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venerdì 18 marzo 2016

Paul Westheim, Confessioni di artisti. Lettere, diari ed osservazioni di artisti contemporanei (1925). Parte Terza


English Version

Paul Westheim,
Confessioni di artisti.
Lettere, diari ed osservazioni di artisti contemporanei.


Edizione dei Propilei, Berlino, 1925, 359 pagine

Recensione di Francesco Mazzaferro
Parte Terza - Arte, natura, ordine e costruzione


[Versione originale: marzo 2016 - nuova versione: aprile 2019]

Fig. 3) Copertina della versione originale dell’Almanacco dell’Europa, edito da Paul Westheim e Carl Einstein nel 1925



L’artista e la natura

Per Westheim, il rapporto tra arte e natura è centrale. Compito dell’artista – come vedremo – è infatti quello di filtrare gli stimoli che a lui giungono dalla natura, ricostruendo a partire da essi l’ordine delle cose. Westheim rigetta l’interpretazione spiritualista di Kandinsky che ne “Lo spirituale nell’arte” (pubblicato nel 1912 a Monaco di Baviera) cerca l’ispirazione creatrice esclusivamente nell‘intimo del proprio animo, astraendo dalle forme della realtà.  Il critico tedesco si schiera perciò contro l’arte astratta, ovvero la maggiore novità delle correnti sperimentali a lui contemporanee. Anche la selezione degli scritti nelle Confessioni è un chiarissimo indizio in questa direzione.

La missione dell’artista – sono parole di Ferdinand Hodler (1853-1918) in un discorso intitolato appunto “La missione dell’artista”, tenuto a Fribourg nel 1897 ma pubblicato per la prima volta nel 1923 a Zurigo [66] – è di dar forma a ciò che è eterno nella natura, di svelarne l’intrinseca bellezza; egli sublima le forme del corpo umano. Ci mostra una natura ingrandita, semplificata, liberata da tutti i dettagli, che non ci dicono nulla. Ci mostra un’opera secondo le dimensioni della propria esperienza, del suo cuore e del suo spirito.” [67]

L’arte deve sempre rimanere nell’ambito dell’apparenza” [68] – scrive Max Liebermann (1847-1935). Il vero artista non imita la natura, ma crea la sua realtà. “L’imitazione della natura da parte dell’artista – scrive Liebermann nel suo “Credo” pubblicato nel 1922 sulla rivista Kunst und Künstler (Arte ed artisti) – è sempre una ricostruzione ed una nuova costruzione di quello che lui (e nessun’altro che lui) vede nella o trae dalla natura. Il vedere dell’artista non è solamente un fenomeno ottico, è anche una contemplazione della natura: l’artista rende il concetto della natura, ed in particolare il proprio concetto della natura (…); solo chi contempla la natura come un tutto vivente, è un artista. (…) L’artista coglie la realtà come qualcosa che diviene, non come qualcosa che è divenuto.” [69]

Lo scrive anche il pittore simbolista francese Odilon Redon (1840-1916) in “Confidenze d’artista” (1894) pubblicato postumo a Parigi nel 1922 come parte del volume di memorie “A se stesso” [70]: “L’artista vive solamente di giorno in giorno, ed è il ricettore delle cose che lo circondano; egli recepisce sensazioni dall’esterno, secondo quel che il destino gli riserva, ma le trasforma in modo inesorabile e tenace, secondo modalità da lui solo determinate.” [71]


Il ruolo centrale del colore nella reinterpretazione della natura

L’assorbimento e la reinterpretazione della natura, secondo modalità attive e consapevoli, sono quindi al centro dell’attività creatrice dell’artista. Si tratta di temi frequenti anche nella letteratura artistica dei post-impressionisti francesi, che assegna al colore un ruolo cruciale in questa rielaborazione personale del mondo esterno. Filtrare la natura significa, per van Gogh (1853-1890), rinunciare al colore locale. “Dietro alla rinuncia del colore locale si cela, a mio parere, molto di più. ‘I veri pittori sono quelli che non fanno il colore locale’ si sono detti una volta [Charles] Blanc e Delacroix. Non posso forse intendere quest’affermazione semplicemente nel senso che un pittore fa bene se, invece di ispirarsi ai colori della natura, trae ispirazione dai colori della sua tavolozza? Intendo dire, se per esempio si vuol dipingere una testa e si osserva con attenzione la natura che si ha davanti ai propri occhi, allora si può pensare: questa testa è un’armonia di marrone rossiccio, violetto e giallo. In fin dei conti, metterò sulla tavolozza un violetto, un giallo ed un marrone rossiccio e lascerò che si fondano. Io conservo della natura una certa sequenza e una certa correttezza nell’uso delle tonalità; io studio la natura per non fare cose da matti, per rimanere savio – e tuttavia – assegno meno importanza a che il colore che uso rimanga esattamente lo stesso oppure no [di quanto sia in natura]; se sta bene sulla mia tela, va altrettanto bene che in natura.” [72] Ad un’imitazione della natura van Gogh oppone una “pittura vera” e per definirla offre una descrizione dei metodi coloristici del Veronese: “Il colore esprime qualcosa di per sé, autonomamente, a cui non si può sfuggire. Bisogna farne uso: quel che ha un bell'effetto, davvero bello, è anche giusto. Quando Veronese ha dipinto i ritratti del suo beau monde nelle sue Nozze di Cana dorate, ha usato l’intera ricchezza della propria tavolozza dal viola scuro a ricchissime tonalità dorate. Poi ha aggiunto ancora un azzurro delicato ed un bianco perlato. Ma ha pensato bene di non metterli in primo piano.  Li ha abbozzati nello sfondo – ed ha fatto davvero bene, trasformandoli da palazzi di marmo e cielo a parte di un unico ambiente, in modo tale da completare la serie delle figure in modo originale. Questo sfondo è magnifico, proprio perché è sorto spontaneamente da una valutazione sui colori.” [73]

