English Version
Painting in Tempera, c. 1900
[La pittura a tempera attorno al 1900]
A cura di Karoline Beltinger e Jilleen Nadolny
Londra, Archetype Publications, 2016
Se è vero che a questo genere d’arte si chiedevano sempre più risultati simili agli olii, è altrettanto vero che si assistì anche al processo inverso: ci furono artisti che pensarono di adottare le tecniche dell’affresco (pure o contaminate con la tempera, come abbiamo appena detto) per la pittura su tela, o pittura su pennello che dir si voglia. Si trattava, nella sostanza, di riprodurre la monumentalità degli affreschi su strutture mobili. La cosa aveva anche una valenza pratica. Assicurarsi commissioni a parete non era certo facile; ‘liberare’ l’affresco dal supporto murario e ricorrere alla tela o alla tavola voleva dire anche liberare l’artista dall’assillo della commissione, permettergli di sviluppare la propria fantasia liberamente e proporre sul mercato le proprie opere. Non a caso uno dei primi a porsi un simile obiettivo fu un giovane Hans von Marées, che, di ritorno dal soggiorno italiano, e letteralmente esaltato dall’esecuzione dei suoi affreschi alla Stazione Zoologica di Napoli, si trovò privo di commissioni su affresco. Un’opera come Hesperides II, realizzata su tavola, scandita in un trittico che in qualche modo ricalca la ritmica degli affreschi murali e dipinta a strati a tecnica mista (tempera e olio sovrapposti più volte) ne è la classica dimostrazione. Rispetto a quanto oggi si può vedere si tenga conto inoltre che il lavoro comprendeva anche un fregio inferiore eseguito richiamando chiaramente i motivi decorativi pompeiani.
Fine della Parte Prima
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NOTE
A cura di Karoline Beltinger e Jilleen Nadolny
Londra, Archetype Publications, 2016
Recensione di Giovanni Mazzaferro
Parte Prima
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| Fig. 1) La copertina del libro |
Painting in Tempera non è un libro semplice. Non lo è per chi, come
me, non ha conoscenze chimiche specifiche. Contemporaneamente è un’opera
illuminante, di cui si sentiva la mancanza, perché permette di approfondire lo
studio della pittura a tempera a cavallo fra Ottocento e Novecento e non manca
di collocare il dato tecnico nell’ambito del suo contesto storiografico. Il
volume (pubblicato da Archetype, benemerito editore specializzato in tecniche
artistiche a cui si devono le recentissime edizioni critiche in inglese del Libro dell’Arte di Cennino Cennini e
del Manoscritto di Strasburgo) fa parte
della collana KUNST-material,
patrocinata dall’Istituto Svizzero per la ricerca artistica (SIK-ISEA). In
particolare, nel caso specifico, raccoglie i contributi del cosiddetto ‘Tempera
Group’, ovvero di un gruppo di 15 ricercatori di varia estrazione che hanno
cercato di approfondire gli aspetti legati all’uso della tempera in Germania e
in Italia.
Cercherò di presentare brevemente
i singoli contributi:
Eva Reinkowski-Häfner,
Tempera: on the history of a technical term
(Tempera: la storia di un termine tecnico)
Tempera: on the history of a technical term
(Tempera: la storia di un termine tecnico)
Uno dei primi problemi, quando si
ha che fare con lo studio della ‘tempera’, è che il significato del termine non è
storicamente univoco; non solo è mutato sensibilmente col tempo; ma è anche successo che in aree geografiche diverse per ‘tempera’
si siano intese cose differenti nello stesso arco cronologico. Uno studio sulla
pittura a ‘tempera’, dunque, non può prescindere dalla definizione preventiva
del campo d’indagine. Eva Reinkowski-Häfner segnala come nell’ultima edizione
dei Malmaterial und seine Verwendung
(Materiali pittorici e loro uso) curata
personalmente dal famosissimo storico delle tecniche artistiche Max Doerner
(siamo nel 1938 e l’edizione è la sesta), la tempera viene definita come un
qualsiasi tipo di emulsione, sia essa di tipo olio-in-acqua, sia di tipo
inverso (acqua-in-olio). Questa definizione, ad esempio, è diversa rispetto a
quanto si diceva nel resto d’Europa, in cui la ‘tempera’ era solo un’emulsione
olio-in-acqua. Ed ovviamente è ben diversa (anche se etimologicamente forse
assai simile) al modo in cui Cennino o Vasari, ignari di cosa fosse
