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lunedì 3 aprile 2017

Max Liebermann. Briefe [Lettere]. Raccolte, commentate ed edite da Ernst Braun. Volume Terzo (1902-1906). Parte Seconda


English Version

Scritti di artisti tedeschi del XX secolo - 13

Max Liebermann
Briefe [Lettere]
Raccolte, commentate ed edite da Ernst Braun

Volume Terzo (1902-1906)

2013, 651 pagine, Baden-Baden, Deutscher Wissenschaftlicher-Verlag (DWV)

Recensione di Francesco Mazzaferro. Parte Seconda



Fig. 2) Il catalogo della mostra tedesca di St. Louis nel 1904. Il testo offre al visitatore una descrizione dell’Impero tedesco da tutti i punti di vista. Fonte: https://archive.org/details/officialcatalogu00loui_0
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La prima secessione dalla Secessione (1902)

Creata nel 1898, la Secessione di Berlino subisce una prima scissione (molte ne seguiranno) il 20 febbraio 1902, con l’uscita di sedici artisti, sotto la guida di Otto Engel (1866-1949) e Oskar Frenzel (1855-1915) [92]. Engel e Frenzel sono membri del consiglio direttivo, che così perde due dei suoi otto componenti. È un momento pericoloso per Liebermann, in una fase in cui è esplicitamente soggetto ad un attacco diretto dell’imperatore Guglielmo II. Le ragioni dei sedici vengono pubblicate sul mensile Kunst für Alle [93] il 15 marzo. Grazie ad Ernst Braun, il curatore del carteggio di Liebermann, il testo è riprodotto in allegato al terzo volume: i firmatari si lamentano che non si sia tenuto fede all’impegno di rappresentare tutte le correnti artistiche e non si siano premiati gli artisti locali. “Dando eccessivo peso all’arte di un certo indirizzo e attraendo in modo eccessivo artisti stranieri, la Secessione non ha sostenuto sufficientemente gli interessi dei propri membri ordinari e dell’arte tedesca  [94]. Seguono critiche dirette al conflitto d’interessi di tipo commerciale, che vede il segretario della Secessione, Paul Cassirer, operare anche come proprietario della Galleria Cassirer, ovvero di una delle gallerie d’arte private più importanti di Berlino (si tratta di un problema concreto, che creerà noie a Liebermann nel corso degli anni; Cassirer ha infatti l’esclusiva per la commercializzazione di tutti i nuovi quadri del pittore berlinese, ed impone commissioni d’intermediazione assai salate [95]). Indirettamente, tuttavia, la critica è rivolta anche nei confronti di Liebermann, dal momento che è lui ad aver aperto la porta agli artisti stranieri; al Presidente della Secessione viene rinfacciato in quei mesi un atteggiamento tirannico (si veda la caricatura di Franz Jüttner dello stesso anno).

In termini estetici, i sedici artisti dissidenti (nessuno dei quali – compresi Engel e Frenzel – è mai assurto a particolare celebrità) considerano eccessivo l’orientamento modernista della Secessione. Come spiega Paret [96], l’uscita dell’ala conservatrice dal consiglio direttivo crea però lo spazio per integrare nuovi elementi progressisti (Slevogt e Corinth, appena giunti da Monaco), consentendo alla Secessione di accentuare le differenze dall’arte accademica.

Se la prima frattura nel campo della Secessione non ha effetti disastrosi, è anche perché i rappresentanti del mondo accademico più vicino alla casa imperiale non sono capaci di cogliere l’occasione al volo. I sedici sono pronti a reintegrarsi nel Verein Berliner Künstler (l’associazione degli artisti legati all’accademia), ma richiedono alle autorità accademiche ufficiali di essere riconosciuti come gruppo separato. Vogliono avere garanzia di non essere sottoposti alla stessa giuria dei normali accademici per la scelta dei quadri, nel timore di uscirne triturati. Richiedono anche di poter partecipare alle mostre che si tengono al Palazzo di Cristallo di Berlino in una sala separata, per rendere evidente la loro esistenza [97]. Nonostante il Ministero dell’Interno accetti le loro condizioni (sebbene forse solamente per poter indebolire la Secessione [98]), il direttore dell’Accademia, Anton von Werner, rifiuta tutte le loro richieste. Il gruppo ne esce irrimediabilmente indebolito, non avendo alcuna capacità autonoma di provvedere all’allestimento di una propria esposizione. Per ironia della sorte - come scrive Liebermann sia al critico d’arte Julius Elias [99] sia al collega pittore Leopold von Kalckreuth [100] nel marzo 1902 - la Secessione viene salvata dall’ottusità del suo nemico storico.

Nelle lettere, il pittore fa un breve riferimento all’accaduto all’amico e collega olandese Jan Veith [101]. Poi commenta, scrivendo a Leopold von Kalckreuth a proposito dei sedici: “Sono persone che, almeno in parte, si sentono vicine al Gruppo Luitpold di Monaco di Baviera. Naturalmente usciamo rafforzati dalla loro decisione di allontanarsi, perché adesso siamo tutti allineati lungo una medesima posizione. D’altro lato le nostre esibizioni sono divenute naturalmente più difficili, e dunque abbiamo bisogno, ora più che mai, del sostegno di tutti coloro che perseguono i nostri obiettivi” [102]. Il Gruppo Luitpold è un insieme di pittori – in gran parte paesaggisti – che nel 1896 si era costituito in associazione autonoma a Monaco, in alternativa sia ai pittori accademici sia alla secessione monacense, con un orientamento intermedio tra i due. Dunque, lo stesso succede nel 1902 anche a Berlino. Liebermann ripete poco dopo, in una lettera al critico Hans Rosenhagen, che la partenza dei sedici artisti ha lasciato il gruppo più coeso [103].


