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venerdì 19 febbraio 2016

Hans Ulrich Obrist. [Vite degli Artisti, Vite degli Architetti]. Londra, 2015. Parte Quinta


English Version

Hans Ulrich Obrist
Lives of the Artists, Lives of the Architects
[Vite degli Artisti, Vite degli Architetti]

London, Allen Lane, 2015, 544 pagine
(recensione di Francesco Mazzaferro)

Parte Quinta: Dialoghi con Dominique Gonzalez-Foerster, Felix Gonzalez-Torres, Marina Abramović e Nancy Spero

[Versione originale: gennaio-febbraio 2016 - nuova versione: aprile 2019]


Fig. 5) The Italian edition Hans Ulrich Obrist's Lives of the Artists, Lives of the Architects, published by UTET in 2017
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Parte importante della creazione artistica contemporanea è erede dell’arte concettuale, e si muove lungo una linea che allontana l’artista sempre più dalla materialità dell’arte, per avvicinarlo alla figura di creatore puro di sentimenti, che ha al centro della propria produzione il rapporto diretto con il pubblico. L’arte si smaterializza, ed il dialogo con l’artista diviene dunque fondamentale per lasciare traccia della creazione. Ecco gli esempi di quattro conversazioni.


Dominique Gonzalez-Foerster (1965-)

Nel caso dell’artista sperimentale Dominique Gonzalez-Foerster, Obrist presenta una trentina di pagine relative a conversazioni avute tra il 2006 e il 2010. Il tema comune ad ognuna di tali conversazioni è chiarissimo: l’arte deve essere smaterializzata; la materialità dell’arte va negata; l’oggetto è il nemico. “Sono molto riluttante all’idea di impiegare un oggetto nell’arte, perché (per come la vedo io) la relazione con un oggetto o una cosa è troppo ovvia. Io preferisco pormi in relazione con qualcosa che stia attorno a me, e di cui io stessa sia contemporaneamente parte. Io vorrei esplorare questo tipo di situazione complessa.” [111] “Per me la ricerca è una caratteristica permanente (…) perché ho sempre cercato il rapporto con l’ambiente, l’immersione, invece che il rapporto con l’oggetto. Non sono mai stata interessata al rapporto con qualcosa che si possa tenere in mano, ma piuttosto alla relazione con cose che ci circondano.” [112]

È per questo motivo che l’artista concentra la sua attenzione sull’interazione tra arte, architettura e ambiente, ispirandosi moltissimo alle esperienze dell’arte e architettura del Giappone, paese che sente proprio;  nelle pagine iniziali del dialogo parla in termini estetici della tropicalizzazione del clima a Parigi: paradossalmente, si tratterebbe di un lato positivo del nefasto effetto serra, che si concretizza nello sviluppo abnorme della vegetazione e “permette finalmente di rimanere a casa, in un rapporto bilanciato tra gli ecosistemi vegetale, organico e minerale.” [113]

L’artista spiega che la sua visione ambientale dell’arte è la conseguenza diretta dei suoi studi, esperiti presso la Scuola d’Arte di Grenoble, “la scuola d’arte più digitale, più scientifica di ogni altra e non semplicemente una scuola di pittura.” [114] Grenoble era una città laboratorio che, sotto l’effetto di Le Corbusier, fin dagli anni ‘50 aveva sviluppato un piano urbanistico portato avanti da un gruppo allargato di architetti, urbanisti e scienziati. Negli anni ‘60 e ‘70 erano stati costruiti quartieri nuovi, all’epoca considerati esempi di architettura ed urbanesimo novatori (il più celebre era il quartiere di Villeneuve, ovvero della Città nuova) e caratterizzati dalla valorizzazione degli spazi vuoti. “Essendo cresciuta in quest’ambiente, i miei spazi sono sperimentali. Sono spazi vuoti, parti che io lascio libere; non sono strutturati né da simmetria né nella loro costruzione, né dalla volontà di riempirli, ma al contrario di liberarli. Questa era anche l’idea della Villeneuve: liberare lo spazio sul suolo, costruire in alto in modo da liberare i parchi come un’area di avventura.” [115] La ricerca sullo spazio vuoto è evidente nei progetti artistici ed architettonici dell’artista a Kyoto e a Stoccolma  ma anche nelle istallazioni della serie Camere.

