottoposti all’esame di persone esperte, oltre a quelle che hanno contribuito a scriverli, si è pensato di stamparne qualche copia per maggiore comodità di coloro che dovranno rivederli, non certo per essere diffusi [n.d.r. e infatti, l’opera non entrerà mai in commercio]. Quando sarà terminata tutta l’opera, tutti e cinque i libri verranno divulgati insieme, bastando per ora l’indice generale posto all’inizio del trattato, che informa i lettori sul contenuto  dell’intera opera” (p. 269). Credo che bastino queste poche righe per cogliere l’aspetto “provvisorio” e “dialogante” volutamente attribuito da Paleotti alla sua opera. Tutto, naturalmente, deve essere inteso con le dovute cautele: oggi ci sembrerebbe davvero poco “dialogante” la proposta – ripetuta più volte – di istituire un Indice dei dipinti proibiti sulla falsariga dell’Indice dei libri proibiti creato a seguito del Concilio di Trento. Ma il tono generale dell’opera non appare severamente prescrittivo come invece sono le Instructiones Fabricae et Supellectilis ecclesiasticae di San Carlo Borromeo pubblicate cinque anni prima (1577), in cui sono fornite indicazioni puntualissime e dispositive sugli arredi e l’aspetto degli edifici di culto. Per molti versi, peraltro, il Discorso paleottiano può essere visto come opera complementare rispetto a quella borromaica, dove l’attenzione rispetto alle immagini che ornavano le chiese era stata minima. Del resto, gli studi archivistici effettuati per primo da Paolo Prodi nelle carte dell’Archivio Isolani a Bologna (purtroppo mutile o di difficile leggibilità a seguito dei bombardamenti della seconda guerra mondiale) farebbero intendere che il cardinale bolognese si sia messo al lavoro nel 1578. Gli stessi studi rivelano come Paleotti abbia avuto diversi interlocutori (fra cui lo stesso Borromeo) a cui inviava i brogliacci della sua opera per riceverne pareri e suggerimenti. Appare evidente in particolare l’aiuto ricevuto dagli ambienti dell’Università bolognese (in particolare dallo storico Carlo Sigonio e dal naturalista Ulisse Aldrovandi) nonché il dialogo con artisti a lui coevi, come ad esempio il pittore Prospero Fontana. Del resto, basta dare una scorsa all’organizzazione dei due libri pubblicati, nonché all’indice dei tre solo pianificati [4], per accorgersi che il palinsesto su cui si fonda tutto il Discorso è di natura strettamente classificatoria, e ricorda per molti versi l’organizzazione del “museo delle meraviglie” di Ulisse Aldrovandi. Il legame col mondo universitario bolognese appare senza dubbio stringente ed è esplicitato dallo stesso Paleotti, ancora una volta nell’avvertenza ai lettori: “Sua Signoria Illustrissima ha poi ritenuto che tale obiettivo [n.d.r. l’uso corretto delle immagini] si addicesse in particolar modo alla città di Bologna, in quanto considerata maestra di studi, in modo che essa possa costituire regola ed esempio anche ai forestieri nel bene operare e nel fare bene qualsiasi cosa” (p. 9).

Lodovico Carracci, Annunciazione, 1585 circa, Bologna, Pinacoteca Nazionale
Fonte: Wikimedia Commons

Nel complesso, dunque, l’edizione del 1582 appare come un richiamo pastorale al “ritorno all’ordine” nell’uso delle immagini sacre e profane. Un richiamo indirizzato a parroci, artisti e committenti (quindi, ai nobili), in cui si evidenzia la illiceità di usanze che vanno contro lo spirito della religione cattolica, in cui ci si raccomanda di modificare tali costumanze, ma in cui ci si guarda bene dal mettere in discussione un ordine sociale che è ampiamente condiviso. Sicché i passi più spinosi si rivelano proprio quelli che riguardano usanze tipicamente nobiliari (un caso su tutti: la presenza – esecrabile - degli stemmi delle famiglie nobili all’interno delle chiese) dove l’intenzione appare palesemente quella di convincere più che di proibire o di imporre.

Nel 1583 Paleotti diventa arcivescovo, ed è chiamato a Roma nel 1589. Nel 1594 viene pubblicata a Ingolstadt un’edizione in latino del Discorso; si tratta di un salto di qualità importante. È evidente che, con la pubblicazione latina, si mira a cogliere un pubblico assai più ampio, ma anche assai più colto [5]. Il rapido esaurimento della tiratura è un segno dell’interesse che l’argomento continua a sollevare.

