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Andrea Pozzo
Perspectiva pictorum et architectorum – Prospettiva de’ pittori e architetti
Ristampa anastatica volume primo (1693) e secondo (1700)
Con un fascicolo separato intitolato
Tra illusione e scienza: l’arte secondo Andrea Pozzo
A cura di Alessandro Franceschini, Luciana Giacomelli, Mauro Hausbergher, Armando Tomasi
Trento, Provincia Autonoma di Trento, 2009
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| Andrea Pozzo, Affreschi della Chiesa di San Francesco Saverio, Mondovì (Cuneo), 1676-1677 Fonte: http://www.andreapozzo.com/luoghi/mondovi.html |
Abbiamo già avuto modo di
recensire la Perspectiva pictorum et
architectorum del padre gesuita Andrea Pozzo con riferimento alla
ristampa anastatica del primo volume, curata da Maria Walcher Casotti nel
2003.
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| Andrea Pozzo, Falsa cupola della Chiesa di Sant'Ignazio a Roma, 1685 Fonte: Wikimedia Commons |
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| Andrea Pozzo, Gloria di Sant'Ignazio da Loyola (1691-1694), Roma, Chiesa di Sant'Ignazio Fonte: Wikimedia Commons |
Rimandiamo senz’altro alle note
apposte in quella sede, in particolare per quanto riguarda le vicende
editoriali dell’opera, che conobbe un successo repentino, con traduzioni
immediate in molte lingue. A tale successo seguirono giudizi estremamente
pesanti nei confronti del trattato quando i gusti cambiarono e il barocco cadde
in disgrazia per almeno un paio di secoli. La Perspectiva pictorum finì nel dimenticatoio e, se venne citata, fu
per motivi diversi rispetto a quelli originali. Nel 1782-83, ormai in pieno
neoclassico, Baldassarre
Orsini pubblica all’interno della sua Antologia
dell’arte pittorica le pagine finali del secondo volume, dedicate all’arte
di dipingere a fresco. E nel 1845 Mary
Philadelphia Merrifield (molto probabilmente tramite l’Orsini, di cui
conosce le opere e cita la traduzione del De
Architectura di Vitruvio), ripropone le stesse pagine tradotte in inglese
all’interno del suo The Art of Fresco
Painting (va ricordato che la prima edizione inglese del primo volume di
Pozzo era del 1707, ma che il secondo non era mai stato tradotto in lingua).
Questa ristampa anastatica,
finanziata dalla Provincia Autonoma di Trento nel 2009, in occasione del terzo
centenario della morte dell’artista, ha il grande merito di riproporre l’opera
nella sua interezza. Riepiloghiamo brevemente: i due volumi furono pubblicati a
Roma rispettivamente nel 1693 e nel 1700, entrambi presso lo stampatore boemo
Giacomo Komarek [1]. Furono pensati per una larga distribuzione, posto che
entrambi sono bilingui, in latino e in italiano. I frontespizi, ad esempio,
sono due. Nel primo si parla della Perspectiva
pictorum et architectorum e nel secondo della Prospettiva de pittori e architetti.
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| Andrea Pozzo, Finta cupola della Chiesa del Gesù a Frascati, 1699-1700 Fonte: http://www.andreapozzo.com/luoghi/frascati.html |
La grande forza dell’opera è la
sua immediatezza visiva. Come regola generale si lavora a doppia pagina: in
quella di sinistra, ripartiti su due colonne, i testi in latino e in italiano;
a destra, invece le illustrazioni. Ancora oggi, nei testi scolastici, la doppia
pagina è una regola praticamente fissa ed è sinonimo di facile leggibilità da
parte dell’utente. Lo scopo didattico della Prospettiva è evidente. Ad esso si combinano chiari
intenti autopromozionali, a partire dalle dediche, indirizzate rispettivamente
all’imperatore Leopoldo I d’Asburgo (primo volume) e all’arciduca Giuseppe,
figlio di Leopoldo e anch’egli futuro imperatore (secondo volume); per arrivare
all’apparato iconografico, largamente tarato sulle realizzazioni di Pozzo a
Roma, in particolare nella Chiesa di Sant’Ignazio. Quella di Pozzo, dunque, è
un’opera che si pone a metà fra il manuale e un repertorio delle proprie opere.