E tornando su Delacroix in un’altra lettera, ripete: “Non sarei sorpreso se gli impressionisti giungessero alla conclusione che la mia arte sia stata fecondata dai pensieri di Delacroix piuttosto che dai loro. Infatti, invece di rappresentare precisamente quel che ho di fronte a me, mi servo senza alcuna regola e remora del colore, per usare un’espressione forte. Ma lasciamo da parte ogni teoria. Ti voglio qui fornire un esempio di quel che intendo. Voglio fare un quadro di un amico, un artista che fa grandi sogni, e che lavora così come canta l’usignolo, perché è appunto questa la sua natura. Quest’uomo sarà biondo. Nel quadro voglio esprimere la mia intera ammirazione, tutto l’amore che io ho per lui. Lo ritrarrò dunque in modo a lui più fedele, per iniziare. Ma questo non significa che il quadro sia terminato. Per concluderlo diverrò ora un colorista senza alcuna misura. Dunque esagererò il biondo dei capelli. Raggiungerò tonalità di arancio, di cromo, di color limone chiaro. Dietro la testa dipingerò l’infinito, invece dell’usuale muro di una stanza comune. Farò un pavimento del blu più intenso, il più forte che mi possa riuscire. E così la testa bionda ed illuminata di uno sfondo di un blu intenso acquisirà un effetto mistico come una stella in un azzurro scuro.” [74] Queste parole vengono pubblicate in Germania nel 1906. È l’anno della rivolta del primo gruppo espressionista, il Ponte (Brücke), contro gli impressionisti, e le parole di Van Gogh – che preferisce Delacroix agli impressionisti e cerca effetti mistici grazie allo scontro quanto più violento tra colori – non possono che averli profondamente colpiti.

Lo stesso tema del colore come strumento di reinterpretazione della natura, e la stessa sottolineatura di continuità e discontinuità tra arte pre-impressionista, impressionista e post-impressionista, si trovano in Paul Signac (1863-1935) e nel suo “Da Eugène Delacroix al post-impressionismo” pubblicato in Francia nel 1899, e tradotto in Germania nel 1900. Signac chiarisce che Delacroix usa il tratteggio, gli impressionisti impiegano il tocco a virgola e i neo-impressionisti adottano il punto. In tutte e tre le fasi, gli artisti riconoscono il principio che il colore locale è dominato dalla fusione dei colori all’interno dell’occhio, e che dunque il pittore deve andare di là dalla semplice osservazione della natura, per riprodurre un processo celebrale. Con il divisionismo “la pennellata non ha di per sé il fine di riprodurre l’oggetto in conformità alla natura, ma esclusivamente solo rappresentare i diversi elementi che producono l’effetto di colore.” [75] Ciò corrisponde in pieno agli aforismi di Delacroix: “Una riproduzione fredda e naturale della natura non significa arte… L’obiettivo dell’artista non è quello di riprodurre con precisione gli oggetti. E quale sarebbe il fine più alto dell’arte intera, se non la riproduzione dell’impressione?” [76]


Mondo visibile e mondo invisibile

La famosissima frase di Paul Klee (1879-1940), contenuta nel suo scritto “Confessione creatrice” del 1920, secondo la quale “l’arte non ripete le cose visibili, ma rende visibile” (Kunst gibt nicht das Sichtbare wieder, sondern macht sichtbar) non è inclusa nelle Confessioni. Come si è detto – cfr. Parte Seconda - l’antologia non contiene alcuno scritto di Klee. Eppure il tema è presente, sia pur per rigettare le tesi del pittore. In Klee, infatti, l’affermazione giustifica il passaggio all’astrazione; negli artisti inclusi nell’antologia di Westheim il risultato è invece del tutto opposto.