Un esempio di applicazione dell’arte allo spazio urbano è l’allestimento della stazione della metropolitana Bonne Nouvelle a Parigi. “In fondo, è stato possibile applicare l’intero programma, tutte queste idee che non sono sull’arte come oggetto, ma sono piuttosto legate al modo di esplorare il potenziale latente in ogni cosa, un modo di dire: 'Qui ci sono alcuni sedili, eppure se ne mettiamo insieme due, allora nascerà qualcosa. Là ci sono dei manifesti, eppure è possibile utilizzarli in un modo diverso. Non si tratta di fare un gesto che faccia tabula rasa e ricostruisca da zero. Piuttosto, è un modo di riconsiderare il vocabolario esistente e permettere alle cose di dar voce ad un significato differente. Così improvvisamente una luce diviene una sequenza di luci, un pannello per la pubblicità diviene uno schermo per proiezioni, lettere iniziano a danzare. Questo non ha nulla a che fare con l’idea di ricollocare un’arte che sia come un oggetto supplementare, ma piuttosto è molto più un metodo di trasformazione. Non è un readymade, ma una congiunzione, perché al tempo stesso non è neppure un oggetto. Non è la rivelazione di una cosa che è resa apparente, ma la coniugazione di un vocabolario - infatti, un linguaggio complesso. Ed io penso che questo sia quello che gli anni ‘90 hanno conseguito, rispetto agli anni ‘80. Siamo andati oltre la fase – una fase che in realtà a me è piaciuta – di porre i frigoriferi sopra le televisioni; siamo andati oltre l’oggetto e siamo entrati in una fase di articolazione. A mio avviso, in questo modo l’arte cinematografica è a noi servita da metafora. Se abbiamo fatto un uso così ampio dell’analogia con il film è perché abbiamo preso esempio da un linguaggio che ha articolato il suono, l’immagine – un linguaggio che si basa sulla congiunzione di elementi.” [116]


Felix Gonzalez-Torres (1957-1996)

Il dialogo con l’artista cubano, naturalizzato americano, Felix Gonzalez-Torres occupa solamente una decina di pagine, ma è di particolare intensità. Si tratta di un’intervista del 1996, ed il tema chiave che lo nutre è la necessità per l’arte di avere un rapporto attivo con il pubblico.  “Quel Passaporto #1  – che è una pila bianca di fogli di carta, 60 cm x 60 x 15 cm d’altezza, che il pubblico può portarsi via -  funziona come gran parte delle mie opere. Io ho bisogno di uno spettatore. Ho bisogno di un pubblico per fare in modo che quel lavoro esista. Senza uno spettatore, senza un pubblico, questo lavoro non ha alcun significato, è solamente un’altra stupida statua, che siede noiosa sul pavimento e che non ha nulla a che fare con questo lavoro. Questo lavoro è sull’interazione con il pubblico, ovvero su una collaborazione allargata.” [117]  “Così l’opera è stata un tentativo (…) di affrontare il fatto che, avendo questa pila sul pavimento che non è un originale – non si potrà mai avere un originale – si può mostrare questo pezzo in tre luoghi allo stesso tempo e sarà sempre lo stesso pezzo. Ed è quasi come se fosse una minaccia (non solamente una minaccia, ma una re-interpretazione) del mercato dell’arte e della commercializzazione di una singola opera originale, che non può mai essere tale, in effetti. Ed al tempo stesso, il lavoro è quasi una metafora, perché non si può distruggere qualcosa che non esiste.” [118]