chimicamente un’emulsione (la dispersione di un liquido sotto forma di
minutissime particelle in un altro, nel quale esse rimangono completamente insolubili
e quindi distinguibili) parlavano di tempera. Per le fonti antiche la tempera è
un legante, in cui normalmente è presente l’uovo; ma si ‘tempera’ anche con le
colle o con le gomme naturali o artificiali. L’evoluzione del termine è il
risultato di studi durati secoli, in cui sono rimasti coinvolti pittori,
storici dell’arte, restauratori e scienziati, ognuno col proprio specifico
interesse. Nella sua fondamentale indagine sui Materials for a History of Oil Painting (1847) Charles
Lock Eastlake definisce almeno tre tipi di tempera: “nel senso più ampio,
‘tempera’ poteva significare semplicemente ‘legante’ o poteva essere usato in
senso più limitato per riferirsi ai soli leganti acquosi [n.d.r. con l’esclusione
quindi di leganti a base di cera o di colla]; nel significato più ristretto il
termine ‘tempera’ poteva essere stato usato per definire specificamente leganti
fatti col tuorlo dell’uovo o col lattice di fico fresco” (p. 12). L’autrice cita
momenti fondamentali per lo studio della materia: non manca ad esempio di
ricordare quanto sia stata importante l’apertura del Museo Reale di Berlino nel
1822 e la figura di storici dell’arte come Waagen e von Rumohr in quest’ambito;
né passa sotto silenzio tutta la questione legata alla cosiddetta ‘scoperta’
della pittura ad olio da parte di Van Eyck così come raccontata da Vasari, e
messa in discussione solo dalle acquisizioni di Lessing a fine Settecento con
la pubblicazione del testo di Teofilo.
Discute poi le esigenze che portarono gli artisti, già nel corso
dell’Ottocento, a riscoprire tecniche come l’affresco e la tempera; esigenze
dettate sia dalla consapevolezza dei limiti dell’olio (che asciugava molto
lentamente e i cui colori tendevano a scurirsi nel corso del tempo) sia dalla
volontà di recuperare la ‘storicità’ del fare artistico tornando a rivolgersi
al Medioevo e agli artisti del Quattrocento fino a Raffaello (naturalmente si
comincia parlando dei Nazareni e della loro vicenda italiana). Motivi che gli
artisti condividevano con i restauratori (molto spesso – almeno nel Settecento
e nel primo Ottocento - essi stessi artisti) che cominciarono a riflettere sul
caso di restaurare a tempera o ad olio non solo le opere dei ‘primitivi’ (la
richiesta in merito era nulla), ma gli stessi olii degli antichi maestri.
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| Fig. 2) Beato Angelico e Fra Filippo Lippi, Adorazione dei Magi (Tondo Cook), tempera su tavola, National Gallery of Art, Washington Fonte: Miguel Hermoso Cuesta via Wikimedia Commons |
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| Fig. 3) Sandro Botticelli, La Primavera, 1482-85, tempera su pannello, Firenze, Galleria degli Uffizi Fonte: Google Art Project tramite Wikimedia Commons |
Il caso tedesco e quello italiano
si differenziano nella seconda metà dell’Ottocento in seguito al diverso
sviluppo economico dei due paesi. Sul mercato tedesco cominciano a comparire
grandi operatori commerciali che producono colori ad olio, ma anche a tempera.
Vengono immessi continuamente sul mercato nuovi tipi di tempera, spesso con
nomi fuorvianti, spesso promossi con accorte campagne che oggi definiremmo di
marketing e grazie all’uso di artisti famosi come testimonial. L’aspetto
veramente interessante è che, a fine secolo, l’interesse per la tempera si
sdoppia; da un lato resta l’interesse storico per lo studio delle tecniche
antiche, dall’altro subentra quello moderno per le realizzazioni di arte
contemporanea. Monaco è l’epicentro di questi sviluppi, e non è un caso che
proprio in quella Monaco in cui nel 1892 viene fondata la prima Secessione
scoppi virulenta anche la polemica fra fautori dell’olio e sostenitori della
tempera. Con un’avvertenza: che non è affatto vero che tale polemica ripeta gli
stessi caratteri di avanguardia o retroguardia propri della Secessione. Qui
(come vedremo) la spaccatura è del tutto trasversale, ma replica in qualche
modo la ‘guerra per bande’ che contraddistingue il mondo artistico tedesco di
fine Ottocento e inizio Novecento [1].
