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Michelangelo Buonarroti
Rime e lettere
A cura di Antonio Corsaro e Giorgio Masi
Milano, Bompiani, Classici della letteratura europea, 2016 (ma 2017)
Recensione di Giovanni Mazzaferro
Non ha l'ottimo artista alcun concetto...
Nella primavera del 1547
Benedetto Varchi teneva pubblicamente (a distanza di una settimana l’una
dall’altra) due lezioni all’Accademia Fiorentina. I due discorsi venivano poi
pubblicati nel 1549 presso l’editore Torrentino a Firenze. La seconda lezione, sul
paragone fra le arti, e in particolare fra la pittura e la scultura, è talmente
nota da essere divenuta l’imprescindibile punto di riferimento di tutta la
letteratura artistica in materia. La prima, invece, ha avuto fortuna ben
inferiore. È
dedicata a un sonetto di Michelangelo, che nel presente volume troviamo a p.
206. Il Varchi, in realtà, ne cita solamente la prima quartina, che qui si
riporta:
“Non ha l’ottimo artista alcun
concetto
ch’un marmo solo in sé non circonscriva
col suo soverchio, e solo a quello arriva
la man che ubbidisce all’intelletto”
Si tratta, probabilmente, del
componimento poetico più famoso di Michelangelo (uno dei primissimi nella
storia della letteratura in cui la parola ‘artista’ sostituisce ‘artefice’),
che Varchi interpreta secondo principi aristotelici, e che invece nei secoli
successivi è stato visto come principio squisitamente neoplatonico,
sottolineando la sostanziale sinonimia fra “concetto” e “Idea”: dentro a ogni
marmo in sé c’è un’Idea di bellezza sovrannaturale che solo la mano ubbidiente
alla ragione può raggiungere. Un principio perfettamente consono a quanto
Michelangelo ha modo di sottolineare in altre occasioni, ovvero che la scultura
procede per ‘cavare’, togliendo il superfluo e liberando il concetto, l’idea,
l’essenziale.
Che Michelangelo sia stato anche
poeta è circostanza, dunque, abbondantemente nota ai contemporanei. Resta il
fatto che probabilmente mai l’artista pensò alla pubblicazione dei suoi testi
poetici, rimarcando in tantissime occasioni la loro natura amatoriale (e, anzi,
nel 1546, quando sembra che gli amici Luigi del Riccio e Donato Giannotti
stiano pensando a una qualche edizione a stampa delle rime, scrive al primo un po’
minacciandolo e un po’ pregandolo ‘che voi
facciate guastare quella stampa e abbrucciare quelle [n.d.r. le poesie] che sono stampate’). La prima vera
raccolta di poesie michelangiolesche esce solo nel 1623, per merito del
pronipote, Michelangiolo il Giovane ed è frutto di un’intensa campagna di
trascrizione dei testi, a cui si accompagnano una ‘selezione’ e ‘semplificazione’
dei medesimi che la rendono senza dubbio arbitraria.
La grande fortuna delle rime
michelangiolesche si ha a partire dall’Ottocento, e va di pari passo con la
rivalutazione dell’opera artistica del medesimo, per secoli tradizionalmente
messa in secondo piano rispetto a Raffaello e a Correggio. Oggi, in libreria,
si trovano edizione delle rime di ogni tipo e per tutte le tasche, ma in realtà
l’ultima edizione critica del corpus michelangiolesco è comparsa nel 1960, a
cura di Enzo Noè Girardi. Anche in virtù del progredire degli studi, si sentiva
insomma l’esigenza di una nuova versione, pubblicata ora da Bompiani a cura di
Antonio Corsaro e Giorgio Masi, italianisti di chiara fama. Io italianista non
sono, ma una cosa devo dirla, e cioè che l’edizione Corsaro-Masi mi sembra
eccellente; completa, funzionale, chiara, per quanto la complessità delle
vicende delle rime del Buonarroti possa consentire. E neppure la scelta della
carta (estremamente leggera; fate i conti di sfogliare le edizioni della Bibbia
che trovate nei cassetti degli alberghi) mi sembra di per sé sbagliata;
consente a un volume di 1500 pagine di essere maneggevole e soprattutto di non
costare un’esagerazione.