A Klee risponde in tono molto polemico Max Liebermann (1847-1935) nel 1922: “Rendere visibile questo invisibile è ciò che chiamiamo arte. Un artista che vi rinuncia, e che dunque non riflette – attraverso opera di mediazione – l’invisibile nella propria rappresentazione della realtà, ovvero ciò che si nasconde dietro l’apparenza – chiamiamolo spirito, indole, vita – non è un artista. Ma l’artista che voglia rinunciare alla rappresentazione della realtà a favore di un’intensificazione dei propri sentimenti è un idiota. E infatti: come si può comprendere l’extrasensoriale senza il sensoriale?” [77]

Appena un anno dopo lo stesso concetto viene confermato da un altro artista: Pablo Picasso (1881-1973). In una famosa intervista al gallerista messicano Marius de Zayas del 1923 Picasso torna sul tema del rapporto tra arte e verità (che aveva aperto le Confessioni con la corrispondenza tra von Marées e Fiedler). Sia pur in termini necessariamente diversi, arriva alle stesse conclusioni di Liebermann: “Noi sappiamo tutti che l’arte non è la verità. L'arte è una menzogna che ci fa comprendere la verità, almeno la verità come a noi è dato possibile di comprendere.” [78] Sembrerebbe che il pittore voglia spalancare la porta agli argomenti in favore dell’avanguardia, ma come vedremo non è così: il rapporto con la realtà rimane al centro della pittura. Siamo infatti nella fase neoclassica della pittura di Picasso.

Quella fase si sposa perfettamente con l’amore di Westheim per il classicismo francese, e non è del resto isolata. Westheim cita infatti anche Derain (1880-1954), sia pur indirettamente, in un passo di André Breton di quegli anni (1921), che si pente della “distorsione delle forme” [79] della sua arte dei primi anni, e definisce Corot “come una delle apparizioni più geniali dell’Occidente.” [80]  Addirittura de Vlaminck (1876-1958) parla lo stesso anno del cubismo come “scuola, cubismo e bordello” [81].

È il richiamo del ritorno all’ordine del dopoguerra, cui risponde anche Giorgio de Chirico (1888-1978) con il suoscritto sul “Ritorno al mestiere nel 1919 (anch’esso incluso nelle Confessioni) che si conclude con l’affermazione ‘Pictor classicus sum’ [82]. Il medesimo rigetto dell’astrazione si trova nello scultore italo-tedesco Ernesto de Fiori (1884-1945), che compone proprio per le Confessioni di Westheim un brevissimo scritto su “Astrazione e naturalismo”: “Un’opera d’arte senza oggetto o astratta può essere spirituale o essenziale nel senso più completo del termine? Io devo rispondere: No. (…) Voglio soltanto dire che l’opera d’arte astratta nel migliore dei casi è solamente lo sviluppo di un’idea di forma, il chiarimento di un problema formale, una fredda teoria, e dunque non può essere una vera e propria opera d’arte. Invece l’opera d’arte naturalista può raggiungere l’altezza soprannaturale dell’idea pura.” [83]

Torniamo a Picasso: “L’idea della sperimentazione ha spesso condotto l’arte in errore e costretto lo spirito dell’artista ad un inutile lavoro notturno. Questo è forse in assoluto l’errore più grande dell’arte moderna. Lo spirito della sperimentazione ha avvelenato tutti coloro che non hanno colto a pieno gli elementi positivi e definitivi dell’arte moderna, e li ha condotti a voler dipingere l’invisibile e dunque l’indipingibile” [84]. In modo simile a quanto già affermato da molti degli artisti già citati, Picasso ritiene comunque che anche l’arte del passato non sia mai stata semplice rappresentazione della natura, ma sempre e solo una sua interpretazione. “Si parla di naturalismo come qualcosa di opposto alla pittura moderna. Vorrei sapere se vi sia qualcuno che abbia mai visto un’opera d’arte naturale. Natura ed arte sono due cose diverse e non possono dunque essere ridotte ad unità. Con l’arte esprimiamo la nostra rappresentazione di quello che la natura non è [85]. Dopo aver spiegato che pittori come Velázquez, Rubens, David, Ingres e Bouguerau non hanno fatto altro se non produrre la loro rappresentazione della natura (interessante che torni qui il tema schopenaueriano del mondo come rappresentazione, al centro delle convinzioni estetiche di Westheim) Picasso aggiunge: “Il cubismo non si differenzia da una qualsiasi altra scuola della pittura. A tutte sono comuni gli stessi principi e gli stessi elementi. Il fatto che per lungo tempo non si sia compreso il cubismo e che ancora oggi vi siano persone che in esso non vedono nulla, non significa niente. Io posso non parlare inglese ed un libro inglese per me consiste in pagine vuote. Ciò non significa che la lingua inglese non esista. E perché non dovrei dar la colpa a qualcuno, se non a me stesso, se io non capisco qualcosa che non conosco?” [86] Nel suo saggio “Eroi ed avventurieri” del 1931 Westheim cita il medesimo passaggio di Picasso e spiega: “Picasso viene il più delle volte frainteso: non è un pittore astratto. In lui non si parte – come in Kandinsky o come nei surrealisti – da determinate rappresentazioni formali. È un cubista, ovvero per lui quel che si vede, e che è oggettivo, deve essere colto chiaramente attraverso un principio d’organizzazione.” [87]

Non sorprende che le (brevi) citazioni di altri cubisti completino l’immagine che Westheim vuol dare del movimento, inteso come sistema costruttivo. Si legge ad esempio in un aforisma di Braque del 1917: “I sensi modificano le forme, lo spirito dà forma” [88]. Juan Gris scrive nel 1921: “Io lavoro con gli elementi dello spirito, con l’immaginazione, cerco di dar concretezza all’astratto, avanzo dal generale allo specifico, ovvero parto dall’astrazione per giungere ad un oggetto concreto. La mia arte è un’arte di sintesi, un’arte deduttiva (..) Cézanne fa di una bottiglia un cilindro, io, io parto da un cilindro per creare un’essenza unica e di tipo specifico” [89].