Pascal Dubourg Glatigny, che è
autore di un saggio introduttivo pubblicato nel fascicolo a corredo di questa
anastatica, fa notare come sin dalla prime figure Pozzo faccia scomparire le
cosiddette “linee di costruzione”, rendendo il risultato visivo della costruzione
prospettica più piacevole, ma meno chiaro il procedimento atto a ottenerla. Ciò
induce a pensare che il pubblico finale a cui pensava Pozzo fosse quello dei
sovrani e dei nobili di mezza Europa, in cui l’esigenza di decorare le regge e
i palazzi con grandi rappresentazioni che suscitassero lo stupore dei
visitatori si era diffusa rapidamente. Sotto questo punto di vista (pur essendo
opere diverse) la Perspectiva pictorum
si pone sulla stessa strada (anzi, apre la via) ad altre opere come il Progetto (Entwurff) di una storia
dell’architettura dell’austriaco Johan Bernhard Fischer von Erlach
(1712). Non è certo un caso se Pozzo, nei primissimi anni del XVIII secolo, si
trasferisce in Austria, dove potrà fare sfoggio delle sue abilità fino alla
morte, sopraggiunta nel 1709.
Uno dei grandi meriti di questa ristampa anastatica è di mettere finalmente in relazione i due volumi pubblicati da Pozzo a sette anni di distanza l’uno dall’altro. Se ne ricava – e ne parla Dubourg Galatigny nella sua introduzione – che, sia pur con caratteristiche diverse, i due volumi non rappresentano lo sviluppo di argomenti diversi e fra loro complementari, a costituire un progetto complessivo, ma di fatto sono versioni differenti relative agli stessi argomenti. Costituiscono, dunque, due stadi di maturazione diversi di una stessa materia. “Gli argomenti affrontati e sviluppati nel primo volume sono sostanzialmente tre: la prospettiva dei quadri dipinti, la costruzione delle scene di teatro e la pittura di soffitto, altrove chiamata quadraturismo” (p. 16). Lo stesso vale per il secondo tomo. Alla base di tutto sta la convinzione che la “pittura di architetture” sia un elemento indispensabile per la pratica della costruzione, e quindi per la progettazione degli edifici. La prospettiva non è più (o non solo) un modo di rappresentare, ma fa parte della scienza della costruzione. Ecco perché Pozzo parla di una “prospettiva de’ pittori e architetti”.
| Andrea Pozzo, Finta cupola della Badia delle SS. Flora e Lucilla, 1701-1702, Arezzo Fonte: Wikimedia Commons |
Uno dei grandi meriti di questa ristampa anastatica è di mettere finalmente in relazione i due volumi pubblicati da Pozzo a sette anni di distanza l’uno dall’altro. Se ne ricava – e ne parla Dubourg Galatigny nella sua introduzione – che, sia pur con caratteristiche diverse, i due volumi non rappresentano lo sviluppo di argomenti diversi e fra loro complementari, a costituire un progetto complessivo, ma di fatto sono versioni differenti relative agli stessi argomenti. Costituiscono, dunque, due stadi di maturazione diversi di una stessa materia. “Gli argomenti affrontati e sviluppati nel primo volume sono sostanzialmente tre: la prospettiva dei quadri dipinti, la costruzione delle scene di teatro e la pittura di soffitto, altrove chiamata quadraturismo” (p. 16). Lo stesso vale per il secondo tomo. Alla base di tutto sta la convinzione che la “pittura di architetture” sia un elemento indispensabile per la pratica della costruzione, e quindi per la progettazione degli edifici. La prospettiva non è più (o non solo) un modo di rappresentare, ma fa parte della scienza della costruzione. Ecco perché Pozzo parla di una “prospettiva de’ pittori e architetti”.
