Paolo Pino
Dialogo di pittura
Edizione critica a cura di Susanna Falabella
Roma, Lithos, 2000
Recensione di Giovanni Mazzaferro. Parte Prima
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| Paolo Pino, Ritratto di collezionista (o di uno scultore?), Chambéry, Musée d'Art et d'Histoire Fonte: culture.gouv.fr |
La fortuna editoriale dell’opera
Il Dialogo di Pittura di Messer Paolo Pino nuovamente dato in luce da
Paulo Gherardo a Venezia nel 1548 è uno di quei testi per i quali è importante
tornare a leggere, ogni tanto, l’originale. Per quale motivo? Il problema è che il trattato di
Pino viene spesso citato assieme a quello (intitolato l’Aretino) di Lodovico Dolce pubblicato nel 1557. Di entrambi si
dice che enucleano le specificità dell’arte veneta rispetto a quella toscana
immediatamente prima (è il caso di Pino) o qualche anno dopo (nel caso del
Dolce) la pubblicazione della prima edizione delle Vite vasariane (1550). Inevitabilmente le due opere sono dunque fra
loro accomunate nella ricerca di un’identità veneta, contrapposta a quella
toscana, salvo poi (stiamo sempre parlando del Pino) menzionare il fatto che
nella lista finale dei pittori ‘integri’ (ovvero di coloro che si avvicinano
all’artista ideale) Pino cita anche “Giorgio
da Rezzo giovanne, il qual, oltra che promette riuscir raro nell’arte, è anco
vertuosissimo, e è quello, che come vero figliuol della pittura ha unito, e
raccolto in un suo libro con dir candido tutte le vite, e opere de più chiari
pittori” (pp. 131-132). Ci si interroga quindi se Pino avesse avuto modo di
leggere in anteprima alcune parti delle Vite
o se semplicemente fosse informato tramite terzi (e gli indiziati non mancano)
dell’impresa che Vasari stava portando a termine. Ciò detto, e fatte presente
altre particolarità del testo (ad esempio l’aneddoto riguardante Giorgione e il
suo (perduto) San Giorgio dipinto in maniera tale che con un gioco di specchi
fosse possibile vedere ogni lato della figura sulla tela) il giudizio espresso
sul Dialogo non è certo
entusiasmante. Si parla di un’opera confusa, che deve molto (spesso non citandolo)
a Leon Battista Alberti e al suo De Pictura; di un testo in cui Pino, incapace di proporre una figura di
pittore ideale la cui opera additare a modello, finisce per assumere una
posizione eclettica (intesa in senso negativo) codificando quello che sarà un
luogo comune ripetuto a lungo in seguito: “e
se Tiziano, e Michiel Angelo fussero un corpo solo, over al disegno di Michiel
Angelo aggiontovi il colore di Tiziano, se gli potrebbe dir lo dio della
pittura” (p. 122) – è da tener presente che lo stereotipo è pronunciato
quando Michelangelo e Tiziano sono vivi.
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| Giovanni Gerolamo Savoldo, Sant'Antonio Abate e Paolo eremita, 1520 circa, Venezia, Gallerie dell'Accademia Fonte: Didier Descouens tramite Wikimedia Commons |
Spesso citato nelle storie della
critica d’arte il Dialogo piniano ha
conosciuto una stagione particolarmente felice negli anni del secondo
dopoguerra. Dopo una ristampa anastatica del 1945 (con una nota di Nicodemi),
nel 1946 Rodolfo e Anna Pallucchini ne pubblicano l’edizione critica (che non
ho avuto modo di consultare). Del 1954 è l’edizione a cura di Ettore Camesasca
per Rizzoli, ma la vera fortuna dell’opera è data dal suo inserimento nei
famosissimi Trattati d’arte del Cinquecento fra Manierismo e Controriforma pubblicati nel 1960 per cura di
Paola Barocchi [1]. Nel 2000 Susanna Falabella fa uscire la presente edizione
critica, che, a dispetto della veste grafica, è assai pregevole. Intento
dell’autrice è di riconsiderare alcuni aspetti dell’opera, valorizzando gli
apporti personali di Pino intesi anche come cartina di tornasole della sua
(poco nota) carriera artistica. Va detto che Falabella si giova ampiamente
anche della tesi di PhD di Mary Pardo, l’unica traduzione in lingua inglese di
cui io sia a conoscenza, edita nel 1984 [2].
In mezzo a tutte queste indicazioni bibliografiche mi sia consentito (da
pignolo) aggiungere una curiosità: l’opera fu pubblicata anche da Antonio
Fornari nel 1948 per le edizioni Capriotti di Roma. Fornari non conosce
(incredibilmente) né l’anastatica milanese del 1945 né l’edizione critica
Pallucchini del 1946 e quindi non ha dubbi: se si esclude la prima edizione a
stampa del 1872 (un’anastatica stampata a Lipsia), la sua è la prima versione
commentata. Fornari dimentica e, a sua volta, è dimenticato, perché nessuna
delle edizioni successive (compresa quella di Falabella) lo cita in
bibliografia [3].