Guerra aperta alla Secessione di Monaco (1902-1903)

Fra 1902 e 1903 i rapporti con la Secessione di Monaco, che già si erano deteriorati in precedenza, sono ormai di conflitto. Nei primi anni della Secessione di Berlino tutti i diversi gruppi secessionisti delle città tedesche (Monaco, Düsseldorf, Weimar, Dresda, Karlsruhe) partecipano alle mostre berlinesi, facilitando il compito dei colleghi, volto ad offrire al pubblico che visita i locali sulla Kantstrasse una massa critica di opere di buona qualità con indirizzo comune. I monacensi credono però che i berlinesi li vogliano mettere in cattiva luce e pensano che siano loro ad alimentare la crescente polemica nelle riviste d’arte sul declino di Monaco come centro artistico (il critico d’arte Hans Rosenhagen è il maggiore sostenitore di questa tesi). Quando Slevogt e Corinth si trasferiscono a Berlino, credono che si tratti del risultato di un intrigo di Liebermann ed interrompono ogni rapporto. Come conseguenza, la Secessione di Monaco rifiuta di inviare le sue opere a Berlino per la quinta mostra dell’estate 1902, nella speranza di mettere in crisi il gruppo berlinese e riacquistare il primato in Germania.

Liebermann si lamenta del rifiuto con uno di loro, Hugo von Habermann (1849-1929) [104]. Scrive poi a Kalckreuth (che come pittore di Stoccarda proviene da una regione storicamente neutrale rispetto a Monaco e Berlino), lamentandosi a lungo dei monacensi, e spiegando che anche i berlinesi rifiuteranno d’ora in poi qualsiasi collaborazione [105]. La lettera a Kalckreuth dà un’interpretazione tutta campanilistica di questa ‘guerra tra fratelli’: “come nella politica anche nell’arte: la Baviera non vuole neppure accettare i francobolli prussiani” [106]. In realtà, la valutazione di Liebermann sulle debolezze del secessionismo monacense, è sia politica sia estetica: “Monaco è spacciata. I monacensi, anche quelli della secessione – scrive allo scrittore viennese Franz Servaes il 12 novembre 1902 – sono divenuti parti del mondo ufficiale e ciò, alla lunga, non si sposa con l’arte” [107].

Come si addice ad ogni rivalità, non mancano i dispetti gratuiti. In parallelo alla Secessione di Monaco ed al gruppo Luitpold, si forma nella capitale bavarese anche un terzo gruppo che si autodefinisce curiosamente “La Zolla” (Die Scholle). Si tratta di artisti che avranno un’esistenza propria tra 1899 e 1911, raccogliendosi intorno a Fritz Erler (1868–1940), che diverrà pittore di guerra nella Prima guerra mondiale e ritrattista ufficiale di Adolf Hitler dopo il 1933. “La Zolla” è un gruppo simbolista che nella geografia politica della pittura bavarese di quei tempi si colloca alla sinistra della Secessione di Monaco, e dunque ha caratteristiche modernistiche più accentuate rispetto alla Secessione di Berlino. Tuttavia Liebermann decide di esporre i quadri dei suoi membri a partire dal marzo 1903 [108] (una volta che si sarà fatta di nuovo la pace con i monacensi la loro partecipazione diverrà un impiccio [109] e si sbarazzerà di loro). Non solo: nella Secessione di Berlino viene accolto addirittura Kandinskij, che – con il suo gruppo della Falange, anch’esso attivo a Monaco – si colloca ormai tra gli artisti di assoluta avanguardia. Insomma, il nemico del mio nemico è il mio amico.


Un momento di sbandamento (1903)

Colpisce come nell’agosto del 1903, alla fine della settima mostra, Liebermann consideri l’idea di sciogliere la Secessione. Che cosa è successo? Nel 1903 Arthur Kampf (1864-1950) diviene presidente della Grande mostra d’arte di Berlino (Große Berliner Kunstausstellung), l’esibizione ufficiale degli accademici cui si oppone la Secessione. Kampf dimostra improvvisamente segnali di apertura: come spiega Peter Paret, egli fa uso delle sue prerogative come presidente per invitare direttamente (e dunque senza che debbano passare per la giuria) artisti francesi e dichiara di voler ammettere ad un’esibizione sull’arte tedesca, prevista a Chicago, anche opere di artisti secessionisti [110]. Per qualche mese sembra che le cose stiano davvero per cambiare nella Berlino ufficiale, fino a quando non interviene l’Imperatore in persona e blocca i nuovi sviluppi.

Liebermann non può osservare questi avvenimenti di persona (si trova a Scheveningen, per le consuete vacanze estive olandesi, che si protraggono quell’anno per tre mesi). Tuttavia, si rivolge per lettera a Hugo von Tschudi, amico e direttore della Nationalgalerie di Berlino, per chiedergli se, a suo parere, sia venuto il momento di concludere una tregua e cercare un’intesa onorevole con gli elementi più avanzati dell’Accademia, offrendo lo scioglimento della Secessione. La lettera rivela come egli sia combattuto: “Mi rivolgo a Lei – scrive il 20 agosto – in una situazione di emergenza per la Secessione, perché ritengo che Lei possa giudicare al meglio la situazione. Dobbiamo sciogliere la Secessione oppure no? O meglio: la Secessione è ancora necessaria? Per la verità, dopo il caso Kampf sembrerebbe che non vi possano essere dubbi, ma purtroppo gente alla Kampf è difficile da scuotere e tende sempre a prendere la posizione del governo e da quel lato non c’è nulla da aspettarsi. Lei dirà che fino ad ora ce l’abbiamo fatto senza il loro aiuto e dunque possiamo continuare così. Ma molto è cambiato. La Landeskunst Austellung [nota di redazione: l’esibizione degli accademici a Berlino] ha imparato molto da noi. Si è destata dalla sua letargia. Dal nostro lato, invece di crescere abbiamo perso Monaco, Leistikow è sempre più malato [nota di redazione: di sifilide] e Hoffmann e Tuaillon si sono trasferiti a Weimar. Per quel che mi riguarda, sono stanco di combattere, e sempre più preso dalle mie opere; e non si vedono nuovi talenti su cui contare. Mi sembra dunque venuta l’ora di sciogliere la Secessione. E poi, che fare? Ritornare nel castello dorato della mostra accademica? Se si pensa al destino dei 16 secessionisti che ci hanno lasciato lo scorso anno, o per meglio dire al loro declino, si può ben anticipare quel che succederebbe agli altri. Se ci sciogliessimo, avremmo fatto tutto il nostro lavoro degli ultimi cinque anni per il re di Prussia” [111].

