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lunedì 10 aprile 2017

Michelangelo Buonarroti. Rime e lettere. A cura di Antonio Corsaro e Giorgio Masi.


English Version

Michelangelo Buonarroti
Rime e lettere
A cura di Antonio Corsaro e Giorgio Masi


Milano, Bompiani, Classici della letteratura europea, 2016 (ma 2017)

Recensione di Giovanni Mazzaferro



Non ha l'ottimo artista alcun concetto...

Nella primavera del 1547 Benedetto Varchi teneva pubblicamente (a distanza di una settimana l’una dall’altra) due lezioni all’Accademia Fiorentina. I due discorsi venivano poi pubblicati nel 1549 presso l’editore Torrentino a Firenze. La seconda lezione, sul paragone fra le arti, e in particolare fra la pittura e la scultura, è talmente nota da essere divenuta l’imprescindibile punto di riferimento di tutta la letteratura artistica in materia. La prima, invece, ha avuto fortuna ben inferiore. È dedicata a un sonetto di Michelangelo, che nel presente volume troviamo a p. 206. Il Varchi, in realtà, ne cita solamente la prima quartina, che qui si riporta:

“Non ha l’ottimo artista alcun concetto
ch’un marmo solo in sé non circonscriva
col suo soverchio, e solo a quello arriva
la man che ubbidisce all’intelletto”


Si tratta, probabilmente, del componimento poetico più famoso di Michelangelo (uno dei primissimi nella storia della letteratura in cui la parola ‘artista’ sostituisce ‘artefice’), che Varchi interpreta secondo principi aristotelici, e che invece nei secoli successivi è stato visto come principio squisitamente neoplatonico, sottolineando la sostanziale sinonimia fra “concetto” e “Idea”: dentro a ogni marmo in sé c’è un’Idea di bellezza sovrannaturale che solo la mano ubbidiente alla ragione può raggiungere. Un principio perfettamente consono a quanto Michelangelo ha modo di sottolineare in altre occasioni, ovvero che la scultura procede per ‘cavare’, togliendo il superfluo e liberando il concetto, l’idea, l’essenziale.

Che Michelangelo sia stato anche poeta è circostanza, dunque, abbondantemente nota ai contemporanei. Resta il fatto che probabilmente mai l’artista pensò alla pubblicazione dei suoi testi poetici, rimarcando in tantissime occasioni la loro natura amatoriale (e, anzi, nel 1546, quando sembra che gli amici Luigi del Riccio e Donato Giannotti stiano pensando a una qualche edizione a stampa delle rime, scrive al primo un po’ minacciandolo e un po’ pregandolo ‘che voi facciate guastare quella stampa e abbrucciare quelle [n.d.r. le poesie] che sono stampate’). La prima vera raccolta di poesie michelangiolesche esce solo nel 1623, per merito del pronipote, Michelangiolo il Giovane ed è frutto di un’intensa campagna di trascrizione dei testi, a cui si accompagnano una ‘selezione’ e ‘semplificazione’ dei medesimi che la rendono senza dubbio arbitraria.  

La grande fortuna delle rime michelangiolesche si ha a partire dall’Ottocento, e va di pari passo con la rivalutazione dell’opera artistica del medesimo, per secoli tradizionalmente messa in secondo piano rispetto a Raffaello e a Correggio. Oggi, in libreria, si trovano edizione delle rime di ogni tipo e per tutte le tasche, ma in realtà l’ultima edizione critica del corpus michelangiolesco è comparsa nel 1960, a cura di Enzo Noè Girardi. Anche in virtù del progredire degli studi, si sentiva insomma l’esigenza di una nuova versione, pubblicata ora da Bompiani a cura di Antonio Corsaro e Giorgio Masi, italianisti di chiara fama. Io italianista non sono, ma una cosa devo dirla, e cioè che l’edizione Corsaro-Masi mi sembra eccellente; completa, funzionale, chiara, per quanto la complessità delle vicende delle rime del Buonarroti possa consentire. E neppure la scelta della carta (estremamente leggera; fate i conti di sfogliare le edizioni della Bibbia che trovate nei cassetti degli alberghi) mi sembra di per sé sbagliata; consente a un volume di 1500 pagine di essere maneggevole e soprattutto di non costare un’esagerazione.

