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venerdì 29 novembre 2013

Albrecht Dürer, Institutiones geometricae - Cosimo Bartoli, I geometrici elementi di Alberto Durero, Nino Aragno editore, 2008 (ma 2009)

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Albrecht Dürer - Cosimo Bartoli
Institutiones geometricae - I geometrici elementi di Alberto Durero
A cura di Giovanni Maria Fara

Nino Aragno editore, 2008 (ma in realtà commercializzato nel 2009)


Albrecht Dürer, Veduta di Arco, 1495, Louvre Museum

[1] La produzione teorica di Albrecht Dürer è costituita fondamentalmente da tre opere: un trattato di geometria (Unterweysung der Messung), pubblicato nel 1525; un trattato di fortificazioni, stampato nel 1527 ed un trattato sulle proporzioni umane che apparve postumo, in quattro Libri, a Norimberga nel 1528. I trattati del grande artista tedesco furono ben presto tradotti in latino, dopo la sua morte, da Joachim Camerarius (nel 1532 i trattati sulla geometria e quello sulle proporzioni; tre anni dopo quello sulle fortificazioni), perché potessero godere della massima diffusione negli ambienti eruditi europei. Ed in effetti il successo delle versioni latine fu enorme, tanto che tutte le traduzioni europee cronologicamente seguenti furono condotte sulle versioni del Camerarius. In Italia, ad esempio, fu tradotto il solo trattato sulle proporzioni, nel 1591, ad opera di Giovanni Paolo Gallucci, che si basò appunto sulla versione Camerarius, salvo aggiungere un quinto libro “nel quale si insegna, in qual modo possano i Pittori con lineamenti, e colori spiegare gli affetti del corpo, e dell’animo, si naturali, come accidentali nelle imagini de gli huomini, e delle donne, secondo l’opinione de i Filosofi e Poeti. Hora la prima volta dato in luce”. Solo molto recentemente si è avvertita la necessità di tradurre direttamente dalle edizioni originali tedesche. È così ad esempio che nel 1999 Giovanni Maria Fara ha pubblicato la prima traduzione italiana del trattato di architettura, ovvero Alcune istruzioni sulla difesa delle città, delle fortezze e dei borghi, all’interno di Giovanni Maria Fara, Albrecht Dürer teorico dell’architettura. Una storia italiana. E nel 2007 Giuditta Moly Feo ha tradotto in edizione critica dalla princeps tedesca (e quindi non dal Gallucci) i Quattro libri sulle proporzioni umane (questa pubblicazione non viene citata nella presente opera. Fara segnala che il suo studio è stato concluso nel dicembre 2004; qualche lungaggine ne ha impedito la stampa sino ad oggi). Il volume di cui ci troviamo ora a scrivere non è, a dire il vero, una nuova traduzione moderna, ma documenta un avvenimento sino ad oggi praticamente sconosciuto, ovvero la prima (e probabilmente unica) traduzione dell’Underweysung der Messung in lingua italiana, condotta da Cosimo Bartoli nel 1537, anche questa volta sulla base della versione latina del Camerarius. La traduzione di Bartoli è testimoniata in un manoscritto autografo conservato a San Pietroburgo. 

Albrecht Dürer, I quattro cavalieri dell'Apocalisse, 1497-98, Staatliche Kunsthalle Karlsruhe

[2] Dalla prefazione di Giovanni Maria Fara (pp. IX-XV): 

“Il tema principale di questo libro è lo studio e l’edizione della versione che Cosimo Bartoli condusse, nel 1537, della Underweysung der Messung, il corso di misurazione pubblicato da Albrecht Dürer nel 1525, tre anni prima di morire. Nel 1532, Joachim Camerarius, un umanista allievo di Philipp Melanchton... tradusse in latino (col titolo di Institutiones geometricae) il testo originale tedesco,... ed è da qui che, naturalmente, il Bartoli condusse la propria versione. Una versione che, vista la sua precoce datazione, anticipa le ragioni della fondazione dell’Accademia degli Umidi (poi Fiorentina per volere di Cosimo I), una pubblica istituzione di cui faceva parte lo stesso Bartoli, e che aveva fra i propri compiti primari la versione in volgare di importanti testi scientifici antichi e moderni.... Inoltre, la versione del testo düreriano rappresenta anche la prima esperienza di traduzione a noi nota da parte di colui che, di lì a pochi anni, diventerà universalmente conosciuto per aver volto in volgare gli scritti artistici, scientifici e letterari di un altro grande artista del Rinascimento, Leon Battista Alberti [n.d.r. la traduzione del De re aedificatoria, ad esempio, è del 1550]...