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| Michelangelo, Pietà, Città del Vaticano, 1497-1499, Basilica di San Pietro Fonte: Stanislav Traykov tramite Wikimedia Commons |
Ma a questo punto lascerei la
parola ai due curatori, riportando il testo della bandella:
“Per la prima volta l’opera poetica
di Michelangelo viene pubblicata in un’edizione critica che prevede un nuovo
ordinamento delle poesie (con un ampliamento del numero dei componimenti) e,
soprattutto, un ricco commento integrale (teso a chiarire diversi punti oscuri
e a proporre, in molti casi, letture inedite). Ne risulta un quadro ricchissimo
e dettagliato, una messa a fuoco capillare sul versante letterario degli intrecci
tra arte e poesia, tra estetica e pensiero. La poesia di Michelangelo, infatti,
è poesia allo stesso tempo di cose e
di concetti; nasce da riflessioni
profonde e partecipate, si tinge ora di ironia, ora di inquietudine;
all’orgoglio e all’esaltazione si alterna lo smarrimento. Il ventaglio dei temi
e dei generi praticati lungo circa cinquant’anni è ampio. Nel segno di un
fascino singolare, i versi trasmettono una sensibilità straordinaria per l’arte
e la bellezza, ma anche ineguagliabili moti d’amore e legami profondi con la
storia e le vicende politiche del tempo: sono il riflesso fedele di un pensiero
complesso, multiforme, decisamente originale così come fu la sua arte. I
contemporanei gliene diedero atto, da Francesco Berni a Benedetto Varchi a Giorgio Vasari. Lungo i quasi sessant’anni che ci separano dall’ultima edizione critica
delle rime michelangiolesche, gli studiosi hanno elaborato nuove
interpretazioni, con contributi spesso decisivi per comprendere appieno i testi
del grande artista, prospettando più volte la necessità di rivedere l’assetto
complessivo del corpus. Ecco perché
era urgente riproporre una nuova edizione, un nuovo commento e, nello stesso
volume, anche la raccolta completa delle lettere scritte da Michelangelo per
consentire al lettore di seguire da vicino tutta la vicenda biografica e
intellettuale di questa figura-cardine della storia mondiale dell’arte”.
| Michelangelo, David, 1501-1504, Firenze, Galleria dell'Accademia Fonte: Jörg Bittner Unna tramite Wikimedia Commons |
Più Rime che Lettere
L’ultima frase del testo sopra
riportato chiarisce un aspetto importante: il titolo dell’opera è ‘Rime e
lettere’, ma in realtà le lettere hanno un ruolo funzionale rispetto alle rime.
Il che non vuole assolutamente sminuire la loro importanza (sono 511 testi, a
cura di Antonio Corsaro). Semplicemente indica la loro dipendenza dall’ ‘editio
maior’ del carteggio (un’impresa editoriale che ha tenuto occupati prima
Sansoni e poi la S.P.E.S, di Paola Barocchi dal 1965 al 2005. Carteggio diretto
e indiretto sono peraltro liberamente consultabili su internet sul
sito di Memofonte). Le lettere sono fondamentali, non solo perché
permettono di capire meglio il contesto di produzione di alcuni componimenti,
ma perché molto spesso questi vi sono scritti in fondo, o sul verso dei fogli e ne testimoniano quindi
una versione autografa, contribuendo a risolvere problemi di datazione che
altrimenti si rivelerebbero insormontabili.
Ciò che intendo dire, molto
banalmente, è che mentre gli autori affermano, legittimamente, che questa
edizione, costituisce una proposta ‘radicalmente nuova sotto il profilo
ecdotico rispetto alla vulgata girardiana’ (p. CXXXIV), ovvero rispetto
all’edizione critica delle Rime del
1960, altrettanto non si può dire – e infatti non dicono – con riferimento alle
Lettere.
