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lunedì 18 novembre 2013

Francesca Muzio (a cura di); Un trattato universale dei colori. Il Ms. 2861 della Biblioteca Universitaria di Bologna. Leo S. Olschki editore, 2012


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Francesca Muzio (a cura di)
Un trattato universale dei colori. Il Ms. 2861 della Biblioteca Universitaria di Bologna
Leo S. Olschki, 2012

[1] Il ms. 2861 della Biblioteca Universitaria di Bologna ha una sua storia particolare. Sicuramente ha attratto da sempre la curiosità degli studiosi. Mary P. Merrifield ne incluse la trascrizione all’interno dei suoi Original Treatises On the Arts of Painting, denominandolo Segreti per colori (siamo nel 1849). All’epoca il manoscritto era conservato presso la Biblioteca dei Canonici Regolari presso il Convento di San Salvatore di Bologna con segnatura 165, ma aveva già viaggiato molto. Era stato sottratto ai religiosi dai francesi in epoca di requisizioni napoleoniche (cfr. Paul Wescher, I furti d’arte. Napoleone e la nascita del Louvre), ma vi aveva fatto ritorno con la restaurazione. Anni dopo (1867), in seguito alla soppressione di alcuni enti ecclesiastici, il codice entrò in possesso alla Biblioteca Universitaria, assumendo appunto segnatura 2861. L’allora direttore della Biblioteca, Olindo Guerrini, lo fece trascrivere e ne approntò una nuova edizione assieme a Corrado Ricci, nulla sapendo dell’edizione Merrifield. Fu così che nel 1887 comparve Il libro dei colori. Segreti del sec. XV  (molto spesso la primogenitura Merrifield viene ancor oggi ignorata). Proprio di nessuna importanza, invece, l’edizione Castellani del 2007. Esiste peraltro una trascrizione moderna (2008) del manoscritto (l’edizione è a cura di Pietro Baraldi),  consultabile online all’indirizzo http://www.bub.unibo.it/it-IT/Biblioteca-digitale/Contributi/Manoscritto-bolognese.aspx?LN=it-IT&idC=61817

[2] Francesca Muzio propone ora una nuova trascrizione moderna del codice, trascrizione di sicuro interesse. Muzio fornisce alcuni elementi di novità, traendone conclusioni che, onestamente, ci lasciano perplessi. Per prima cosa segnala (p. VI) che Giovambattista Passeri, nella sua Istoria delle Maioliche fatte in Pesaro e ne’ paesi circonvicini (Venezia, 1758) trascrive le ricette relative agli smalti per ceramiche contenute nel codice. Passeri dice esplicitamente di aver consultato il codice di San Salvatore, e lo identifica con sufficiente chiarezza per arrivare a stabilire che stiamo parlando del ms. 2861. Passeri (1758), dunque – dice Muzio - ha il merito di aver riproposto il codice all’attenzione dei tecnici, “molto prima che M.P. Merrifield ne pubblicasse qualche ricetta nel 1849”. Ora, forse è il caso di capirsi. Passeri nella sua Istoria cita sì il codice, ma senza alcuna segnatura o descrizione (se non che è scritto parte in latino e parte in volgare e risale alla fine del 1400); trascrive al massimo una ventina di ricette in un paio di pagine senza inquadrarle in un benché minimo contesto; la Merrifield, nei suoi Treatises trascrive di fatto tutti gli otto capitoli del codice dedicandovi quasi trecento pagine. Onestamente non si capisce perché esaltare il ruolo di Passeri e sminuire i meriti della Merrifield. Tanto più che, nella sua introduzione alla trascrizione, Merrifield cita espressamente Passeri proprio in merito a smalti e maioliche (p. 338), pur senza segnalare che alcuni ricette del codice sono state trascritte dal Passeri stesso.

[3] Non si capisce, dunque, perché amplificare l’importanza di Passeri e sminuire quella della Merrifield, se non (forse) dicendosi che la curatrice vuole così rafforzare tutta la tesi dell’opera, ovvero che il codice sia sì risalente alla fase centrale del XV secolo, ma soprattutto che sia stato assemblato, nella sua natura forzatamente compilativa, negli ambienti delle ceramiche e delle maioliche pesaresi (pur risentendo nell’impianto del ricettario di forti influssi senesi). Nella sua introduzione, Muzio fornisce una serie di indizi in tal senso, surrogati da ricerche di archivio che forniscono spunti, a volte eccessivamente forzati. Sotto questo punto di vista non si capisce perché il fatto stesso che Passeri (pesarese) conoscesse il codice non sia di per sé un indizio, senza bisogno di andare oltre. Insomma, pur riconoscendo l’indubbia validità di questa nuova trascrizione, e l’attenzione che vi è stata dedicata (specie sotto il profilo codicologico), l’impressione è che la curatrice si sia un po’ lasciata prendere la mano e abbia trasformato indizi in prove, prove che probabilmente non avremo mai. Solo per completezza, occorre ricordare che Merrifield aveva invece ipotizzato una provenienza del codice completamente diversa (sostanzialmente bolognese) e che Guerrini e Ricci avevano alzato in proposito bandiera bianca, consapevoli della natura compilativa dell’opera e quindi del serio rischio che la provenienza delle ricette fosse estremamente eterogenea.

[4] Un’ultimissima pignoleria: da nessuna parte risulta quanto riportato da Mark Clarke in The Art of All Colours (p. 62), ovvero che la segnatura del manoscritto sarebbe la 1536 della Biblioteca Universitaria bolognese. L’informazione è probabilmente inesatta

1 commento:

  1. 10 dicembre. Ricevo dall'autrice (Francesca Muzio): ringraziandola davvero per avere dedicato la sua attenzione al mio lavoro, devo tuttavia precisare che non è mai stata mia intenzione amplificare l'importanza di Passeri e sminuire quella del monumentale e preziosissimo lavoro della Merrifield. Il fatto che Passeri consultò il mss, nella sede del SS.Salvatore di Bologna, ha importanza quasi esclusivamente bibliografica poiché, per quanto ne so, mai prima erano stati collegati il ms 2861 e Giovambattista Passeri, che ne aveva invece pubblicato le ricette sugli smalti nel 1758, e dunque prima del 1760 quando Padre Trombelli a cui personalmente apparteneva il ms , cessasse di essere il Bibliotecario del SS.Salvatore e che dunque aveva messo a disposizione degli studiosi il manoscritto di sua proprietà prima di lasciare la sua carica. Inoltre il fatto che Passeri, studioso della maiolica pesarese, avesse consultato il manoscritto nella sede di Bologna potrebbe costituire un indizio, e non una prova, dell'origine del manoscritto, di cui poteva avere avuto notizia oltre che da Trombelli anche da Abati Olivieri o Passionei, assieme agli altri indizi, e non prove, che ho cercato di mettere in luce nella mia ricerca per datare, localizzare, e dare un nome al possibile compilatore della raccolta di ricette.
    Infine, non ho letto il libro di Clarke, ma la segnatura da lui riportata sembra davvero inesatta.
    Ringraziandola ancora, francesca muzio

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