Roma 1536. Le Observationes di Johann Fichard
A cura di Agnese Fantozzi.
Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 2011
Recensione di Giovanni Mazzaferro
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| Ritratto di Johann Fichard Fonte: Bilderatlas zur Geschichte der Stadt Frankfurt am Main, Frankfurt am Main 1916 |
Un manoscritto perduto
Johann Fichard (1512-1580),
giureconsulto, umanista e poligrafo di Francoforte fu autore di un memoriale in
latino dedicato al suo viaggio in Italia, svolto in giovane età, fra il 1536 e
il 1538; un memoriale che oggi è andato perso e che ci sarebbe quindi del tutto
ignoto se l’ultimo esponente della famiglia, lo storico Johann Carl von
Fichard, non lo avesse pubblicato integralmente nel 1815 nel terzo volume dei Frankfurtisches Archiv für ältere
deutsche Litteratur und Geschichte. Quando, alla fine dell’Ottocento, si tentò
di reperire l’originale, ci si accorse che si era smarrito, non comparendo più
né nell’archivio della famiglia (nel frattempo estinta), né in quello
cittadino. Ogni avvicinamento al testo deve quindi avvenire con la massima
cautela, posto che non siamo in grado di confrontarci con la versione
primitiva, ma solo con quella di inizio Ottocento, che potrebbe essere corrotta e
che sicuramente lascia dubbi non risolvibili (ad esempio sulla paternità delle
ultime pagine dedicate al soggiorno romano – cfr. pp. 57-60). Non negativo,
seppur imbevuto di stereotipi, è il giudizio espresso dallo Schlosser
sull’opera (cfr. La letteratura artistica,
p. 221): “Il Fichard descrive varie opere
d’arte in Roma, Napoli, Loreto, Ancona, Pisa, Lucca, Siena, Firenze, Pistoia,
Bologna, Pavia, Ravenna, Ferrara, Verona, e dà notevoli giudizi, ma solo
raramente – assai caratteristico per un nordico, - nomi d’artisti”. Il
testo è, invece, totalmente ignoto in italiano; o, per meglio dire, lo era,
fino alla pubblicazione, nel 2011, di un volume edito dall’Istituto Poligrafico
e Zecca dello Stato (passato del tutto inosservato per mancanza di
distribuzione). Il testo si concentra sulla sezione del manoscritto dedicata al
soggiorno romano (risalente alla prima parte del viaggio, nel 1536); nel
frontespizio viene dichiarato essere a cura di Agnese Fantozzi (che ha redatto
il ricco apparato di note), ma è arricchito anche da un saggio introduttivo di
Daniela Pagliai, intitolato I motivi e la
realtà di un viaggio e si avvale della bella traduzione dal latino di
Emanuela Liuti.
Naturalmente, le cautele che già
ho richiamato vanno usate, a maggior ragione, parlando dell’edizione Fantozzi.
L’immagine che abbiamo del manoscritto di Fichard (che normalmente è indicato
come Italia o Iter Italicum) è limitata alla sola Roma, e purtroppo nulla ci è
noto delle altre tappe del viaggio (fra cui spicca una permanenza di sei mesi,
sulla via del ritorno, presso l’Università di Padova). Quella che potrebbe
apparire una monografia dedicata alla città eterna, in realtà non lo è. C’è da
chiedersi, ad esempio, su quali basi Schlosser abbia espresso il suo giudizio
sul testo di Fichard; se avendo a mente l’intero manoscritto o solo parti di
esso. Ad essere onesti, se nella sezione romana spicca l’interesse antiquario dell’autore,
rivolto soprattutto all’analisi delle rovine e delle statue (molte segnalate
per la prima volta), non si può tacere che l’attenzione nei confronti della
produzione pittorica contemporanea è sostanzialmente inesistente, e, quando
viene citata qualche opera, capita di leggere clamorosi svarioni, come a
proposito della Cappella Sistina: “Questa
cappella, che è stata interamente dipinta, è la più famosa a giudizio di tutti
i pittori per le incomparabili pitture di Raffaello da Urbino, sebbene i colori
si vedano ora abbastanza offuscati, senza dubbio a causa dei quotidiani
incensamenti” (p. 135). Colpisce, ovviamente, che Fichard scambi
Michelangelo con Raffaello, e ancor di più che non faccia alcun cenno al fatto
che siano appena cominciati i lavori sulla parete di fondo per la realizzazione
del Giudizio universale. Sicché,
quando Schlosser scrive che, ‘in maniera caratteristica’ per i nordici, Fichard
fa pochi nomi di artisti, avrebbe probabilmente fatto meglio a sottolineare che
li fa male, dimostrando una sostanziale (e personale, ovvero non legata a una
specifica provenienza geografica) incapacità di ‘vedere’ la pittura.