Un’edizione radicalmente nuova
In che senso la presente sarebbe
un’edizione radicalmente nuova? Chiarisce Antonio Corsaro: l’opera “provvede a
offrire un nuovo ordinamento delle Rime, che prospetta una sequenza finalmente
agevole e ragionevole sia per gli specialisti e addetti e lavori sia per un
pubblico più vasto” (p. CXXXIV). Nel caso specifico, credo sia fondamentale
soffermarsi sulle questioni di metodo. Di fronte a una massa sorprendente di
materiali poetici testimoniati spesso in versioni fra loro differenti,
l’aspetto che più i curatori contestano a Girardi è quello di aver voluto
leggere la poesia di Michelangelo secondo un percorso ‘evolutivo’: di aver
cercato sempre di individuare ‘la lezione definitiva’ (o, se si preferisce, più
compiuta) dei testi, quando invece è chiaro che uno degli aspetti precipui
delle rime del Buonarroti è la loro varietà. Una varietà che non si sostanzia
soltanto nell’uso di strumenti metrici i più vari e di registri letterari che
vanno dal petrarchismo alla tradizione comica fiorentina, ma che porta l’autore
anche a lavorare a soluzioni alternative per le proprie composizioni senza un
ordine gerarchico preciso. Girardi avrebbe quindi effettuato un’operazione di
per sé arbitraria, stabilendo (ad esempio) una gerarchia fra testi accomunati dalla presenza di un numero ridotto di rime in comune, mettendone a testo
uno solo e ponendo negli apparati tutte le altre versioni. Corsaro e Masi
decidono invece di abbandonare una ferrea impostazione cronologica dei
componimenti, o, meglio, di mitigarla in questa maniera: per prima cosa vengono
individuati “gli insiemi d’autore”, ovvero i gruppi di rime che, pur non
destinati alla pubblicazione – come detto Michelangelo rinnega
quest’eventualità – presentano la caratteristica di essere stati sicuramente
collazionati fra loro o dall’artista o da suoi amici e collaboratori. Stiamo
parlando, concretamente, della cosiddetta Silloge,
formata da 89 componimenti e dai 50 Epitaffi per Cecchino Bracci. Tutte le
restanti opere sono suddivise per materia, fra Rime liriche e amorose (93
composizioni), Rime comiche, d’occasione e di corrispondenza (14) e Rime
spirituali e religiose (17). Solo all’interno di queste tre ultime categorie è
seguito un ordine di carattere cronologico.
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| Michelangelo - I prigioni. Schiavo che si ridesta, Firenze, Galleria dell'Accademia Foto: Umberto Baldini, Michelangelo scultore, Rizzoli, Milano, 1973 tramite Wikimedia Commons |
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| Michelangelo - I prigioni. Schiavo detto Atlante, Firenze, Galleria dell'Accademia Fonte: Umberto Baldini, Michelangelo scultore, Rizzoli, Milano, 1973 tramite Wikimedia Commons |
Frammenti e abbozzi
Come facilmente intuibile, la
scelta di Corsaro e Masi, ovvero quella di ‘esplicitare’ con pari dignità
versioni differenti di componimenti in parte identici porta a una lievitazione
del numero complessivo dei componimenti. Va peraltro aggiunto che la scelta si
sposa bene con una questione particolarmente spinosa nella poesia di
Michelangelo, quella dei frammenti e degli abbozzi. È evidente che proprio
confrontandosi con tali frammenti è fortissima la suggestione di stabilire un
parallelo fra il non-finito artistico di Buonarroti, e il non-finito poetico.
Il problema è capire cosa debba essere inteso per non-finito (quindi come
abbozzo o frammento) e catalogato come unità poetica indipendente. La scelta di
Girardi è stata quella di considerare frammenti tutti quei passi che, a sé
stanti, esprimono un concetto di senso compiuto, relegando negli apparati tutto
il resto. I frammenti così individuati sono stati inseriti nell’ordine
cronologico di cui si è detto prima e, di fatto, assurgono al rango di poesie.
L’orientamento di Corsaro e Masi è invece ben diverso: “un frammento è tale
anche quando esprime un concetto, se il disegno metrico che vi presiede risulta
essere non compiuto. L’unico criterio per distinguere un frammento da una
poesia completa è dunque quello metrico” (p. CXXXVII).