Michelangelo, Pietà, Città del Vaticano, 1497-1499, Basilica di San Pietro
Fonte: Stanislav Traykov tramite Wikimedia Commons

Ma a questo punto lascerei la parola ai due curatori, riportando il testo della bandella:

“Per la prima volta l’opera poetica di Michelangelo viene pubblicata in un’edizione critica che prevede un nuovo ordinamento delle poesie (con un ampliamento del numero dei componimenti) e, soprattutto, un ricco commento integrale (teso a chiarire diversi punti oscuri e a proporre, in molti casi, letture inedite). Ne risulta un quadro ricchissimo e dettagliato, una messa a fuoco capillare sul versante letterario degli intrecci tra arte e poesia, tra estetica e pensiero. La poesia di Michelangelo, infatti, è poesia allo stesso tempo di cose e di concetti; nasce da riflessioni profonde e partecipate, si tinge ora di ironia, ora di inquietudine; all’orgoglio e all’esaltazione si alterna lo smarrimento. Il ventaglio dei temi e dei generi praticati lungo circa cinquant’anni è ampio. Nel segno di un fascino singolare, i versi trasmettono una sensibilità straordinaria per l’arte e la bellezza, ma anche ineguagliabili moti d’amore e legami profondi con la storia e le vicende politiche del tempo: sono il riflesso fedele di un pensiero complesso, multiforme, decisamente originale così come fu la sua arte. I contemporanei gliene diedero atto, da Francesco Berni a Benedetto Varchi a Giorgio Vasari. Lungo i quasi sessant’anni che ci separano dall’ultima edizione critica delle rime michelangiolesche, gli studiosi hanno elaborato nuove interpretazioni, con contributi spesso decisivi per comprendere appieno i testi del grande artista, prospettando più volte la necessità di rivedere l’assetto complessivo del corpus. Ecco perché era urgente riproporre una nuova edizione, un nuovo commento e, nello stesso volume, anche la raccolta completa delle lettere scritte da Michelangelo per consentire al lettore di seguire da vicino tutta la vicenda biografica e intellettuale di questa figura-cardine della storia mondiale dell’arte”.

Michelangelo, David, 1501-1504, Firenze, Galleria dell'Accademia
Fonte: Jörg Bittner Unna tramite Wikimedia Commons

Più Rime che Lettere

L’ultima frase del testo sopra riportato chiarisce un aspetto importante: il titolo dell’opera è ‘Rime e lettere’, ma in realtà le lettere hanno un ruolo funzionale rispetto alle rime. Il che non vuole assolutamente sminuire la loro importanza (sono 511 testi, a cura di Antonio Corsaro). Semplicemente indica la loro dipendenza dall’ ‘editio maior’ del carteggio (un’impresa editoriale che ha tenuto occupati prima Sansoni e poi la S.P.E.S, di Paola Barocchi dal 1965 al 2005. Carteggio diretto e indiretto sono peraltro liberamente consultabili su internet sul sito di Memofonte). Le lettere sono fondamentali, non solo perché permettono di capire meglio il contesto di produzione di alcuni componimenti, ma perché molto spesso questi vi sono scritti in fondo, o sul verso dei fogli e ne testimoniano quindi una versione autografa, contribuendo a risolvere problemi di datazione che altrimenti si rivelerebbero insormontabili.

Ciò che intendo dire, molto banalmente, è che mentre gli autori affermano, legittimamente, che questa edizione, costituisce una proposta ‘radicalmente nuova sotto il profilo ecdotico rispetto alla vulgata girardiana’ (p. CXXXIV), ovvero rispetto all’edizione critica delle Rime del 1960, altrettanto non si può dire – e infatti non dicono – con riferimento alle Lettere


