
ENGLISH VERSION
(1629-1666)
A cura di Barbara Ghelfi
Consulenza scientifica di Sir Denis Mahon
Nuova Alfa editoriale, 1997
Isbn 88-777-9512-3
[1]
La prima edizione del Libro dei conti
fu pubblicata nel 1808 da Jacopo Calvi all’interno di Notizie della vita e delle opere del cavaliere Gio. Francesco Barbieri
detto il Guercino da Cento. Nel 1841 (o qualche anno dopo) gli editori
della seconda edizione della Felsina
Pittrice del Malvasia ripubblicarono nel secondo volume sia le Notizie del Calvi sia il Libro dei conti.
[2] Per gentile concessione dell'autore, viene riportata la recensione apparsa sul Domenicale del Sole 24 ORE in data
15.2.1998, pochi mesi dopo l’uscita dell’opera (l’articolo – a firma Marco
Carminati – è tratto da Biblioteca
Multimediale del Sole 24 ORE – Cd Rom Domenica 1983-2003 Vent’anni di idee.
Un originale dell’articolo si trova comunque all’interno del volume).
DOMENICA
– Botteghe d’artista
Le tariffe dei dipinti, i soggetti e i committenti nel
«Libro dei conti» compilato dal pittore tra il 1629 e il 1666
L’invenzione di
Guercino? I prezzi fissi
di
Marco Carminati
Proviamo
a immaginare di trovarci nell’Italia del Seicento e di dover fare una piccola
indagine sulle tariffe dei pittori di maggior grido attivi in quel secolo tra
Bologna e Roma. La prima cosa che si verrà
a notare è che gli artisti non
calcolavano i loro onorari sul tempo impiegato, né sulla fatica profusa né
tantomeno sulle dimensioni dei quadri. Utilizzavano come unità di misura le “teste” o le “figure” inserite
nei dipinti: più teste si mettevano,
più si veniva pagati. Capire però quanto
potesse costare al committente una singola testa non era cosa facile,
perché attorno alla determinazione delle
tariffe pro capite mancava ogni tipo di regola.
Domenichino,
ad esempio, evitava abilmente di proporre tariffe fisse; così, a seconda di chi
aveva davanti, poteva permettersi di sparare cifre burrascosamente fluttuanti,
e in tal modo si regolò almeno fino al 1621,
quando il suo onorario venne ad assestarsi sui 100 ducati per figura.
Francesco
Albani si spinse oltre: arrivò a
chiedere al duca di Mantova Ferdinando Gonzaga - per il quale aveva realizzato
gli affreschi della Villa della Favorita - un mirabolante stipendio fisso, ma
il duca lo allontanò in malo modo
definendolo un “impertinentissimo pretensore”.
Molto
più soft era la tecnica di Guido
Reni, che preferiva lasciare al cliente la formulazione dell’offerta,
riservandosi però la prerogativa di negoziare
all’ultimo momento un aumento dell’onorario o un regalo integrativo. I regali
erano una consuetudine molto comune delle retribuzioni degli artisti, come
dimostra il caso di Marcantonio Franceschini che molto spesso si faceva pagare
i quadri a suon di biancheria intima, argenteria, mobilia e persino scatole di
canditi e cioccolato.
L’unico
artista che andava vantandosi di applicare ai suoi quadri un prezzo fisso era
Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino. Il pittore aveva avuto
un’intelligente intuizione commerciale, perché il prezzo stabilito a priori
facilitava gli accordi tra le parti, chiariva immediatamente le modalità di
acquisto e permetteva di raggiungere più
facilmente una clientela geograficamente lontana. In una lettera datata
8 giugno 1639 lo stesso Guercino fa cenno ai suoi onorari: “Per le figure
intiere io sono riconosciuto per lo meno di cento ducatoni d’argento per
ciascuna, per le mezze figure cinquanta”.
Il
mito del prezzo fisso di Guercino è sopravvissuto nei secoli, ed ora che si
è resa disponibile una nuova edizione
integrale del celebre Libro dei conti
di Guercino curata da Barbara Ghelfi con la consulenza di Sir Denis Mahon
(Nuova Alfa Editoriale), sarà possibile
verificare la reale consistenza di questa convinzione. Il Libro dei Conti è un manoscritto conservato nella Biblioteca
Comunale dell’Archiginnasio di Bologna e contiene l’elenco delle opere
realizzate dalla bottega del Guercino dal 1629 al 1666, con la dettagliata
specificazione dei soggetti dei dipinti, dei prezzi di vendita e dei nomi di
committenti, acquirenti e intermediari. Allegati al libro si conservano anche
una quarantina di fogli sciolti, nei quali i contabili della bottega elencarono
liste di opere vendute, riscossioni di affitti e cedole di “frutti decorsi”,
ovvero di interessi maturati.
