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venerdì 15 novembre 2013

Barbara Agosti: Paolo Giovio. Uno storico lombardo nella cultura artistica del Cinquecento. Leo S. Olschki, 2008


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Barbara Agosti
Paolo Giovio.
Uno storico lombardo nella cultura artistica del Cinquecento

Leo S. Olschki, 2008

Ritratto di Paolo Giovio. Serie Gioviana. Firenze, Galleria degli Uffizi
Fonte: Wikimedia Commons



[1] Si riporta il testo della scheda editoriale fornita da Olschki a presentazione dell’opera: 

“Il libro mette in luce l’importante ruolo giocato da Paolo Giovio nel tessuto della civiltà artistica italiana tra la stagione rinascimentale e l’età della incipiente Controriforma, ricostruendo le sue molteplici, intense relazioni con un gruppo, geograficamente variegato, di grandi artisti, committenti, letterati e scrittori d’arte suoi contemporanei. Ripercorrendo in questa prospettiva le vicende biografiche dello storico comasco, dalla formazione alla sua prolungata attività romana presso la corte dei papi medicei prima, e dei Farnese poi, fino al ritiro degli ultimi anni nella Firenze di Cosimo I, affiora una nuova e più vivida immagine della personalità del Giovio, e del suo peculiare sguardo sulle arti figurative e il loro sviluppo storico. Emerge di qui anche il suo coinvolgimento, spesso insospettato, in tanti celebri episodi della storia dell’arte italiana, e si capisce meglio perché lo stesso Giorgio Vasari riconoscesse proprio nei fitti, durevoli scambi intrattenuti con l’amico lombardo una fondamentale spinta propulsiva per il progetto storiografico delle Vite. L’apparato di tavole è costruito sia in funzione del testo, sia come atlante autonomo, con il proposito di rievocare riferimenti visivi, interessi e gusti dello scrittore, nelle loro reciproche intersezioni: viene restituita così la coerenza con cui le pagine di storiografia artistica del Giovio accompagnano la sua appassionata attività di collezionista di ritratti di personaggi illustri, e il suo notevolissimo impegno creativo come consigliere artistico al servizio di alcuni tra i più splendidi mecenati dei suoi giorni.”


Ritratto di Leonardo da Vinci, Serie Gioviana. Firenze, Galleria degli Uffizi
Fonte: Wikimedia Commons

[2] Un libro di grandissimo spessore e piacevole lettura. In generale – scrive l’autrice (pp. 159-163) - la sfortuna critica di Giovio è il risultato di due elementi fondamentali: lo spirito filomediceo e filoimperiale su cui si regge la sua opera principale (ovvero le Historiae, pubblicate dal Torrentino nel 1550), e la scelta programmatica di scrivere nella lingua cortigiana per eccellenza, ovvero in latino. Se questi elementi furono causa del repentino oblio in cui caddero le sue opere, furono anche (per ovvie ragioni politiche) motivo di sostanziale rigetto da parte dei letterati e degli storiografi risorgimentali italiani; tutte le opere di Giovio vennero genericamente bollate come mere esercitazioni stilistiche, compresi gli scritti d’arte. È noto che la riscoperta della figura del vescovo di Nocera dei Pagani spetta a Benedetto Croce (Conversazioni critiche. Serie terza, pp. 296-308), e in ambito di storiografia artistica, allo Schlosser (Raccolte d’arte e di meraviglie  del tardo Rinascimento prima e La letteratura artistica poi). Tuttavia la rivalutazione di Giovio in materia di letteratura artistica avviene, secondo l’autrice, sotto una lente che ne distorce i connotati: Giovio diventa l’anticipatore di un mondo che non gli appartiene: diviene coi suoi Elogia il precursore dei medaglioni biografici delle Vite vasariane (e in fondo è proprio Vasari ad autorizzare una simile lettura quando – con la consueta immodestia – racconta nella sua autobiografia giuntina la scena della cena tenutasi presso il cardinal Alessandro Farnese nel 1546 in cui Giovio racconta di voler comprendere negli Elogia una sezione dedicata agli artefici delle arti, ma poi, consapevole della sua inadeguatezza in materia, sprona Vasari alla composizione delle Vite); diventa il creatore del genere delle Imprese col suo Dialogo dell’imprese militari e amorose, pubblicato postumo nel 1555, e infine si afferma come estensore di programmi iconografici per la realizzazione di cicli pittorici, aprendo la strada a figure come Annibal Caro e Vincenzio Borghini. La tesi di questo libro, invece, è che Giovio non è un precursore, ma un uomo di una generazione precedente; che è espressione della cultura dei primi decenni del 1500 e non di metà secolo; che i suoi scritti editi (tutti quasi in vecchiaia) e inediti hanno a che fare con i primi decenni del secolo; e che tutto ciò, ben lungi dall’essere un limite, ne accresce la statura, perché Giovio riesce ad esprimere giudizi critici maturi, meditati e soprattutto sempre tarati su una visione non puramente locale del fare artistico. Giovio nasce lombardo, e senza dubbio di cultura lombarda è intriso, ma conosce bene anche gli ambienti romani e fiorentini, napoletani e veneti, dimostrando spesso di avere ben presenti gli elementi stilistici che li rendono peculiari gli uni rispetto agli altri. Tutto ciò rende Giovio una fonte preziosissima (una fonte, e non un precursore) per la letteratura artistica italiana del primo Cinquecento.