Non ci sono rimaste le due lettere di risposta di Tschudi. Quel che è certo è che, dopo una settimana, la nuova lettera di Liebermann del 28 agosto ha un tono del tutto diverso: “Grazie per le sue due lettere. Se qualcosa poteva aiutarmi a tenere ferma la mia posizione, sono stati i Suoi messaggi. Lei ha proprio ragione: la Secessione è una necessità proprio in questo momento” [112].


La fondazione della “Lega degli artisti tedeschi” (Deutscher Künstlerbund) nel 1904

La stessa lettera del 28 agosto 1903 a Tschudi fa riferimento ad un evento che cambierà definitivamente l’opinione di Liebermann, riportandolo sul terreno della battaglia. Nel 1904 l’esposizione universale si deve tenere negli Stati Uniti, a St. Louis (è quella che segue l’esposizione di Parigi con la Torre Eiffel). Già nel 1901 il governo americano invita le autorità tedesche ad allestire un padiglione nazionale, che presenti agli americani tutti gli aspetti del paese (industria, commercio, società, arte). Come spiega Paret, dopo molte indecisioni dovute ai costi per il bilancio, il governo tedesco decide di contribuire all’Esibizione. Inoltre si impegna ad inviare una collezione anche alla mostra d’arte, che dovrà offrire uno sguardo d’insieme sulla produzione tedesca contemporanea [113]. Gli Stati Uniti sono un mercato immenso, dominato dall’arte francese e pressoché inesplorato dagli artisti della Germania, in un momento in cui nuovi musei venivano creati in tutte le grandi città e ricchi collezionisti privati erano pronti ad acquistare arte dall’Europa. Esservi presenti è fondamentale sia da un punto di vista commerciale sia in termini identitari. Il commissario di governo Theodor Lewald (1860-1947) decide dunque per una rappresentanza che coinvolga tutte le correnti artistiche del momento ed includa le Secessioni [114]. A dimostrare le capacità organizzative di Lewald basti dire che sarà l’organizzatore, trent’anni dopo, delle Olimpiadi di Berlino del 1936.

A metà 1903 sembra che l’organizzazione di una presenza unitaria sia cosa fatta [115], tanto che si parla della nuova commissione per la scelta delle opere da inviare a St.Louis, con rappresentanti delle associazioni di pittori e direttori di musei da tutta la Germania (tra i quali Tschudi, Lichtwark e Pauli) come di un Kunstparlament, un “Parlamento dell’arte” [116]. Poi interviene ancora una volta l’Imperatore: esautora il “Parlamento dell’arte” da ogni decisione sulla composizione della rappresentanza tedesca alla mostra d’arte ed affida il tutto alla Kunstgenossenschaft, la “Corporazione dell’arte”, ovvero l’associazione dei pittori accademici. Siamo nel luglio 1903 [117].

In una lettera a Tschudi del 28 agosto 1903 Liebermann non vuole avere nulla a che fare con i rappresentanti dell’arte ufficiale: “Per le secessioni tedesche sarebbe venuto il momento giusto per dichiarare: o non esponiamo nulla oppure lo facciamo come gruppo separato. Purtroppo Monaco non prenderà posizione con noi, a causa della rivalità con Berlino, e Anton von Werner sarà il terzo incomodo che gode tra di noi” [118]. Per evitare che ciò accada, vi è bisogno “di un’azione comune di tutte le secessioni tedesche, compresi i viennesi” [119]. 

Nasce così l’intuizione che porterà alla costituzione della Lega degli artisti tedeschi, il Deutscher Kuenstlerbund, con sede a Weimar. Il Kuenstlerbund nasce come rivale insanabile della Corporazione dell’arte (Kunstgenossenschaft). Il meccanismo è semplice: si crea una sorta di ‘cartello’ di tutte le secessioni tedesche, che non solamente s’impegnano contrattualmente a mostrare un’immagine unitaria dell’arte secessionista tedesca fuori dal paese, ma si vincolano a regole comuni per le esibizioni all’interno della Germania. Con la nascita della Lega, viene da pensare che Liebermann metta in pratica – nel mondo dell’arte – le medesime tendenze che si manifestano in quegli anni nel settore produttivo tedesco: la regolamentazione dell’economia (a mezzo di una legislazione amministrativa sempre più precisa) e il raggruppamento delle grandi imprese in cartelli, basati su accordi che limitano la competizione. Questi meccanismi d’istituzionalizzazione della società tedesca si estendono dal modo di produzione alla politica, alla scienza ed all’arte, e contraddistinguono sia la parte conservatrice sia quella progressista della società (si pensi ai sindacati ed al Partito Socialdemocratico) secondo processi sociologici che saranno studiati da Max Weber quindici anni dopo, nelle due conferenze che terrà all’Università di Monaco per il ciclo “Geistige Arbeit als Beruf” (Il lavoro spirituale come professione): si tratta di “Scienza come professione” (1917) e “Politica come professione” (1919), due dei suoi testi più famosi.

