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mercoledì 24 febbraio 2016

Islamic Art and Visual Culture. An Anthology of Sources. A cura di D. Fairchild Ruggles


English Version

Islamic Art and Visual Culture
An Anthology of Sources

A cura di D. Fairchild Ruggles


Hoboken (NJ), Wiley-Blackwell, 2011



Testo della quarta di copertina:

"Islamic Art and Visual Culture è una raccolta di fonti primarie proposte in traduzione che ha funzione di supporto per la storia visiva e culturale. Queste traduzioni essenziali sono tratte da fonti fra loro diverse come il Corano, le cronache di corte, le lettere, i trattati tecnici sulla calligrafia e sulla pittura, le memorie imperiali, gli atti di dotazione, i giudizi legali, i resoconti di viaggio degli stranieri e i manuali di gestione delle città. Note esplicative chiare e concise contestualizzano ogni testo e spiegano le circostanze in cui fu scritto (la data, il luogo, l’autore e le condizioni politiche), e ogni oggetto, edificio o sito di cui parla il testo viene descritto. Strumento perfetto per insegnanti e studenti di arte e cultura visiva, questa raccolta ricca e varia fornisce un’immagine vivida della cultura visiva e della società islamica."

Roma, Sala principale della Grande Moschea, 1995 (architetto Paolo Portoghesi)
Fonte: Wikimedia Commons

I pregi di un’antologia

L’antologia ha uno scopo chiaramente didattico e rappresenta uno strumento utilissimo per chi voglia avvicinarsi al mondo dell’arte islamica. Quello dell’autrice è stato un compito ingrato. Rendere conto di testimonianze che coprono quasi un millennio di storia e sono relative a un’area geografica che va dalla Spagna all’India in non più di 200 pagine, preoccupandosi inoltre di contestualizzare ogni scritto in una realtà ai più sconosciuta deve aver richiesto un lavoro di sintesi non indifferente. D. Fairchild Ruggles fa presente (p. 1) che maneggiare una simile rassegna di fonti non è usuale nemmeno all’interno del mondo islamico, posto che esiste un noto problema di lingua (a partire dai tre ceppi fondamentali dell’arabo, del persiano e del turco). Da qui quindi il maggior pregio dell’antologia: riunire gli estratti tutti in inglese.

Grande Moschea di Kairouan (Tunisia)
Fonte: Wikimedia Commons


Storia della cultura visiva e letteratura artistica

Parlando della sua antologia, la curatrice evidenzia come si tratti di una raccolta di fonti primarie a testimonianza della storia della cultura visuale. Sotto questo punto di vista credo sia importante capire che Ruggles non sta parlando di “fonti di storia dell’arte” o di “letteratura artistica” così come siamo abituati a considerarle in Europa (esclusa la Gran Bretagna). Il mondo anglosassone – lo si è detto molte volte – storicamente non conosce (o, meglio, non fa propria) la tradizione di studi derivante dalla Letteratura artistica dello Schlosser. Le fonti “primarie” dell’antologia, dunque, sono intese in senso largo: “le fonti primarie possono comprendere iscrizioni su vetro, oggetti lavorati in metallo, e sulla mura di edifici [n.d.r. nonché, aggiungo io, su tappeti lavorati], che sono opere sia scritte sia visuali e che contemporaneamente forniscono esempi di testi contestualizzati storicamente” (p. 2). Nel caso specifico, si rivela una scelta felice, posta l’importanza che ha la scrittura nella esperienze artistiche islamiche. Molte fonti, poi, hanno una spiccata valenza storica, e possono trovare un’equivalenza nelle “cronache” medievali europee; da un punto di vista strettamente artistico possono quindi risultare in qualche modo deludenti. È pur vero che i commenti introduttivi della curatrice permettono comunque di cogliere l’importanza storica di semplici cenni che altrimenti potrebbero passare inosservati. Si pensi ad esempio alle Lettere dei Fratelli della Purezza (ante 909) che testimoniano l’organizzazione delle arti su base corporativa (pp. 22-23).