Il Progetto 34, che è il frutto di una commissione attribuita all’artista dal MoMa di New York, consiste nel mostrare venticinque foto delle dimensioni di cartelloni pubblicitari. Le foto mostrano l’immagine “di un letto sfatto in cui due persone hanno dormito e impresso le forme dei loro corpi sul letto e sui cuscini.” [119] In realtà ad essere mostrato è il letto a due piazze dell’artista e del suo compagno. All’epoca, quest’ultimo era già scomparso a causa dell’AIDS, mentre Gonzalez-Torres era già affetto da virus HIV conclamato. Per i tempi, si trattava di una condanna a morte (il progetto è del 1994; l’artista morirà due anni dopo). Con l’eccezione di una foto, tutte le altre si trovano in differenti luoghi pubblici della metropoli americana: l’idea è di non fare una mostra nel museo (“Quel luogo non ha bisogno di nuova arte, è uno spazio molto bello, facciamo qualcosa fuori.” [120]) “I cartelloni per il MoMa originano da un impulso personale molto speciale. Avevo bisogno di vedere il mio letto, ma soprattutto avevo bisogno di prendere le distanze da esso. Permettimi di spiegartelo in questo modo: avevo bisogno di essere distante dal mio letto; quel letto era divenuto non solamente il luogo dove dormivo, ma era anche il luogo del dolore fisico durante la notte. Questo è stato il mio impulso personale.” [121]

Al tempo stesso, non si tratta semplicemente di una riflessione personale né solo di una forma di protesta per la discriminazione cui la comunità omosessuale era sottoposta negli anni in cui esplodeva l’epidemia. È anche una riflessione sugli scritti di Walter Benjamin sull’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, che Gonzalez-Torres aveva letto dieci anni prima. “Ho voluto fare un lavoro che prendesse in considerazione alcune delle sue idee. Quel che è importante è che l’opera in realtà non esiste (…) Sai, è come se fosse un’edizione illimitata (…). È un’opera sempre estremamente instabile [n.d.r. Obrist dice che l’opera vive nei suoi modi di produzione e de-produzione]. Ma questa è una cosa che apprezzo sinceramente. Apprezzo questo pericolo, quest’instabilità, questo essere in mezzo a due fasi.” [122]

Con Senza titolo (un ritratto) Gonzalez-Torres mostra un video senza immagini ma in cui compaiono unicamente dei sottotitoli. Il video, ovviamente, dovrebbe proiettare una serie di immagini, di ritratti di persone, ma nell’era dell’onnipresenza dell’immagine, allo spettatore, qui, è data solamente la possibilità di immaginarle. È una metafora sui limiti della comunicazione visuale: “Un ritratto fotografico, come diceva Barthes, non ha un sottotitolo, semplicemente non ci parla; è semplicemente una fotografia di una donna, ma dov’era quella donna? A Vienna, a Berlino, a L’Avana? Intendo dire: dove era questa donna? Dov’è stata presa la foto? Queste foto ci possono dire davvero poco.” [123] Sembrerebbe un puro gioco, ma non è così: “Affinché noi si possa interpretare una fotografia, abbiamo necessariamente bisogno di una transizione al linguaggio. L’unico modo in cui possiamo leggerla è tramite il linguaggio. Ho dunque deciso di usare l’altro metodo, gettare l’immagine e usare solamente il linguaggio” [124]. “Ho chiesto ad alcune persone di fare il ritratto di qualcuno. Ho chiesto loro di procurarmi una lista di avvenimenti privati e pubblici che avevano avuto un influsso sulle loro vite; l’ho letta e ne ho aggiunti altri; oppure mi sono rivolto nuovamente alle stesse persone chiedendo maggiori informazioni. L’intera cosa si basa sull’idea di una fotografia. Nella nostra cultura noi leggiamo le fotografie in due modi: gli elementi che le fotografie denotano e quelli che a loro sono connotati. Quel che denotano sono le categorie di cose su cui abbiamo poco da discutere: se sia una fotografia in bianco e nero, se sia la foto di un uomo o di una donna, se quest’uomo o donna abbia i capelli lunghi, corti, biondi, bruni (…). Ma quel che è connotato è l’altro modo di leggere le fotografie, che è per me il modo più interessante, perché ha a che fare con i testi che ognuno di noi ha nella propria testa: ‘Quella persona con i capelli lunghi ha una pettinatura degli anni ‘60 o una pettinatura secondo lo stile Vidal Sassooon degli anni settanta? Quella è una semplice maglietta oppure una Dolce & Gabbana o una Pierre Cardin? L’edificio sullo sfondo è di Adolf Loos o di Le Corbusier? È questo che connota una foto.” [125].


