English Version
Roger de Piles
Dialogo sul colorito
A cura di Giovanna Perini Folesani e Sandra Costa
Traduzione italiana di Monique Gabellini
Firenze, Leo S. Olschki, 2016 (ma 2017)
Recensione di Giovanni Mazzaferro. Parte Prima
Da quando uscì in forma anonima,
nel 1673, il Dialogue sur le coloris
(in realtà scritto da Roger de Piles) non era mai stato tradotto in italiano.
Succede ora, in una bella edizione curata da Giovanna Perini Folesani e Sandra
Costa, e si tratta di una piacevole sorpresa. La sorpresa più grande è che il
trattatello in forma dialogica di de Piles (grazie anche alla pregevole
traduzione di Monique Gabellini) conserva appieno tutta la sua freschezza e
leggibilità, che spiegano di per loro il grande successo che riscosse prima in
Francia, poi all’estero (se mi è permesso un consiglio, per non perdere tale
freschezza, leggete prima l’originale dei commenti). A dispetto della ‘gradevolezza’
con cui è possibile sfogliarne le pagine (o forse proprio per questo), il Dialogo sul colorito è testo di grande
importanza, che consente alle curatrici di affrontare almeno tre aspetti di estremo
interesse: la figura di Roger de Piles quale trattatista e divulgatore di idee
artistiche (di origine italiana) in Francia e in Europa; il dibattito sulla
supremazia fra colore (o, per meglio colorito) e disegno che si svolge in
Francia negli ultimi trent’anni del 1600 e l’emergere di un mondo di amatori
e/o collezionisti che si affianca e spesso sostituisce l’artista nel giudizio
critico. Come facile immaginare – e come vedremo – nessuno di questi tre
aspetti è totalmente francese e autoctono, ma deve essere ricondotto a
precedenti esperienze italiane (scrive Giovanna Perini Folesani: “il mio primo oggetto è individuare gli snodi
del rapporto di de Piles coi testi italiani, controbilanciando così i
pregiudizi (e le lacune obiettive) francesi coi nostri” (p. 45 n. 122).
Prima di procedere, però, vorrei
fare una chiara dichiarazione di campo: a me Giovanna Perini Folesani (che non
conosco personalmente) è simpatica, e non so perché. In realtà avrebbe tutte le
caratteristiche adatte per essere odiata (e sicuramente lei non fa nulla per
farsi amare), a partire dalla stesura di un commento introduttivo di 135 pagine tutte di
fila, senza una suddivisione in paragrafi, con l’esclusivo utilizzo in sole tre
occasioni di asterischi per far prendere fiato al lettore, senza un indice
bibliografico. Intendiamoci, non è certo la prima volta. Lei scrive così, e
magari si concede alcuni vezzi lessicali (come quando sostiene che Roger de
Piles non può essere certo considerato l’abavo degli impressionisti [1]). La
cosa bella, poi, è che, in molte occasioni, non sono d’accordo con quello che
scrive (ne parlerò dopo). Ma di due cose bisogna darle atto: innanzi tutto di
un’erudizione sterminata (nel senso più nobile del termine, che – chissà perché
– oggi è connotato negativamente), e poi della capacità di stimolare il
ragionamento e di creare interesse su quello che dice, tanto che non si può non leggerla sino alla fine. Nonostante le difficoltà
(e qualche accidente mormorato a voce bassa), se Perini Folesani ha un lettore
affezionato, quello sono io.