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| Giovanni Gerolamo Savoldo, Tobiolo e l'angelo, 1527 circa, Roma, Galleria Borghese Fonte: Web Gallery of art tramite Wikimedia Commons |
Paolo Pino
Di Paolo Pino conosciamo
praticamente nulla. Sappiamo che era veneziano (o, meglio, che era nato nella
Repubblica di Venezia). Non a caso la prima delle due dediche dell’opera è a
Francesco Donà dalle Rose, doge dal 1545 al 1553. Sappiamo inoltre (perché ce
lo dice lui) che era stato allievo di Gerolamo Bresciano detto il Savoldo (1480
- dopo 1548) di cui lamenta nel trattato la scarsa fortuna avuta a Venezia. Il
suo ristrettissimo catalogo (in tutto sono quattro o cinque opere) lo colloca fra
Venezia e Padova fra il 1534 e il 1565. Che Paolo Pino graviti in realtà su
Padova è testimoniato non solo dalle opere, ma anche da una serie di
riferimenti non casuali nel testo: la citazione di Pomponio Gaurico (a lungo
attivo a Padova) come fonte per la sua opera, la segnalazione di una serie di
artisti patavini (da Domenico Campagnola a Stefano dell’Arzere) e la
conclusione stessa del dialogo, in cui i due protagonisti, esaurita la
discussione, incontrano “messer Pietro Antonio Miero giovane Padovano tutto
scintillante di virtù, e amato dal nostro Pino come egli stesso” (p. 136) sono
solo alcuni indizi. Indizi che peraltro ben si sposano con due lettere da lui
firmate e giunte sino a noi, indirizzate ad Alvise Cornaro, figura centrale
della riflessione rinascimentale a Padova nella metà del 1500. Fonti non sempre
attendibili, come Francesco Sansovino (nella Venezia città nobilissima del 1581) e Anton Francesco Doni
(all’interno della Seconda Libraria
del 1551), aggiungono qualche elemento sulla produzione letteraria di Pino, che
secondo Sansovino si sarebbe sostanziata in “due commedie” e “diversi altri
poemi”, mentre per Doni consisterebbe di alcune “Egloghe pastorali” (p. 19).
Partendo proprio da questi
elementi vorrei provare (assumendomene tutte le responsabilità) ad andare un
po’ più in là di quanto non abbiano fatto Barocchi e Falabella (in maniera
smisuratamente più competente della mia) suggerendo alcuni elementi di riflessione.
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| Giovanni Gerolamo Savoldo, San Matteo e l'angelo, 1534, New York, Metropolitan Museum of Art Fonte: Web Gallery of Art tramite Wikimedia Commons |
La natura letteraria del Dialogo
Il primo riguarda proprio la
natura letteraria del Dialogo. Che le
informazioni di Sansovino e Doni siano vere oppure no, mi pare evidente che
dietro a un’apparente nota di semplicità, il dialogo si dipana su due registri
diversi, a cui corrispondono i due personaggi, Fabio (pittore fiorentino) e
Lauro (artista veneziano). Fabio è artista “malinconico” (“accetto l’invito… perché io son, come tu sai, più che malencolico”
– cfr. p. 88). La malinconia, peraltro, corrisponde ad uno dei tratti
caratteristici della pittura (“la pittura
non vuol laboriosità corporale, ma tien l’uomo quieto, e malancolico con le
virtù naturali affisse all’Idea” – cfr. p. 132): riesce difficile – per
inciso – pensare che l’autore non conoscesse l’incisione sulla Melancholia
(1514) di quel Dürer che cita come “molto nel
disegno eccellente” (p. 87). Almeno l’80% del testo è costituito da discorsi di
Fabio, che è colui che spiega tutte le questioni di carattere teorico. A Fabio
fa da contrappunto Lauro, che molto spesso si pone nei confronti di Fabio con
l’atteggiamento del discepolo davanti all’allievo, ossia pone domande ed è
ansioso di ascoltare le risposte, salvo poi scendere dal piano teorico alla
realtà. Quasi tutti i nomi di artisti citati nel dialogo sono introdotti da
Lauro. Fabio teorizza, Lauro gli riconosce – nella sostanza – una superiorità
di elaborazione del pensiero che però traduce immediatamente in casi concreti.
Tutto ciò – mi sia consentito – non può essere soltanto una coincidenza e
tradisce innanzi tutto una capacità di strutturare un testo letterario che
secondo me rende perfettamente attendibili le informazioni dateci da Sansovino
e Doni.