L’11 ottobre Liebermann spiega il suo progetto a Leopold van Kalckreuth, che diventerà il primo presidente della Lega. “Vorrei esporLe di seguito un piano cui noi – Leistikow, von Hoffmann, Tuaillon ed io – stiamo pensando da qualche tempo. Lei sarà d’accordo con noi che gli eventi degli ultimi anni – ricordo solamente i preparativi per l’esibizione di St.Louis – hanno mostrato come la condizione della nostra arte abbia urgentemente bisogno di supporto. Noi siamo dell’opinione che la regolamentazione delle questioni artistiche debba essere cosa degli artisti, ed in particolare solamente degli artisti. Ma a tale autoregolamentazione possiamo giungere solamente se tutti gli artisti indipendenti si associano in un patto. Tale patto di tutti gli elementi autonomi dovrebbe includere: (a) esibizioni comuni nelle differenti capitali della Germania ed all’estero; (b) la creazione di una galleria, che associ i lavori più rilevanti della produzione contemporanea ed i cui costi possano essere coperti dalle entrate delle mostre e dalle donazioni di benefattori generosi.”

Ovviamente una tale associazione potrebbe essere creata esclusivamente sulla base più ampia: senza alcuna considerazione sulla direzione del singolo artista, vi dovrebbe essere posto per chiunque persegua il proprio obiettivo con il necessario talento, ovvero per ogni artista. Fino ad oggi abbiamo esposto il nostro piano solamente a Klinger e Kampf, che si sono detti completamente d’accordo. Ci rivolgiamo a Lei con la preghiera di entrare a far parte di un comitato che sarebbe costituito da Uhde, Stuck, Habermann, Thoma, Hildebrandt, Kuehl, Trübner, Lenbach, Mackesen, Zügel, Vinnen ed a cui si unirebbero il Conte Kessler, Lichtwark, Wölfflin e von Tschudi” [120]. Va detto che, nella realtà, molti di costoro (ad esempio Thoma, Kampf e von Tschudi) non aderiranno.

Il piano di battaglia è pronto, e prevede un’unione di artisti e critici d’arte, provenienti da Berlino, Dresda, Düsseldorf, Lipsia, Amburgo, Stoccarda, Karlsruhe e dalla colonia degli artisti di Worpswede.

Si capisce subito che si tratta di vera e propria guerra. L’1 novembre Liebermann scrive ancora una volta a von Kalckreuth, pregandolo di ritirare la propria partecipazione al padiglione tedesco della mostra universale di St. Louis. Tutti i futuri membri della Lega devono negare la loro presenza. Lo aggiorna poi sul fatto che – tra i pittori più famosi del momento – Thoma non aderirà alla Lega, mentre Stuck ha deciso non solamente di partecipare, ma di essere presente alla riunione costitutiva di Weimar [121]. Liebermann annuncia a Lichtwark che l’atto di fondazione si terrà il 15 dicembre 1903. La galleria comune per le esposizioni della Lega sarà a Weimar, in quanto centro geografico dell’(allora) Germania unita e simbolo della cultura tedesca di matrice classica (dall’epoca di Goethe e Schiller), ma anche come conseguenza dei veti reciproci: “Monaco non accetterebbe Dresda o Berlino, Berlino non sarebbe a favore di Monaco” [122]. E, sempre scrivendo a Lichtwark, commenta: “I membri delle secessioni tedesche formano il tronco; solamente loro possono formare una cooperativa potente. Ma noi vorremmo una base più larga. In altre parole, noi vogliamo attrarre gli artisti che ci appartengono da un punto di vista artistico, ma che finora non hanno fatto parte delle Secessioni. Dobbiamo combattere contro due fronti: a destra e a sinistra” [123].

La prima mostra del Deutscher Kunstlerbund si tiene a Monaco, dal primo giugno a fine ottobre 1904, in concomitanza con la decima mostra della Secessione di Monaco. A Weimar si tengono infatti, in realtà, solo mostre minori. La capitale bavarese è scelta preferendola a Dresda e Düsseldorf, soprattutto sulla base del maggiore spazio espositivo che viene offerto dai monacensi ai pittori dal resto della Germania [124]. La seconda mostra si tiene invece nella capitale a partire dal giugno 1905, insieme alla decima mostra della Secessione di Berlino (già commentata nel post precedente). Basta confrontare le copertine dei due cataloghi per notare la differenza di stile (a Monaco viene mostrato il busto del Principe reggente di Baviera – Luitpold (1821 –1912) – mentre a Berlino non si fanno concessioni ad alcun elemento decorativo). Dunque la Lega rimane un cartello vincolante tra sensibilità differenti.

Elementi di ambiguità

La corrispondenza di Liebermann rivela in realtà elementi fondamentali di ambiguità. Da un lato gli statuti della Lega proclamano il principio che tutti gli indirizzi artistici (con l’esclusione dell’accademismo) debbano essere ben accolti: all’interno dell’organizzazione devono poter convivere sensibilità e tradizioni molto diverse. Dall’altro lato, Liebermann vorrebbe qualcosa di ben più coerente e coeso. Manifesta i suoi dubbi ad Alfred Lichtwark, il direttore della Kunsthalle di Amburgo, il 3 gennaio 1905: “I troppi cuochi hanno rovinato la minestra. (…) Vi è una gran quantità di forze in sé e per sé eccezionali. Che tuttavia non riescono a far nulla (almeno fino ad adesso), nonostante la migliore volontà. (…) La Lega degli artisti vuol dare espressione unitaria (e dunque stile) al comune pensiero sull’arte del nostro tempo. (…) L’obiettivo è forse irraggiungibile? La nostra inadeguatezza dipende dai mezzi insufficienti o dalla direzione? Certo non può dipendere dagli avvenimenti: il nostro tempo impone strettamente che si giunga ad un’unione degli artisti” [125]. La risposta di Lichtwark è: perseverare [126].