La bambola di Kokoschka – un caso speciale di imitazione della natura

Al pittore austriaco Oskar Kokoschka Westheim dedica un saggio nel 1918, ripubblicato nel 1925, l’anno delle Confessioni. L’interesse di Westheim per il figurativo giustifica forse perché egli dia molto spazio (12 pagine) alla corrispondenza del pittore con Hermine Moos, un’artigiana di Stoccarda specializzata nella costruzione di bambole. Le lettere sono qui pubblicate per la prima volta. È un caso vero e proprio di ricerca (patologica) di imitazione della natura. Abbandonato da Alma Mahler, Kokoschka non era riuscito a farsene una ragione e tra il 1918 ed il 1919 aveva incaricato la Moos di costruire una bambola a misura d’uomo (che egli chiama in tedesco a volte Fetisch, feticcio, ed a volte Idol, idolo), che riproducesse le fattezze dell’amata. Il 20 agosto 1918 scrive: “Cara Signorina Moos, ieri le ho inviato […]  una rappresentazione a grandezza naturale della mia amata. La prego di imitarla nel modo più accurato possibile e di realizzarla con tutta la sua pazienza e sensualità. Faccia molta attenzione alle dimensioni del capo e del collo, del busto, del tronco e dei membri. E prenda a cuore il contorno del corpo. Per esempio la linea del collo sulle spalle, la curva del ventre. Le ho disegnato la seconda gamba di profilo al solo scopo di permetterle di vederne le forme anche dall’interno; altrimenti l’intera figura è pensata esclusivamente di profilo, in modo tale che la linea del baricentro dalla testa fino alla pianta del piede le possa consentire una definizione precisa del profilo del corpo.” [90] Le invia separatamente istruzioni dettagliatissime sul naso [91], sul colore dei capelli (rosso Tiziano) [92], sullo scheletro, i muscoli e le zone molli [93], la pelle [94]. “Prenda come modello una delle immagini che Rubens ha fatto di sua moglie, in particolare i due quadri dove è rappresentata come giovane donna insieme ai figli.”  [95]

Kokoschka riceve delle foto della bambola e reagisce nel dicembre 1918 con una lettera lunga quattro pagine; dopo aver espresso le sue perplessità sul modello, che definisce di una “vitalità spettrale”, chiede correzioni e perfezionamenti su ogni aspetto: mani e piedi, occhi, pupille orecchie, base del collo, i seni (per i quali fa riferimento a Baldung Grien e Grünewald), la pelle, ecc. [96] Da allora in poi le lettere dell’artista sono sempre più caratterizzate da un senso di sconforto, fino a quando, finalmente, il pittore riceve la bambola: “Cara Signorina Moos, che cosa dobbiamo fare? … Sono veramente terrorizzato dalla Sua bambola. Sebbene io fossi ormai da tempo pronto a fare concessioni e a dipartire dalle mie fantasie nella direzione della realtà, la bambola contraddice in troppe cose quel che richiedevo e speravo da Lei. (…) Dal momento che queste mie richieste equivarrebbero ad una nuova produzione ed io non credo, per parlar apertamente, che Lei abbia la pazienza necessaria, allora dovrò rinunciare.” [97] È il 6 aprile 1919. In quei mesi è successo di tutto: Austria e Germania hanno perso la guerra, sono crollati imperi centenari e la società ha subito traumi violentissimi, ma il pittore era ormai prigioniero delle proprie paranoie e non si occupava che di quello.


L’artista e l’organizzazione dell’ordine delle cose

Si è già detto dell’influsso che Schopenhauer ha svolto su Westheim e sul suo tempo quando si tratta del compito che spetta all’artista di dare ordine alla natura, attraverso la sua capacità di rappresentazione della realtà. “L’arte è certo sempre una forma di ordine – scrive nel 1921 l’anziano Hans Thoma (1839-1924) in una breve lettera alla rivista Kunstblattche lo spirito umano cerca di creare dal caos dei sentimenti, che ciò avvenga attraverso forme, colori, tonalità o parole.” [98]