Non si tratta di un mero
tecnicismo. Come spiegano i curatori: “la poesia di Michelangelo si orienta per
sua natura alla non compiutezza, e i manufatti originali evidenziano con ogni
chiarezza non solo la quantità, ma anche la qualità di una modalità compositiva
– quella appunto del frammento – che deve essere considerata al pari delle
altre. Sceverare fra i frammenti quelli che “al limite” potrebbero essere letti
come poesie compiute significa orientarne la lettura in una direzione
discutibile. All’opposto, raccogliere in serie tutte le prove frammentarie del
poeta, rendendole ove possibile autonome da apparati posticci, ha il risultato
di non deprivare il corpus di pezzi
talora notevoli, restituendo loro pari dignità rispetti ai pezzi completi” (p.
CXXXVIII). Ai frammenti è dunque dedicata una sezione autonoma della raccolta
(complessivamente sono 90).
Riassumendo, dunque, il corpus delle rime michelangiolesche è
suddiviso in sei insiemi: a) Silloge; b) Epitaffi per Cecchino Bracci; c) Rime
liriche e amorose; d) Rime comiche, d’occasione e di corrispondenza; e) Rime
spirituali e religiose; f) Frammenti e abbozzi. La cosa sembra più complicata
di quanto non sia. Anche (e soprattutto) grazie a un sistema di note e di
apparati veramente fuori dal comune, una volta entrati nel meccanismo, muoversi
fra un componimento e l’altro è facile e intuitivo; oserei dire persino
divertente. Non vi è dubbio che le scelte di Corsaro e Masi siano state felici.
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| Michelangelo, Mosè, 1513-1515 circa, Roma, Chiesa di San Pietro in Vincoli Fonte: Jörg Bittner Unna tramite Wikimedia Commons |
Caratteri delle rime michelangiolesche
Ci sono dei caratteri ricorrenti
nelle rime michelangiolesche? In precedenza ho parlato della loro varietà, un
termine forse un po’ generico, che non viene utilizzato dai curatori, i quali
preferiscono parlare invece di un insieme di componimenti che tendono alla
diffrazione e alla differenziazione, sia perché scritte nel corso di circa
cinquant’anni, sia perché rese in una serie di soluzioni metriche non uniformi.
Naturalmente è possibile enucleare temi cari all’artista, come l’amore, la
morte, il rapporto con la scultura. In realtà, però, ogni tentativo di
collegare Michelangelo a determinate tematiche (come, ad esempio, interessi
religiosi che evidenzino simpatie per la Riforma) si scontrano con i versi. Una
chiave interpretativa può essere quella fornita da Francesco Berni già nel
1537, in una composizione poetica che finì anche a stampa. Nel testo poetico,
indirizzato a Sebastiano del Piombo, Berni tesse le lodi di Michelangelo e,
ponendo a confronto la poesia del Buonarroti con quella di altri, sostiene che
“e’ [egli] dice cose e voi dite parole” (p. 278). Ciò che Berni vuole sostenere
è che la poesia di Michelangelo non indulge a formalismi tecnici, ma esprime
concetti, parla di cose, trasferisce messaggi. I curatori, in proposito,
chiariscono: “Nella realizzazione lirica […] Michelangelo appare con tutta
evidenza concentrato nell’esaltazione della forza del concetto piuttosto che
nell’adeguamento di quest’ultimo a un’ideale limpidezza espressiva” (p. XII). Con questo sforzo si spiegherebbe anche la presenza di elementi poco chiari, oscuri,
difficili, che è stato notato essere ricorrente nelle rime: “In quest’ottica,
il perseguimento dell’oscurità e dell’abnormità non è fine a se stesso, ma è
teso a dare risalto all’idea” (idem). Ciò detto, mi sembra un po’ forzata – e
veramente, mi sembra l’unico appunto da poter muovere a un’edizione che ho
trovato eccellente – l’affermazione avanzata poco prima nell’introduzione: “Se
dunque la composizione poetica compiva un percorso sostanzialmente inverso
rispetto alla creazione artistica – scultorea – come la presenta lo stesso
Michelangelo (non dalla superficie al centro, eliminando via via il superfluo,
ma dal centro alla superficie, dando veste a uno scheletro), allora è da
supporre una subalternità di partenza dell’aspetto formale rispetto a quello
contenutistico” (idem): il paragone fra scultura che procede per ‘cavare’ e
poesia che si sviluppa nel ‘costruire’ mi pare senza dubbio affascinante.
