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Prospectivo melanese depictore
Antiquarie prospetiche romane
A cura di Giovanni Agosti e Dante Isella
Fondazione Pietro Bembo - Ugo Guanda, 2004
Isbn 88-8246-796-1
[1] Testo della bandella:
“In
un anno prossimo alla fine del Quattrocento [n.d.r. i curatori parlano di un
lasso temporale compreso fra l’estate del 1496 e quella del 1497; cfr. p.
XIII], un pittore milanese amico di Leonardo, allora ospite a Milano di
Ludovico il Moro, gli indirizza da Roma un poemetto in terzine di quattrocento
versi in cui, per sollecitarlo a scendere nel maggior centro dell’antichità,
gli descrive le testimonianze di un glorioso passato: sculture da poco tornate
alla luce, visibili in luoghi pubblici o in raccolte private, monumenti
illustri, rovine; ma anche le novità più straordinarie del giorno, come le
pitture che si andavano scoprendo negli anfratti, o «grotte», di strati
archeologici sepolti (chiamate, con termine di moda, “grottesche”) o la tomba
di Sisto IV del Pollaiolo nella Basilica di San Pietro. A volte sembra
indulgere alla propria fantasia personale o a leggende popolari raccolte in
luogo; ha però occhi bene aperti e partecipa, curioso, dell’entusiasmo diffuso
per la riscoperta della Classicità. Il Prospettivo (così definito per il suo
coinvolgimento nei problemi prospettici allora molto dibattuti in Lombardia)
non è un letterato di professione, tanto meno un poeta rifinito, à la page con
la nuova cultura filo-toscana che sta nascendo nelle Corti di val Padana; anche
se i suoi versi non mancano, negli irti cataloghi di cui si compiace sul
modello di certi passi danteschi o nell’insistita descrizione di pietre e
materiali preziosi, di avere il fascino proprio dei prodotti “barbari”. Le Antiquarie
prospetiche Romane, che dallo loro riscoperta sul nascere dell’Unità
d’Italia sono state attribuite ora all’uno ora all’altro pittore, in una rosa
di una diecina di candidati dal Bramante al Bramantino, dal De Predis allo
Zenale, sono destinate per il momento (sino all’emersione di nuovi documenti) a
rimanere delusivamente adespote. Ma la loro paternità non è che uno dei molti
interrogativi che esse ci pongono, dall’anno in cui furono scritte a quello in
cui vennero stampate, probabilmente a Roma (se ne conoscono solo due
esemplari); principale restando però la loro comprensione, perché, non scevre
d’errori attribuibili all’autore o allo stampatore, la lezione che ci offrono è
spesso di arduo intendimento.
Ripubblicato,
nel 1876, da Gilberto Govi, in una “memoria” dei Lincei, il poemetto da allora
è stato al centro di una pluralità di interessi, da parte di archeologi,
storici dell’antichità e delle arti, bibliotecnici, ecc. (come risulta dalla
ricca Cronaca della sua fortuna qui minuziosamente delineata e dalla
vastissima letteratura critica censita nella bibliografia). Ma si direbbe che
ad acuire un’attenzione sempre crescente abbia giocato, specie in tempi a noi
vicini, proprio l’enigmaticità del testo, stuzzicante come un rebus. Ne
sono discese varie proposte interpretative, talune così stravaganti da
ricordare i “Mattoidi” di Carlo Dossi (un altro lombardo, amante di anticaglie,
calato nella Bisanzio romana).
L’edizione
critica e commentata che vede ora la luce nella «Biblioteca di Scrittori
Italiani» della Fondazione Bembo, corredata di un «Album» di centoventi tavole
illustrative, offre al lettore il risultato di una non ordinaria collaborazione
tra due diverse competenze, filologica e storico-artistica, firmata da Giovanni
Agosti e Dante Isella.
Giovanni
Agosti insegna Storia dell’arte moderna all’Università Statale di Milano. Ha
scritto, tra l’altro Bambaia e il classicismo lombardo (Torino 1990) e Disegni
del Rinascimento in Valpadana (Firenze 2001). Da molti anni lavora a un
libro su Andrea Mantegna e sul suo peso nella storia d’Italia.
