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sabato 14 dicembre 2013

Prospectivo melanese depictore. Antiquarie prospetiche Romane. Fondazione Pietro Bembo. 2004


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Prospectivo melanese depictore
Antiquarie prospetiche romane
A cura di Giovanni Agosti e Dante Isella


Fondazione Pietro Bembo - Ugo Guanda, 2004
Isbn 88-8246-796-1


[1] Testo della bandella:

“In un anno prossimo alla fine del Quattrocento [n.d.r. i curatori parlano di un lasso temporale compreso fra l’estate del 1496 e quella del 1497; cfr. p. XIII], un pittore milanese amico di Leonardo, allora ospite a Milano di Ludovico il Moro, gli indirizza da Roma un poemetto in terzine di quattrocento versi in cui, per sollecitarlo a scendere nel maggior centro dell’antichità, gli descrive le testimonianze di un glorioso passato: sculture da poco tornate alla luce, visibili in luoghi pubblici o in raccolte private, monumenti illustri, rovine; ma anche le novità più straordinarie del giorno, come le pitture che si andavano scoprendo negli anfratti, o «grotte», di strati archeologici sepolti (chiamate, con termine di moda, “grottesche”) o la tomba di Sisto IV del Pollaiolo nella Basilica di San Pietro. A volte sembra indulgere alla propria fantasia personale o a leggende popolari raccolte in luogo; ha però occhi bene aperti e partecipa, curioso, dell’entusiasmo diffuso per la riscoperta della Classicità. Il Prospettivo (così definito per il suo coinvolgimento nei problemi prospettici allora molto dibattuti in Lombardia) non è un letterato di professione, tanto meno un poeta rifinito, à la page con la nuova cultura filo-toscana che sta nascendo nelle Corti di val Padana; anche se i suoi versi non mancano, negli irti cataloghi di cui si compiace sul modello di certi passi danteschi o nell’insistita descrizione di pietre e materiali preziosi, di avere il fascino proprio dei prodotti “barbari”. Le Antiquarie prospetiche Romane, che dallo loro riscoperta sul nascere dell’Unità d’Italia sono state attribuite ora all’uno ora all’altro pittore, in una rosa di una diecina di candidati dal Bramante al Bramantino, dal De Predis allo Zenale, sono destinate per il momento (sino all’emersione di nuovi documenti) a rimanere delusivamente adespote. Ma la loro paternità non è che uno dei molti interrogativi che esse ci pongono, dall’anno in cui furono scritte a quello in cui vennero stampate, probabilmente a Roma (se ne conoscono solo due esemplari); principale restando però la loro comprensione, perché, non scevre d’errori attribuibili all’autore o allo stampatore, la lezione che ci offrono è spesso di arduo intendimento.
Ripubblicato, nel 1876, da Gilberto Govi, in una “memoria” dei Lincei, il poemetto da allora è stato al centro di una pluralità di interessi, da parte di archeologi, storici dell’antichità e delle arti, bibliotecnici, ecc. (come risulta dalla ricca Cronaca della sua fortuna qui minuziosamente delineata e dalla vastissima letteratura critica censita nella bibliografia). Ma si direbbe che ad acuire un’attenzione sempre crescente abbia giocato, specie in tempi a noi vicini, proprio l’enigmaticità del testo, stuzzicante come un rebus. Ne sono discese varie proposte interpretative, talune così stravaganti da ricordare i “Mattoidi” di Carlo Dossi (un altro lombardo, amante di anticaglie, calato nella Bisanzio romana).
L’edizione critica e commentata che vede ora la luce nella «Biblioteca di Scrittori Italiani» della Fondazione Bembo, corredata di un «Album» di centoventi tavole illustrative, offre al lettore il risultato di una non ordinaria collaborazione tra due diverse competenze, filologica e storico-artistica, firmata da Giovanni Agosti e Dante Isella.
Giovanni Agosti insegna Storia dell’arte moderna all’Università Statale di Milano. Ha scritto, tra l’altro Bambaia e il classicismo lombardo (Torino 1990) e Disegni del Rinascimento in Valpadana (Firenze 2001). Da molti anni lavora a un libro su Andrea Mantegna e sul suo peso nella storia d’Italia.
Dante Isella, critico e filologo, ha insegnato a Pavia e al Politecnico di Zurigo. Lomazzo, Varese, Maggi, Lemene, Parini, Porta, Manzoni, Dossi, Tessa, Gadda, Fenoglio, Montale, Sereni sono gli autori a cui ha dedicato edizioni critiche e/o commenti: I Lombardi in rivolta, Le carte mescolate, L’idillio di Meulan e Carlo Porta. Cinquant’anni di lavori in corso le raccolte dei suoi saggi.”