Nella lezione tenuta a Friburgo nel 1897, Hodler ritiene che porre ordine alla natura richieda molto più di un occhio esperto. Il quadro deve infatti proporre una combinazione armonica di “ritmo, forma e colore” [99], cogliendo “l’insieme delle linee ed il carattere delle proporzioni” [100]. Ne deriva la facoltà di ordinare la natura secondo le regole del parallelismo [101]. Non si tratta solamente di una regola che si “lascia provare in diverse parti di un oggetto, considerandolo in sé e per sé, ma è ancora più evidente se si confrontano numerosi oggetti dello stesso genere, l’uno di fianco all’altro.” [102] Da questo principio generale Hodler trae conseguenze precise anche nel campo di storia della pittura: la rivalutazione dei primitivi, la condanna del barocco. Ma egli va oltre: a suo parere, il parallelismo è una regola universale, che si applica alla nostra vita: “Il senso e le condizioni principali della vita sono le stesse per noi tutti. Abbiamo tutti le nostre gioie ed i nostri dolori – che sono solo ripetizioni di quelle degli altri – e che diventano evidenti all’esterno attraverso gli stessi gesti (o gesti analoghi), dal momento che siamo tutti fatti allo stesso modo. Se da qualche parte si tiene una festa, vediamo gli uomini muoversi in una e nella stessa direzione: sono esseri fra loro paralleli, che si seguono tra loro. A volte si vedono persone raccolte attorno ad un oratore, che esprime le proprie opinioni; o se entriamo in una chiesa durante una messa, sentiamo come un imponente flusso unitario.” [103] E conclude: “L’opera d’arte rivelerà un nuovo ordine che è immanente nelle cose, e che è l’idea d’unità.” [104]

Solo qualche anno dopo, nelle sue lettere a Emile Bernard del 1904, Paul Cézanne sembra esprimere la stessa ricerca di un ordine generale delle cose. È un passaggio celeberrimo: “Mi consenta di ripetere quello che Le ho già detto: si tratti la natura secondo il cilindro, la sfera e il cono e si ponga tutto nella giusta prospettiva, cosicché ogni lato di un oggetto, di una superficie conduca ad un punto centrale. Le linee che corrono parallele all’orizzonte danno l’estensione orizzontale di una porzione della natura (…). Le linee che sono perpendicolari a tale orizzonte danno la profondità. Ora, per noi uomini la natura ha più profondità che estensione, e da ciò deriva la necessità di mischiare una quantità sufficiente di blu nelle nostre vibrazioni di luce, rappresentate con tonalità rosse e gialle, per poter creare un effetto d’aria.” [105] Questo breve passaggio fa di Cézanne – agli occhi di Westheim come dei suoi contemporanei – uno dei maggiori teorici dell’arte contemporanea, nonostante egli stesso non ritenesse affatto di essere un teorico e men che meno un pittore filosofo. E infatti, in alcune successive lettere sempre a Bernard, lo stesso Cézanne lo esorta a non cadere in inutili forme di teorizzazione e di rimanere ancorato “all’unica vera via: il diretto e concreto studio della natura.” [106]

 Anche Paul Gauguin (1848-1903) propone alcuni precetti che, a suo parere, devono consentire di stabilire un ordine (nella forma di un sistema armonico tra i colori, secondo i precetti del sintetismo). Lo fa in un modo del tutto atipico: simulando l’esistenza di uno scritto sull’arte di un antico pittore turco, il “Livre des metiers de Vehbi—Zumbul Zadi”, ed in tal modo prendendo le distanze dai suoi stessi precetti (in un primo tempo, diversi critici caddero nel tranello). Si tratta di uno scritto di alcune pagine, ovviamente composto in realtà dallo stesso Gauguin sotto falso nome, e da lui inserito nel libro di memorie Prima e Dopo. Il testo di Avant et Après (un manoscritto illustrato) era stato ultimato nel 1903, poco prima della morte. Il facsimile del manoscritto viene pubblicato (in francese) per la prima volta a Lipsia nel 1918 [107]; è poi prima tradotto in tedesco nel 1920 [108] e solo in seguito pubblicato a Parigi, nel 1923 [109]. È dunque un testo ancora recente e ben conosciuto dal pubblico tedesco, al tempo della sua inclusione nelle Confessioni. “Cercate l’armonia e non l’opposizione, l’accordo e non lo scontro dei colori. È l’occhio dell’ignoranza ad assegnare un colore fisso ed immobile ad ogni oggetto. Io vi dico: guardatevi da questo scoglio. Esercitatevi a dipingere un oggetto in coppia o in ombra, ovvero a porre gli oggetti vicini tra loro oppure dietro il piano di oggetti che abbiano colori diversi o simili. In tal modo voi piacerete per la vostra varietà e la vostra, e ripeto per l’appunto la vostra, verità. Andate dal chiaro allo scuro, e dallo scuro al chiaro. (…) Evitate anche la posa in movimento. Ciascuno dei vostri personaggi deve essere in posizione statica. (…). Applicatevi al contorno di ciascun oggetto: la nettezza del contorno è l’appannaggio della mano che nessuna esitazione della volontà può mai indebolire.” [110]