Nell’ambito degli aspetti
squisitamente tecnici bisogna tuttavia ricordare alcuni fatti: è del 1828, ad opera
del pittore Jacob Roux e del chimico Philipp Lorenz Geiger la prima spiegazione della ‘tempera’ come di
un fatto chimico, ovvero di un’emulsione. A cavallo fra Otto e Novecento le
figure di riferimento nel mondo tedesco sono due. Si comincia con Ernst Berger
(1857-1919) secondo cui la scoperta della pittura ad olio di Van Eyck altro non
è che la scoperta di un’emulsione artificiale, quella dell’olio disciolto in
acqua. L’invenzione di Van Eyck, dunque, non sarebbe affatto una rivoluzione,
ma l’adozione di un diverso modo di dipingere a tempera, tramite emulsione
sintetica. A questo metodo viene dato il nome di Oil-Tempera. Anche per Max Doerner (1870-1939) quella di Van Eyck
era un’emulsione artificiale (ciò non toglie, naturalmente, che Berger e Doerner
si odiassero, ma non c’è nulla di cui stupirsi: nella Monaco di quei tempi
tutti odiano tutti). Doerner introduce il concetto di ‘tecnica mista’ facendo
riferimento all’applicazione successiva e per strati di pittura e smalti. Il
caso di Doerner è importante, non solo perché l’uomo è autore del manuale di
maggior successo sulle tecniche artistiche (ne abbiamo citato prima la sesta
edizione), ma perché l’interesse di Doerner è sempre meno ‘storico’ e sempre
più ‘moderno’. Poco importa cosa dicessero Cennino o Vasari: la tempera è
un’emulsione, e l’emulsione è l’elemento fondamentale per definire tecnicamente
una ‘tempera’.
Sotto questo punto di vista il
passaggio da un’emulsione olio-in-acqua a quello inversa (e assai più
complicata) dell’acqua-in-olio non cambia minimamente le cose: sempre di
emulsioni si tratta, e quindi di tempere. Con l’assurdo che Doerner fa
rientrare nelle tempere anche opere che oggi (recuperando in qualche modo il
dato storico e – se si vuole – sacrificando un po’ la coerenza scientifica
dell’assunto) si definiscono olii perché costituite fondamentalmente da questi
ultimi.
Quando si intraprenda lo studio
della tempera, è dunque bene aver presente almeno due aspetti fondamentali: che
la tecnica dei primitivi fiamminghi sarebbe oggi definita una tempera (o,
meglio, un’oil-tempera, essendo nient’altro che un’emulsione) e che
storicamente a inizio Novecento in Germania (ma non nel resto d’Europa), erano
definiti come eseguiti a tempera anche quadri che oggi diremmo essere ad olio.
Giuseppina Perusini e Teresa Perusini,
The use of tempera by painters
and restorers in Italy and Latin Europe, c. 1800-1870
(L’uso della tempera da
parte di pittori e restauratori in Italia e nell’Europa latina fra 1800 e 1870
circa);
La realtà italiana nel corso
dell’Ottocento risulta essere culturalmente più vicina a quelli di paesi come
la Francia. Solo esponenti isolati (come è il caso di Pietro
Selvatico) fanno riferimento agli studi tedeschi. In generale anche qui
esiste una qualche confusione di carattere lessicale: vi sono casi (la maggior
parte) in cui la ‘tempera’ è considerata un legante acquoso; altri in cui la
definizione si estende ad altri leganti come la cera e le colle. La discussione
sui metodi riguarda ovviamente anche i restauratori e non è possibile qui non
richiamare i famosissimi trattati di Ulisse Forni da un lato (che si fa
portatore della più squisita tradizione artistica toscana) e Giovanni Secco
Suardo dall’altro. In entrambi i casi è riscontrabile una buona conoscenza dei
testi francesi sulle tecniche artistiche (il più famoso dei quali è il De la peinture à l’huile di Jean-François
Merimée (1830)). La principale differenza fra esperienza francese e quella
italiana in ambito di restauro sembra essere determinata dal permanente
utilizzo oltralpe di olii per la risistemazione dei dipinti, mentre in
Italia è ampiamente acquisito l’utilizzo di tempere (Forni) o vernici e tempere
(Secco Suardo). Le autrici segnalano
tuttavia che, accanto al dibattito sulle tecniche relativo alla pittura
monumentale e a quella di storia, l’utilizzo della tempera (e precisamente di
una tempera ‘a cera’) è ampiamente testimoniato per tutto il periodo nella
pittura di decorazione, in quella di paesaggio e nella scenografia. A tal
proposito vengono analizzati i casi di due pittori di area veneta come Ippolito
Caffi (1809-1866) e Giuseppe Bernardino Bison (1762-1844).