Ma la disillusione del cardinale (che morirà nel 1597) appare in tutta la sua evidenza nel memoriale De tollendis imaginum abusibus novissima consideratio, scritto nel 1596 e fatto circolare in una ristretta cerchia di cardinali e alti prelati, in cui il Paleotti stigmatizza come, a più di trent’anni dalla fine del Concilio, gli abusi nell’iconografia delle immagini sacre e profane continuino più forti che mai, e sostiene, questa volta, una politica repressiva nei confronti di coloro che li commettono. In qualche modo, è una dichiarazione di fallimento di un uomo che ha smesso di credere nel potere persuasivo della catechesi e a cui rimane soltanto da sollecitare la severità dell’amministrazione pontificia.

Lodovico Carracci, Madonna dei Bargellini, 1588, Bologna, Pinacoteca Nazionale
Fonte: Wikimedia Commons

Struttura del trattato

Si è detto che il trattato doveva essere composto in origine da cinque libri, i primi due di natura sostanzialmente teorica e gli ultimi tre in cui a prevalere dovevano essere gli aspetti iconografici. Le indicazioni fornite dal Paleotti sono così chiare che vale la pena citarle testualmente: “Il primo libro è costituito da tre parti principali: l’argomento delle immagini viene innanzitutto affrontato da un punto di vista generale, come fondamento al resto delle argomentazioni addotte; dopo aver dichiarato quale sia lo scopo dell’opera e in quale senso sia da intendere la parola ‘immagine’, se ne ricercano le cause e le origini, mettendo in rilievo la loro dignità e bellezza, analizzando le principali arti che danno forma alle immagini, confrontando pittura e scultura. La seconda parte affronta il tema delle immagini dividendole in due categorie: le immagini profane e le immagini sacre […]. La terza parte parla in modo disteso delle immagini sacre: se ne mostra l’antico uso, le origini, si indica lo scopo ed il fine che esse devono avere, l’effetto che devono produrre e la necessità che ne faccia uso il popolo cristiano […].

Agostino Carracci, Comunione di San Girolamo, Bologna, Pinacoteca Nazionale
Fonte: Wikimedia Commons
Nel libro secondo si tratta dei principali abusi che si trovano spesso nelle immagini e si è suddiviso l’argomento, come già nel libro primo, per le immagini sacre e per quelle profane; perciò si è strutturato anche questo libro in tre parti principali; la prima parte parla degli abusi nelle immagini sacre, la seconda degli abusi nelle immagini profane, e la terza degli abusi comuni sia alle immagini sacre che a quelle profane”.

È sì vero che nel secondo libro le argomentazioni sull’abuso delle immagini (false o mendaci, non verosimili, indecorose, prive di proporzione, imperfette, inutili, ridicole, con soggetti insoliti o nuovi, dal significato oscuro, imprecise e incerte, crude e spaventose, con soggetti mostruosi) sono accompagnate da qualche esempio, ma appare chiaro che la puntuale definizione di un’iconografia tale da portare se non altro un contributo a un possibile Indice dei dipinti proibiti era attesa nei libri successivi (in particolare nel quarto). Scrive ancora Paleotti: “Nel libro terzo si affronta il tema delle immagini lascive e immorali in quanto, fra tutti gli abusi perpetrati, questo ci è parso essere il più pericoloso e fallace e il più diffuso in quasi tutti i luoghi della cristianità”. Stiamo parlando, ovviamente – ma non solo – del nudo e alcune voci dell’indice approntato dal cardinale non lasciano dubbi: “Cap. II Della grande inclinazione che tiene la natura nostra nei vizii della carne, et onde nasca questo; Cap XVI Delle figure ignude, e quanto dagli occhi casti debbono essere schifate; Cap. XVIII Quai santi et in che maniera si possano in alcuna parte rappresentare ignudi; Cap. XXI Che in niun modo sotto forme de’ santi si dipingano faccie de’ giovini o giovine lascive, né anco d’altre persone particolari” [6].

Domenichino, Comunione di San Girolamo, 1614, Musei Vaticani
Fonte: Wikimedia Commons