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| Albrecht Dürer, Melancholia I, 1514, Francoforte sul Meno, Städel Museum Fonte: http://www.cs.put.poznan.pl/mdrozdowski/img/me_gs1.jpg tramite Wikimedia Commons |
Lo scopo ultimo di Pino (come da
prefazione ai lettori) è quello di spiegare che cosa sia la pittura, visto che
“ne mai alcuno antico, o moderno isplicò
a pieno” (p. 87). Per farlo Pino sembra adottare un modello che rende fra
loro complementari la riflessione artistica toscana e le capacità pratiche
veneziane. È
quindi (a mio avviso) completamente priva di fondamento l’ipotesi che il Dialogo piniano sia un testo
anti-toscano ante litteram; mi pare
più logico parlare invece di un esempio classico di trasmissione della cultura,
destinato a un pubblico colto probabilmente da ricercare nell’ambito
dell’Accademia degli Infiammati, aperta a Padova attorno al 1540. Ne faceva
parte l’élite intellettuale della città e chi, pur venendo da fuori,
frequentava gli ambienti umanistici patavini. La tentazione di far coincidere questo
sforzo divulgativo con il momento artistico in cui la maniera toscana ha una
buona accoglienza in ambito lagunare (gli anni sono quelli) è molto forte.
Il che non vuol dire (sia chiaro)
che Pino non avesse le sue antipatie personali. Tali antipatie – tuttavia – si
sostanziano in una serie di considerazioni che investono in egual misura sia il
mondo toscano sia quello veneto. È il caso, ad esempio, di Leon Battista
Alberti: quando (sempre nella dedica ai lettori) scrive di Alberti che “fece un trattato di pittura in lingua
latina, il qual è più di Matematica, che di pittura, ancor che prometti il
contrario” (p. 87), Pino sta facendo senza dubbio alcuno riferimento
all’inizio del De Pictura di Leon
Battista in cui quest’ultimo scrive “In
ogni nostro favellare molto priego si consideri me non come mathematico ma come
pictore scrivere queste cose” (p. 69 n. 12). Il riferimento è molto più
cogente di quanto si possa pensare; nel 1547 (ovvero l’anno prima) Ludovico
Domenichi ha pubblicato proprio a Venezia la prima traduzione italiana del De Pictura, e non vi è dubbio che Pino
tenga molto ad affermarsi come il primo a fornire una definizione esauriente di
pittura [4]. D’altro canto il riferimento all’ “empiestrar [n.d.r. fare impiastri] facendo il pratico” è al veneto
Andrea Schiavone (p. 113), l’accusa di eccesso di perfezionismo è rivolta a
Giovanni Bellini e la lamentela sulla scarsa fortuna artistica del Savoldo chiama in causa l’incapacità del mondo veneziano di capirne realmente la
grandezza.
Fine Parte Prima
NOTE
[1] La versione Barocchi (poi
ripresa negli Scritti d’arte del
Cinquecento) è consultabile online sul sito della Fondazione Memofonte.
[2] Paolo Pino’s ‘Dialogo di Pittura’: A Translation with Commentary, a
cura di Mary Pardo, University of Pittburgh, 1984.
[3] Sull’esistenza dell’edizione
Fornari non esistono dubbi, non solo perché compare in Internet, ma perché
fisicamente fa parte della Biblioteca Mazzaferro.
[4] Per puro scrupolo affronto qui
una questione che, curiosamente, non ho trovato segnalata né da Barocchi né da
Falabella. Come visto, il titolo completo dell’opera di Pino è “Dialogo di
pittura nuovamente dato in luce”. Al contrario dell’uso corrente, all’epoca
“nuovamente” poteva avere due significati distinti (nel Tommaseo li trovo
testimoniati entrambi, l’uno in Dante e l’altro in Boccaccio): “or ora, appena,
di recente” oppure “di nuovo”. Presumo che Barocchi e Falabella diano per
scontato che, nel caso specifico, “nuovamente” stia per “recentemente”.
Tuttavia se volesse dire “di nuovo”, in assenza di una qualsiasi indicazione
all’interno dell’opera in merito a una precedente edizione, nonché a qualsiasi
riscontro bibliografico (si tratterebbe di un’edizione “fantasma”) si potrebbe
pensare che l’opera fosse stata letta (o recitata) e avesse avuto una
circolazione manoscritta (magari nell’ambito dell’Accademia degli Infiammati);
in sede di stampa sarebbe stata aggiornata. Non è un caso così impossibile, se
si tiene conto che nessuna indicazione abbiamo anche sulle commedie e sulle
poesie di Pino. Con questo non voglio sostenere l’esistenza di una precedente
versione dell’opera. Noto solo che l’uso del “nuovamente” è una formula
ambigua, forse usata volutamente da Pino per stabilire una primogenitura anche
cronologica rispetto alla traduzione italiana del De Pictura di Alberti.






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