Un’edizione radicalmente nuova

In che senso la presente sarebbe un’edizione radicalmente nuova? Chiarisce Antonio Corsaro: l’opera “provvede a offrire un nuovo ordinamento delle Rime, che prospetta una sequenza finalmente agevole e ragionevole sia per gli specialisti e addetti e lavori sia per un pubblico più vasto” (p. CXXXIV). Nel caso specifico, credo sia fondamentale soffermarsi sulle questioni di metodo. Di fronte a una massa sorprendente di materiali poetici testimoniati spesso in versioni fra loro differenti, l’aspetto che più i curatori contestano a Girardi è quello di aver voluto leggere la poesia di Michelangelo secondo un percorso ‘evolutivo’: di aver cercato sempre di individuare ‘la lezione definitiva’ (o, se si preferisce, più compiuta) dei testi, quando invece è chiaro che uno degli aspetti precipui delle rime del Buonarroti è la loro varietà. Una varietà che non si sostanzia soltanto nell’uso di strumenti metrici i più vari e di registri letterari che vanno dal petrarchismo alla tradizione comica fiorentina, ma che porta l’autore anche a lavorare a soluzioni alternative per le proprie composizioni senza un ordine gerarchico preciso. Girardi avrebbe quindi effettuato un’operazione di per sé arbitraria, stabilendo (ad esempio) una gerarchia fra testi accomunati dalla presenza di un numero ridotto di rime in comune, mettendone a testo uno solo e ponendo negli apparati tutte le altre versioni. Corsaro e Masi decidono invece di abbandonare una ferrea impostazione cronologica dei componimenti, o, meglio, di mitigarla in questa maniera: per prima cosa vengono individuati “gli insiemi d’autore”, ovvero i gruppi di rime che, pur non destinati alla pubblicazione – come detto Michelangelo rinnega quest’eventualità – presentano la caratteristica di essere stati sicuramente collazionati fra loro o dall’artista o da suoi amici e collaboratori. Stiamo parlando, concretamente, della cosiddetta Silloge, formata da 89 componimenti e dai 50 Epitaffi per Cecchino Bracci. Tutte le restanti opere sono suddivise per materia, fra Rime liriche e amorose (93 composizioni), Rime comiche, d’occasione e di corrispondenza (14) e Rime spirituali e religiose (17). Solo all’interno di queste tre ultime categorie è seguito un ordine di carattere cronologico.

Michelangelo - I prigioni. Schiavo che si ridesta, Firenze, Galleria dell'Accademia
Foto: Umberto Baldini, Michelangelo scultore, Rizzoli, Milano, 1973 tramite Wikimedia Commons

Michelangelo - I prigioni. Schiavo detto Atlante, Firenze, Galleria dell'Accademia
Fonte: Umberto Baldini, Michelangelo scultore, Rizzoli, Milano, 1973 tramite Wikimedia Commons

Frammenti e abbozzi

Come facilmente intuibile, la scelta di Corsaro e Masi, ovvero quella di ‘esplicitare’ con pari dignità versioni differenti di componimenti in parte identici porta a una lievitazione del numero complessivo dei componimenti. Va peraltro aggiunto che la scelta si sposa bene con una questione particolarmente spinosa nella poesia di Michelangelo, quella dei frammenti e degli abbozzi. È evidente che proprio confrontandosi con tali frammenti è fortissima la suggestione di stabilire un parallelo fra il non-finito artistico di Buonarroti, e il non-finito poetico. Il problema è capire cosa debba essere inteso per non-finito (quindi come abbozzo o frammento) e catalogato come unità poetica indipendente. La scelta di Girardi è stata quella di considerare frammenti tutti quei passi che, a sé stanti, esprimono un concetto di senso compiuto, relegando negli apparati tutto il resto. I frammenti così individuati sono stati inseriti nell’ordine cronologico di cui si è detto prima e, di fatto, assurgono al rango di poesie. L’orientamento di Corsaro e Masi è invece ben diverso: “un frammento è tale anche quando esprime un concetto, se il disegno metrico che vi presiede risulta essere non compiuto. L’unico criterio per distinguere un frammento da una poesia completa è dunque quello metrico” (p. CXXXVII).