Eva Reinkowski-Häfner,
From wall to canvas: the role of tempera in the development of mural and easel
painting in Germany in the 19th century
(Dal muro alla tela: il ruolo della
tempera nello sviluppo della pittura murale e a pennello nella Germania del XIX
secolo)
La riscoperta della pittura
monumentale, una pittura che svolgesse non solo un ruolo in ambito religioso,
ma anche in campo civile e fosse in qualche modo identitaria, nel secolo del
trionfo degli stati nazionali, è uno degli aspetti più noti dell’arte del XIX
secolo. Tuttavia, quando si scende in ambito tecnico, le cose si fanno meno
lineari (e più affascinanti). Ad esempio, non è vero che i Nazareni abbiano
imitato pedissequamente le tecniche medievali in materia di affreschi. Eva
Reinkowski-Häfner
segnala come, nell’800, all’affresco si chiedesse di poter essere visto sia da
lontano, ma anche che non sfigurasse a un esame ravvicinato; nella sostanza si
aspirava a un livello di dettaglio nei visi, nei gesti, nei particolari, che
era quello assicurato dalla pittura ad olio. Fu così che si diffuse la tecnica
di ‘finire’ le pitture murali, una volta dipinto l’affresco, con strati di
pittura a secco; si diffusero nuove tecniche, ed altre ne vennero recuperate:
dall’encausto (nella sostanza, una tempera a cera), alla stereocromia (con
l’utilizzo di vetri solubili).
Nella sostanza, con l’avanzare del secolo la pittura murale diventa sempre meno ‘affrescata’ e viene realizzata con materiali ‘intermedi’, nei quali in Germania ricadono anche prodotti industriali come le tempere Neisch a Dresda e Wurm a Monaco. Tali strumenti intermedi permisero di riprodurre i risultati pittorici degli affreschi senza rinunciare ad aspetti come il chiaroscuro, le costruzioni prospettiche e il dettaglio ricercato. L’evoluzione stilistica degli ultimi decenni del secolo, peraltro, portò alla drastica semplificazione degli ‘affreschi’ e all’esaltazione del loro ruolo decorativo: “le pitture di storia furono composte su piani appiattiti, senza alcuna profondità, con gli sfondi consistenti in motivi ornamentali (viticci e altri ornamenti tridimensionali). In un esempio successivo, Gustav Klimt (1862-1918), ispirato dall’arte egizia, fuse ornamentazione e figura nel Beethoven Frieze di Vienna (1901/1902) fino a giungere a un punto in cui le figure si dissolvevano nella decorazione.” Il Fregio di Beethoven è lavorato a caseina (nella sostanza, una tempera) su intonaco completamente a secco. La pittura murale, dunque, tende ad abbandonare l’affresco e a sperimentare nuove tecniche proposte anche industrialmente.
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| Fig. 4) Peter Cornelius, Il riconoscimento di Giuseppe, 1814-1816, affresco con dettagli finali lavorati a secco, Berlino, Alte nationalgalerie Fonte: www.settemuse.it |
Nella sostanza, con l’avanzare del secolo la pittura murale diventa sempre meno ‘affrescata’ e viene realizzata con materiali ‘intermedi’, nei quali in Germania ricadono anche prodotti industriali come le tempere Neisch a Dresda e Wurm a Monaco. Tali strumenti intermedi permisero di riprodurre i risultati pittorici degli affreschi senza rinunciare ad aspetti come il chiaroscuro, le costruzioni prospettiche e il dettaglio ricercato. L’evoluzione stilistica degli ultimi decenni del secolo, peraltro, portò alla drastica semplificazione degli ‘affreschi’ e all’esaltazione del loro ruolo decorativo: “le pitture di storia furono composte su piani appiattiti, senza alcuna profondità, con gli sfondi consistenti in motivi ornamentali (viticci e altri ornamenti tridimensionali). In un esempio successivo, Gustav Klimt (1862-1918), ispirato dall’arte egizia, fuse ornamentazione e figura nel Beethoven Frieze di Vienna (1901/1902) fino a giungere a un punto in cui le figure si dissolvevano nella decorazione.” Il Fregio di Beethoven è lavorato a caseina (nella sostanza, una tempera) su intonaco completamente a secco. La pittura murale, dunque, tende ad abbandonare l’affresco e a sperimentare nuove tecniche proposte anche industrialmente.