Un vero e proprio sistema alternativo è rappresentato dal divisionismo. Diamo la parola a Paul Signac (1863-1935): “Il divisionismo è un’armonia di sistemi ambiziosi, più un’estetica che una tecnica. Il punto è solamente un mezzo tecnico. (…) Si può dividere il colore senza far ricorso ai punti.”  [111] “Dividere il colore significa cercarne forza e colore in modo tale da rappresentare la luce colorata attraverso i suoi elementi puri. (…) La base della divisione del colore è il contrasto. Il contrasto non è però forse l’arte stessa?” [112] E cita le parole che Georges Seurat (1859-1891) ha dettato al suo biografo Jules Christophe: “L’arte è armonia, l’armonia a sua volta è l’accordo di ineguali, ma anche l’accordo di ciò che è simile nella tonalità, nel colore, nella linea. Tonalità significa: chiaro e scuro. Colore significa: rosso ed il suo colore complementare verde; arancio ed il colore complementare violetto… Lo strumento tecnico a tal fine è la commistione ottica delle tonalità, dei colori e del loro opposti (le ombre), che sono tutti subordinati a regole molto precise. [113]

È Curt Herrmann (1854-1929) – che abbiamo più volte citato nelle parti precedenti di questo post - a teorizzare nel 1920 il divisionismo come espressione di un sistema di regole generali (o addirittura di leggi dell’arte), che definiscono il ritmo dell’arte ed intendono al tempo stesso risolvere il problema dello spazio. “L’espressione dello spazio è stata concepita dal naturalismo e dall’impressionismo come illusione; luce ed ombra erano gli effettivi strumenti per rafforzare l’impressione dello spazio. Oggi invece si intende il problema dello spazio come unità incondizionata di forma e colore. Vorrei far riferimento ‘all’organizzazione dell’elemento tridimensionale sulla superficie’ in opposizione alla costruzione dello spazio come illusione. La differenza è evidente. Nel primo caso il problema dello spazio viene risolto attraverso l’illusione prospettica dell’occhio, conducendo lo sguardo sullo sfondo del quadro, nel secondo caso le singole forme non simulano lo spazio grazie alla prospettiva, ma formano un organismo unico, che è diviso al suo interno e si muove ritmicamente, e perciò ha l’effetto di rinnovare la creazione e creare lo spazio. Ed il ritmo non domina solamente la forma, ma anche il colore che riempie le forme.” [114]

L’idea dell’opera d’arte come organismo vivente, soggetto ad una serie di regole ‘organiche’, era divenuta una costante, quasi un luogo comune in quegli anni: tra gli artisti inclusi nelle Confessioni ne avevano parlato in Germania Wilhelm Morgner [115] nel 1916 e Paul Adolf Seehaus [116] nel 1918.

Nel 1921 anche Albert Gleizes (1881-1953) riflette sulla “Missione creatrice dell’uomo nell’arte”, utilizzando gli stessi temi: il concetto di ‘creazione totale’ e l’idea della conversione della materia in organismi che abbiano “volontà e consapevolezza viventi” [117]. Gleizes teorizza l’idea che la creazione artistica sia soggetta ad una legge universale, che si possa manifestare ugualmente “in un cristallo come anche in un corpo umano” [118] e che sia parte dell’anima universale del mondo [119]. Interessante che tale idea si apra all’architettura. Sarà infatti l’architetto Bruno Taut a sviluppare il tema. Per la sua associazione di architetti “Catena di cristallo” (Gläserne Kette) scriverà un articolo programmatico dal titolo “La mia immagine del mondo”, in cui teorizzerà l’unità di materia e spirito [120] e la nascita della cosiddetta architettura cristallina: “ogni materia elementare vive” [121].

   

La composizione

Che la “legge della composizione” sia “la legge fondamentale della creazione  [122] è cosa di cui è convinto Odilon Redon (1840-1916), quando parla di quel che ha imparato alla scuola del suo maestro, il pittore accademico Jean-Léon Gérôme (1840-1916), a cui dedica alcune pagine piene di sincero affetto, nonostante la sua arte sia così differente da quella del pittore simbolista. “Io intendo le dimensioni, i ritmi [dell’opera], quest’organismo dell’opera che non può essere insegnato attraverso regole e forme, ma che si trasmette e comunica attraverso la comunione del lavoro dell’insegnante con lo studente.” [123]

In Redon l’amore per la composizione si riflette, da ultimo, nell’emergere di motivi astratti: “Comunque, sin dagli inizi ho cercato la perfezione ed in particolare – oggi si farebbe difficoltà a crederlo – la perfezione delle forme. Devo però subito premettere: non ho cercato la forma dei corpi. Nei miei lavori non si troverà una forma che oggettivamente si realizzi in se stessa, e che possa essere definita secondo le leggi della luce e delle ombre, per mezzo degli strumenti appresi della modellazione. Solamente agli inizi ho cercato – perché si deve pur cercare di far il massimo per capire tutto – di riprodurre gli oggetti visibili secondo questi metodi dell’antica ottica. L’ho fatto per esercizio. Ma oggi posso dichiarare con piena consapevolezza, e l’affermo con forza: la mia intera arte si limita solamente agli strumenti del chiaroscuro, e deve moltissimo agli effetti della linea astratta, questa forza che viene dal profondo, che influisce direttamente sullo spirito. La forza suggestiva non può creare nulla, se - con la linea che è tracciata dallo spirito - non trova rifugio nei giochi segreti delle ombre e del ritmo.” [124]