Non si tratta di un mero tecnicismo. Come spiegano i curatori: “la poesia di Michelangelo si orienta per sua natura alla non compiutezza, e i manufatti originali evidenziano con ogni chiarezza non solo la quantità, ma anche la qualità di una modalità compositiva – quella appunto del frammento – che deve essere considerata al pari delle altre. Sceverare fra i frammenti quelli che “al limite” potrebbero essere letti come poesie compiute significa orientarne la lettura in una direzione discutibile. All’opposto, raccogliere in serie tutte le prove frammentarie del poeta, rendendole ove possibile autonome da apparati posticci, ha il risultato di non deprivare il corpus di pezzi talora notevoli, restituendo loro pari dignità rispetti ai pezzi completi” (p. CXXXVIII). Ai frammenti è dunque dedicata una sezione autonoma della raccolta (complessivamente sono 90).

Riassumendo, dunque, il corpus delle rime michelangiolesche è suddiviso in sei insiemi: a) Silloge; b) Epitaffi per Cecchino Bracci; c) Rime liriche e amorose; d) Rime comiche, d’occasione e di corrispondenza; e) Rime spirituali e religiose; f) Frammenti e abbozzi. La cosa sembra più complicata di quanto non sia. Anche (e soprattutto) grazie a un sistema di note e di apparati veramente fuori dal comune, una volta entrati nel meccanismo, muoversi fra un componimento e l’altro è facile e intuitivo; oserei dire persino divertente. Non vi è dubbio che le scelte di Corsaro e Masi siano state felici.

Michelangelo, Mosè, 1513-1515 circa, Roma, Chiesa di San Pietro in Vincoli
Fonte: Jörg Bittner Unna tramite Wikimedia Commons

Caratteri delle rime michelangiolesche

Ci sono dei caratteri ricorrenti nelle rime michelangiolesche? In precedenza ho parlato della loro varietà, un termine forse un po’ generico, che non viene utilizzato dai curatori, i quali preferiscono parlare invece di un insieme di componimenti che tendono alla diffrazione e alla differenziazione, sia perché scritte nel corso di circa cinquant’anni, sia perché rese in una serie di soluzioni metriche non uniformi. Naturalmente è possibile enucleare temi cari all’artista, come l’amore, la morte, il rapporto con la scultura. In realtà, però, ogni tentativo di collegare Michelangelo a determinate tematiche (come, ad esempio, interessi religiosi che evidenzino simpatie per la Riforma) si scontrano con i versi. Una chiave interpretativa può essere quella fornita da Francesco Berni già nel 1537, in una composizione poetica che finì anche a stampa. Nel testo poetico, indirizzato a Sebastiano del Piombo, Berni tesse le lodi di Michelangelo e, ponendo a confronto la poesia del Buonarroti con quella di altri, sostiene che “e’ [egli] dice cose e voi dite parole” (p. 278). Ciò che Berni vuole sostenere è che la poesia di Michelangelo non indulge a formalismi tecnici, ma esprime concetti, parla di cose, trasferisce messaggi. I curatori, in proposito, chiariscono: “Nella realizzazione lirica […] Michelangelo appare con tutta evidenza concentrato nell’esaltazione della forza del concetto piuttosto che nell’adeguamento di quest’ultimo a un’ideale limpidezza espressiva” (p. XII). Con questo sforzo si spiegherebbe anche la presenza di elementi poco chiari, oscuri, difficili, che è stato notato essere ricorrente nelle rime: “In quest’ottica, il perseguimento dell’oscurità e dell’abnormità non è fine a se stesso, ma è teso a dare risalto all’idea” (idem). Ciò detto, mi sembra un po’ forzata – e veramente, mi sembra l’unico appunto da poter muovere a un’edizione che ho trovato eccellente – l’affermazione avanzata poco prima nell’introduzione: “Se dunque la composizione poetica compiva un percorso sostanzialmente inverso rispetto alla creazione artistica – scultorea – come la presenta lo stesso Michelangelo (non dalla superficie al centro, eliminando via via il superfluo, ma dal centro alla superficie, dando veste a uno scheletro), allora è da supporre una subalternità di partenza dell’aspetto formale rispetto a quello contenutistico” (idem): il paragone fra scultura che procede per ‘cavare’ e poesia che si sviluppa nel ‘costruire’ mi pare senza dubbio affascinante. Tuttavia – mi permetto di dire – non è una cifra caratteristica di Michelangelo, ma un fatto meccanico, un procedimento tecnico che riguardo alla poesia si potrebbe dire (a mio avviso) di chiunque (da Dante, a Marino e a D’Annunzio, per fare dei nomi a casi): non per questo tutti i poeti preferiscono il contenuto all’aspetto formale. Non è in un atto ‘meccanico’ insomma, che si può a mio avviso cercare il perché quella di Michelangelo sia una poesia di ‘concetti’ e di ‘cose’.