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| Tiziano, Noli me tangere, 1511, Londra, National Gallery Fonte: Google Art Project tramite Wikimedia Commons |
Gli scritti di de Piles
La produzione letteraria di Roger
de Piles (1635-1709) copre l’arco di trent’anni. Si comincia innanzi tutto nel
1668 con la traduzione francese dal latino del De arte graphica dell’amico Charles Alphonse Dufresnoy
(1611-1668), pubblicata col titolo L’Art
de Peinture. Si trattava di un poema di natura didascalica a cui – stando a
quanto de Piles asserisce – du Fresnoy aveva lavorato per una trentina d’anni e
che era stato scritto in latino (549 esametri) per raggiungere un pubblico il
più internazionale possibile. De Piles ne esegue la traduzione in francese e vi
aggiunge una serie di annotazioni che l’arricchiscono considerevolmente. Siamo
negli anni in cui in Francia (o, meglio, nell’entourage del Re Sole) si va
affermando l’aspirazione a sostituirsi all’Italia come centro pulsante della
cultura europea: nel 1648 è stata fondata l’Accademia Reale di Pittura e
Scultura, nel 1651 è stata pubblicata la prima edizione (sia in italiano sia in
francese) del Trattato della Pittura di Leonardo, divenuto artista simbolo del trasferimento della grande arte
dall’Italia alla Francia. La politica dell’Accademia, guidata dal 1648 al 1680
da Charles Le Brun, è improntata a un rigoroso classicismo che fa di Poussin il
nuovo Raffaello d’Europa.
De Piles, in realtà, non fa parte
dell’Accademia (ne diventerà Consigliere Onorario solo nel 1699, dopo la morte
di Le Brun) e non si allinea agli insegnamenti della medesima. La
circostanza appare evidente in un secondo lavoro, apparso anch’esso nel 1668 e
scritto assieme all’amico Tortebat. Si tratta dell’Abregé d’Anatomie accomodé aux arts de Peinture et de Sculpture, in
cui si propugnava la necessità che l’insegnamento del disegno del corpo umano
non fosse condotto solo dallo studio del modello (la classica scuola del nudo)
e delle statue, ma tramite l’istituzione di una cattedra di anatomia, che
permettesse agli allievi di confrontarsi direttamente con lo studio del corpo
umano. Si trattò di una battaglia vinta, posto che nel 1672 l’Accademia inserì
fra i suoi corsi anche quello di anatomia.
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| Tiziano, Ritratto di uomo con guanto, 1523 circa, Parigi, Museo del Louvre Fonte: Wikimedia Commons |
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| Tiziano, Madonna del coniglio, 1525-1530, Parigi, Museo del Louvre Fonte: Wikimedia Commons |
Quando nel 1673 de Piles pubblica
il Dialogue sur le coloris, la
polemica sulla supremazia fra disegno e colore è scoppiata all’interno
dell’Accademia da quasi due anni. Ne parlerò più diffusamente oltre. De Piles è
un convinto sostenitore del colorito, paladino dei pittori veneti e di quelli
neerlandesi, primo fra tutti Rubens. Le sue posizioni vengono riprese con ancor
maggior vigore nelle due Conversations
sur la connoissance de la peinture et sur le jugement qu’on doit faire des
Tableaux, che pubblica nel 1677. In realtà le posizioni di de Piles
all’interno dell’Accademia (di cui – torno a ribadire – non fa parte) sono
largamente minoritarie. In Accademia comanda Le Brun e ci si richiama al
classicismo più ortodosso, che vede il predominio del disegno sul colore.
A parte scritti di minore
successo, bisogna giungere al 1699 per arrivare a due titoli fondamentali. Il
1699 è l’anno in cui de Piles viene anche nominato Consigliere Onorario
nell’Accademia, dove il blocco di potere costituito da Le Brun (morto nel 1690)
è stato scalzato ed ora le idee dell’amatore francese hanno finalmente
acquisito nuovo diritto di cittadinanza. I due scritti sono rispettivamente
l’Abregé de la vie des Peintres, avec des
Reflexions sur leurs ouvrages, et un Traité du Peintre Parfait, de la
Connoissance des Desseins et de l’Utilité des Estampes nonché L’idée du peintre parfait. Quest’ultimo
titolo non è altro che la seconda parte dell’Abregé che acquista vita propria e avrà ampio successo da solo.
Infine, nel 1708, esce, a
testamento ideale di de Piles, il Cours de peinture par principes. Il Cours
è famosissimo per contenere la cosiddetta Balance
des peintres, una tabella in cui i meriti degli artisti sono suddivisi per
composizione, disegno, colore ed espressione e che avrà grande ricaduta anche
sulle quotazioni delle opere degli antichi maestri a livello commerciale.
