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Francesco Repishti, Richard Schofield
Architettura e controriforma
I dibattiti per la facciata del duomo di Milano 1582-1682
Milano, Electa, 2004


[1] Un’opera di grande spessore, che ha il suo nucleo fondante nella pubblicazione dell’intero corpus dei dibattiti relativi all’edificazione della facciata del Duomo di Milano negli anni che vanno dal 1582 al 1682. In realtà il volume è diviso in tre parti. Nella prima Francesco Repishti, col suo saggio La facciata del Duomo di Milano (1537-1657) ripercorre le vicende legate ai progetti per l’erezione della stessa basandosi sull’analisi dei disegni progettuali pervenuti sino a noi. La seconda parte è a firma Richard Schofield e si intitola Architettura, dottrina e magnificenza nell’architettura ecclesiastica dell’età di Carlo e Federico Borromeo. L’autore ricostruisce in maniera magistrale le polemiche legate alla contrapposizione fra Riforma e Controriforma in materia di edifici di culto. Un particolare rilievo rivestono, come naturale, le posizioni espresse da Carlo Borromeo nel suo Instructionum Fabricae et Supellectilis Ecclesiasticae del 1577 e da Federico Borromeo nel De Presbyterio (1622, inedito in età moderna) e nel De Pictura Sacra del 1624 . La terza sezione è quella in cui viene presentato in edizione critica l’insieme dei dibattiti.
[2] La storia travagliatissima della Fabbrica del Duomo di Milano è nota a tutti. Le vicende relative all’erezione della facciata non furono certo più lineari. Il dibattito che fra il 1582 ed il 1682 si dipanò anticipando prima ed accompagnando poi la costruzione della facciata (costruzione che si concluse poi secoli dopo) non è solo l’espressione di gelosie, ripicche o attestazioni di stima fra architetti di diversa estrazione, ma restituisce in maniera evidente la profonda spaccatura ideologica provocata nella cristianità dallo scisma luterano e dalla Controriforma. Il Duomo è stato eretto in stile gotico, nello stile cioè che è espressione della cultura appartenente a quei paesi che hanno abbracciato o che rischiano di abbracciare la Riforma. Dal 1567 è eletto responsabile della Fabbrica l’architetto Pellegrino Pellegrini (meglio noto come Pellegrino Tibaldi). Pellegrino (per una ricostruzione dei suoi scritti teorici si veda l’edizione de L’Architettura pubblicata da Il Polifilo a cura di Adele Buratti Mazzotta nel 1990) è uomo legato da profonda sintonia all’arcivescovo di Milano, Carlo Borromeo, che ha conosciuto ed ha imparato a stimare negli anni del suo soggiorno romano. Tibaldi diventa, di fatto, l’architetto ufficiale del Borromeo e per il Borromeo esegue una lunga serie di interventi a Milano. L’incarico presso la Fabbrica del Duomo non è certo il meno importante fra questi. L’attenzione del Tibaldi è tutta rivolta a tradurre sul piano pratico i precetti che Carlo Borromeo va esponendo nelle sue Instructiones del 1577. E tuttavia l’intervento di Pellegrino Pellegrini riguarda soprattutto gli interni dell’edificio. Fino al 1582 non si ha notizia di progetti per l’erezione della facciata. È a partire da quell’anno che gli ambienti legati alla Fabbrica cominciano a porsi il problema. Problemi tutt’altro che di facile soluzione se solo nel 1609 un altro Borromeo, questa volta Federico, sceglierà fra i molti progetti presentati, proprio quello del Tibaldi (progetto presentato con ogni verosimiglianza negli anni fra il 1593 ed il 1596, quando già l’architetto si è trasferito in Spagna), sia pure con modifiche che lo avvicinano ad altri di mano del Richino. Un dato tuttavia è indiscutibile. Tutti i disegni ed i progetti presentati in oltre vent’anni propongono l’erezione della facciata secondo uno stile “moderno” o classico o romano che dir si voglia e abbandonano il principio di conformità costruttiva degli stili che vorrebbe