Se è vero che a questo genere d’arte si chiedevano sempre più risultati simili agli olii, è altrettanto vero che si assistì anche al processo inverso: ci furono artisti che pensarono di adottare le tecniche dell’affresco (pure o contaminate con la tempera, come abbiamo appena detto) per la pittura su tela, o pittura su pennello che dir si voglia. Si trattava, nella sostanza, di riprodurre la monumentalità degli affreschi su strutture mobili. La cosa aveva anche una valenza pratica. Assicurarsi commissioni a parete non era certo facile; ‘liberare’ l’affresco dal supporto murario e ricorrere alla tela o alla tavola voleva dire anche liberare l’artista dall’assillo della commissione, permettergli di sviluppare la propria fantasia liberamente e proporre sul mercato le proprie opere. Non a caso uno dei primi a porsi un simile obiettivo fu un giovane Hans von Marées, che, di ritorno dal soggiorno italiano, e letteralmente esaltato dall’esecuzione dei suoi affreschi alla Stazione Zoologica di Napoli, si trovò privo di commissioni su affresco. Un’opera come Hesperides II, realizzata su tavola, scandita in un trittico che in qualche modo ricalca la ritmica degli affreschi murali e dipinta a strati a tecnica mista (tempera e olio sovrapposti più volte) ne è la classica dimostrazione. Rispetto a quanto oggi si può vedere si tenga conto inoltre che il lavoro comprendeva anche un fregio inferiore eseguito richiamando chiaramente i motivi decorativi pompeiani.
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| Fig. 5) Hans von Marées, Hesperides II, Monaco, Neue Pinakothek Fonte: The Yorck Project: 10.000 Meisterwerke der Malerei. DVD-ROM, 2002 tramite Wikimedia Commons |
Kathrin Kinseher,
Ernts Berger and his role in the Munich tempera
controversy
(Ernst Berger e il suo ruolo nella controversia monacense sulla
tempera)
Ernst Berger (1857-1919) fu un
artista viennese di famiglia di origini ebraiche. La sua opera pittorica è
sostanzialmente dimenticata, mentre il suo nome è una pietra miliare nel campo
delle tecniche artistiche e in particolare nell’ambito della riscoperta della
tempera. Trasferitosi presto a studiare a Monaco, Berger fu attirato da
questioni tecniche per via della grande fama acquisita dal metodo per lavorare
a tempera proposto dal connazionale Alfons von Pereira-Arnstein (si veda Parte Seconda). La Monaco di fine Ottocento è non solo la capitale dell’arte tedesca,
ma anche una città in cui particolare attenzione è dedicata all’aspetto tecnico
nella produzione delle opere d’arte. Nel 1882 vi è stato fondato il Versuchsanstalt für
Maltechnik (Istituto di ricerca per la tecnologia in pittura) che ha come
strumento di diffusione delle proprie ricerche la rivista Technische Mitteiljungen für
Malerei (Comunicazioni tecniche sulla pittura). Del 1886, poi, è la
creazione del Deutsche Gesellschaft zur
Beförderung rationeller
Malverfahren (Società tedesca per la promozione di metodi di pittura
razionali), di cui, in quegli anni, fu presidente Franz von Lenbach. La figura
di riferimento, per quanto attiene nello specifico alle questioni tecniche, era
Adolf Wilhelm Keim (1851-1913), che Berger si affrettò a frequentare, una volta
arrivato a Monaco, entrando anche a far parte della German Society. La Società si fece promotrice, nel 1893, di una
grossa iniziativa, organizzando una mostra sulla tecnologia in ambito pittorico
e un convegno concomitante sullo stesso argomento. Qui bisogna in qualche modo
far attenzione alle date, pur rifuggendo da semplificazioni che sarebbero del
tutto sbagliate. Nel 1892 si era costituita a Monaco la prima Secessione; un
gruppo di artisti (fra cui Franz von Stuck) avevano abbandonato le strutture
associative tradizionali in aperto contrasto col tipo di pittura che vi veniva
proposto, a loro dire di stampo eccessivamente accademico. La Secessione in
realtà non riuscì a esporre a Monaco prima del 1893 per via di problemi
economici, ed è certo che convegno e mostra sulle tecniche pittoriche non
rientravano nell’ambito della polemica; e tuttavia gli animi dovevano essere
eccessivamente surriscaldati.
