Carlo Cesare Malvasia
Felsina pittrice
Lives of the Bolognese Painters
Lives of the Bolognese Painters
Volume one: Early Bolognese Painting
A cura di Elizabeth Cropper e Lorenzo Pericolo
Parte Seconda
Parte Seconda
Harvey Miller Publishing, 2012
Isbn 978-1-905375-84-4
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| Francesco Francia, Il Bambino adorato dalla Vergine, 1498-1499, Bologna, Pinacoteca Nazionale |
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[9] La Felsina
pittrice viene scritta in chiara polemica con Vasari (Malvasia lavora sull’edizione
della Giuntina ristampata a Bologna da Carlo Manolessi nel 1647). Cos’è che a
Malvasia non piace? Innanzi tutto l’idea di storia che sottende le Vite; la visione della storia come
“frattura”: l’arte che, a causa delle invasioni barbariche, fatalmente muore e
che poi resuscita quando, per volontà di Dio, nacque a Firenze Cimabue. Cimabue
stesso che apprende i segreti del mestiere da “alcuni pittori greci” fatti
venire a Firenze dal governo locale per riscoprire la pittura, che poi li
supera ampiamente in abilità e che poi a sua volta viene superato da Giotto e
così via. Più che un’ingenua e distorta visione toscano-centrica, Malvasia non
concepisce la storia come frattura, come scomparsa e rinascita; per lui la
storia è innanzi tutto tradizione e memoria. Anche l’arte è tradizione e
memoria, e procede per stratificazioni. È certo vero che i secoli bui segnano
un declino del fare artistico, ma non una totale scomparsa; e quando le cose
cominciano ad andare meglio, la ripresa qualitativa del mondo dell’arte avviene
a Firenze come a Bologna, come in molte altre città d’Italia. L’idea di
Malvasia, dunque, non è quella di sostituire la supremazia toscana con quella
bolognese, ma di proporre un modo diverso di vedere il divenire dell’arte:
nessuna frattura, nessuna scomparsa, ma tradizione e sviluppo. Ciò che il conte
bolognese rimprovera a Vasari è di non avere voluto vedere le tracce di questa
rinascita italiana quando (più di un secolo prima) queste dovevano essere
ancora più chiaramente visibili, al solo scopo di sovrapporre alla realtà un
modello teorico che era strategicamente comodo a Firenze. A corroborare le sue
tesi Malvasia chiama la testimonianza di scrittori che avevano già polemizzato
con Vasari in proposito: ad esempio Giulio Mancini (alla cui opera inedita il
nostro autore attinge di frequente) e Carlo Ridolfi. Se la
storia è innanzi tutto memoria, il compito principale dello storico è di
preservarla: e dunque di andare alla ricerca non solo delle emergenze
contemporanee, ma anche delle testimonianze dei cosiddetti “primitivi” (qui chiamati "primi lumi").
Malvasia non va in giro ad ispezionare affreschi o dipinti per fare un dispetto
a Vasari o perché sia convinto che tali opere siano di particolare livello
qualitativo, ma perché le testimonianze pittoriche degli antichi sono memoria,
e la memoria va preservata. Poi, è chiaro che non ci troviamo di fronte a uno
storico (men che meno a uno storico dell’arte) moderno: ad esempio, essendo
uomo di tradizione, Malvasia attribuisce particolare importanza non solo alle
fonti scritte, ma anche a quelle orali e alla saggezza popolare: si tratta di
una scelta programmatica, come fa presente Elizabeth Cropper citando proprio un
passo della Felsina a p. 35 (a sua volta evidenziato da Perini Folesani):
“I will credit single individuals [who] after the memory of events had ceased,
took to writing them down entirely according to their own will and wishes. And
does written history, in which we are supposed to believe so firmly, offer us
more than oral history, by which we do not wish to abide? Do we not see
falsification every day in Herodotus, Thucydides, and similar untrustworthy
authors?” Tuttavia, coi chiari limiti di un uomo vissuto a metà Seicento,
Malvasia dimostra particolari sensibilità: una fra tutte (risultante soprattutto
dagli Scritti originali), quella per
l’“oculare ispezione”. Le fonti, scritte od orali che siano, sono riscontrate,
quando possibile, con l’osservazione personale delle immagini. Malvasia
“conoscitore” ante litteram? Molto
più semplicemente, Malvasia uomo del suo tempo e della sua terra, Malvasia
membro dell’Università bolognese, dove insegnano medicina Marcello Malpighi (a
conoscenza del progetto della Felsina)
e astronomia Gian Domenico Cassini, grande amico del cugino di Carlo. Malvasia
dunque mutua il metodo dell’oculare
ispezione dal mondo universitario delle scienze per trasferirlo a quello
dell’arte (p. 7).