la facciata eretta in gotico. La costruzione procede a rilento un po’ per problemi di carattere finanziario e logistico, un po’ per le inevitabili difficoltà di ordine tecnico. Una delle principali (quella che poi farà fallire il progetto) è la costruzione delle dieci maestose colonne di granito previste ad uso della facciata (immaginatevi le colonne di San Pietro in Piazza Duomo). Si tratta di individuare la località in cui reperire la materia prima, di seguire in loco i lavori di realizzazione delle stesse e di occuparsi del trasporto delle colonne a Milano. A pianificare i preparativi è il nuovo architetto responsabile della Fabbrica, Fabio Mangone, autore anche del progetto definitivo della facciata. Nel 1617 viene concluso un contratto per la fornitura delle colonne con la comunità di Baveno, sul Lago Maggiore. Sul monte Baveno viene trovato “un unico pezzo di granito rosa... sufficiente a realizzare non solo le dieci colonne dell’ordine inferiore, ma anche le sei di quello superiore... [N.d.r. Si suggerisce] di lavorare il pezzo sulla riva e di affidare l’impresa del taglio ai maestri di Baveno. Una volta caricate sulla grande imbarcazione... le moderne colonne, attraversando il lago e percorrendo il Ticino e il Naviglio Grande, sarebbero giunte sino a Milano” (p. 73). La vicenda delle colonne esercita un grande interesse anche sul Borromeo, che tratterà alcuni aspetti del problema in due scritti oggi consultabili in Le colonne per la facciata del Duomo, edito da Libri Scheiwiller nel 1986. E, sia chiaro, è una vicenda che non si conclude bene: nel luglio del 1628 cominciano le operazioni per il trasporto della prima colonna a Milano, le funi si rompono, la colonna si spezza in tre parti diverse e affonda nel lago. È un colpo mortale per il progetto Tibaldi. Gli anni successivi vedono sì la nascita di nuovi progetti che prevedono l’utilizzo di colonne meno imponenti per ovviare al problema tecnico, ma l’impressione è che il dibattito si trascini stancamente sino al 1638, quando l’architetto Carlo Buzzi presenta un nuovo, rivoluzionario progetto (poi affinato in successivi disegni). Viene abbandonata la facciata “alla romana” e si torna al gotico, o, meglio al “gotto-romano”, in nome di quel principio di conformità costruttiva che era stato trascurato cinquant’anni prima: “nel presentare la sua proposta, Buzzi dichiara immediatamente i due principi guida del suo progetto: la corrispondenza con il resto della Fabbrica e il mantenimento di quanto già realizzato seguendo il progetto di Tibaldi. La rottura rispetto alla precedente tradizione è rilevante ed è motivata dalla convinzione che la facciata debba essere, secondo Buzzi, un’opera di «architettura mista di romana e di gotica» che combini gli esistenti elementi “alla tedesca” con quelli “alla romana” già realizzati: «Siccome nell’interiore della chiesa si vedono molte opere di architettura romana, come gli altari, la cinta del choro, il scurolo, il tabernacolo, l’ornamento delli organi, il battisterio e altri ornamenti, così non ripugna che la parte anteriore d’essa partecipi dell’una e dell’altra architettura»” (p. 93). È la nuova linea maestra; il dibattito rifiorisce e diventa particolarmente ricco attorno ai progetti del Buzzi e a quelli dell’architetto Francesco Castelli (anch’essi “gottoromani”). Vengono richiesti i pareri (e li si può leggere nella sezione dedicata alla pubblicazione dei dibattiti) ad architetti estranei alla cultura lombarda come Bernini ed il Longhena, sino a quando nel 1653 non viene ufficialmente scelto un disegno del Buzzi. Mancano ancora quasi 250 anni al completamento della facciata; una fase storica, non solo nella costruzione del Duomo di Milano, ma anche nell’evoluzione della storia del pensiero architettonico, può dirsi conclusa.
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