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Giovanna Perini Folesani
Sir Joshua Reynolds in Italia (1750-1752)
Passaggio in Toscana
Il taccuino 201 a 10 del British Museum
[1] Leggere un libro di Giovanna Perini Folesani è sempre
un’esperienza particolare. Il motivo potrebbe sembrare banale: Perini è un
monumento di erudizione e bravura. Tuttavia, la definizione mi sembra del tutto
riduttiva, e in fondo anche malaugurante, posto che i monumenti in genere si
erigono per i defunti. Proviamo così, allora: Perini – fra le altre cose, va
ricordato, una delle principali esperte di arte del Sei e del Settecento al
mondo – è un vero e proprio ciclone, in tutti i sensi. Riesce a proporre una
tale quantità di spunti e di indicazioni, di attribuzioni e di analisi
stilistiche che si rischia di esserne travolti. Lei, intendiamoci, sa bene di
essere brava e si concede atteggiamenti che ad altri non si potrebbero
perdonare: non si tratta certo di un modello di modestia (cfr. p. 6);
sicuramente la sua prosa è il trionfo di un periodare sin troppo ricco e
articolato, pieno di incisi, puntualizzazioni, parentesi, e quant’altro ci si
possa immaginare (il periodo che è presente alla pagine 12 e 13, lungo 27 righe
senza nemmeno un punto stroncherebbe il più resistente dei cavalli); non fa
della divulgazione la sua principale preoccupazione (un’introduzione di 169
pagine senza nemmeno una suddivisione in paragrafi è francamente eccessiva); è
clamorosamente polemica. Resta il fatto che Perini dà sempre l’impressione di
avere una visione globale del fare artistico di quei tempi che prende spunto di
volta in volta dall’oggetto dell’analisi per delineare un affresco più ampio, che
ci restituisce i gusti e le tendenze dell’epoca.
Giovanna Perini Folesani
Sir Joshua Reynolds in Italia (1750-1752)
Passaggio in Toscana
Il taccuino 201 a 10 del British Museum
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| Joshua Reynolds, Autoritratto, 1749 ca. Londra, National Portrait Gallery Fonte: Wikimedia Commons |
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| Joshua Reynolds, Il Principe William Augustus, Duca di Cumberland, 1758, Derbyshire, Chatsworth House Fonte: Wikimedia Commons |
[2] Joshua Reynolds viaggiò in Italia fra il 1750 e il
1752. A documentare la sua permanenza nella penisola restano oggi dieci
taccuini e tre album di disegni originali, variamente distribuiti fra
Inghilterra e Stati Uniti (cfr. p. 3 n.; sulle vicende storiche dei taccuini
l’autrice si era già ampiamente soffermata in G. Perini, I taccuini di Sir Joshua Reynolds:
storia, identificazione, circolazione, fortuna in Souvenir d’Italie. Il viaggio in
Italia nelle memorie scritte e figurative tra il XVI secolo e l’età
contemporanea). Il taccuino preso in esame in questo volume
è quello segnato “201 a 10”, conservato presso il British Museum. Lo scopo è
fornirne un’edizione critica che fissi anche i parametri per un futuro (temo
impossibile, vista la vastità del compito) esame dei rimanenti.
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| Joshua Reynolds, Robert Clive e la sua famiglia con una cameriera indiana, 1765. Monaco, Staatliche Museen Fonte: Wikimedia Commons |
[3] Va detto subito che i taccuini di Reynolds non sono
come quelli, ad esempio, di un Lanzi. Innanzi tutto ognuno di essi non
costituisce un unicum
che presenti al proprio interno tutti gli appunti relativi ad una determinata
tappa della residenza di Reynolds in Italia (non esiste, in senso stretto, un
taccuino romano, toscano, bolognese). È praticamente certo che Reynolds ne
usasse più di uno contemporaneamente e semmai non è del tutto chiaro in base a
quali criteri ne adoperasse uno piuttosto che un altro. Ciò non toglie che, ad
esempio, il presente conservi note relative prevalentemente al soggiorno
fiorentino (e in merito va detto che è molto probabile che i soggiorni siano
stati due: uno all’inizio del viaggio e l’altro alla fine del medesimo; il
materiale presente in questo taccuino dovrebbe essere relativo proprio al
soggiorno sulla via del ritorno, nel 1752). Va comunque detto che, sempre in
201 a 10 compaiono anche note romane ed umbre, con escursioni a visite
ferraresi; e che gli appunti toscani non si limitano al solo taccuino in esame
in questo volume, tanto che Perini avverte l’esigenza di presentare in
appendice il resto delle note toscane presenti (ed individuate) negli altri
taccuini.