L’attenzione per la composizione è anche al centro dell’interesse di Henri Matisse (1869-1954), in un’intervista concessa nel 1909: “Che cosa hanno voluto in realtà i realisti e gli impressionisti? Essi cercano la pura imitazione della natura. La loro intera arte si basa sulla verità e sulla forza della rappresentazione. È un’arte del tutto obiettiva, si potrebbe quasi dire priva di sentimenti e esclusivamente consacrata al piacere. (…) Noi vogliamo qualcosa di diverso, vogliamo raggiungere un equilibrio interiore attraverso la semplificazione delle idee e delle forme plastiche. Il nostro solo ideale consiste nell’intero compositivo. I particolari danneggiano la purezza delle linee e l’intensità dei sentimenti, noi li rifiutiamo. Si tratta di apprendere – o forse di apprendere di nuovo – un modo di dipingere che metta al centro il puro elemento del disegno e della linea.” [125]


Il ritmo nella pittura

La ricerca di un nuovo ordine compositivo include il tentativo di combinare spazio e tempo: “Negli ultimi tempi mi è divenuto particolarmente chiaro che nel quadro non solamente ha effetto lo spazio (la superficie), ma che spazio e tempo sono inseparabili” [126]. Sono parole di August Macke (1887-1914), scritte nel 1913. L’incontro tra spazio e tempo “gioca un grande ruolo nell’osservazione dell’immagine. La cosa diviene subito chiara, non appena il quadro è di grande dimensioni ed è appeso in un corridoio lungo e stretto. In quel caso si deve passare lentamente a suo fianco. Osservare un simile quadro è come passare lungo una staccionata e sfiorare le singole traverse. (…) Ma quella staccionata è noiosa, perché ha sempre la stessa forma, come un mucchio di sabbia, come una parete appena imbiancata, come un nulla, come un 1:1:1:1” [127].

Invece “ciò che è meraviglioso in un quadro è il ritmo” [128] “Il bello di un quadro è nella capacità di dare ordine alle differenti linee, superfici, colori, forme umani, carne, fogliame, aureole, profili, colonne, (…) archi, cupole, tetti. [129] Paul Adolf Seehaus (1819-1919), suo contemporaneo, ripete l’argomento nel 1916: “cerco di modificare la forma della natura il meno possibile, e di lavorare con le forme che in essa si trovano, utilizzandole a fini ritmici.” [130] E nel 1917 definisce l’espressionismo come l’arte che non concepisce l’oggetto “come qualcosa di essenziale, in alcuni casi addirittura come qualcosa di definitorio” [131], ma “come occasione per sviluppare il proprio ritmo, di cui gli oggetti sono semplicemente un supporto. [132] Lo sguardo sulla natura (Seehaus parla di un “amore fanatico per il paesaggio” [133]) non è solamente un’occasione per riprodurla, ma suscita in lui anche lo stimolo “a giocare con le forme visibili, ad abbellirle nella fantasia, ad adattarle a se stesse, ad ampliarle attraverso il loro stesso ritmo ed a usarle in tal modo. [134] E del suo ‘Barche nel porto” dice addirittura che “il porto ha qualcosa di uno stupro della natura” [135].


Costruzione

Nel mondo che si tecnologizza, l’antica idea della composizione – concepita come reinterpretazione e riorganizzazione della natura da parte del pittore – si arricchisce e consolida con il concetto di costruzione, che include la stessa ambizione di rappresentare l’ordine delle cose ma in un quadro dove la realtà meccanizzata ha sostituito la natura come fonte d’ispirazione. Nasce così il costruttivismo. Il pittore e scrittore ceco Josef Čapek pubblica nel 1920 un testo intitolato “Esperimento di un esperimento” (Versuch eines Versuches). Il testo compare nel Kunstblatt del 1920 e Westheim lo include nelle Confessioni cinque anni dopo. In esso Čapek  riflette sul processo creativo ed assegna agli artisti lo stesso ruolo dei maghi. “Io chiamo la pittura magia, perché fa concorrenza al creatore. Egli creò la materia in tutte le sue forme, ma anche l’immagine con tutto il suo contenuto è divenuta materia. Non è vero che nella pittura si tratti di smaterializzazione: la figura dipinta deve essere una costruzione, qualcosa di perfettamente operativo, organico: una realtà.” [136] E aggiunge alcuni elementi cui si può credere: “(1) All’esistenza delle cose; le cose sono come sono, non ci sono apparenze, ma solamente realtà; (2) che l’uomo sia la misura di tutte le cose; (3) all’antropocentrismo, perché questa convenzione è la più pratica per gli uomini; (4) che i mezzi che sono organici all’uomo sono i migliori e i più giusti.” [137]  Questi ultimi mezzi sono le macchine.

Siamo in quadro nuovo, tutto rivolto al futuro: non a caso suo fratello Karel Čapek, uno dei maggiori scrittori e drammaturghi in lingua ceca, presenta nel 1921 un dramma teatrale di carattere fantascientico dal titolo “I robot universali di Rossum” in cui compare per la prima volta nella storia il termine robot.