Se si dà un’occhiata
all’utilissima appendice che presenta un riepilogo delle edizioni e traduzioni
successive delle opere di de Piles (pp. 211-217) si capirà in fretta il ruolo
che l’erudito francese gioca nella letteratura artistica fra la fine del
Seicento e almeno la prima metà del Settecento. Ristampe e riedizioni sono
frequentissime; quasi tutti i titoli sono tradotti in inglese (ed è indubbio,
ad esempio, che le opere di Richardson padre e figlio gli siano profondamente
debitrici); molti anche in olandese e tedesco. Minore è invece il riscontro
italiano, con una traduzione del 1713 dell’Arte
della Pittura del du Fresnoy e una nel 1771 dell’Idea del pittore perfetto. Non va comunque dimenticato che Malvasia
– che conobbe de Piles personalmente - cita nella Felsina Pittrice il libro di du Fresnoy, chiamandolo l’ “Orazio
parigino” e gli dedica una piccola xilografia.
Disegno vs. colore dentro l’Accademia
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| Tiziano, Presentazione di Maria al Tempio, 1534-1538, Venezia, Gallerie dell'Accademia Fonte: José Luiz tramite Wikimedia Commons |
Si diceva che, convenzionalmente,
si fa risalire l’inizio della querelle
fra sostenitori del disegno e quelli del colore (o, come spesso si dice, fra
Poussinisti e Rubenisti) a un discorso pronunciato in Accademia nel 1671 da
Philippe de Champaigne e occasionato dalla descrizione di una Vergine col bambino e San Giovanni di
Tiziano, appartenente alle collezioni reali. Di per sé, il dibattito
all’interno dell’Accademia ha vita assai breve, si nutre di un paio di altri
discorsi tenuti nella medesima sede dal ‘colorista’ Louis-Gabriel Blanchard
(1672) e si chiude con i Sentiments sur
le discours de Blanchard (sempre del 1672) di Charles Le Brun, in cui il
Presidente dell’Accademia decide di mettere la parola fine alla querelle, esprimendo (e schierando
quindi l’Accademia tutta) a favore della supremazia del disegno. D’altra parte
è evidente che la posizione dell’Accademia non può essere che a favore del
disegno; lo è, in particolare, quando de Piles scrive nel Dialogue che il colorito ha regole ancora non conosciute e quindi
non precise. Accettare un simile punto di vista vuol dire minare alla base
l’insegnamento accademico, basato sulla trasmissibilità dell’arte tramite una
serie di passaggi ben precisi che partono dall’insegnamento del disegno
elementare.
Disegno vs. colore fuori dall’Accademia
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| Tiziano, Bacco e Arianna, 1520-23, Londra, National Gallery Fonte: Google Art Project tramite Wikimedia Commons |
Il grande merito di de Piles è
proprio quello di fare uscire il dibattito dalle stanze dell’Accademia e di
condurlo all’interno dei salotti parigini, fra amatori
e di collezionisti che sono ormai abituati a parlare di arte (è ovvio che per
un regime assolutista il fatto che i propri sudditi si dedichino a dibattiti
sull’arte è assai poco pericoloso e li distoglie da argomenti assai più
ingombranti). Per farlo, l’autore ricorre a un espediente semplicissimo:
propone in forma dialogica al pubblico una di queste conversazioni salottiere,
fra Panfilo e Damone (due nomi di fantasia di chiara ispirazione greca) che,
uscendo dall’Accademia di Pittura, dopo aver assistito alla terza conferenza
sul colorito, si recano a casa dell’io narrante ufficialmente per andare a
vedere alcuni nuovi quadri appena ricevuti da Roma e, davanti a una copia di
uno dei Baccanali di Tiziano (probabilmente quello oggi alla National Gallery),
ricominciano a discutere per l’appunto del colorito. Il dialogo di de Piles è,
dunque, da un lato di stretta attualità (perché esce nel 1673, a pochi mesi
dagli accadimenti reali), ma contemporaneamente del tutto inutile al fine di
indirizzare l’esito della querelle in
sede accademica, posto che Le Brun l’ha già schierata ufficialmente a favore
del disegno. Sia Perini Folesani sia Sandra Costa notano che la scelta della forma
dialogica è un chiaro recupero della tradizione della letteratura artistica
italiana del Cinquecento (e il riferimento principale è il Dialogo della pittura detto l’Aretino del Dolce); Perini Folesani cita
una serie di esempi (comprendendovi anche – come caso di koiné culturale
europea – anche i Dialoghi romani di
Francisco de Hollanda – p. 34 n. 91) a cui io mi permetto solo di aggiungere,
in ambito spagnolo – ma con altrettanto evidente ispirazione italiana – i Diálogos de la Pintura di Vicente Carducho (1633).