La fatica di Cosimo, nonostante la sua evidente importanza, rimase manoscritta in un codice che ai tempi conobbe una limitatissima fortuna, e che fino ad oggi non è mai stato integralmente edito e studiato, nonostante sia conservato nella Biblioteca dell’Accademia delle Scienze di San Pietroburgo, con la deprecabile conseguenza che tale versione è in genere tuttora sconosciuta agli studiosi di Dürer. Si è deciso quindi, in primo luogo, di trascriverla compiutamente, affiancandogli le pagine di quella latina di Camerarius, secondo l’edizione del 1532 [n.d.r. in nota Fara fa presente che l’esemplare latino utilizzato è stato quello segnato Palatino 8.8.3.18 conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze], al fine di rendere immediatamente evidente la bontà e completezza della traduzione bartoliana....

Assolto questo fondamentale momento introduttivo della ricerca, si è aperto il problema, veramente nuovissimo e su cui si può dire che non esista quasi bibliografia, della fortuna italiana dei trattati di Dürer fra Rinascimento e Barocco... Si è pertanto cercato di chiarire l’incidenza delle soluzioni düreriane in ambito italiano, ben al di là dell’improbabile conoscenza della versione bartoliana. Per un’indagine di tal genere ci si è imposti come estremi limiti cronologici il 1532, l’anno della versione latina di Camerarius, e il 1686, che è l’anno di pubblicazione del Cominciamento e progresso dell’arte dell’intagliare in rame di Filippo Baldinucci, libro che segna un notevole spartiacque per la conoscenza della biografia düreriana in Italia – soprattutto della sua attività di pittore, fino ad allora quasi ignota. Lacuna questa che il Baldinucci riesce a colmare in virtù della conoscenza delle accurate notizie sulle collezioni di Rodolfo II contenute nello Schilder-Boek di Karel Van Mander...

La traduzione del corso di misurazione da parte del Bartoli ha certo significato il momento più alto (ma meno conosciuto) per la ricostruzione di questa fortuna; accanto a una così importante testimonianza... coesistono però, quasi fossero dei singoli canali indipendenti, tutta una serie di piccole fortune particolari, riconducibili ad isolate, e talvolta non collegate, parti del trattato düreriano. Da qui la fortuna di alcune costruzioni geometriche (il pentagono tramite un’apertura invariata di compasso, ad esempio), l’uso sistematico delle proiezioni ortogonali nella raffigurazione di solidi geometrici o figure umane, l’ideazione di alcuni strumenti per i pittori (il velo o lo sportello), soluzioni cui molte volte gli scrittori italiani ricorrevano, a volte citandosi fra di loro, recuperando così una dimensione certo frammentaria, ma sostanzialmente utilitaristica dell’intero corso di misurazione. Oltre al Bartoli nella sua veste di traduttore, vedremo come l’unico altro teorico-scrittore che sfuggì ad una tale parziale e univoca dimensione di lettura sia stato Daniele Barbaro, che sottopose le intere Institutiones geometricae ad una notevole e sostanziale revisione critica, non priva di significato per i lettori di generazioni successive.” L'argomento, peraltro, è stato successivamente sviscerato dalla stesso Fara in Albrecht Dürer nelle fonti antiche italiane 1508-1686 (Leo S. Olschki editore, 2014).

Albrecht Dürer, Autoritratto con guanti, 1498, Madrid, El Prado


[3] Per la dimensione didascalica del trattato, ci sembra che le considerazioni di Fara sostanzialmente coincidano con quelle presentate da Giuditta Moly Feo nell’edizione critica dei Quattro libri sulle proporzioni umane.