Marina Abramović (1946-)

Le trenta pagine di conversazioni con Marina Abramović riportano brani da interviste effettuate fra il 2007 ed il 2009. Anche nel caso della performer serba, il dialogo muove attorno ai ‘non-oggetti’. “A me piacciono sinceramente gli spazi vuoti; la mia testa è già talmente piena di cose; se avessi oggetti attorno a me o sulle pareti, sarebbe semplicemente troppo da sopportare. Così, preferisco uno spazio bianco minimalista, dove la luce cambia sulla parete; si tratta già un’informazione che a me basta“ [126]. L’artista che realizza un oggetto è equiparato all’uomo che inquina l’ambiente: “Credo davvero che gli artisti producano un enorme inquinamento nel mondo. Credo che oggi gli artisti debbano tornare nei loro atelier e chiedersi cosa stiano facendo. Tu sai che esiste un modo di dire sufi molto profondo, che è stato fatto proprio dalla pubblicità: ‘Less is more’ (far di meno per far di più). La mia versione è: facciamo sempre di più per fare sempre meno. Penso sempre a quanto poco necessario sia realizzare opere d’arte, quanto limitato possa essere il loro uso. Voglio dire che, specialmente in questi tipi di performance, in pratica non usiamo un qualsiasi materiale: due pietre, tre registratori Sony, un mucchio di carta bianca – stiamo parlando di pochissime cose. Perché mai gli artisti, specialmente nella nostra generazione, pensano di aver bisogno di materiali veramente costosi per fare un’opera d’arte?” [127] Non sorprende dunque che la Abramović mostri una predilezione preferita per le opere invisibili di Gino De Dominicis [128], oppure per l’artista che respira di James Lee Byars [129] o, ancora, per le parole che Tino Sehgal sussurra segretamente nell’orecchio di un curatore [130].


Nel 1990 – osserva Obrist – Marina Abramović aveva profetizzato che il secolo seguente sarebbe stato non solamente un secolo senz’arte, ma addirittura un secolo senza oggetti. Obrist è molto scettico: “Sarebbe dovuto essere un mondo dove l’essere umano avrebbe raggiunto un tale livello di coscienza ed uno stato mentale così forte da poter trasmettere i suoi pensieri ad altre persone senza il bisogno intermedio di oggetti” [131]. L’artista crede però che proprio questo processo si stia realizzando e tuttavia: “Ti devo deludere; il processo è un po’ lento. Ci sono ancora oggetti attorno a noi.  (…) Eppure, ogni cosa diviene sempre più elettronica e sempre meno materiale in tutte le forme di comunicazione e nel modo in cui viviamo le nostre vite. Il corpo è quasi un ostacolo. Ci sono ancora oggetti e probabilmente sempre ci saranno, ma penso vi sia una specie di purezza che può essere raggiunta in questo concetto d’arte che sto cercando. Per raggiungere il punto in cui uno stato mentale possa essere trasmesso in maniera diretta, l’artista deve lavorare con il pubblico. Fino ad oggi il pubblico è stato molto passivo, quasi il ‘guardone’ dell’opera d’arte: in un museo tu impari e non tocchi le opere, non devi fare né questo né quello. Ci sono tutte queste restrizioni e non si può proprio interagire. Credo ciò debba cambiare. Bisogna invece che il pubblico acquisisca una posizione molto più interattiva; deve diventare colui che realizza esperimenti e, insieme all’artista, deve imparare ad incidere direttamente sullo stato mentale; allora gli oggetti non saranno più necessari tra l’artista ed il pubblico. La trasmissione d’energia pura e la diffusione di un tipo di benessere saranno le sole cose richieste.” [132]