Chi sono Panfilo e Damone? Nella
finzione letteraria Panfilo (che si attesta su posizioni care a de Piles) è
un uomo anziano e saggio, un ‘conoscitore’, mentre Demone appare essere un giovane e inesperto sostenitore del
disegno, appena rientrato dal viaggio a Roma. Non si tratta di due artisti,
quindi, o di un artista e un suo discepolo; come è ovvio che succeda in questi
casi il loro non è un pensiero sistematico, ma semmai l’interloquire di due persone
che cercano di avere dialetticamente la meglio l’uno sull’altro. A condurre il
filo del discorso è comunque sempre Damone-de Piles.
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| Tiziano, Ritratto di Carlo V a cavallo, 1548, Madrid, Museo del Prado Fonte: Wikimedia Commons |
Il lessico della pittura
Tutto il dialogo è percorso da un
intento classificatorio (di natura aristotelica) che mira a fare ordine anche
fra il lessico utilizzato dagli addetti ai lavori. A questa esigenza
corrisponde innanzi tutto la differenziazione fra colorito (o colorire) e colore.
Una distinzione – si badi bene – di origini prettamente italiane (Perini
Folesani cita in merito Lomazzo a p. 51; io devo ricordare che di 'colorire' parla anche Cennino Cennini), dove il colore “è ciò che rende gli oggetti sensibili alla vista” e il colorito “una delle parti della pittura, attraverso la
quale il pittore sa imitare il colore di tutti gli oggetti naturali e
distribuire agli artificiali quel colore che meglio si confà per ingannare la
vista” (p. 190). Credo che le osservazioni di Perini Folesani in merito
siano particolarmente acute: “Benché di
norma sia invalso oggi l’uso, in italiano, di contrapporre semplicemente
disegno e colore, nel lessico critico cinquecentesco e segnatamente nell’ambito
del dibattito veneziano, antifiorentino è posta invece la questione del colorito distinto dal colore, il che ha determinato nelle principali lingue europee un allineamento
che rispetta la distinzione semantica testé enunciata: ciò avviene non solo in
francese, ma anche in tedesco (dove Sandrart distingue ad esempio tra Farbe e Colorit), e in inglese (dove la contrapposizione è tra colour e colouring ed è settecentesca, posteriore alle traduzioni di de Piles – e quindi
presumibilmente ispirata da esse)” (pp. 52-53). L’intenzione di de Piles è
comunque quella di creare un contraltare alla distinzione fra dessein (inteso in senso progettuale) e dessin (inteso in senso materiale). Il
disegno di cui de Piles parla nel suo dialogo è – ovviamente – il dessein, ma anche qui (cfr. p. 193)
l’autore avverte l’esigenza di operare ulteriori specificazioni.
Fine Parte Prima
NOTE
[1] ‘Abavo’ vuol dire ‘antenato’.
Vorrei citare esattamente la pagina, ma non ho messo un segno con la matita al
momento di leggere e quindi ora non lo trovo più. Faccio solo presente a Perini
Folesani (in via del tutto amichevole) che se il cartone animato degli
‘Antenati’ di Hanna e Barbera si fosse intitolato ‘Gli abavi’, avrebbe avuto
storicamente meno successo.







in attesa della sua seconda parte ho cercato questo autore nel testo di Goethe, La storia dei colori, senza trovarlo. Nel succitato Goethe elenca tutta una serie di autori dai filosofi agli scienziati più o meno religiosi che si siano interessati del fenomeno colore e di come l'abbiamo trattato. Roger de Piles mi sembra non sia nominato... mi incuriosisce. Maria Pia
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