Anche dal punto di vista della libertà d’iniziativa, la Lega ha aspetti contraddittori. È al tempo stesso uno strumento per ottenere più libertà rispetto alla pressione imperiale, ma anche un meccanismo contrattuale di repressione per sanzionare comportamenti considerati troppo liberi nei confronti di eventi artistici o artisti fuori dalla Lega. Così, ad esempio, l’11 marzo 1905 Liebermann chiede a Kalckreuth di vietare a tutti i membri di partecipare all’Esposizione universale di Liegi dello stesso anno [127]; qualche settimana dopo impone allo stesso Kalckreuth di ritirarsi dalla mostra degli accademici di Berlino [128]; nel maggio rifiuta un’offerta di pace di Anton von Werner, che invita tutte le Secessioni tedesche ad una mostra in onore del 25° anniversario del matrimonio dell’imperatore [129].

Nel febbraio 1906 Liebermann scrive a Kalckreuth chiedendogli di proibire formalmente ai membri di partecipare ad una mostra per i 50 anni dell’associazione dei pittori accademici in Germania [130]; il 7 marzo dello stesso anno contatta il secessionista monacense Ludwig von Hoffmann invitandolo perentoriamente a soprassedere alla partecipazione ad un’esposizione non gradita a Berlino [131]. In altre parole: si appartiene alla Lega per essere più liberi dal potere imperiale, ma al prezzo di sottoporre la propria libertà ad altri controlli.


Liebermann e la missione nazionale

Le lettere tra 1902 e 1906 testimoniano il passaggio, in Liebermann, da una concezione transnazionale dello sviluppo dello stile artistico (nel primo volume delle Lettere Liebermann scrive di aver più successo a Parigi che in Germania) ad obiettivi di tipo prettamente locale (come ad esempio il radicamento a Berlino) ed infine ad una missione nazionale (con la creazione della Lega per l’intera Germania). È un percorso di ‘nazionalizzazione’ della cultura che è forse inevitabile, perché chiaramente in linea con il cammino della società tedesca (e di quello delle altre società europee) in quegli anni. Certamente, Liebermann non esprime un nazionalismo culturale aggressivo (la Germania la cui identità estetica egli vuol costruire deve essere paese culturalmente aperto, e la sua arte è anzi accusata spesso di essere ‘anti-tedesca’, come succederà nella polemica con lo storico dell’arte Henry Thode nell’estate del 1905), ma il suo obiettivo coincide sempre più, oggettivamente, con il desiderio di assicurare pari dignità all’arte moderna della giovane Germania rispetto all’arte moderna delle altre aree d’Europa.

Il primo riferimento alla condivisione da parte di Liebermann di una missione nazionale risale ad una lettera ad Alfred Lichtwark del 16 febbraio 1902: si parla di un’importante mostra che si sarebbe tenuta, sotto il patrocinio del principe ereditario, di lì a qualche mese, tra il primo maggio ed il 20 ottobre del 1902. L’evento, dal titolo significativo di “Deutsch-Nationale Kunst-Ausstellung”, ovvero “Esposizione d’arte tedesco-nazionale”, ha luogo a Düsseldorf, la città che aveva avuto un ruolo così rilevante per lo sviluppo dell’arte tedesca in epoca romantica. A Lichtwark il pittore berlinese annuncia che gli è stato offerto di esporre 6-8 quadri. In una lettera successiva allo stesso destinatario, del 22 febbraio, Liebermann spiega di aver scelto alcune delle sue prime opere: fra di esse vi sono la ‘Anziana alla finestra’ e la “Scuola dei bambini ad Amsterdam’ del 1880, la ‘Casa di riposo ad Amsterdam’ del 1881 e le ‘Rammendatrici di reti’ del 1889. A questi quadri aggiunge i ‘Cavalieri sulla spiaggia’ del 1901 e l’ultimo dei suoi dipinti, “La via dei pappagalli nei giardini zoologici di Amsterdam”. Per comprendere il successo dell'arte di Liebermann in quei giorni, basti menzionare il fatto che l‘Anziana alla finestra’ è posseduto da Margarethe Krupp (1854-1931), la moglie dell’industriale, che conserva il quadro nella sua collezione privata. Liebermann le scrive per ottenere il quadro in prestito [132]. Il marito, l’industriale Alfred Krupp, acquista a Düsseldorf, durante la mostra, la ‘Scuola dei bambini ad Amsterdam’; Liebermann gli scrive da Roma il 10 ottobre per ringraziarlo; Krupp risponde a sua volta a giro di posta [133]. Stiamo parlando di uno dei maggiori industriali del paese.

In effetti, quello di Düsseldorf fu un evento molto ampio (con più di 2400 pezzi in catalogo), organizzato in diverse sezioni: una sulla storia dell’arte con particolare accento sull’arte medievale, una sull’arte contemporanea e dell’Ottocento a Düsseldorf ed infine una sezione sull’arte contemporanea nel resto del paese. Ogni stanza era dedicata ad una scuola locale nel mondo di lingua tedesca (oltre alle secessioni di Berlino, Monaco e Vienna, anche le diverse associazioni ufficiali degli artisti in quelle stesse città, per concludere con gli sviluppi nell’arte contemporanea a Dresda ed in Renania) [134].

Che gli anni 1902-1906 siano dominati in Germania dal tema nazionale è anche testimoniato dalla Jahrhundertausstellung deutscher Kunst [135], la mostra su un secolo di arte tedesca alla Galleria Nazionale di Berlino (24 gennaio-30 giugno), con cui viene presentata l’arte tra 1775 e 1875. È un evento di grandissimo rilievo per la consapevolezza collettiva della comunità tedesca; in un post sull’Antologia di Lettere d’artisti del diciannovesimo secolo di Else Cassirer, pubblicata nel 1913, abbiamo spiegato che la mostra contribuì a far conoscere al grande pubblico tedesco artisti dell’Ottocento (come Friedrich, Runge, Leibl e Menzel), a far riscoprire i nazareni e a sistematizzare la valutazione critica di quel secolo. Liebermann annuncia a Lichtwark l’indiscrezione appena ottenuta da Tschudi che “sua maestà ha autorizzato la centennale” [136]. Il pittore berlinese vi partecipa con otte opere del periodo 1872-1876, e dunque come uno degli artisti più giovani tra quelli presentati nella mostra.


