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Barbara Agosti
Paolo Giovio.
Uno storico lombardo nella cultura artistica del Cinquecento
Leo S. Olschki, 2008
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| Ritratto di Paolo Giovio. Serie Gioviana. Firenze, Galleria degli Uffizi Fonte: Wikimedia Commons |
“Il
libro mette in luce l’importante ruolo giocato da Paolo Giovio nel tessuto
della civiltà artistica italiana tra la stagione rinascimentale e l’età della
incipiente Controriforma, ricostruendo le sue molteplici, intense relazioni con
un gruppo, geograficamente variegato, di grandi artisti, committenti, letterati
e scrittori d’arte suoi contemporanei. Ripercorrendo in questa prospettiva le
vicende biografiche dello storico comasco, dalla formazione alla sua prolungata
attività romana presso la corte dei papi medicei prima, e dei Farnese poi, fino
al ritiro degli ultimi anni nella Firenze di Cosimo I, affiora una nuova e più
vivida immagine della personalità del Giovio, e del suo peculiare sguardo sulle
arti figurative e il loro sviluppo storico. Emerge di qui anche il suo
coinvolgimento, spesso insospettato, in tanti celebri episodi della storia
dell’arte italiana, e si capisce meglio perché lo stesso Giorgio Vasari
riconoscesse proprio nei fitti, durevoli scambi intrattenuti con l’amico
lombardo una fondamentale spinta propulsiva per il progetto storiografico delle
Vite. L’apparato di tavole è costruito sia in funzione del
testo, sia come atlante autonomo, con il proposito di rievocare riferimenti
visivi, interessi e gusti dello scrittore, nelle loro reciproche intersezioni:
viene restituita così la coerenza con cui le pagine di storiografia artistica
del Giovio accompagnano la sua appassionata attività di collezionista di
ritratti di personaggi illustri, e il suo notevolissimo impegno creativo come
consigliere artistico al servizio di alcuni tra i più splendidi mecenati dei
suoi giorni.”
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| Ritratto di Leonardo da Vinci, Serie Gioviana. Firenze, Galleria degli Uffizi Fonte: Wikimedia Commons |
[2]
Un libro di grandissimo spessore e piacevole lettura. In generale – scrive
l’autrice (pp. 159-163) - la sfortuna critica di Giovio è il risultato di due
elementi fondamentali: lo spirito filomediceo e filoimperiale su cui si regge
la sua opera principale (ovvero le Historiae, pubblicate dal Torrentino
nel 1550), e la scelta programmatica di scrivere nella lingua cortigiana per
eccellenza, ovvero in latino. Se questi elementi furono causa del repentino
oblio in cui caddero le sue opere, furono anche (per ovvie ragioni politiche)
motivo di sostanziale rigetto da parte dei letterati e degli storiografi risorgimentali
italiani; tutte le opere di Giovio vennero genericamente bollate come mere
esercitazioni stilistiche, compresi gli scritti d’arte. È noto che la
riscoperta della figura del vescovo di Nocera dei Pagani spetta a Benedetto
Croce (Conversazioni critiche. Serie terza, pp. 296-308), e in
ambito di storiografia artistica, allo Schlosser (Raccolte d’arte e di
meraviglie del tardo Rinascimento
prima e La letteratura artistica poi). Tuttavia la
rivalutazione di Giovio in materia di letteratura artistica avviene, secondo
l’autrice, sotto una lente che ne distorce i connotati: Giovio diventa
l’anticipatore di un mondo che non gli appartiene: diviene coi suoi Elogia
il precursore dei medaglioni biografici delle Vite vasariane (e
in fondo è proprio Vasari ad autorizzare una simile lettura quando – con la
consueta immodestia – racconta nella sua autobiografia giuntina la scena della
cena tenutasi presso il cardinal Alessandro Farnese nel 1546 in cui Giovio racconta
di voler comprendere negli Elogia una sezione dedicata agli artefici
delle arti, ma poi, consapevole della sua inadeguatezza in materia, sprona
Vasari alla composizione delle Vite); diventa il creatore del genere
delle Imprese col suo Dialogo dell’imprese militari e amorose,
pubblicato postumo nel 1555, e infine si afferma come estensore di programmi
iconografici per la realizzazione di cicli pittorici, aprendo la strada a
figure come Annibal Caro e Vincenzio Borghini. La tesi di questo libro, invece,
è che Giovio non è un precursore, ma un uomo di una generazione precedente; che
è espressione della cultura dei primi decenni del 1500 e non di metà secolo;
che i suoi scritti editi (tutti quasi in vecchiaia) e inediti hanno a che fare
con i primi decenni del secolo; e che tutto ciò, ben lungi dall’essere un
limite, ne accresce la statura, perché Giovio riesce ad esprimere giudizi
critici maturi, meditati e soprattutto sempre tarati su una visione non
puramente locale del fare artistico. Giovio nasce lombardo, e senza dubbio di
cultura lombarda è intriso, ma conosce bene anche gli ambienti romani e
fiorentini, napoletani e veneti, dimostrando spesso di avere ben presenti gli
elementi stilistici che li rendono peculiari gli uni rispetto agli altri. Tutto
ciò rende Giovio una fonte preziosissima (una fonte, e non un precursore) per
la letteratura artistica italiana del primo Cinquecento.