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| Joshua Reynolds, Il colonnello Acland e Lord Sidney in veste da arcieri, 1769. Londra, The Tate Gallery Fonte: Wikimedia Commons |
[4] Abbiamo parlato di “appunti” non a caso. Proprio di
appunti (verbali e visivi) si tratta. Anzi, ad essere onesti, gli appunti
verbali sono estremamente stringati, mentre di gran lunga più suggestivi
appaiono essere quelli visivi, i disegni, gli schizzi che l’artista inglese
fissa sul taccuino col chiaro intento di collazionare spunti da fare propri e
rielaborare secondo uno schema eclettico che rappresenta uno dei grandi tratti
salienti dell’opera di Reynolds. È chiaro, insomma, che la grande sfida del
curatore è quella di riconoscere innanzi tutto le fonti a cui corrispondono i
disegni (e non sempre tutto ciò risulta essere possibile) e in secondo luogo il
riutilizzo dei medesimi operato da Reynolds nella sua produzione artistica.
Chiarendo subito una cosa: che non stiamo parlando di plagi, ma di
rielaborazioni personali di spunti reperiti in Italia: “il viaggio in Italia
era ormai un must, una moda a cui
l’artista à la page non poteva
sottrarsi, se voleva poter interloquire apprezzabilmente con i committenti
britannici che avevano fatto il Grand Tour […]; ma nessuno [n.d.r degli artisti
britannici contemporanei a Reynolds], dal viaggio in Italia, ha saputo ricavare
artisticamente tanto quanto Reynolds e le schede relative ai disegni del presente
taccuino vogliono appunto indicare – neppure troppo esaustivamente – le
occasioni (non certo le modalità) dei successivi reimpieghi, in patria, del
visto e dell’appreso. Perché, anche al di là dai prestiti compositivi, dagli
aiuti all’invenzione, dalle suggestioni stilistiche, i contemporanei insulari,
colleghi e non, fin dai suoi primi dipinti londinesi […] si erano accorti
subito di un fatto, e cioè che […] Reynolds aveva… cambiato il modo di pensare ai suoi quadri,
anzi, di pensarli. Degli italiani, in effetti, non aveva adottato propriamente
lo stile, ma semmai il metodo
di lavoro, e specificamente il modo di inventare, riuscendo a
portare perfino un ritratto dal piano naturalmente e tradizionalmente
descrittivo a quello narrativo” (pp. 24-25).
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| Joshua Reynolds, Le signore della famiglia Waldegrave. Edimburgo, National Gallery of Scotland Fonte: Wikimedia Commons |
[5] Si diceva che la sfida dell’autrice è stabilire quali
siano stati i reimpieghi successivi dei modelli disegnati in Italia. Da un
punto di vista metodologico, il volume contiene un vero e proprio manifesto
programmatico, che si ritiene utile riportare con le parole di Perini Folesani:
“Naturalmente a prima vista può sembrare arrogante e pretestuoso, e soprattutto
estremamente soggettivo, sostenere che una derivazione da un certo modello sia
più corretta o sbagliata di un’altra, oppure che l’una sia corretta e l’altra
sia sbagliata. Esiste, in effetti, nell’approccio degli storici dell’arte
tradizionali (specie di quelli che insistono sulla linea – un tempo nobile e
pionieristica, ma ormai troppo spesso consunta e mercantilmente corrotta –
della connoisseurship),
una incapacità costituzionale a definire la somiglianza se non nei termini
(forzatamente soggettivistici) di un’agnizione apodittica individuale, tanto
inverificabile quanto incontestabile, perché basata su un’evidenza di cui la
loro esperienza inoppugnabile – o piuttosto inimpugnabile – è e vuole essere
unica garante. Ma, a dispetto di quanto credono costoro, il mondo si è evoluto
e le cose sono cambiate: l’applicazione al campo figurativo di criteri
semiotici che sono in via d’elaborazione – in ambito letterario – da quasi
trent’anni e che, una ventina d’anni fa, sono maturati nei Palinsesti di Genette
(penso ai concetti fondamentali… di interdiscorsività ed intertestualità, ed
alle nozioni intermedie di ipotestualità, da cui io ricavo, preferendola, la
nozione appena differenziata di infratestualità) dovrebbe consentire a chiunque
una verifica oggettiva, non arbitraria, della eventuale somiglianza tra due
raffigurazioni (e del suo grado), secondo criteri che, essendo (come ogni
campione di misura) impersonali, estrinseci, immutabili, astratti (in una
parola, oggettivi), non sono facilmente passibili di manipolazioni suggestive,
oltre che soggettive” (pp. 44-45).
[6] Giovanna Perini o Giovanna Perini Folesani? È la stessa autrice a
chiarire: Folesani è il cognome della madre, scomparsa nel 2010. Perini ha
fatto richiesta e ottenuto dal Ministero degli Interni di cambiare cognome,
aggiungendo quello materno. Quindi, la dicitura corretta è Giovanna Perini
Folesani.





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