Istanbul, Palazzo Topkapi, Porta della Felicità
Fonte: Wikimedia Commons

La struttura dell’antologia

Detto tutto ciò, l’antologia è organizzata in cinque macro-aree [1]:

I fondamenti. Documenti religiosi, politici, giuridici e amministrativi dall’Islam delle origini e luoghi in transizione
Si trovano estratti dai testi sacri dell’Islam (primo fra tutti il Corano) che condizioneranno poi le scelte artistiche dei secoli successivi.

Comportamenti, doni, tesori e collezioni.
I documenti raccolti in questa sezione provengono da passi che illustrano la ricchezza di molte collezioni di personalità politiche e da altri testi che hanno invece natura precettiva (si tratta dei cosiddetti “specchi dei principi”, un genere letterario che ebbe grande fortuna e che forniva appunto precetti sul comportamento che dovevano tenere i principi nel governare).

Arte
Il capitolo dedicato all’arte in senso stretto è, ovviamente, il più interessante dal nostro punto di vista. Si divide a sua volta in alcune sotto-sezioni: a) botteghe, corporazioni e mestieri in generale; b) calligrafia e scribi; c) pittura; d) tessuti; e) ceramica, vetro, avorio e altri materiali; f) geometria, estetica. Ne parleremo meglio più avanti.

Spazio: Architettura e urbanistica
Anche qui compare una divisione in sotto-categorie: a) tecniche architettoniche; b) motivi ed elementi architettonici; c) urbanistica e territorio. Di particolare interesse gli estratti relativi alle tecniche architettoniche. Ibn Khaldun (metà del XIV secolo), ad esempio, descrive le tecniche di costruzione utilizzate per gli edifici costruiti in argilla e per gli stucchi ornamentali. Frutto di quelle tecniche furono strutture come l’Alhambra a Granada. Risale invece a metà 1500 l’opera dello storico Abu’l-Fazl Allami, vissuto sotto l’impero Moghul, in cui è possibile leggere una lista straordinariamente precisa degli strumenti necessari per costruire un edificio (e dei loro prezzi di mercato). Nella sotto-sezione dedicata ai motivi architettonici è compresa fondamentalmente la descrizione di strutture dedicate al culto religioso nell’ambito delle moschee, come possono essere i pulpiti, le aree separate dedicate alla preghiera degli uomini illustri (Maqsura), i palazzi di governo, in genere addossati alla moschea (Dar al-imara), le scuole e i collegi (Madrasa)


Alhambra, Granada, Patio dei Leoni
Fonte: Wikimedia Commons


Luoghi
Gli estratti contenenti descrizioni di località o di edifici (normalmente di moschee) sono davvero numerosissimi. Nella quasi totalità dei casi si tratta di testi che hanno natura storica e fissano appunto la realtà di una determinata struttura in un preciso momento storico. Oltre agli scritti degli storici, hanno particolare importanza quelli dei geografi e dei viaggiatori, siano essi musulmani (e qui è d’obbligo ricordare l’equivalente del nostro Marco Polo, ovvero Ibn Battuta (1304-1370 circa) che viaggiò dalla Cina e dalla Russia meridionale fino all’Africa orientale) o di forestieri inviati in missioni diplomatiche o guidati da spirito di avventura. A puro titolo di curiosità si ricorda anche una pagina frutto di mano femminile, quella di Lady Mary Wortley Montagu (una figura di viaggiatrice, scrittrice e poetessa famosissima in tutta Europa, e vissuta a lungo anche in Italia), che nel 1718 dà conto della sua visita a un harem turco (il marito era all’epoca ambasciatore presso l’Impero Ottomano). Più in generale tuttavia lo spettro delle località testimoniate è amplissimo e va dalla penisola arabica (e ovviamente dalla Mecca) a luoghi tristemente noti oggi come teatro di guerre (Siria e Iraq), da Spagna e Portogallo al Maghreb, all’Africa (spingendosi sino a Timbuktu) e alla Sicilia; dall’Egitto alla Turchia e all’Impero Ottomano, dall’Iran e dall’Asia centrale sino all’India.