Michelangelo, Tomba di Lorenzo de' Medici, Duca d'Urbino, 1525-1534, Firenze, Cappelle medicee, Sagrestia Nuova
Fonte: Umberto Baldini, Michelangelo scultore, Rizzoli, Milano, 1973 tramite Wikimedia Commons

La Silloge

Se nel caso delle Rime amorose, di quelle comiche e di quelle religiose la suddivisione sembra sufficientemente chiara per rimandare direttamente alla loro lettura, avverto l’esigenza di chiarire alcuni aspetti relativamente alla Silloge e agli Epitaffi per Cecchino Bracci, in maniera tale da spiegarne la natura.

La Silloge non è un canzoniere; non è cioè, una raccolta organica di testi, ovvero “un insieme di testi dei quali l’autore, in prima persona, cura con grande attenzione la disposizione, attribuendo perciò a quest’ultima importanza e significato” (p. 885). Si tratta, piuttosto, di un lavoro a sei mani, che coinvolge, oltre a Michelangelo, gli amici Luigi del Riccio e Donato Giannotti. I componimenti (89 in tutto) sono testimoniati da tre differenti manoscritti, nessuno dei quali li presenta tutti quanti; compare tuttavia, nelle porzioni relative, una numerazione unica che è stata individuata come apposta da Luigi del Riccio. Ci sono – per capirsi meglio – sottoinsiemi dei tre manoscritti che si sovrappongono, e quando lo fanno, i componimenti riportano la stessa identica numerazione attribuita da del Riccio. Appare chiaro che, dalla fine del 1539 e fino al 1546, anno di morte di del Riccio, i tre si scambiarono le rime michelangiolesche in un intreccio di revisioni e trascrizioni. Del Riccio, in sostanza, riceve le poesie dell’artista, le trascrive e le rimanda a Michelangelo, il quale vi appone postille che a volte presentano varianti, e in altre occasioni hanno natura ben diversa da una revisione finale dei componimenti. “Quello che risulta dai manoscritti michelangioleschi e dai documenti citati è […] che il lavoro di selezione dei testi, la scelta della loro disposizione (con una totale assenza di impianto narrativo, e una logica nell’ordinamento la cui esistenza è molto opinabile) e l’opzione fra testi omologhi furono tutti attuati da altri [n.d.r. del Riccio o il Giannotti, appunto], dietro esplicita delega da parte dell’Autore […]. La correzione e la riscrittura dei singoli testi avvenne in collaborazione, con un avallo testimoniato anche dalle varianti autografe apposte da Michelangelo” (p. 885). Che l’operazione di revisione di Michelangelo non sia mirata alla pubblicazione è testimoniato – come detto - dall’assenza di qualsiasi indicazione sull’ordinamento dei componimenti e dall’invito/minaccia rivolto proprio a del Riccio nel 1546 (qualche mese prima della sua morte) a ‘bruciare la stampa’ delle rime. Si può pensare che Buonarroti pensasse a una semplice raccolta di versi da distribuire manoscritta agli amici più cari, mentre del Riccio fosse andato un po’ più in là, ragionando su un’edizione a stampa. Le postille apposte in diverse occasioni dal Buonarroti alle rime non fanno altro che confermare questa sensazione: Michelangelo si schernisce sulla proprie capacità poetiche ed emerge (ci sarebbe da discutere se si tratti di un artificio retorico o di un dato reale) che la produzione delle rime è legata all’invio di cibo da parte dei destinatari: ci sono rime scritte come ringraziamento per le trote, le anitre, le olive ricevute.