È inevitabile che per l’Abramović il tempo diventi il fattore decisivo della creazione artistica. Fino a citare l’esempio di Tehching Hsieh, performer taiwanese naturalizzato americano, le cui performance possono durare fino ad un anno intero. “Ha realizzato solamente cinque lavori nella vita, ma ognuno dura un anno. Quasi nessuno lo conosce, perché non lavora per danaro, la sua arte non si può vendere. […] Per me è terribilmente importante, perché le sue opere sono così radicali, così incredibilmente pazzesche. Uno dei pezzi più forti che ha fatto è quello di mettere in punto un orologio ogni ora per un anno (fra il 1980 e il 1981). Questo significa che non ci si può allontanare dall’orologio per un anno, non si può dormire più a lungo di 55 minuti, non si può mangiare, non si può andare a far la spesa.” [133] 


Nancy Spero (1926-2009)

Nancy Spero è stata artista dichiaratamente impegnata nel quadro della sinistra radicale statunitense, a favore del mondo femminile e contro la guerra; le sue interviste risalgono al periodo 1994-2008. La Spero adotta un linguaggio simbolico caratterizzato, nella maggior parte della sua vita, da citazioni del mondo classico o di mitologie primitive, dall’impiego di testi dei grandi della letteratura europea del Novecento (Brecht, Artaud), dalla ripetizione di immagini e dalle autocitazioni di opere precedenti, come se il suo fosse un tentativo di inventare ed usare un nuovo alfabeto visivo.

Ho voluto che Nero e rosso III fosse araldico, come una bandiera.  Sono lavori celebrativi con una connotazione politica – mostrare le donne come una presenza fisica importante. È quasi un’utopia; un modo per dire che esiste una possibilità, ovvero il controllo da parte delle donne del loro corpo e la donna come protagonista”[134]. In altri casi “è come se le figure stessero danzando letteralmente via dalla carta (…) Ci sono suonatrici di flauto e lira dell’antico Egitto, musicisti, acrobati e una figura aborigena che sembra un insetto – e c’è anche Josephine Baker. L’ho fatta su una foglia d’oro. Porta calze fino al ginocchio e saluta con la mano salutando alla maniera di Josephine Baker. Ho anche una giovanissima Yvette Gilbert tratta da un disegno di Toulouse-Lautrec, che rivolge lo sguardo ad una Yvette Gilbert anziana attraverso la stanza e verso le scale in basso; la vecchia Gilbert è disegnata in un rosa acceso e si appoggia ad una falsa colonna dipinta.” [135]


Nell’atelier dell’artista, Obrist osserva: “Vorrei parlare del tuo atelier per un momento. Ci sono tavole tutte popolate da una straordinaria polifonia di [500] protagonisti. (...) Ognuno di essi è un dipinto individuale”.  E la Spero continua: “Sì. Ho un’intera produzione teatrale di questi individui; invece di iniziare da zero, ho immagini che aggiungo continuamente e che sono ricorrenti. Forse non la maggior parte delle immagini, ma – diciamo così - uso e riuso continuamente almeno una quindicina di esse. (…) È come se utilizzassi un linguaggio.” [136] E in un’altra pagina gli individui diventano “personaggi” [137]. Spesso le figure sono trasformate volontariamente: “Le figure che uso nei miei lavori non sono riproduzioni identiche agli originali, ma sono riconoscibili per quel che era la loro origine.” [138]

