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Francesca Muzio (a cura di)
Un trattato universale dei colori. Il Ms. 2861 della Biblioteca Universitaria di Bologna
Leo S. Olschki, 2012
[1] Il ms. 2861 della Biblioteca Universitaria di Bologna
ha una sua storia particolare. Sicuramente ha attratto da sempre la curiosità
degli studiosi. Mary P. Merrifield ne incluse la trascrizione all’interno dei
suoi Original Treatises On the Arts of
Painting, denominandolo Segreti per
colori (siamo nel 1849). All’epoca il manoscritto era conservato
presso la Biblioteca dei Canonici Regolari presso il Convento di San Salvatore
di Bologna con segnatura 165, ma aveva già viaggiato molto. Era stato sottratto
ai religiosi dai francesi in epoca di requisizioni napoleoniche (cfr. Paul
Wescher, I furti d’arte. Napoleone e la
nascita del Louvre), ma vi aveva fatto ritorno con la
restaurazione. Anni dopo (1867), in seguito alla soppressione di alcuni enti
ecclesiastici, il codice entrò in possesso alla Biblioteca Universitaria,
assumendo appunto segnatura 2861. L’allora direttore della Biblioteca, Olindo
Guerrini, lo fece trascrivere e ne approntò una nuova edizione assieme a
Corrado Ricci, nulla sapendo dell’edizione Merrifield. Fu così che nel 1887
comparve Il libro dei colori. Segreti del
sec. XV (molto spesso la primogenitura Merrifield viene ancor oggi
ignorata). Proprio di nessuna importanza, invece, l’edizione Castellani del
2007. Esiste peraltro una trascrizione moderna (2008) del manoscritto
(l’edizione è a cura di Pietro Baraldi), consultabile online all’indirizzo http://www.bub.unibo.it/it-IT/Biblioteca-digitale/Contributi/Manoscritto-bolognese.aspx?LN=it-IT&idC=61817
[2] Francesca Muzio propone ora una nuova trascrizione
moderna del codice, trascrizione di sicuro interesse. Muzio fornisce alcuni elementi
di novità, traendone conclusioni che, onestamente, ci lasciano perplessi. Per
prima cosa segnala (p. VI) che Giovambattista Passeri, nella sua Istoria delle Maioliche fatte in Pesaro e
ne’ paesi circonvicini (Venezia, 1758) trascrive le ricette relative agli
smalti per ceramiche contenute nel codice. Passeri dice esplicitamente di aver
consultato il codice di San Salvatore, e lo identifica con sufficiente
chiarezza per arrivare a stabilire che stiamo parlando del ms. 2861. Passeri
(1758), dunque – dice Muzio - ha il merito di aver riproposto il codice
all’attenzione dei tecnici, “molto prima che M.P. Merrifield ne pubblicasse
qualche ricetta nel 1849”. Ora, forse è il caso di capirsi. Passeri nella sua Istoria cita sì il codice, ma senza
alcuna segnatura o descrizione (se non che è scritto parte in latino e parte in
volgare e risale alla fine del 1400); trascrive al massimo una ventina di ricette
in un paio di pagine senza inquadrarle in un benché minimo contesto; la
Merrifield, nei suoi Treatises
trascrive di fatto tutti gli otto capitoli del codice dedicandovi quasi
trecento pagine. Onestamente non si capisce perché esaltare il ruolo di Passeri
e sminuire i meriti della Merrifield. Tanto più che, nella sua introduzione
alla trascrizione, Merrifield cita espressamente Passeri proprio in merito a
smalti e maioliche (p. 338), pur senza segnalare che alcuni ricette del codice
sono state trascritte dal Passeri stesso.
[3] Non si capisce, dunque, perché amplificare
l’importanza di Passeri e sminuire quella della Merrifield, se non (forse)
dicendosi che la curatrice vuole così rafforzare tutta la tesi dell’opera,
ovvero che il codice sia sì risalente alla fase centrale del XV secolo, ma
soprattutto che sia stato assemblato, nella sua natura forzatamente
compilativa, negli ambienti delle ceramiche e delle maioliche pesaresi (pur
risentendo nell’impianto del ricettario di forti influssi senesi). Nella sua
introduzione, Muzio fornisce una serie di indizi in tal senso, surrogati da
ricerche di archivio che forniscono spunti, a volte eccessivamente forzati.
Sotto questo punto di vista non si capisce perché il fatto stesso che Passeri
(pesarese) conoscesse il codice non sia di per sé un indizio, senza bisogno di
andare oltre. Insomma, pur riconoscendo l’indubbia validità di questa nuova
trascrizione, e l’attenzione che vi è stata dedicata (specie sotto il profilo
codicologico), l’impressione è che la curatrice si sia un po’ lasciata prendere
la mano e abbia trasformato indizi in prove, prove che probabilmente non avremo
mai. Solo per completezza, occorre ricordare che Merrifield aveva invece
ipotizzato una provenienza del codice completamente diversa (sostanzialmente
bolognese) e che Guerrini e Ricci avevano alzato in proposito bandiera bianca,
consapevoli della natura compilativa dell’opera e quindi del serio rischio che
la provenienza delle ricette fosse estremamente eterogenea.
[4] Un’ultimissima pignoleria: da nessuna parte risulta quanto riportato
da Mark Clarke in The Art of All Colours (p. 62), ovvero che la
segnatura del manoscritto sarebbe la 1536 della Biblioteca Universitaria
bolognese. L’informazione è probabilmente inesatta
10 dicembre. Ricevo dall'autrice (Francesca Muzio): ringraziandola davvero per avere dedicato la sua attenzione al mio lavoro, devo tuttavia precisare che non è mai stata mia intenzione amplificare l'importanza di Passeri e sminuire quella del monumentale e preziosissimo lavoro della Merrifield. Il fatto che Passeri consultò il mss, nella sede del SS.Salvatore di Bologna, ha importanza quasi esclusivamente bibliografica poiché, per quanto ne so, mai prima erano stati collegati il ms 2861 e Giovambattista Passeri, che ne aveva invece pubblicato le ricette sugli smalti nel 1758, e dunque prima del 1760 quando Padre Trombelli a cui personalmente apparteneva il ms , cessasse di essere il Bibliotecario del SS.Salvatore e che dunque aveva messo a disposizione degli studiosi il manoscritto di sua proprietà prima di lasciare la sua carica. Inoltre il fatto che Passeri, studioso della maiolica pesarese, avesse consultato il manoscritto nella sede di Bologna potrebbe costituire un indizio, e non una prova, dell'origine del manoscritto, di cui poteva avere avuto notizia oltre che da Trombelli anche da Abati Olivieri o Passionei, assieme agli altri indizi, e non prove, che ho cercato di mettere in luce nella mia ricerca per datare, localizzare, e dare un nome al possibile compilatore della raccolta di ricette.
RispondiEliminaInfine, non ho letto il libro di Clarke, ma la segnatura da lui riportata sembra davvero inesatta.
Ringraziandola ancora, francesca muzio