Con riferimento alla sezione successiva, scrive Paleotti: “Nel libro quarto si è minuziosamente trattato, capitolo per capitolo, di ciascuna delle immagini più frequentemente presenti nella nostra città e nella diocesi e, presumibilmente, in tutti gli altri luoghi della cristianità; si è pensato che, analizzando l’argomento nel particolare, si sarebbe più efficacemente giovato allo scopo, in quanto, affrontando il tema solo in modo generale e astratto, non si sarebbe giunti a colpire l’attenzione di chi legge. Perciò si è cominciato con l’analizzare il modo con cui vengono raffigurati Dio Padre, il Figlio di Dio, lo Spirito Santo e tutti i misteri ad essi relativi, la gloriosa Vergine, gli angeli, i patriarchi, gli apostoli e tutti gli altri […] fornendo per ciascun soggetto delle indicazioni, applicando il più possibile nello specifico i decreti del sacro Concilio, proprio come i medici applicano le loro teorie e studi generali alle diverse malattie dei singoli malati”. Se da un lato è chiaro che il Discorso non doveva contemplare la presenza di immagini, è dall’altro evidente quello che ci siamo persi: un repertorio relativo all’iconografia delle immagini sacre. Scrive Ilaria Bianchi: “Non sappiamo quante delle pagine che il Cardinale bolognese aveva inizialmente intenzione di compilare siano state effettivamente scritte. Quello che è certo è che, di esso [n.d.r. del libro quarto] a noi rimangono solo pochi frammenti, relativi alla raffigurazione del Dio Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, qualcosa sulla più complessa raffigurazione della Trinità, come pure gli appunti tratti dalle fonti, che il teorico intendeva utilizzare per stendere le pagine sulla Trasfigurazione” [7]. Allo stesso modo non ci è noto se Paleotti avesse avviato un’indagine o una schedatura (personale o tramite terzi) del patrimonio artistico sacro di Bologna; si tratterebbe, ovviamente, di un documento di fondamentale importanza, che testimonierebbe quanto l’opera fosse realmente legata al territorio.

Da ultimo “nel libro quinto si affrontano altri temi di diversa natura ad utilità dei curati, dei capifamiglia e degli stessi pittori, in modo che essi possano esercitare la loro arte secondo principi cristiani, concludendo con le indicazioni da seguire in avvenire nel dar forma alle immagini nella nostra città e nella nostra diocesi” (p. 10). In realtà, a giudicare dall’indice, era intenzione di Paleotti occuparsi delle immagini anche al di fuori degli edifici ecclesiastici e stabilire ad esempio come si dovessero ornare i palazzi delle magistrature, le sale pubbliche di udienza (cap. XII), le accademie pubbliche e le biblioteche (cap. XIII), ma anche le case (cap. XVII) e le osterie fuori e dentro la città (cap. XVI).

Fine della Parte Prima
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NOTE

[1] Si veda il catalogo: Mostra dei Carracci : 1 settembre-31 ottobre 1956 Bologna-Palazzo dell'Archiginnasio / catalogo critico a cura di Gian Carlo Cavalli ... [et al.] ; con una nota di Denis Mahon ; saggio introduttivo di Cesare Gnudi. Bologna, Alfa, 1956.

[2] La versione Barocchi è oggi consultabile online all’indirizzo
http://memofonte.accademiadellacrusca.org/sala_lettura.asp

[3] In origine il testo appare come estratto anticipato (1962) della rivista Archivio italiano per la storia della pietà, dove è poi pubblicato tre anni dopo (vol III, 1965). Ricordo poi l’edizione 1984, per i tipi di Nuova Alfa Editoriale, e il recentissimo Paolo Prodi, Arte e pietà nelle Chiesa tridentina (Il Mulino, 2014), il cui nucleo base altro non è – ancora una volta – se non la ricerca del 1962.

[4] Incomprensibilmente, gli indici (o “tavole”) dei libri III, IV e V non sono riportati nella presente edizione. Per poterli consultare si rimanda all’edizione barocchiana online dell’opera (dalla pagina 209 in poi).

[5] Non ci risultano edizioni critiche dell’edizione latina, che genericamente viene indicata come la fedele traduzione di quella italiana (a parte l’assenza delle due pagine di proemio iniziale). Sarà senz’altro così, ma sarebbe bene verificare. Ad un rapidissimo sondaggio i (pochi) passi riferiti alla realtà bolognese nel 1582 sono “sterilizzati” in quella latina del 1594. Da sottolineare peraltro la presenza nella versione latina di un ricchissimo indice per materia (che in quella italiana manca). Insomma, un confronto più approfondito fra versione del 1582 e quella del 1594 sarebbe auspicabile. L’edizione latina è consultabile online al link
http://bildsuche.digitale-sammlungen.de/?c=viewer&bandnummer=bsb00022427&pimage=00001&v=100&einzelsegmentsuche=&mehrsegmentsuche=&l=it

[6] Vedi versione Barocchi p. 209 (cfr. nota 2).

[7] Ilaria Bianchi, La politica delle immagini nell’età della Controriforma. Gabriele Paleotti teorico e committente, Bologna, Editrice Compositori, 2008, p. 221.


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