Anche l’uso delle tecniche, pur seguendo un’evoluzione negli anni, evita ogni enfasi. “Il mio lavoro è cambiato, passando negli anni dalla pittura ad olio alla pittura su carta, dalla stampa a mano su carta al collage. … C’è stato un anno, nei primi Settanta, in cui ho fatto alcuni pezzi solamente usando il linguaggio” [139] Obrist chiama le opere della Spero “installazioni effimere” [140] oppure, quando si tratta di opere permanenti, “non-monumentalità permanenti” [141] La Spero spiega: “Io stampo le figure e lavoro su di esse, ma sono relativamente piccole. Occupano il loro spazio, e in verità possono prenderne molto, ma possono anche essere confinate o essere sparse attorno ad una piccola stanza come una biglietteria. Ciò nonostante l’architettura viene rivelata. La pittura non copre l’architettura. Non siamo di fronte a un affresco nel senso convenzionale del termine.” [142]
Le autocitazioni sono evidenti in una serie di opere ispirate allo sterminio degli ebrei. “Molto tempo fa mi capitò di ascoltare alla radio un programma sulla poesia di Brecht con traduzione in americano. Ho ascoltato ‘La ballata di Marie Sanders, prostituta ebrea’. Ho pensato che fosse fantastica. Studiare la condizione femminile è qualcosa che mi è sempre interessato, così ho cercato di procurarmi una copia del libro che conteneva la ballata. Mi serviva esattamente per parlare di quello che volevo mettere a fuoco: la sessualità delle donne e la loro condizione. E non si tratta solamente dell’americana della classe media e del femminismo, ma di molto di più di questo.” [143] Il disegno del 1990, non a caso stampato a lato del testo di Brecht, viene riutilizzato più volte dall’artista nel corso del 1994, in un caso assieme alla foto di una partigiana russa prima della fucilazione e in un altro con l’immagine di una divinità dell’antico Egitto.

L’installazione usa una poesia o ballata di Bertold Brecht scritta durante l’epoca nazista, nel 1934 o nel 1936. È dedicata a una giovane donna che ha rapporti sessuali con ebrei. La donna è costretta a scendere per strada, le vengono tagliati i capelli, le sue mutande sono calate a metà. Probabilmente marcia verso la morte. Evidentemente si tratta di una situazione che accadeva spesso. Un anno prima che trovassi la poesia di Brecht, Leon Gloub [n.d.r.  compagno di vita della Spero, anch’egli artista] aveva trovato in una rivista la foto di una donna legata, nuda, ad l’eccezione di calze e scarpe. Le calze sono aggrovigliate e le braccia legate in modo strettissimo. Ha un bavaglio ed una corda attorno al collo: la stanno per impiccare. Se guardi l’immagine solo un instante, sembra un’immagine pornografica. Sotto la foto si legge in francese: ‘[nota di redazione: Foto] trovata su un membro della Gestapo.’ Insomma, questo soldato o ufficiale aveva preso una foto di questa donna che stava per essere impiccata. Si tratta di un’immagine senza dubbio crudele. Avevo trasformato la foto in una lastra per una stampa, ma non sapevo che cosa farne fin quando non ho letto la poesia di Brecht.” [144]

Rimane da osservare che, come nel caso di Dominique Gonzalez-Foerster, anche la Spero affidi alla rete della metropolitana il compito di mostrare la propria arte al pubblico. Una forma di monumentalità minore, e non più di non-monumentalità permanente. È il caso, infatti, delle opere eseguite nella metropolitana di New York, alla stazione del Lincoln Center. “Questi personaggi sono un mosaico all’interno della metropolitana. Rappresentano la creatività. Ce n’è uno che è una star dell’opera in un abito dorato, con le mani alzate, mentre canta. E mentre il treno avanza, le sue braccia si muovono lateralmente, andando su e giù. (…) Sono contenta che il mio mosaico nella metropolitana sia dove c’è il Teatro dell’Opera, la musica è proprio lì.” [145]


NOTE

[111] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists, Lives of the Architects, 2015, Allen Lane. Citazione a p.55.

[112] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 48.

[113] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 44.

[114] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 45.

[115] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 46.

[116] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 52.

[117] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 111.

[118] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 114.

[119] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 113.

[120] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 112.

[121] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 112.

[122] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 114.

[123] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 117.

[124] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 116.

[125] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 116.

[126] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 249.

[127] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 268.

[128] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 249.

[129] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 250.

[130] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 250.

[131] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 254.

[132] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), pp. 254-255.

[133] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), si vedano le pagine 257 e 263.

[134] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 309.

[135] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), pp. 300-301.

[136] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), pp. 319-321.

[137] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 300.

[138] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 299.

[139] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 300.

[140] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 300.

[141] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 301.

[142] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 301.

[143] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 311.

[144] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 307.

[145] Obrist, Hans Ulrich - Lives of the Artists … (citato), p. 323.


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