Taj Mahal, Agra, India
Fonte: Wikimedia Commons

Aniconismo e pittura

Inutile girarci attorno: qualsiasi valutazione dell’arte islamica deve tener conto della scelta aniconica dell’Islam. Ad essere sinceri, ci sembra che la curatrice dia per scontate molte cose in proposito e venga meno a quegli scopi didattici che si prefigge con la sua antologia. Proviamo a riassumere. L’Islam è una religione aniconica, in cui cioè è vietata la raffigurazione del volto divino. Cosa diversa è l’iconoclastia: l’iconoclastia consiste nella distruzione delle immagini e delle opere d’arte, e, in qualche modo, è conseguenza del fanatismo aniconico. Già propria del mondo ebraico (basti ricordare l’episodio biblico dell’adorazione del vitello d’oro), la scelta islamica dell’aniconismo (e nelle forme più cruente dell’iconoclastia) è di grande impatto anche per il mondo cristiano. Non vi è dubbio che sollecitazioni decisive verso la querelle iconoclasta che percorre il mondo bizantino per secoli (una disputa prima di tutto di ordine religioso su cui si innestano interessi di carattere politico) provengano dalle comunità cristiane che all’epoca vivevano in Siria [2]. Ciò detto, non esiste nel Corano un divieto di rappresentazione delle immagini. Tale divieto compare invece negli Hadith (le Tradizioni), tecnicamente resoconti dei comportamenti e delle azioni del Profeta operati dai suoi discepoli, trasmessi per via orale e poi trascritti. Qui si dice che sono vietate (perché forma di idolatria) le rappresentazioni divine; la posizione sulla rappresentazione dell’uomo e della natura è molto più sfumata. Un’interpretazione intransigente dell’aniconismo islamico vuole che sia vietata la rappresentazione dell’uomo perché tentativo di mettersi in competizione con la creazione divina; e si spinge anche a condannare qualsiasi forma di rappresentazione naturale e mimetica per lo stesso motivo. Da qui la tradizione dell’arte islamica come pura decorazione e rappresentazione di motivi astratti.

Va pur detto che le posizioni, in realtà, furono molto più sfumate, e – fermo restando il divieto alla rappresentazione di Dio – lo testimonia anche la presente antologia. Un invito alla rappresentazione naturale appare ad esempio nel Trattato di Pittura (Qanun al-Suvar) di Sadiqi Afshar Beg, vissuto in Persia nella seconda metà del 1500. Il trattato ha chiari intenti didattici: “Puoi benissimo essere incline a dipingere la figura umana. Se questo è il tuo scopo, allora solo Madre Natura deve servirti da guida” (p. 51). Non è un caso, comunque, che subito dopo l’artista distingua fra “pittura umana” e “pittura di animali”, come generi fra loro diversi, ed evidentemente da insegnare (e apprendere) seguendo un percorso differenziato. Quando poi si passa a leggere le pagine scritte dello storico Abu’l-Fazl ‘Allami dedicate alla passione dell’imperatore Moghul Akbar per la raffigurazione umana (siamo a cavallo fra 1500 e 1600), ci viene in mente in qualche modo il Museo dei ritratti di Paolo Giovio:

“Disegnare la verosimiglianza di qualsiasi cosa è chiamato taşwīr. Sua Maestà, sin da giovanissimo, ha mostrato grande predilezione per quest’arte e l’incoraggia moltissimo (…). Per questo motivo l’arte fiorisce e molti pittori hanno ottenuto grande reputazione (…). Molti eccellentissimi pittori, e molti capolavori, al livello di un Bihzad [3], possono essere posti a fianco delle opere meravigliose dei pittori europei che hanno ottenuto fama mondiale. La minutezza nei dettagli, il livello complessivo di finitura dell’opera, la forza di esecuzione etc, oggi osservabili in pittura, sono incomparabili; anche gli oggetti inanimati sembrano vivi. Più di cento pittori sono divenuti maestri famosi dell’arte, mentre il novero di coloro che s’avvicinano alla perfezione, o di coloro che sono a medio livello, è grandissimo. Ciò è manifestamente vero per i pittori Hindu; i loro quadri sorpassano la concezione di ogni cosa (…). Un giorno, a una festa privata con amici, Sua Maestà (…) ha affermato: “Ci sono molti che odiano la pittura; questa gente non mi piace. Mi sembra che il pittore abbia strumenti peculiari per riconoscere l’opera divina” (…) Sua Maestà stessa ha posato per avere un suo ritratto, e anche ordinato di avere i ritratti di tutti i grandi del reame. Ha così formato un immenso album; coloro che son morti hanno ricevuto nuova vita, e coloro che son vivi hanno ricevuto una promessa d’immortalità” (pp. 53-54).

Kamal-ud-din Bihzad, Costruzione delle mura di Kharnaq, 1495 circa, Londra, British Museum
Fonte: Wikimedia Commons

E tuttavia la presenza di una forma di diffidenza del mondo islamico nei confronti della pittura, sconfinante nell’iconoclastia, è testimoniata ad esempio nel racconto del viaggiatore ottomano Evliya Çelibi, che narra (in una raccolta che ha natura di commedia) della cancellazione dei volti in alcuni antichi manoscritti (pp. 55-57); o ancora, nel resoconto molto più antico (siamo a inizio del 900) con cui lo storico Narshakhi descrive la moschea di Bukhara (oggi in Uzbekistan), risultante dalla trasformazione, a inizio 700, di un tempio precedente, sulle cui porte comparivano immagine intagliate di divinità a cui furono immediatamente cancellate le teste (pp. 149-150).


Reza Abbasi, Due amanti, 1630 circa, New York, Metropolitan Museum
Fonte: Wikimedia Commons


Calligrafia

Se il ruolo della pittura nel mondo islamico è oggettivamente difficile, è invece fuori di dubbio che a godere di prestigio illimitato sia la calligrafia. Le motivazioni sono di ordine religioso. Vuole la tradizione (ribadita ad esempio in uno scritto di fine 1500 intitolato Gulistan di Qadi Ahmad (p. 49)) che il primo oggetto creato da Dio sia stato il qalam (il calamo). Lo scriba, nella scala sociale islamica, si trova a un livello molto alto; oltre a conoscere decine di calligrafie diverse, deve avere nozioni di matematica, di ingegneria civile, di calcolo astronomico e di geometria. Nel 1514 Mawlana Sultan-‘Ali, originario di Mashhad (oggi in Iran) scrive un bellissimo poema popolare (pp. 40-46) che in parte funge da manuale d’istruzione e in parte ha natura autobiografica. La scelta della composizione in versi appare dettata dalla maggior facilità con cui i futuri calligrafi potevano memorizzare le prescrizioni dell’autore:

“Lo scopo di Murtada-‘Ali [4] nello scrivere
non era quello di riprodurre semplicemente lettere e punti,
ma l’essenza delle cose, la purezza e la virtù,
e mirò a questo usando la bellezza della scrittura”

È chiaro, insomma, come la calligrafia assuma una dimensione religiosa; e non bisogna quindi stupirsi dell’abbondanza di prescrizioni che hanno a che fare con tutto ciò che riguarda il mondo dello scrivere. Ne è un esempio il Trattato sulla carta, il colore e l’inchiostro di Simi Nishapuri (1433) di cui sono presentati due estratti in questa antologia. “I due estratti qui sotto trattano della tinteggiatura e dell’applicazione dell’oro e di altri colori sulla carta. La moda di scrivere su carta colorata [n.d.r. condannata da Mawlana Sultan-‘Ali nel poema sopra citato] deriva dalla Cina e raggiunse l’Islam attraverso gli scambi commerciali fra Cina e Iran nel XIII secolo. Il Jawhar-i Simi [n.d.r. è il titolo del trattato] è il più antico manoscritto a noi noto a fornire istruzioni su questo tipo di pratica. Il secondo estratto fa riferimento alla scrittura con metalli e con pigmenti colorati” (p. 38). Ovviamente queste pagine hanno un valore particolare per tutti coloro che si occupino di tecniche artistiche.