Che cosa resta del legame con la Francia?

Il terzo volume della collezione di Lettere si apre con una richiesta pressante da Parigi: il 4 ed il 21 gennaio 1902 il gallerista Paul Durand-Ruel (1831-1922) sollecita Liebermann a confermare la grande retrospettiva parigina, prevista per il primo marzo [137]. Si tratta di uno dei più grandi galleristi francesi, considerato uno degli ‘inventori’ dell’impressionismo, e poter vedere organizzata una retrospettiva a Parigi da un tale protagonista dell’arte contemporanea è segno che la fama di Liebermann a Parigi è ormai consolidata. Ma il pittore berlinese non considera più una priorità esporre in Francia, e dunque cancella la mostra senza preavviso. Prevale in lui la necessità di preparare la quinta mostra della Secessione berlinese, che si aprirà in aprile ed in cui esporrà fra l’altro per la prima volta Sansone e Dalila. La delusione di Durand-Ruel è cocente, ma i rapporti d’affari continueranno, ad esempio nel 1903 [138]. Al di là di ogni motivazione dovuta all’accavallarsi delle date tra mostre a Parigi e Berlino, l’interesse del pittore è ormai tutto concentrato sulla Germania; la Francia, un tempo il suo paese prediletto, non solleva molte passioni (e, come si è visto nel secondo volume delle Lettere, l’affare Dreyfuss – con i suoi risvolti antisemitici – lo ha allontanato emotivamente da Parigi).

Nel marzo 1903 lo scrittore Theodor Wolff gli chiede qualche informazione sulle scuole d’arte di Parigi per un conoscente: dopo qualche cenno, Liebermann aggiunge: “Comunque da qualche anno non sono più al corrente di quel che succede a Parigi” [139]. Negli anni coperti dal terzo volume delle Lettere ha un rapporto costante solo con Auguste Rodin. La connessione tra i due artisti deve essere ben nota a Berlino: infatti, è Liebermann ad essere incaricato dall’Accademia di Belle Arti di Berlino di sondare lo scultore francese per proporgli la nomina come membro corrispondente [140], l’8 febbraio 1906; Rodin accetta formalmente il 29 marzo con una lettera all’Accademia, ma tiene anche ad inviare un biglietto personale a Liebermann: “Sono contento di divenire suo collega” [141]. Sono buoni anche i rapporti con lo scultore Aristide Maillol, vicino ai Nabis [142] e grande amico del Conte Ulrich Kessler. Se vi sono rapporti diretti con protagonisti dell’arte plastica francese, sorprende invece che le relazioni con i pittori francesi siano praticamente nulle e mediate da terzi. Liebermann scrive direttamente a colleghi di altri paesi quando organizza sezioni speciali delle mostre della Secessione sui ‘giovani pittori’ olandesi, danesi e svedesi; quando nel 1906 decide di dedicare una sala ai cosiddetti ‘neo-impressionisti’ francesi (come si è già detto, sono Gauguin e i Nabis) delega la scelta dei pittori al collega puntinista Curt Herrmann e fa buon uso ancora una volta delle conoscenze del conte Kessler per contattare artisti ed intermediari a Parigi.

Sia chiaro: vale quel che si è già detto in precedenza. Liebermann non diverrà mai un nazionalista anti-francese, ed obietterà sempre alla retorica dell’arte nazionale, come in una lettera del marzo 1902 al pubblicista Maximilian Harden: “Se non si riesce ad affibbiare alcun difetto ad un bel quadro, come ultima carta si gioca l’argomento che non è tedesco. È forse lo spiritoso, il comico, il satirico in Menzel qualcosa di tipicamente tedesco, ed il semplice, il serio, il melanconico in Millet qualcosa di tipicamente francese? No! Il buon Dio ci dà il talento non secondo i confini nazionali, cercando di suscitare risentimenti malevoli” [143]. E tuttavia, se Liebermann è contrario all’uso delle baionette per fare la guerra ai francesi, non rifugge ormai da ambizioni di primato culturale tedesco in Europa che nelle lettere degli anni precedenti erano assenti: “L’arte è potere. Chi crea mi vuol costringere a seguire la sua scia. Venti anni fa ho sentito Richard Wagner lamentarsi amaramente della guerra degli anni ‘70: disse che era inutile, perché egli, Wagner, avrebbe conquistato comunque la Francia con la sua musica. Non è forse successo così? [144].


Le radici olandesi dell’impressionismo di Liebermann

Spesso si associa l’impressionismo tedesco all’idea che sia stato importato direttamente dalla Francia. Leggendo le Lettere, è chiaro che – nonostante gli omaggi a Degas e a Manet (Liebermann lo colleziona e lo definisce maestro di pittura, usando l’espressione latina preceptor picturae [145]) – nel caso di Liebermann l’ispirazione francese è sempre filtrata attraverso la lente degli olandesi, compresi i contemporanei.

Liebermann ha una venerazione per l’anziano amico Jozef Israëls (1824–1911), di cui promuove l’arte in Germania, anche sostenendo la pubblicazione in tedesco di una monografia a lui dedicata a firma di un altro amico e pittore olandese, Jan Veth [146]. Nel febbraio del 1902, in una lettera inviata proprio a Veth, tesse le lodi di alcuni artisti olandesi che si ispirano alla scuola di Barbizon [147]. Alcune tele di questi autori erano già state esposte nella mostra secessionista precedente; l’invito si ripete anche quell’anno ed è rivolto a George Hendrik Breitner (1857-1923) e Jan Toorop (1858-1928) [148].