Le Confessioni raccolgono numerose testimonianze della nuova estetica costruttivista: “Il nuovo studio della natura” di Rudolf Belling (1886-1972), “Sulla scultura” del lettone Karlis Zāle (1888-1942) e due brevi dichiarazioni dei russi Kazimir Malevič (1878-1935) e Iwan Puni (1892-1956). Appartiene a quel mondo lo scritto “L’estetica della macchina” di Fernand Léger (1881-1955); si tratta di un testo programmatico, e più precisamente di una lezione che il pittore francese tiene a Parigi nel giugno del 1924. Il lettore delle Confessioni viene dunque messo a conoscenza degli ultimissimi sviluppi della letteratura artistica. Il tema è quello della bellezza degli oggetti industriali come oggetti d’arte (e dunque non solamente ornamentali) ed espressione di un nuovo ordine geometrico “indipendente dai valori dei sentimenti, e dalle descrizione ed imitazione della natura.” [138]  Si ritrovano, in parte, concetti che abbiamo già visto altrove nelle Confessioni, sia pur sotto forma diversa: “Il valore della bellezza tecnica senza intenzione artistica risiede nel suo organismo e si lascia dedurre al tempo stesso dalle ambizioni geometriche. Posso dunque parlare di un nuovo ordine: l’architettonica del mondo tecnico. Dal momento che l’oggetto industriale appartiene all’ordine architettonico, ad esso è assegnato un ruolo importante nel quadro dell’odierna creazione artistica.” [139] Il nuovo ordine è equivalente a quelli passati: all’ordine dell’arte greca con le sue linee orizzontali, a quello dell’arte romanica e gotica, con la prevalenza delle linee verticali. È con il Rinascimento, invece, che l’arte entra in crisi, “con il più grave errore che mai vi possa essere” [140]: quello dell’imitazione della natura. Il nuovo ordine ristabilisce la vera arte.

Qui si interrompe cronologicamente l’antologia. La letteratura artistica delle due generazioni precedenti la pubblicazione delle Confessioni ci rivela che l’immagine oggi prevalente dell’arte nella Repubblica di Weimar, ma anche in Europa, non esaurisce la varietà delle posizioni espresse. Paul Westheim, uno dei grandi intellettuali tedeschi di quegli anni, documenta un dibattito estetico che almeno in parte è oggi stato dimenticato. Forse è un desiderio vano, ma l’antologia meriterebbe una ripubblicazione.


NOTE

[66] Hodler, Ferdinand – La Mission de l'artiste, a cura di Ewald Bender, Zurigo, Rascher & Cie. A.G., 1923. Il testo è disponibile all’indirizzo internet: 

[67] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 42.

[68] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 23.

[69] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 24.

[70] Il volume è stato pubblicato per la prima volta nel 1922, con il titolo “A soi-même. Notes sur la vie, l’arte et les artistes”, dall’editore H. Floury di Parigi. L’originale è disponibile all’indirizzo https://archive.org/details/soimmejourna00redouoft. La traduzione italiana è comparsa presso Abscondita nel 2004 (Redon, Odilon – A se stesso, a cura di Stefano Chiodi, 232 pagine) 

[71] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 82.

[72] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 98.

[73] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 100.

[74] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 103.

[75] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 105.

[76] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 112.

[77] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 23.

[78] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 144.

[79] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 154.

[80] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 153.

[81] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 155.

[82] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 303.

[83] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 282.

[84] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 144.

[85] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 144.

[86] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p.145.

[87] Westheim, Paul – Helden und Abenteuer, Welt und Leben der Künstler, Berlino, Verlag Hermann Recekendorf, 1931, pagine 238. Citazione a pagina 221.

[88] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 148.

[89] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 150.

[90] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 245.

[91] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 243.

[92] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 244.

[93] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 245.

[94] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 246.

[95] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p.323.

[96] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, pp. 247-250

[97] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, pp. 253-254

[98] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 22.

[99] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 43.

[100] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p.44. 

[101] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p.49.

[102] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p.51.

[103] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p.51.

[104] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p.53.

[105] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p.54.

[106] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p.55 e p. 56.

[107] Gauguin, Paul - Avant et après P. Gauguin aux Marquises 1903 – Leipzig, Wolff, 1918, 213 pagine.

[108] Gauguin Paul, Vorher und Nachher, a cura di Erik Ernst Schwabach, Monaco, K. Wolff, 1920, 240 pagine.

[109] La versione francese del 1923 è disponibile all’indirizzo 

[110] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 67.

[111] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 109.

[112] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 109.

[113] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 109.

[114] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, pp. 117-119

[115] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 197.

[116] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 177.

[117] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 336.

[118] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 338.

[119] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 339.

[120] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 286.

[121] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 288.

[122] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 76.

[123] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 76.

[124] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 85.

[125] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, pp. 140-141.

[126] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 166.

[127] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 166.

[128] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 166.

[129] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 166.

[130] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 168.

[131] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 172.

[132] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 172.

[133] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 170.

[134] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 173.

[135] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 173.

[136] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 310.

[137] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 310.

[138] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 323.

[139] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 324.

[140] Westheim, Paul - Künstlerbekenntnisse, … citato, p. 330.





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