Dante
Isella, critico e filologo, ha insegnato a Pavia e al Politecnico di Zurigo.
Lomazzo, Varese, Maggi, Lemene, Parini, Porta, Manzoni, Dossi, Tessa, Gadda,
Fenoglio, Montale, Sereni sono gli autori a cui ha dedicato edizioni critiche
e/o commenti: I Lombardi in rivolta, Le carte mescolate, L’idillio
di Meulan e Carlo Porta. Cinquant’anni di lavori in corso le
raccolte dei suoi saggi.”
[2]
Ad essere corretti (e rimandando sin d’ora all’eccezionale Cronaca firmata
da Giovanni Agosti) le Antiquarie furono riscoperte nel 1870 da
Ferdinand Gregorovius che rimanda spesso ai loro versi nel settimo volume della
sua monumentale Geschichte der Stadt Rom in Mitteralter. Gregorovius si
riferisce a un manoscritto del medico umanista Hartmann Schedel, che nel 1504
trascrisse l’intero poemetto (tecnicamente il manoscritto è un descriptus dell’originale).
Il manoscritto è oggi conservato presso la Bayerische Staatsbibliotheck di
Monaco (segnatura ms. Clm 716, fogli 68-74). La prima trascrizione integrale in
età recente è quella di Gilberto Govi che nel 1876 la pubblicò negli Atti dell’Accademia
dei Lincei. Storico della scienza, studioso di cose leonardiane, Govi, quale
direttore della Biblioteca Casanatense, si era imbattuto tre anni prima in un
esemplare delle Antiquarie e subito lo aveva attratto la dedica iniziale
a Leonardo. Dopo la pubblicazione del Govi, il testo “viene utilizzato da
esponenti di tradizioni di ricerca differenti che ben presto cominceranno ad
ignorarsi reciprocamente. Il poemetto infatti attira l’interesse di
corporazioni diverse: gli studiosi di Leonardo, gli storici dell’arte, gli
archeologi, i topografi di Roma, gli storici del libro e dell’illustrazione,
gli storici della letteratura... e, adesso, gli storici del collezionismo” (p.
XXXVII). L’approccio di ognuno di essi resta comunque parziale. È della fine
del secolo la scoperta del secondo esemplare del poemetto, identica alla prima;
la copia viene rintracciata nella biblioteca del pittore e bibliofilo Charles
Fairfax Murray, ed è oggi custodita presso la Fondazione Cini. Si segnala
peraltro che pochi mesi prima della presente edizione è comparsa sugli Annali
della Scuola Normale Superiore di Pisa “una «edizione critica» del testo
[n.d.r. a cura di Anna Anguissola e Francesco P. Villani], che ne
elude la comprensione letterale” (scrive Agosti alle pp. LXXXII-LXXXIII del suo
saggio).
[3]
Dalla lettura dei saggi di Isella e soprattutto di Giovanni Agosti appare chiaro
che, sulla questione della paternità dell’opera, nessuno dei due desidera
sbilanciarsi. Se fossero costretti, farebbero il nome di Bartolomeo Suardi
detto il Bramantino; e tuttavia gli elementi attualmente a disposizione degli
studiosi non sono conclusivi, motivo per cui, ad esempio, non è da scartarsi
l’ipotesi di Bernardo Zenale (pp. LXXV-LXXVI) e nemmeno quella, assai più
recente, di Ambrogio De Predis (pp. LXXXVII). Assolutamente da rigettare (e con
argomentazioni – anche metodologiche - a nostro giudizio convincenti), la
candidatura di Bramante, che pure per decenni ha avuto illustrissimi
sostenitori, contro i quali non sempre i toni usati sono privi di accenti
polemici.
[4] L'opera è stata recensita l'8 gennaio 2005 da Marco Carminati sul Sole 24Ore e il 27 marzo 2005 sul Corriere della Sera da Cesare Segre.
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