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| Ritratto dell'Imperatore Carlo V, Serie Gioviana. Firenze, Galleria degli Uffizi Fonte: Wikimedia Commons |
[3]
Senza dubbio gli scritti artistici più significativi di Giovio sono costituiti
dalle tre biografie di Leonardo, Michelangelo e Raffaello; ad esse si affiancano alcuni passi del Dialogus de viris et
foeminis aetate nostra florentibus; in tutti i casi si tratta di scritti
pubblicati per la prima volta dal Tiraboschi nel 1781 e poi riproposti da Paola
Barocchi prima (il Dialogus diventa Fragmentum trium Dialogorum) e da Sonia Maffei poi. Si tratta di testimonianze che
risalgono – da evidenze interne – al 1525 (le biografie) e al 1528 circa (il Dialogus).
In tutte Giovio mostra una consapevolezza stilistica non comune, cogliendo
aspetti caratterizzanti degli artefici di cui viene a parlare (molto stimolanti
le pagine in cui la Agosti
propone la compilazione delle biografie artistiche come reazione alle Prose
della volgar lingua di Pietro Bembo (pp. 51-53)): l’attenzione per la
plastica e la difficoltà a concludere le opere per Leonardo, la “suprema
sapienza negli scorci e le gradazioni di luce e ombre utilizzate per ottenere
un massimo di scultorea tridimensionalità” (p. 61) per Michelangelo, il
concetto di “grazia” nella pittura del Sanzio; o ancora la “diligente
ripetitività officinale del Perugino” (p. 83) e il cromatismo di Tiziano (pp.
84-85). Insomma, Giovio è un acuto testimone del suo tempo, ovvero dell’Italia
artistica degli anni ‘20, e lo scarto temporale fra la pubblicazione di molti
suoi scritti (metà del 1500) e la reale redazione dei medesimi non deve farlo
mai dimenticare. Ricalibrata in questa maniera la figura dell’umanista comasco,
assume anche maggiore importanza il ruolo di fonte di Giovio nei confronti del
Vasari (che per ragioni anagrafiche non aveva ricordi diretti, ad esempio,
della Roma di Leone X). Dunque, non più e non solo un precursore da un punto di
vista formale (gli Elogia che rimandano alle biografie delle Vite,
l’idea di presentare le biografie stesse accompagnandole con i ritratti degli
artefici e così via), ma ben più sostanziale. E assume significato diverso
l’opera di revisione condotta sulle Vite dal Giovio a partire dalla fine
del 1546, almeno per quanto riguarda gli artisti del primo Cinquecento (pp.
40-41).
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| Ritratto di Solimano il Magnifico, Serie Gioviana. Firenze, Galleria degli Uffizi Fonte: Wikimedia Commons |
[4]
Resterebbe da parlare di almeno altre due facce degli interessi artistici di
Giovio: da un lato la creazione di programmi iconografici da trasmettere
all’artista per la traduzione in decorazione pittorica; dall’altro di Giovio
quale creatore di Imprese o, ancor meglio, del genere delle Imprese; la Agosti sviscera con estrema
sensibilità entrambi gli argomenti, finendo per dimostrare (a nostro avviso in
maniera convincente) che anche qui siamo di fronte ad aspetti in cui la
sensibilità artistica del vescovo comasco si dimostra preponderante rispetto ad
interessi prettamente letterari che pure ci sono e che comunque saranno invece
caratterizzanti per le generazioni successive (Giovio, insomma, è assai più
attento allo stile dell’artista nell’esecuzione del programma iconografico o al
significato dell’Impresa come elemento decorativo di quanto si possa pensare).
[5] Certo non entusiastico (anche qui, a nostro avviso, a ragione) il giudizio espresso dall’autrice sull’edizione degli Elogia pubblicata nei Millenni Einaudi a cura di Franco Minonzio.
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| Ritratto di Dante Alighieri, Serie Gioviana. Firenze, Galleria degli Uffizi Fonte: Wikimedia Commons |
[5] Certo non entusiastico (anche qui, a nostro avviso, a ragione) il giudizio espresso dall’autrice sull’edizione degli Elogia pubblicata nei Millenni Einaudi a cura di Franco Minonzio.
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| Ritratto di Alchitrof, Re dell'Etiopia, Serie Gioviana. Firenze, Galleria degli Uffizi Fonte: Wikimedia Commons |
[6] Una curiosità (di
importanza non trascurabile): come noto Giovio pubblica molte sue opere (le Historiae,
il secondo volume degli Elogia) nella Firenze di Cosimo I, presso quella
tipografia di Lorenzo Torrentino dove, nel 1550, si pubblica anche la prima
edizione delle Vite vasariane. L’autrice fa notare come il frontespizio
delle Vite di Vasari sia identico a quello della prima traduzione
italiana (1551), operata da Ludovico Domenichi, delle Historiae gioviane
(p. 42).






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