Tuttavia – mi permetto di dire – non è una cifra caratteristica di
Michelangelo, ma un fatto meccanico, un procedimento tecnico che riguardo alla
poesia si potrebbe dire (a mio avviso) di chiunque (da Dante, a Marino e a
D’Annunzio, per fare dei nomi a casi): non per questo tutti i poeti
preferiscono il contenuto all’aspetto formale. Non è in un atto ‘meccanico’
insomma, che si può a mio avviso cercare il perché quella di Michelangelo sia
una poesia di ‘concetti’ e di ‘cose’.
La Silloge
Se nel caso delle Rime amorose,
di quelle comiche e di quelle religiose la suddivisione sembra sufficientemente
chiara per rimandare direttamente alla loro lettura, avverto l’esigenza di
chiarire alcuni aspetti relativamente alla Silloge
e agli Epitaffi per Cecchino Bracci,
in maniera tale da spiegarne la natura.
La Silloge non è un canzoniere; non è cioè, una raccolta organica di
testi, ovvero “un insieme di testi dei quali l’autore, in prima persona, cura
con grande attenzione la disposizione, attribuendo perciò a quest’ultima
importanza e significato” (p. 885). Si tratta, piuttosto, di un lavoro a sei
mani, che coinvolge, oltre a Michelangelo, gli amici Luigi del Riccio e Donato
Giannotti. I componimenti (89 in tutto) sono testimoniati da tre differenti manoscritti,
nessuno dei quali li presenta tutti quanti; compare tuttavia, nelle porzioni
relative, una numerazione unica che è stata individuata come apposta da Luigi
del Riccio. Ci sono – per capirsi meglio – sottoinsiemi dei tre manoscritti che
si sovrappongono, e quando lo fanno, i componimenti riportano la stessa
identica numerazione attribuita da del Riccio. Appare chiaro che, dalla fine
del 1539 e fino al 1546, anno di morte di del Riccio, i tre si scambiarono le
rime michelangiolesche in un intreccio di revisioni e trascrizioni. Del Riccio,
in sostanza, riceve le poesie dell’artista, le trascrive e le rimanda a
Michelangelo, il quale vi appone postille che a volte presentano varianti, e in
altre occasioni hanno natura ben diversa da una revisione finale dei
componimenti. “Quello che risulta dai manoscritti michelangioleschi e dai
documenti citati è […] che il lavoro di selezione dei testi, la scelta della
loro disposizione (con una totale assenza di impianto narrativo, e una logica
nell’ordinamento la cui esistenza è molto opinabile) e l’opzione fra testi
omologhi furono tutti attuati da altri [n.d.r. del Riccio o il Giannotti,
appunto], dietro esplicita delega da parte dell’Autore […]. La correzione e la
riscrittura dei singoli testi avvenne in collaborazione, con un avallo
testimoniato anche dalle varianti autografe apposte da Michelangelo” (p. 885). Che
l’operazione di revisione di Michelangelo non sia mirata alla pubblicazione è
testimoniato – come detto - dall’assenza di qualsiasi indicazione sull’ordinamento
dei componimenti e dall’invito/minaccia rivolto proprio a del Riccio nel 1546
(qualche mese prima della sua morte) a ‘bruciare la stampa’ delle rime. Si può
pensare che Buonarroti pensasse a una semplice raccolta di versi da distribuire
manoscritta agli amici più cari, mentre del Riccio fosse andato un po’ più in
là, ragionando su un’edizione a stampa. Le postille apposte in diverse occasioni
dal Buonarroti alle rime non fanno altro che confermare questa sensazione:
Michelangelo si schernisce sulla proprie capacità poetiche ed emerge (ci
sarebbe da discutere se si tratti di un artificio retorico o di un dato reale)
che la produzione delle rime è legata all’invio di cibo da parte dei
destinatari: ci sono rime scritte come ringraziamento per le trote, le anitre,
le olive ricevute.