Inutile
sottolineare che questo arido registro da ragionieri è in realtà
un documento di enorme importanza sia per la conoscenza delle opere del
Guercino (elencate in un numero assai maggiore di quelle oggi conservate), sia
per la comprensione delle dinamiche economiche con cui veniva gestita la sua
ben avviata bottega.
Il
libro copre un arco cronologico di oltre 30 anni e venne compilato da tre
improvvisati contabili: il pittore Paolo Antonio Barbieri, fratello del Guercino,
che si occupò della compilazione dal
1629 fino al 1649, anno della sua improvvisa morte; lo stesso Guercino, che
prese in mano i registri dal 1649 al 1665 redigendoli con scrittura sciatta e
infarcendoli di molte imprecisioni; e infine il nipote di questi Benedetto
Gennari, che si accollò l’impegno delle
registrazioni nell’ultimo anno di vita dello zio (1666).
Ad
una prima analisi, appare confermato che il pittore tenesse affisso in bottega
un simbolico tariffario per i quadri: 25 ducatoni per una testa, 50 per una
mezza figura, 100 per una figura intera. Naturalmente queste cifre andarono
aumentando negli anni, e quando alla morte di Guido Reni (1642) Guercino
conquistò il primato del mercato
artistico bolognese, le sue tariffe si alzarono sensibilmente: 30 ducatoni per
una testa, 60 per una mezza figura, fino al culmine dei 190 ducatoni richiesti
nel 1660 per una semplice testa con busto.
Osservando
però le liste in dettaglio, si osserva
che queste regole non erano sempre rispettate. Guercino faceva spesso sconti a
committenti amici o a compaesani, permetteva agli enti ecclesiastici di pagarlo
a rate, e applicava cifre forfettarie per le grandi pale d’altare, che di
solito vendeva a 300-400 ducatoni cadauna. Tendeva invece a rincarare i prezzi
dei quadri destinati alla committenza non emiliana, forse perché scaricava sul destinatario le spese di
trasporto e di intermediazione; oppure non disdegnava quasi mai di arrotondare
i compensi con mance o regali di varia natura.
Le
persone che si rivolgevano a lui appartenevano un po’ a tutti i gradi delle
gerarchie civili ed ecclesiastiche: c’era la grande nobiltà emiliana e romana,
c’erano i Cardinali Legati di Bologna e Ferrara (che lo faranno conoscere a
Roma), c’erano gli ordini ecclesiastici, i capitoli delle cattedrali, le
confraternite, e non mancavano neppure gli esponenti della media e piccola
borghesia mercantile, probabilmente incoraggiati nel rivolgersi a lui dai suoi
mitici prezzi fissi. Inoltre Guercino doveva trattare con numerosi intermediari
e agenti conto terzi, i quali appartenevano solitamente a classi sociali più
basse: fattori di conventi, guardarobieri di nobili, pittori e “intenditori
d’arte” di seconda e terza categoria.
A
giudicare dai guadagni, il maestro emiliano venne amato e corteggiato per
decenni, anche se proprio la lettura dei bilanci dimostra come, con l’avanzare
degli anni, egli fosse sempre meno oggetto di richieste: negli anni d’oro della
carriera, attorno al 1650, l’artista giunse a guadagnare anche 4mila scudi l’anno, ma solo dieci anni più tardi sarebbe arrivato a malapena a superare
il tetto dei mille.
L’ultima
opera che il pittore vendette fu un “quadro con dentro la Trinità Terestre” (oggi nella chiesa di San Giuseppe
a Pinerolo), pagato 250 ducatoni dal “Sig. Pietro Cattanio”. Dopo quella
annotazione il Libro dei conti si
chiude. Resta giusto lo spazio per l'ultimo appunto vergato dal nipote Gennari:
“A dì 22 decembre 1666. Il Sig. Zio Gio. Francesco Barbieri terminò e suoi
giorni e le sue gloriose fatiche”.
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