[2] Ad essere corretti (e rimandando sin d’ora all’eccezionale Cronaca firmata da Giovanni Agosti) le Antiquarie furono riscoperte nel 1870 da Ferdinand Gregorovius che rimanda spesso ai loro versi nel settimo volume della sua monumentale Geschichte der Stadt Rom in Mitteralter. Gregorovius si riferisce a un manoscritto del medico umanista Hartmann Schedel, che nel 1504 trascrisse l’intero poemetto (tecnicamente il manoscritto è un descriptus dell’originale). Il manoscritto è oggi conservato presso la Bayerische Staatsbibliotheck di Monaco (segnatura ms. Clm 716, fogli 68-74). La prima trascrizione integrale in età recente è quella di Gilberto Govi che nel 1876 la pubblicò negli Atti dell’Accademia dei Lincei. Storico della scienza, studioso di cose leonardiane, Govi, quale direttore della Biblioteca Casanatense, si era imbattuto tre anni prima in un esemplare delle Antiquarie e subito lo aveva attratto la dedica iniziale a Leonardo. Dopo la pubblicazione del Govi, il testo “viene utilizzato da esponenti di tradizioni di ricerca differenti che ben presto cominceranno ad ignorarsi reciprocamente. Il poemetto infatti attira l’interesse di corporazioni diverse: gli studiosi di Leonardo, gli storici dell’arte, gli archeologi, i topografi di Roma, gli storici del libro e dell’illustrazione, gli storici della letteratura... e, adesso, gli storici del collezionismo” (p. XXXVII). L’approccio di ognuno di essi resta comunque parziale. È della fine del secolo la scoperta del secondo esemplare del poemetto, identica alla prima; la copia viene rintracciata nella biblioteca del pittore e bibliofilo Charles Fairfax Murray, ed è oggi custodita presso la Fondazione Cini. Si segnala peraltro che pochi mesi prima della presente edizione è comparsa sugli Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa “una «edizione critica» del testo [n.d.r. a cura di Anna Anguissola e Francesco P. Villani], che ne elude la comprensione letterale” (scrive Agosti alle pp. LXXXII-LXXXIII del suo saggio).


[3] Dalla lettura dei saggi di Isella e soprattutto di Giovanni Agosti appare chiaro che, sulla questione della paternità dell’opera, nessuno dei due desidera sbilanciarsi. Se fossero costretti, farebbero il nome di Bartolomeo Suardi detto il Bramantino; e tuttavia gli elementi attualmente a disposizione degli studiosi non sono conclusivi, motivo per cui, ad esempio, non è da scartarsi l’ipotesi di Bernardo Zenale (pp. LXXV-LXXVI) e nemmeno quella, assai più recente, di Ambrogio De Predis (pp. LXXXVII). Assolutamente da rigettare (e con argomentazioni – anche metodologiche - a nostro giudizio convincenti), la candidatura di Bramante, che pure per decenni ha avuto illustrissimi sostenitori, contro i quali non sempre i toni usati sono privi di accenti polemici.

[4] L'opera è stata recensita l'8 gennaio 2005 da Marco Carminati sul Sole 24Ore e il 27 marzo 2005 sul Corriere della Sera da Cesare Segre.

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