| Amico Aspertini, Madonna in gloria con santi (particolare), Lucca, Museo Nazionale di Villa Guinigi Fonte: Wikimedia Commons |
[10] Grazie all’oculare
ispezione Malvasia è peraltro in grado di pubblicare nel 1686 Le pitture di Bologna, la prima
guida artistica della città, nella cui prefazione trova modo di difendersi
dalle pesanti critiche rivolte alla sua Felsina.
Giustamente Cropper mette in evidenza almeno due aspetti importanti della guida
del 1686, anche in rapporto alla Felsina:
innanzi tutto l’idea di fornire al visitatore la possibilità di conoscere
personalmente tutti i protagonisti dell’arte bolognese, indipendentemente dal
suo gusto personale; e quindi anche i primitivi, così come, per quanto riguarda
i moderni certamente non solo i Carracci. Sta poi al visitatore giudicare. E in
secondo luogo la modernità delle Pitture
di Bologna come guida finalizzata autenticamente alla “oculare ispezione”:
“Malvasia accepts that his reader will not wish to walk the streets of all four
quarters systematically, given the wide and irregular distribution of the works
of art to be found in the city. He has marked with an asterisk in the margins
those outstandings works that he imagines the reader… will want to go in search
of. And he urges this reader to use the index to find the names of artists
whose work he likes and then compile a list of the locations of those works. In
other words, Malvasia prescribes no narrow chronological genealogy or official
itinerary based on a canon, but rather the ocular inspection of works
distributed in space, following personal taste in an experience that
continuously tests hypotheses in pursuit of truth. Through this experience the
traveler would be “disingannato ed
instrutto” (p. 17)
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| Annibale Carracci, Quo vadis, Domine?, 1602, Londra, National Gallery Fonte: http://www.nationalgallery.org.uk/paintings/annibale-carracci-christ-appearing-to-saint-peter-on-the-appian-way |
[10] I termini della polemica con Vasari sono più o meno
chiari. Malvasia non ha nessuna intenzione di cancellare Vasari e sostituirsi a
lui, e, anzi, ad esso fa spesso riferimento come fonte cronologicamente più
vicina ed affidabile. Le cose peggiorano, e tanto, quando ci si scontra con
Filippo Baldinucci. Baldinucci rappresenta l’ortodossia vasariana. Negli stessi
anni in cui Malvasia sta scrivendo la sua Felsina,
Baldinucci, su incarico mediceo, sta scrivendo le Notizie dei Professori del Disegno; non un semplice aggiornamento
delle Vite, ma la riscrittura di
un’opera (più di cent’anni dopo le stesse) in cui le tesi della scomparsa
dell’arte e della rinascita fiorentine assurgono a dogma. “Expanding upon
Vasari’s account, Baldinucci describes how painting and sculpture, having
passed from Greece to Rome, had been driven out of Italy and back to Greece and
Egypt by waves of barbarian inundations. Together with architecture, the sister
arts were then saved by God through a special dispensation to Tuscany. And in
the first volume Baldinucci provided not only a family tree of Cimabue’s own
(highly questionable) noble descent, but also the tree of the earliest artists
working in descent from Cimabue down to Giovanni da Campi (d. 1339)… If he was
granted a long enough life, Baldinucci intended to construct an “albero
universale” that would include some two thousand names of all the artists
active up to his own time and related through their teachers” (p. 9).