La maggioranza dei componimenti ha natura amorosa, ma l’ispirazione non è univoca “perché appare declinata con modalità sensibilmente diversificate: da quella tradizionale petrarchesca a quella platonico-laurenziana a quella “dantesca” dei testi per Vittoria-Beatrice” (p. 886). Non si deve dimenticare che compare un piccolo numero di rime aventi natura politica, che si risolve in sostanza nella presentazione di testi di natura anti-medicea, indirizzati in particolare contro la figura di Cosimo I de’ Medici.

Michelangelo, Pietà Bandini, 1547-1555, Firenze, Museo dell'Opera del Duomo
Fonte: Sailko (Francesco Bini) tramite Wikimedia Commons 
Michelangelo, Pietà Bandini, 1547-1555, Firenze, Museo dell'Opera del Duomo
Fonte: Sailko (Francesco Bini) tramite Wikimedia Commons

Epitaffi per Cecchino Bracci

Gli epitaffi sono, naturalmente, componimenti scritti in occasione della morte di qualcuno, in questo caso del giovane (quindici o sedicenne) Cecchino Bracci, nipote amatissimo (probabilmente non solo in senso platonico) di Luigi del Riccio (siamo nel 1544). Non sappiamo nemmeno se Michelangelo lo conobbe e senza dubbio stride il fatto che ad accompagnare l’invio dei 50 epitaffi siano ancora i soliti ringraziamenti per il cibo ricevuto dall’amico. Quando Cecchino morì, del Riccio progettò di pubblicare una serie di componimenti scritti non solo da Michelangelo in suo onore. La cosa non ebbe seguito, ma la tradizione manoscritta dell’opera è testimoniata da diversi esemplari, a dimostrazione che comunque una circolazione vi fu. Il numero delle composizioni realizzate da Michelangelo per Cecchino appare abnorme; e qui si apre subito una riflessione: Buonarroti vuole dare una dimostrazione di virtuosismo lirico (e in tal caso dovremmo senz’altro dire che gli epitaffi non rientrano nella poesia delle ‘cose’ o dei ‘concetti’ di cui abbiamo parlato prima) o c’è altro? I curatori risolvono la questione non negando certo lo sforzo virtuosistico dell’artista/poeta, ma sostenendo che in questa occasione Michelangelo “dava prova di una sua peculiare abilità creativa: quella legata alle idee, ai concetti (di nuovo, alle «cose» prima che alle «parole») sfornati in una lunga sequenza in numero “significativo” (p. 1057). In sostanza il virtuosismo di Michelangelo si giocherebbe non sulla varietà dell’aspetto formale, ma su quella dei contenuti e dei concetti proposti sul tema della morte di un ragazzo giovane.

Michelangelo, Pietà Rondanini, Milano, Castello Sforzesco
Fonte: Paolo da Reggio tramite Wikimedia Commons

Indice

Qui di seguito, a testimoniare la ricchezza dell’opera, si riporta l’indice dell’opera:

  • Introduzione di Giorgio Masi e Antonio Corsaro
  • Nota biografica di Antonio Corsaro
  • Sigle e abbreviazioni
  • Nota bibliografica
  • Note al testo delle Rime di Antonio Corsaro
  • La presente edizione di Antonio Corsaro
  • Apparato filologico delle Rime di Antonio Corsaro
  • Tavola metrica delle Rime di Giorgio Masi
  • Tavole di corrispondenza con l’edizione Girardi
  • Note al testo delle Lettere di Antonio Corsaro
  • Illustrazioni
  • Testi delle Rime a cura di Antonio Corsaro
  • Note introduttive di Giorgio Masi
  • Testi delle Lettere a cura di Antonio Corsaro
  • Note ai testi delle Rime di Giorgio Masi
  • Note ai testi delle Lettere di Antonio Corsaro
  • Indice dei capoversi
  • Indice dei nomi del testo delle Rime e delle Lettere
  • Indice dei nomi dei paratesti
  • Profili biografici dei curatori

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