Albrecht Dürer, Leprotto, 1502, Albertina, Vienna

[4] Si è detto che le Institutiones geometricae sono considerate correntemente un trattato di geometria. Va peraltro sottolineato che “il terzo libro della Unterweysung è dedicato ai «corpi solidi», e rappresenta, significativamente a ridosso del più esteso trattato di architettura militare e urbanistica, il maggior contributo fino ad allora pensato da Albrecht Dürer in relazione a una teoria dell’architettura. Si veda il capitolo III del saggio di Giovanni Maria Fara (Albrecht Dürer architetto, lettore e interprete di Vitruvio e Leon Battista Alberti). Si rimanda anche a Hubertus Günther, La théorie de l’architecture en Allemagne à la Renaissance in Sebastiano Serlio à Lyon. Architecture et imprimerie. Volume 1. Le Traité d’Architecture de Sebastiano Serlio. Une grande entreprise éditoriale au XVIe siècle. Da quanto appena detto ne consegue come le traduzioni delle Institutiones geometricae prima (1537) e del De re aedificatoria poi (1550) operate da Cosimo Bartoli permettano di cogliere meglio l’importanza della figura di quest’ultimo nello sviluppo di un lessico tecnico legato all’architettura in lingua volgare. In merito si vedano le pp. 114-122 (Per un glossario italiano d’architettura: Bartoli traduttore di Dürer). Sul mutamento di atteggiamento di Bartoli nei confronti dell’artista tedesco, nell’ottica di una sostanziale rimozione di Dürer a favore del pensiero michelangiolesco si vedano invece le pp. 28-35 (Michelangelo adversus Dürer).


Albrecht Dürer, Adorazione dei Magi, 1504, Firenze, Galleria degli Uffizi

[5] Si è detto che il manoscritto con la traduzione delle Institutiones geometricae è conservato a San Pietroburgo, precisamente presso la Biblioteca della locale Accademia delle Scienze, con segnatura Sobr. Muzeja Prijenisej Skogo Kraja 69 (p. 143). La traduzione è preceduta da una lettera dedicatoria a Giovanni Camerini e Papi Tedaldi, due amici del Bartoli con interessi architettonici (specie in ambito di architettura militare) che gli richiesero appunto la traduzione (probabilmente male padroneggiando il latino). Non è assolutamente detto che Bartoli abbia consegnato il manoscritto ai due, “essendo il codice russo una copia di lavoro piena di correzioni e pentimenti, non certo la versione accurata di presentazione” (p. 41). Certo è che in fondo alla prima carta del manoscritto (p. 40) compare la nota di possesso “di Cosimo del Capitano Francesco Medici”, figlio di un esponente di un ramo secondario della famiglia Medici. Si sa peraltro che nel corso dell’Ottocento il codice era stato in possesso dell’architetto francese Auguste de Montferrand, e che giunse a San Pietroburgo dalla Siberia (sic) nel 1929 (p. 3).


Albrecht Dürer, Festa del Rosario, 1506, Praga, Pinacoteca Nazionale

[6] Sulla traduzione di Bartoli resta da dire che essa non è integrale. Egli “sorvola completamente sulla parte conclusiva del terzo libro, dedicata alla costruzione delle lettere dell’alfabeto in caratteri latini e gotici (p. 37)... Egli decide pertanto di ignorare più del 15% dell’intera opera. Credo che questa volontà sia riconducibile al fatto che, intorno al 1537, questa era la parte del trattato düreriano più precocemente invecchiata e non interessante agli occhi di un italiano. Per la costruzione delle lettere dell’alfabeto in caratteri latini si potevano allora consultare una consistente sezione del Divina proportione (Venezia 1509) e l’intera Theorica et Pratica... de modo scribendi di Sigismondo de’ Fantis (Venezia 1514...), opere in volgare e in latino cui lo stesso Dürer in massima parte si ispira” (p. 37).

2 commenti:

  1. Buongiorno, sarebbe possibile avere uno specimen della grafia di Cosimo Bartoli? Sto studiando un libro da lui chiosato. Grazie, potrebbe esserle utile per queto bel sito.
    Ownership inscription on the title-page, ‘Di M Cos: Bartolj n° 164’ ... On the margins of the leaves Bartoli noted words signposting particular passages or definitions, wrote brief comments, added corrections of errata, textual emendations and improvements.

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