Calligramma arabo a forma di cicogna, 1604-1605, Topkapi Palace Museum
Fonte: Wikimedia Commons

Più in generale l’importanza del segno diviene una cifra caratteristica di buona parte dell’arte islamica e tracima dalla scrittura su carta per assumere un ruolo monumentale con l’inserimento di grandi iscrizioni sui principali edifici religiosi e civili urbani. D’altro canto non si può almeno non accennare all’inserimento di iscrizioni nella secolare tradizione tessile dei tappeti: “La parola tiraz significa letteralmente iscrizione, e il termine ţirāz fa spesso riferimento a un genere di tessuti islamici realizzati con un bordo in cui compare un’epigrafe ricamata” (p. 57).


In conclusione…

A p. 105 la curatrice presenta una breve descrizione della Cittadella di Aleppo nel 1185. Il testo è tradotto da un estratto in inglese di Guy Le Strange, 'Palestine under the Moslems: A Description of Syria and the Holy Land from AD 650 to 1500', Londra, 1890. In questi giorni di guerra, ci sembra giusto proporlo all’attenzione del lettore:

Aleppo, Veduta aerea 2016
Fonte: La Stampa


"Halab [Aleppo] sorge a una notte di viaggio da Al-Bab e Buza'ah. E' un luogo dove si conservano rovine sacre, con una cittadella famosa e inespugnabile. Era la città dei principi Hamdanidi, la cui dinastia si è ora estinta. Sayf al-Dawla [n.d.r. principe Hamdanide, che regnò dal 944 al 967] la rese bella come può essere una donna che va in sposa. La cittadella sorge su una collina dove, nell'antichità, Abramo era solito ritirarsi la notte con le sue greggi per mungerle ('halaba'), distribuendo il latte ai mendicanti. Da qui, come si dice, deriverebbe il nome di Halab. Vi si trova un santuario, molto visitato dal popolo. All'interno del castello sgorga una gran quantità d'acqua, e gli abitanti hanno costruito due grandi cisterne per raccoglierla e conservarla. Attorno a queste cisterne corre un doppio sistema di mura. Sul lato della cittadella che dà verso il centro abitato si trova un fossato profondo, in cui scorre l'acqua in eccesso. La cittadella ha mura alte e torri, e lì si trova l'abitazione del sultano. Nella città si trovano mercati belli e grandi, tutti coperti con tetti di legno. Strade ombreggiate, con fila di negozi, conducono ad ognuna delle porte di accesso alla moschea. La moschea è molto bella, e con un pavimento lastricato in maniera stupefacente. [...] Nel cortile della moschea vi sono due pozzi. Aleppo è particolarmente famosa per la lavorazione del legno. Il Miharb [n.d.r. l'abside] della moschea è molto bello, lavorato in legno fino al tetto, con intagli ornamentali e inserti in altri tipi di legno rari, avorio e ebano. Anche il Mimbar (il pulpito) è bellissimo da vedere. Sul lato occidentale della moschea si trova la Madrasa (o collegio) degli Hanafiti, con un bel giardino. In città ci sono altri quattro o cinque collegi del genere, e anche un Maristan (ospedale). Tutt'intorno alla città vi sono i sobborghi, con un numero infinito di case e di giardini. Un piccolo fiume, chiamato Kuwaik, esce dalla città dirigendosi verso sud".

NOTE

[1] L’indice completo dell’opera può essere consultato cliccando qui sopra.

[2] Si veda in questo blog la recensione a Emanuela Fogliadini, L’invenzione dell’immagine sacra. La legittimazione ecclesiale dell’icona al secondo Concilio di Nicea, Milano, Jaca Book, 2015.

[3] Kamal Al-Din Bihzad fu celebre pittore vissuto agli inizi del 1500.

[4] Legittimo successore di Maometto secondo gli Sciiti.


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