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| Roma, Il Pantheon Fonte: Roberta Dragan tramite Wikimedia Commons |
Umanesimo e diritto
Fichard appartiene a pieno titolo
a un ristretto novero di umanisti (soprattutto tedeschi) dediti allo studio del
diritto. Alcuni di essi si dimostrano fondamentali per la storia dell’arte; è
il caso, ad esempio, di Willibald Pirckheimer, amico personale di Albrecht Dürer,
che nel 1528 pubblica in latino l’edizione postuma del trattato sulle
proporzioni umane dell’artista tedesco. Il viaggio in Italia, per queste
figure, rappresenta la classica esperienza di formazione; comprende in genere un
periodo di studio presso le principali facoltà di giurisprudenza italiane
(Padova e Bologna) e la visita a Roma, non (solo) a scopo di pellegrinaggio, ma
per rendere omaggio alla città che, in fin dei conti, ha visto sorgere le
fondamenta del diritto e per interessi di natura antiquaria. Molto acutamente,
Daniela Pagliai segnala che all’evolversi dell’umanesimo nel diritto
corrisponde anche una modifica dell’ordinamento giuridico in area tedesca, che
passa da istituti di natura prettamente locale ad altri ispirati, in ultima
analisi, al Corpus iuris civilis di
Giustiniano. In ultima analisi, si cerca di accreditare anche in questa maniera
l’immagine dell’Impero come naturale erede della tradizione romana. I giuristi
umanisti, dopo la loro esperienza italiana, diventano spesso importanti
funzionari delle amministrazioni delle loro città d’origine o di quelle in cui
hanno studiato. È il caso anche di Fichard, che diventerà “Stadadvokat di Francoforte, dove parteciperà alla
riforma degli ordinamenti cittadini, e sarà il primo storico del moderno
diritto tedesco con le sue Vitarum recentiorum jureconsultorum” (p. 12).
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| Roma. Arco di Costantino Fonte: Wknight94 tramite Wikimedia Commons |
Un giurista di Francoforte a Roma
Fichard giunge a Roma – si diceva
– nel 1536. Si tratta di un anno particolarmente significativo. Nove anni prima
il Sacco della città da parte delle truppe di Carlo V ha chiuso un’epoca;
proprio nel 1536 (pochi mesi prima che Fichard arrivi in città) è
simbolicamente avvenuta la grande riconciliazione fra Papato e Impero, con
l’ingresso di Carlo V in città di ritorno dalla conquista di Tunisi. In soli
nove anni il grande saccheggiatore è divenuto paladino della cristianità in
nome della lotta al comune nemico ottomano. La città torna a vivere anche nelle
occasioni di festa: si ricomincia a festeggiare il Carnevale, si allestiscono
gli apparati per l’ingresso dell’Imperatore in città (di cui Fichard rende
conto citando l’arco effimero eretto in Piazza San Marco ed ormai in rovina per
colpa degli agenti meteorologici). Tuttavia la Roma che si presenta a Fichard è
molto simile a quella che, secondo la tradizione, spinse Ildeberto di Lavardin
(1056-1133) ad esclamare ‘Roma quanta fuit ipsa ruina docet’: “Se osservi le mura da grande distanza, in un
certo qual modo puoi arrivare a concepire l’ampiezza di Roma antica. Oggi,
invece, lo spazio racchiuso da esse sembra abitato per appena un terzo; ovunque
vi sono orti, campi, vigne” (p. 87). Gli sconvolgimenti dei secoli hanno di
fatto reso quasi illeggibile in termini topografici le preesistenze dell’antica
Roma; oggetto di studi almeno dall’inizio del Quattrocento, la topografia di
Roma non ha ancora definito con certezza assoluta, ai tempi di Fichard, la
posizione del Foro.
Naturalmente la grande importanza
del manoscritto dell’umanista tedesco è quella di ‘bloccare’ in un testo il
quadro complessivo della realtà cittadina in un determinato momento. Fichard,
peraltro, dimostra senza ombra di dubbio interessi antiquari che non gli
impediscono di rivolgere la sua attenzione anche alla sistemazione ‘moderna’
della città. Emergono chiaramente due aree di Roma fra loro contigue, ma
separate: la parte più antica, quella del Foro, del Colosseo, delle Terme di
Caracalla e del Campidoglio, e, ad essa affiancata, l’area moderna, più
addossata al corso del Tevere fino a valicarlo e a giungere al Vaticano.