Quanto ai suoi modelli antichi, il riferimento è invece sempre a Rembrandt (e a Velázquez), ed alla loro capacità di narrare storie all’interno dello spazio. Nel gennaio 1902 risponde a von Bode, che gli ha chiesto un parere su un disegno di Rembrandt (sappiamo che si tratta di uno scorcio di un quartiere ebraico [149], ma l’esemplare esatto non è stato identificato). Il disegno mostra il centro dell’azione ai propri margini, come se l'immagine fosse stata tagliata. Per Liebermann è invece una scelta deliberata dell’artista su come collocare la scena nello spazio: “Nessun altro maestro ha composto basandosi su un solo effetto, che è talmente rinvigorito come in Rembrandt. Egli ha dipinto il quadro, ovvero ha tagliato la scena, esattamente così come è. Proprio poiché Rembrandt non compone all’interno di uno spazio, ma con lo spazio (a mio parere la differenza tra un pittore ed un disegnatore), come anche Velázquez o Degas oppure io. E così come una figura ha un effetto diverso con sfondi più grandi o più piccoli, allo stesso modo una figura deve essere dipinta secondo lo spazio che l’avvolge” [150]. È dunque da quei modelli che Liebermann è ispirato.

Come mai si continua a definire Liebermann un impressionista, anche quando è chiaro che le sue radici sono saldamente ancorate nel mondo olandese? Perché non lo si chiama pittore neo-barocco o neo-olandese? Certamente, Liebermann stesso credeva che l’impressionismo fosse una categoria dello spirito universale, che fosse il culmine dell’arte mondiale e che abbracciasse molto più della Francia. Non è da escludere comunque che si tratti di una definizione che anche ha ragioni prettamente commerciali. Gli impressionisti si vendono bene in Germania, sono legati al tema della luce e del colore, offrono alla nuova borghesia tedesca un’immagine gioiosa della natura e della vita. La pittura olandese è fenomenale, ma di lettura assai più difficile ed introversa. Basta sfogliare i calendari illustrati d’arte che vengono venduti ancora oggi al grande pubblico per rendersi conto che sono molto di più quelli ispirati a Monet e Pisarro di quelli con riproduzioni di Rembrandt e Frans Hals.


Le potenze emergenti: Stati Uniti e Russia

A margine della discussione sui rapporti con la Francia, va segnalato che Liebermann riceve numerose sollecitazioni dagli Stati Uniti, in particolare dal Carnagie Institute [151]. Viene invitato a tenere mostre, partecipare a convegni, visitare le città, ma non risponde mai positivamente: evidentemente un viaggio negli Stati Uniti non è nei suoi piani.

Una curiosità è l’interesse per la cultura degli esiliati russi a Berlino, ed in particolare l’incontro con Maxim Gorki. Avviene nel marzo 1906, in un’occasione di una serata speciale nei locali della Secessione, alla presenza di letterati ed artisti berlinesi. Liebermann scrive a Pauli di aver introdotto la serata con una breve allocuzione in russo [152].


E l'Italia?

Come abbiamo visto per i tomi precedenti, l’epistolario rivela che per Liebermann l’Italia non è una meta frequente di viaggio. In precedenza, ha partecipato alla prima ed alla seconda Biennale di Venezia (nel 1895 e 1897), e la sua permanenza è documentata nella recensione al primo volume di lettere. Il 26 novembre 1906 scrive a un non precisato collega dell’invito ricevuto per la successiva Biennale del 1907. “Per quel che riguarda la mostra a Venezia, non ho avuto assolutamente più nulla a che farci negli ultimi 6 o 8 anni, e da allora non vi ho più esposto nulla. (…) Ho ricevuto qualche settimana fa – almeno credo – di nuovo i documenti per la mostra che si terrà là l’estate prossima” [153].

Nel terzo volume leggiamo che durante l’autunno 1902 si reca a Firenze (quattro settimane) ed a Roma (due settimane), accompagnato dalla famiglia. È un soggiorno abbastanza lungo, ma – a differenza di quel che succede quando è in Olanda – la sua permanenza in Italia non è motivo d’ispirazione per produrre grandi tele. Le sei settimane in Italia sono dedicate invece all’arte minore: i suoi disegni, pastelli ed acquarelli ‘italiani’– che oggi sono dispersi tra Germania, Olanda e Italia – sono tutti esposti a Berlino alla sesta mostra della Secessione nel novembre 1902.

Da Firenze Liebermann ritorna almeno con alcuni pastelli (il ‘Monte Oliveto a Firenze’, uno studio dei tetti della città ed un viale alberato) che vengono presentati sulla rivista Kunst und Künstler l’anno seguente [154]. Sono opere che sorprendono perché l’artista sembra voler evitare intenzionalmente ogni confronto con la monumentalità della città toscana, cercandovi invece scorci di gusto quasi fiammingo. In una lettera da Firenze allo storico dell’arte Max Lehrs  (5 ottobre 1902) [155], spiega di adorare il Duecento, di apprezzare il Trecento ma di fermarsi lì.  Del Quattrocento, forse non a caso, cita solamente Hugo van der Goes, che toscano certo non è, ma che vede a Firenze. Lo esalta anche in lettere spedite una volta tornato a Berlino, e indirizzate a Lichtwark [156] e a Jan Veth [157]. Il Rinascimento, insomma, non sembra interessarlo. 