Baldinucci è classificazione, erudizione, genealogia forzate dentro ad un
canone che non si discute. Malvasia, in questo senso, è del tutto eccentrico
alla sua impostazione. Malvasia è il nemico. Intendiamoci: il dogma
baldinucciano va benissimo ai Medici (che, comprensibilmente, lo promuovono) e
va benissimo anche a Roma, che lo fa suo al massimo con un’unica variante:
ovvero che a un certo punto “lo splendore delle arti” si sposta da Firenze
all’Urbe grazie alla politica illuminata dei Papi. Gli ambienti fiorentini e romani hanno la
chiara percezione del pericolo rappresentato da Malvasia. Per eliminare il
pericolo hanno un’unica soluzione:
annientarlo. Il primo volume della Felsina
esce a fine 1677 (anche se sul frontespizio compare l’anno 1678). Il primo
volume delle notizie baldinucciane esce nel 1681. Ma già nel 1679 lo storico
fiorentino pubblica un estratto dall’opera, il Saggio, in cui, oltre ad alcune vite, presenta ventidue pagine di
confutazione della Felsina. Si
preoccupa personalmente di portarlo a Roma (non c’era mai stato) per
distribuirlo in ambienti ecclesiastici. Ben presto (tralascio i vari passaggi) parte la polemica su Raffaello definito
“boccalaio urbinate”. Si andrà avanti all’infinito (cfr. Girotto, pp. 53-55). Il
pericolo è scampato. Malvasia ha perso ogni credibilità agli occhi dei
contemporanei di Baldinucci. L’opera di Malvasia diventa nulla più che
l’occasione per raccontare aneddoti.
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| Agostino Carracci, Comunione di San Girolamo, 1592-1597, Bologna, Pinacoteca Nazionale Fonte: Wikimedia Commons |
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| Ludovico Carracci, Madonna dei Bargellini, 1588, Bologna, Pinacoteca Nazionale |
[11] La questione del boccalaio urbinate non mi entusiasma per nulla. Io
non credo che sia stata una svista né all’ipotesi del “sabotaggio” ad insaputa
dell’autore; non ci credo perché Malvasia dimostra una tale attenzione nelle
fasi immediatamente precedenti e successive alla pubblicazione che una simile gaffe sembra poco verosimile. Una cosa è
certa: lo storico bolognese si è (metaforicamente) suicidato. L’opera non sarà
recensita in nessuna rivista italiana. A dire il vero, Malvasia doveva essere
in qualche modo cosciente che le tesi che stavano alla base della Felsina sarebbero state difficilmente
accolte, tant’è che, quando tramonta l’ipotesi iniziale di dedicare il volume
al Senato bolognese, l’autore decide di guardare all’estero e di rivolgersi a
Luigi XIV, il Re Sole. Si cerca una legittimazione all'estero. È noto che Malvasia intratteneva rapporti di amicizia
personale con Roger de Piles, che probabilmente gli aveva fornito informazioni
proprio in fase di redazione dell’opera. Sicuramente la scelta di Carlo Cesare
è di promuovere l’opera in ambienti francesi da un lato, di darle prestigio con
la dedica a Luigi XIV e – perché no – di trarre un qualche beneficio personale
dalla corona francese per la dimostrazione di ammirazione fornita. Nelle
biblioteche francesi si trovano diversi esemplari inviati da Malvasia a scopo
promozionale. Oltre alla copia inviata proprio a Luigi XIV, una copia fu
inviata a Roger de Piles. Un ulteriore esemplare “was sent to the members of
the Académie Royale de Peinture et de Sculpture, Paris, accompanied by a brief
poem and signed in Malvasia’s own hand; this was then presented to the
Académie, which met in plenary session on 19 November 1678, by Gédéon Barbier
Du Metz, arousing lively interest among the present” (Girotto, p. 52). La Felsina fu anche recensita sul Journal des Sçavans. Per una storia
della ricezione dell’opera in Francia, con ripercussioni anche sul grande collezionismo
transalpino si veda Chiara Gauna, M come
Malvasia e Mariette: disegni, stampe e giudizi di stile tra Bologna, Parigi e
Vienna in Annali della Scuola Normale
Superiore di Pisa, Classe di Lettere e Filosofia, serie 5, 2011, 3/1.h




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