Naturalmente le cose vanno lette in senso relativo, e non assoluto. Non a caso
il centro della ‘Roma moderna’ è fissato dall’umanista tedesco nel Pantheon,
sul cui tetto Fichard dice di essere salito per avere una panoramica complessiva
della città e sovrapporla alle antiche descrizioni delle ‘regiones’ (grosso
modo, i moderni rioni) dell’antichità.
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| Roma, Colonna Aureliana Fonte: Markos90 tramite Wikimedia Commons |
Le fonti di Fichard
Nel suo itinerario attraverso la
città, l’autore non manca di richiamare i precedenti più illustri in termini di
studi sulla topografia della città; anzi, a dire il vero, Fichard inizia le
pagine del manoscritto dedicate a Roma chiarendo il suo debito con coloro che
hanno scritto di Roma antica (p. 67), tutti esimi umanisti come lui; si va da
Pomponio Leto a Fabio Calvo ravennate, coinvolto pochi anni prima da Raffaello
nel suo progetto di rilevazione antiquaria della città [1], da Flavio Biondo a
Giovanni Bartolomeo Marliani. Proprio a quest’ultimo, e alla sua Antiquae Romae Topographia, edita nel
1534 (ovvero appena due anni prima) Fichard rimanda continuamente il lettore
per approfondimenti e chiarimenti. Sicché si può dire, in qualche modo, che il
testo fosse destinato ad essere letto in termini complementari rispetto
all’opera di Marliani: “Sono molti coloro
che hanno delineato la topografia dell’antica Roma negli anni passati, ma in
particolare tra tutti Giovanni Bartolomeo Marliani, patrizio milanese, il quale
ha scritto molto recentemente e in modo assai accurato. Giacché sono
soddisfatto dell’opera di quelli [sic] per quel che riguarda l’aspetto antico
della città, ho voluto qui di seguito fissarne nella memoria soltanto l’attuale
pianta e condizione, gli antichi edifici o i templi o, infine, tutte le rovine
che rimangono oggigiorno e che si visitano e si riconoscono con sicure
attribuzioni” (p. 69). “L’attuale
pianta e condizione”: probabilmente in queste poche parole sta la chiave
per capire lo scritto di Fichard: la sua non è un’opera antiquaria (per questo
genere si fa riferimento a Marliani), ma una serie di note su come si
presentano oggi (ovvero nel 1536) le rovine, i templi e, più in generale, la
presenza umana anche moderna nella città di Roma. Non è certo un caso che il
capitolo sotto cui sono espresse queste parole si intitoli “Osservazioni sulle antichità e sulle altre
cose più importanti che si possono vedere a Roma”.
| Roma. Piramide Cestia e Porta San Paolo Fonte: Wikimedia Commons |
Umanisti e artisti
Sotto questo punto di vista le
‘osservazioni’ di Fichard trovano un perfetto controcanto nei disegni sostanzialmente
coevi di artisti come Francisco de Hollanda e soprattutto Martin van Heemskerk
(che fu a Roma fra il 1532 e il 1537). Molto felice è la scelta di presentare
tali disegni all’interno dell’opera, a corredo iconografico del testo. La
circostanza suscita inevitabilmente una riflessione: quelli attorno al 1536
(ovvero attorno al viaggio di Fichard) sono gli anni, dopo il Sacco, che vedono
rinfoltirsi la colonia di artisti stranieri che giungono a Roma per vivere
l’esperienza classica e per ‘imparare’ il disegno e la pittura. Si tratta di
una tendenza che si rafforzerà negli anni, tanto da diventare impetuosa e da
essere ricordata anche da Vasari nelle sue Vite del 1568 [2]. Se, dunque, artisti e umanisti effettuano spesso lo stesso
viaggio, è evidente la disparità dei presupposti iniziali del medesimo e degli
ambienti frequentati: gli umanisti sono uomini di erudizione europea, scrivono
in latino, sono ospiti di funzionari, notabili, cardinali; i giovani artisti
parlano la lingua del loro paese (molto probabilmente spesso non sanno
scrivere), accettano lavori precari come garzoni presso le botteghe dei
colleghi più affermati e l’unico idioma che riconoscono è quello che imparano
disegnando l’antico e dal vero. Se, insomma, oggi possiamo felicemente
combinare il manoscritto di Fichard coi disegni di van Heemskerk, possiamo
altrettanto essere certi che i due, ai suoi tempi, non si conobbero e che le
loro esperienze romane furono declinate in maniera diversa; del primo ce ne
resta la testimonianza scritta, del secondo i magnifici disegni.