Nel capoluogo toscano Liebermann riceve dalla direzione degli Uffizi l’incarico di eseguire un autoritratto, da includere nella celebre raccolta del Corridoio Vasariano; si tratta di un segno che il pittore ha ormai una fama consolidata anche in Italia. Come spiega Matthias Eberle nella breve introduzione al terzo volume, quella commissione “segna l’inizio di un intenso confronto con la propria immagine” [158]: di ritorno a Berlino, Liebermann esegue subito due autoritratti destinati agli Uffizi (uno in cui compare alla tavolozza ed uno seduto con sigaretta), ma decide poi di tenerli con sé. Ne spedirà a Firenze un terzo (oggi custodito nei depositi degli Uffizi) concluso solo nel 1908.

Ancora più miseri sono i riscontri dei pochi giorni trascorsi a Roma, dove Liebermann sembra realizzare semplicemente un disegno, con una veduta della città presumibilmente dalla cupola di San Pietro (mi sembra di riconoscere in basso a sinistra il porticato del Bernini). 

Quanto alle opere d’arte che può ammirare nella città eterna, le Lettere testimoniano che è ancora una volta conquistato da quadri di autori non italiani: copia il volto di Innocenzo X effigiato da Velázquez [159] e lo riproduce in un quadro del suo atelier berlinese, sempre nel 1902. 

Sarà Max Klinger, con la promozione della Villa Romana ed il premio assegnato dalla Lega degli artisti tedeschi per residenze premio a Firenze, a creare un legame più durevole tra pittori della Secessione e l'Italia. Il 15 dicembre 1906 Liebermann scrive a Klinger per informarlo dei progressi della necessaria documentazione giuridica [160]. Due giorni dopo viene creata a Lipsia l’Associazione Villa Romana, di cui Liebermann sarà vicepresidente [161].


NOTE

[92] I dissidenti sono Willi Döring, Otto H. Engel, Oskar Frenzel, Viktor Freudemann, Richard Friese, Hermann Hendrich, Paul Hoeniger, Felix Krause, Carl Langhammer, Hugo Lederer, Franz Lippisch, Hans Looschen, Martin Schauss, Max Schlichting, Max Uth e Julie Wolf-Thorn.

[93] Si veda: 

[94] Liebermann, Max – Briefe, zusammengetragen, kommentiert und herausgegeben von Ernst Braun. (Lettere, Raccolte, commentate ed edite da Ernst Braun), Baden-Baden, Deutscher Wissenschaftlicher-Verlag (DWV), Terzo volume - (1902-1906), 2013, 651 pagine, citazione a pagina 539.

[95] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 69.

[96] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 154.

[97] Doede, Werner – Die Berliner Sezession. Berlin als Zentrum der deutschen Kunst von der Jahrhundertwende bis zum Ersten Weltkrieg (La Secessione di Berlino. Berlino come centro dell’arte tedesca dall’inizio del secolo alla Prima Guerra Mondiale), Frankfurt am Main – Berlino – Vienna, Propyläen, 1977, 139 pagine. Citazione a pagina 23.

[98] Teewisse, Klaas – Berliner Kunstleben zur Zeit Max Liebermanns (La vita artistica di Berlino al tempo di Max Liebermann), in: Max Liebermann, catalogo della mostra a Berlino (6 Settembre 1979 – 11 Novembre 1979) e Monaco (15 Dicembre 1979 – 1 febbraio 1980), Monaco, Prestel, 1979, 687 pagine. Citazione a pagina 83 e nota 53 a pagina 87.

[99] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 33.

[100] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 34.

[101] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 24.

[102] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), pp. 28-29.

[103] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 32.

[104] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 29.

[105] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 95.

[106] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 95.

[107] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 76.

[108] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 106.

[109] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), pp. 198 e 248.

[110] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), pp. 158-159.

[111] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 126.

[112] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 127.

[113] Paret, Peter, The Berlin Secession. Modernism and Its Enemies in Imperial Germany, Harvard University Press, 1980, 269 pages. Consultato nell’edizione tedesca del 1981: Paret, Peter - Die Berliner Secession : moderne Kunst und ihre Feinde im Kaiserlichen Deutschland, Berlin, Severin und Siedler, 1981, 351 pagine, citazione alle pagine  168-173.

[114] Paret, Peter - Die Berliner Secession (citato), p. 173.

[115] Paret, Peter - Die Berliner Secession (citato), p. 187.

[116] Paret, Peter - Die Berliner Secession (citato), p. 188.

[117] Paret, Peter - Die Berliner Secession (citato), pp. 190-191.

[118] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 127.

[119] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 127.

[120] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), pp. 131-132.

[121] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), pp. 133-134.

[122] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 147.

[123] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 153.

[124] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 180.

[125] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 255.

[126] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 258.

[127] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 277.

[128] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), pp. 293 e 294.

[129] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), pp. 291 e 298.

[130] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 398.

[131] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 401.

[132] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), pp. 30-31.

[133] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 66.

[134] Per l’originale del catalogo si veda 
Una recensione dell’epoca è disponibile su Kunstchronik, all’indirizzo 

[135] Il catalogo è disponibile all’indirizzo https://archive.org/details/ausstellungdeuts01berl.

[136] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 275.

[137] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), pp. 20 e 22.

[138] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 93.

[139] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 109.

[140] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 385.

[141] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 428.

[142] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 387.

[143] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 33. 

[144] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 33.

[145] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 42.

[146] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), pp. 123 e 268.

[147] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 24.

[148] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 24.

[149] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 18.

[150] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), pp. 17-18.

[151] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), pp.51; 204; 209, 316, 459, 481.

[152] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 407.

[153] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 477.

[154] Si veda: Neue Arbeiten von Max Liebermann (Nuovi lavori di Max Liebermann), in: Kunst und Künstler, 1903, p.133 (http://digi.ub.uni-heidelberg.de/diglit/kk1902_1903/0142).

[155] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 65.

[156] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 71.

[157] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 72.

[158] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 12.

[159] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), pp. 71 e 76.

[160] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p. 490.

[161] Liebermann, Max – Briefe, (…), Terzo volume - (1902-1906), p.493.


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