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| Andrea Pozzo, Falsa cupola della Chiesa dei Gesuiti o Chiesa dell'Università di Vienna, 1703 Fonte: Wikimedia Commons |
Nel primo volume del trattato
Pozzo comincia proprio dalla rappresentazione prospettica dello spazio (scenographia), basandosi sulla classica
ripartizione vitruviana e mettendola quindi in relazione alla pianta ((iconographia) e all’alzato (orthographia). Il modo con cui un piano
si trasforma in prospettiva e l’aggiunta della terza dimensione con lo
scorciamento dell’alzato si basa su un metodo che richiede obbligatoriamente la
fissazione sull’orizzonte di un “punto di distanza”. Nel secondo volume,
invece, il metodo proposto è diverso e per certi versi più semplice, posto che
prevede la possibilità di operare senza “punto di distanza”. Il vantaggio
pratico è che quest’ultimo metodo può essere utilizzato con un minor ricorso
alle nozioni di geometria (spesso scarsissime) di chi sta operando; e può
essere usato realizzando semplicemente due disegni preparatori su fogli
diversi. Per quanto tutto ciò possa sembrare di scarsa importanza, ci troviamo
di fronte a semplificazioni decisive. Fino a quel momento, infatti, i metodi
prospettici richiedevano che i disegni fossero fatti su un unico foglio,
necessitando di una trasposizione da uno all’altro a mezzo di linee parallele.
Ciò comportava che i disegni dovessero essere più piccoli e meno comodi da
usare in fase di progettazione.
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| Andrea Pozzo, Trionfo di Ercole, Soffitto della sala principale Palazzo Liechtenstein a Vienna, 1704-1708 http://www.liechtensteincollections.at/ |
Nella sostanza, il secondo volume
riflette uno stato di maturazione in cui l’artista cerca di rendere il più
elementare possibile la rappresentazione prospettica, e la cala poi nella
rappresentazione di scenografie e in quella di figure viste dal sotto in su
(ovvero dei soffitti affrescati). A completare il tutto sta l’esemplificazione
del metodo tramite la presentazione di proprie opere, un aspetto legato
chiaramente. come detto – a scopo di autopromozione. L’inserimento, alla fine
del secondo volume, delle pagine dedicate all’illustrazione sommaria della
pittura a fresco rientra infine nell’idea di fornire al lettore un prodotto
“completo”. Se la prospettiva fa parte della scienza della costruzione e
riguarda sia pittori e architetti, è evidente che fa parte della medesima
scienza anche la tecnica dell’affresco, necessaria per decorare le volte e le
finte cupole. Si va da brevi consigli sulle modalità con cui operare a un
elenco (particolarmente gradito ai posteri) di colori da impiegare sulla
pittura a muro perché interagiscono bene con la calce.
Tutto ciò contribuisce ancora una
volta a spiegare il successo del trattato di Pozzo, ma contemporaneamente anche
a capire perché, quando l’opera fu rieditata e tradotta in lingue straniere si
utilizzò una sola versione della medesima (accantonando l’altra). Semmai, la
domanda che ci si può fare è come mai ad essere tradotta sia stata la prima
parte e non la seconda (più semplice). Ma qui probabilmente giocò la diffusione
più precoce del tomo iniziale, in circolazione sette anni prima del successivo.
NOTE
[1] Nell’introduzione alla
ristampa anastatica da lei curata, Maria Walcher Casotti avanza l’ipotesi che,
del primo volume vi siano state due tirature, una nel 1693 e una nel 1694,
posto che esistono esemplari privi di di una postfazione aggiunta dopo il
completamento della volta della chiesa di Sant’Ignazio. Qui si replica, invece,
che la composizione tipografica è chiaramente una sola, e che molto
probabilmente la postfazione è stata aggiunta nel 1694 negli esemplari ancora
invenduti.






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