La maggioranza dei componimenti
ha natura amorosa, ma l’ispirazione non è univoca “perché appare declinata con
modalità sensibilmente diversificate: da quella tradizionale petrarchesca a
quella platonico-laurenziana a quella “dantesca” dei testi per Vittoria-Beatrice” (p. 886). Non si deve dimenticare che compare un piccolo numero di
rime aventi natura politica, che si risolve in sostanza nella presentazione di
testi di natura anti-medicea, indirizzati in particolare contro la figura di
Cosimo I de’ Medici.
| Michelangelo, Pietà Bandini, 1547-1555, Firenze, Museo dell'Opera del Duomo Fonte: Sailko (Francesco Bini) tramite Wikimedia Commons |
| Michelangelo, Pietà Bandini, 1547-1555, Firenze, Museo dell'Opera del Duomo Fonte: Sailko (Francesco Bini) tramite Wikimedia Commons |
Epitaffi per Cecchino Bracci
Gli epitaffi sono, naturalmente,
componimenti scritti in occasione della morte di qualcuno, in questo caso del
giovane (quindici o sedicenne) Cecchino Bracci, nipote amatissimo
(probabilmente non solo in senso platonico) di Luigi del Riccio (siamo nel 1544).
Non sappiamo nemmeno se Michelangelo lo conobbe e senza dubbio stride il fatto
che ad accompagnare l’invio dei 50 epitaffi siano ancora i soliti
ringraziamenti per il cibo ricevuto dall’amico. Quando Cecchino morì, del
Riccio progettò di pubblicare una serie di componimenti scritti non solo da
Michelangelo in suo onore. La cosa non ebbe seguito, ma la tradizione
manoscritta dell’opera è testimoniata da diversi esemplari, a dimostrazione che
comunque una circolazione vi fu. Il numero delle composizioni realizzate da
Michelangelo per Cecchino appare abnorme; e qui si apre subito una riflessione:
Buonarroti vuole dare una dimostrazione di virtuosismo lirico (e in tal caso
dovremmo senz’altro dire che gli epitaffi non rientrano nella poesia delle
‘cose’ o dei ‘concetti’ di cui abbiamo parlato prima) o c’è altro? I curatori
risolvono la questione non negando certo lo sforzo virtuosistico
dell’artista/poeta, ma sostenendo che in questa occasione Michelangelo “dava
prova di una sua peculiare abilità creativa: quella legata alle idee, ai
concetti (di nuovo, alle «cose» prima che alle «parole») sfornati in una lunga sequenza in
numero “significativo” (p. 1057). In sostanza il virtuosismo di Michelangelo si
giocherebbe non sulla varietà dell’aspetto formale, ma su quella dei contenuti
e dei concetti proposti sul tema della morte di un ragazzo giovane.
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| Michelangelo, Pietà Rondanini, Milano, Castello Sforzesco Fonte: Paolo da Reggio tramite Wikimedia Commons |
Indice
Qui di seguito, a testimoniare la
ricchezza dell’opera, si riporta l’indice dell’opera:
- Introduzione di Giorgio Masi e Antonio Corsaro
- Nota biografica di Antonio Corsaro
- Sigle e abbreviazioni
- Nota bibliografica
- Note al testo delle Rime di Antonio Corsaro
- La presente edizione di Antonio Corsaro
- Apparato filologico delle Rime di Antonio Corsaro
- Tavola metrica delle Rime di Giorgio Masi
- Tavole di corrispondenza con l’edizione Girardi
- Note al testo delle Lettere di Antonio Corsaro
- Illustrazioni
- Testi delle Rime a cura di Antonio Corsaro
- Note introduttive di Giorgio Masi
- Testi delle Lettere a cura di Antonio Corsaro
- Note ai testi delle Rime di Giorgio Masi
- Note ai testi delle Lettere di Antonio Corsaro
- Indice dei capoversi
- Indice dei nomi del testo delle Rime e delle Lettere
- Indice dei nomi dei paratesti
- Profili biografici dei curatori







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