Ritratto dell'Imperatore Carlo V, Serie Gioviana. Firenze, Galleria degli Uffizi
Fonte: Wikimedia Commons


[3] Senza dubbio gli scritti artistici più significativi di Giovio sono costituiti dalle tre biografie di Leonardo, Michelangelo e Raffaello; ad esse si affiancano alcuni passi del Dialogus de viris et foeminis aetate nostra florentibus; in tutti i casi si tratta di scritti pubblicati per la prima volta dal Tiraboschi nel 1781 e poi riproposti da Paola Barocchi prima (il Dialogus diventa Fragmentum trium Dialogorum) e da Sonia Maffei poi. Si tratta di testimonianze che risalgono – da evidenze interne – al 1525 (le biografie) e al 1528 circa (il Dialogus). In tutte Giovio mostra una consapevolezza stilistica non comune, cogliendo aspetti caratterizzanti degli artefici di cui viene a parlare (molto stimolanti le pagine in cui la Agosti propone la compilazione delle biografie artistiche come reazione alle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo (pp. 51-53)): l’attenzione per la plastica e la difficoltà a concludere le opere per Leonardo, la “suprema sapienza negli scorci e le gradazioni di luce e ombre utilizzate per ottenere un massimo di scultorea tridimensionalità” (p. 61) per Michelangelo, il concetto di “grazia” nella pittura del Sanzio; o ancora la “diligente ripetitività officinale del Perugino” (p. 83) e il cromatismo di Tiziano (pp. 84-85). Insomma, Giovio è un acuto testimone del suo tempo, ovvero dell’Italia artistica degli anni ‘20, e lo scarto temporale fra la pubblicazione di molti suoi scritti (metà del 1500) e la reale redazione dei medesimi non deve farlo mai dimenticare. Ricalibrata in questa maniera la figura dell’umanista comasco, assume anche maggiore importanza il ruolo di fonte di Giovio nei confronti del Vasari (che per ragioni anagrafiche non aveva ricordi diretti, ad esempio, della Roma di Leone X). Dunque, non più e non solo un precursore da un punto di vista formale (gli Elogia che rimandano alle biografie delle Vite, l’idea di presentare le biografie stesse accompagnandole con i ritratti degli artefici e così via), ma ben più sostanziale. E assume significato diverso l’opera di revisione condotta sulle Vite dal Giovio a partire dalla fine del 1546, almeno per quanto riguarda gli artisti del primo Cinquecento (pp. 40-41).


Ritratto di Solimano il Magnifico, Serie Gioviana. Firenze, Galleria degli Uffizi
Fonte: Wikimedia Commons


[4] Resterebbe da parlare di almeno altre due facce degli interessi artistici di Giovio: da un lato la creazione di programmi iconografici da trasmettere all’artista per la traduzione in decorazione pittorica; dall’altro di Giovio quale creatore di Imprese o, ancor meglio, del genere delle Imprese; la Agosti sviscera con estrema sensibilità entrambi gli argomenti, finendo per dimostrare (a nostro avviso in maniera convincente) che anche qui siamo di fronte ad aspetti in cui la sensibilità artistica del vescovo comasco si dimostra preponderante rispetto ad interessi prettamente letterari che pure ci sono e che comunque saranno invece caratterizzanti per le generazioni successive (Giovio, insomma, è assai più attento allo stile dell’artista nell’esecuzione del programma iconografico o al significato dell’Impresa come elemento decorativo di quanto si possa pensare).


Ritratto di Dante Alighieri, Serie Gioviana. Firenze, Galleria degli Uffizi
Fonte: Wikimedia Commons

[5] Certo non entusiastico (anche qui, a nostro avviso, a ragione) il giudizio espresso dall’autrice sull’edizione degli Elogia pubblicata nei Millenni Einaudi a cura di Franco Minonzio.


Ritratto di Alchitrof, Re dell'Etiopia, Serie Gioviana. Firenze, Galleria degli Uffizi
Fonte: Wikimedia Commons

[6] Una curiosità (di importanza non trascurabile): come noto Giovio pubblica molte sue opere (le Historiae, il secondo volume degli Elogia) nella Firenze di Cosimo I, presso quella tipografia di Lorenzo Torrentino dove, nel 1550, si pubblica anche la prima edizione delle Vite vasariane. L’autrice fa notare come il frontespizio delle Vite di Vasari sia identico a quello della prima traduzione italiana (1551), operata da Ludovico Domenichi, delle Historiae gioviane (p. 42).

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