I momenti salienti delle osservazioni
dell’umanista di Francoforte sono, ovviamente, svariati: la visita a San
Pietro, in una basilica che è stata rifatta soltanto a metà, in cui i lavori di
ristrutturazione si sono interrotti col Sacco: “la zona centrale […] è senza
copertura e non ancora completata, tanto che potresti raccogliere l’erba in
mezzo alla chiesa stessa” (p. 125); la vista del Colosseo, che è fonte di
estrema meraviglia; il resoconto della sistemazione del Giardino del Belvedere
vaticano e del Campidoglio. In molti casi Fichard segnala per la prima volta la
presenza di statue che poi diventeranno simboli della scultura romana; in molti
altri ne testimonia collocazioni poi variate. La lettura si dimostra, quindi,
di estremo interesse, specie se abbinata all’esame del ricco apparato di note
redatto dalla curatrice.
| Roma, Basilica di San Paolo fuori le Mura Fonte: Berthold Werner tramite Wikimedia Commons |
I perché di un manoscritto
Resta un dubbio: perché Fichard
scrisse le sue Observationes? E
subito la domanda va ricalibrata: perché scrisse il suo manoscritto sul viaggio
in Italia, di cui le pagine sulla permanenza a Roma sono soltanto una parte? Un
epigramma posto all’inizio del manoscritto (ricordo però che l’originale è
andato perduto) sembrerebbe certificare il carattere di memoria personale delle
pagine dell’umanista. Giustamente, nel commento moderno, si segnala
immediatamente che quella dell’epigramma potrebbe essere una semplice formula
retorica. In realtà, qualche dubbio sorge naturale; e non tanto perché l’opera
è scritta in latino (è molto probabile che anche privatamente Fichard si
esprimesse in tale lingua) o perché (come si sarà notato leggendo alcune
citazioni in questa recensione) l’erudito usa il ‘tu’ (che fa comunque pensare
a una destinazione diversa dal memoriale privato). L’indizio più evidente è che
l’umanista cita in un paio di occasioni un Lucrezio non meglio identificato
facendo seriamente ritenere che quest’ultimo sia conosciuto sia da chi scrive
ma anche da chi legge. Così apprendiamo che nel palazzo papale vivono alcuni
cardinali “tra i quali il più importante
è il vescovo di Capua, ormai cardinale di San Sisto […] e presso di lui vive
Lucrezio” (p. 133); e, ancora, parlando di un dubbio sorto di fronte a una
statua di Ercole, “poiché questa
tipologia di rappresentazione mi sembrava insolita e mai vista prima per una
statua di Ercole, domandai a Lucrezio, presente in quel momento, quale Ercole
fosse e anch’egli era in dubbio” (p. 139). Da notare, inoltre, l’evidente
tendenza ad operare paragoni fra la realtà romana e quella di Francoforte,
quasi che Fichard volesse spiegare meglio quanto visto nella città eterna a un
interlocutore che vive in città e che conosce bene: il Tevere “all’altezza di Ponte Sant’Angelo […] non raggiunge neppure la metà del nostro
Meno” (p. 79); il Tullianum “è
profondo, freddo e angusto, poco più grande del mio appartamento invernale a
Francoforte” (p. 103). L’appartamento invernale nella città natale è citato
a confronto di altri edifici visti a Roma in altre due occasioni, così come
compaiono riferimenti a altri uffici di amministratori della città tedesca, Mi
pare insomma legittimo supporre che il manoscritto di Fichard possa essere
stato redatto pensando a un preciso interlocutore, a noi ignoto (forse un
parente, forse un sodale di studi) con l’intento di renderlo partecipe di
un’esperienza indubbiamente straordinaria per l’epoca. Solo ulteriori studi
potranno dare maggiori indicazioni in proposito.
NOTE
[1] Si veda in questo blog la
recensione a Francesco P. Di Teodoro, Raffaello,
Baldassar Castiglion e la Lettera a Leone
X.
[2] Si veda in questo blog la
recensione a Nicole Dacos, Viaggio
a Roma. I pittori europei nel ‘500.





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