Il problema fondamentale è che
Adolf Wilhelm Keim era uno strenuo sostenitore della tecnica ad olio; lo era
per convinzione, ma anche per interesse economico, essendo anche titolare di
una linea di colori ad olio che erano prodotti industrialmente proprio a
Monaco. Molto probabilmente l’occasione della mostra e del convegno era anche
un momento di promozione di tale (nuova) serie di colori ad olio e di
confutazione della moda della tempera già ampiamente penetrata in città sin dai
tempi di Böcklin.
Senonché Berger la pensava diversamente, ed era convinto assertore della
tecnica a tempera. Fatto sta che, mentre nel catalogo l’olio faceva la parte
del leone, pare proprio che nel convegno i rapporti di forza si ribaltassero e
quasi tutti gli interventi degli artisti fossero a favore delle prestazioni
assicurate dai moderni prodotti a tempera. Incredibilmente, a schierarsi dallo
stesso lato della barricata furono proprio Franz von Lenbach, presidente della German Society nonché acerrimo nemico
della Secessione, e Franz von Stuck (figura di maggior spicco della Secessione
monacense). Figure che proprio in quegli anni noi siamo abituati a pensare a
presidio di trincee opposte, in realtà si trovarono concordi nell’apprezzare le
possibilità creative offerte dai colori a tempera industriali rispetto a quelli
ad olio. Keim non la prese per nulla bene. Berger divenne immediatamente il
capro espiatorio della situazione e fu espulso dalla German Society nel 1894. La rivista Technische Mitteiljungen für
Malerei divenne strumento di sistematica demolizione del suo lavoro.
Va peraltro detto che Berger non
era certo uno sprovveduto. Pur rimanendo a lavorare a Monaco, fruì dei
finanziamenti del Ministero dell’educazione prussiano e dell’Accademia di Belle
Arti di Berlino. Ebbe così modo di scrivere libri fondamentali. Il suo
capolavoro è senz’altro costituito dalle Quellen
und Technik der Fresko-, Oel und Tempera-Malerei des Mittelalters (Fonti e
tecnica dell’affresco, dell’olio e della tempera medievali) del 1897 dove
presentò al pubblico estratti dalle principali fonti medievali e formulò
l’ipotesi di cui abbiamo già parlato in precedenza, ovvero che la scoperta
della pittura ad olio da parte di Van Eyck non fosse un’invenzione tout-court, ma semplicemente l’adozione
di un’emulsione con olio mescolato ad acqua (l’oil-tempera).
Per un certo periodo Berger ebbe
modo di esercitare e tenere lezioni all’Accademia di Monaco. Non che le sue
posizioni fossero gradite a Keim, che continuò sistematicamente a fargli
guerra. Un episodio famoso risale al 1904. Nel 1894 von Stuck aveva dipinto uno
dei suoi quadri più famosi (Der Krieg
– la Guerra) usando colori a tempera Syntonos (una delle marche più famose
all’epoca). Comprato dalle collezioni d’arte bavaresi, poco dopo il dipinto
cominciò a dar segni di danneggiamenti. Keim ed il partito pro-olio non persero
l’occasione per sferrare un attacco che sfociò addirittura in un dibattito al
parlamento bavarese in seguito al quale a Berger fu impedito di continuare a
tenere corsi in Accademia.
Al di là delle vicende personali,
ciò che più importa di Berger sono prestigio e influenza che le sue ricerche ebbero
modo di conseguire. In Inghilterra Lady Christiana Herringham, fondatrice della
British Tempera Society e seconda
traduttrice (1899) del Libro dell’arte di Cennino Cennini
dopo Mary Philadelphia Merrifield, ammise francamente il suo debito nei confronti
degli studi di Berger. Nel 1906 i musei monacensi aprirono un Dipartimento di
tecniche pittoriche di cui l’ormai anziano ricercatore viennese fu nominato
direttore e che nel 1914 fu visitato dal miliardario americano Edward Waldo
Forbes, il quale non fece altro che replicarne uno nuovo una volta tornato in
America [2]. Purtroppo la sorte non fu particolarmente felice nei confronti di
Berger: nel 1919, allo scoppiare del tentativo di colpo di Stato sovietico a
Monaco, fu preso in ostaggio dai ribelli e fucilato. Il suo laboratorio fu ben
presto smantellato ad opera di Alexander Eibner e Max Doerner; proprio quel Max
Doerner che condivise con Berger l’idea che la tempera fosse un’emulsione e che
spinse al limite questa definizione come abbiamo visto sin dall’inizio: più che
la scienza poterono le antipatie personali.
Fine della Parte Prima
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NOTE
[1] Per una panoramica attraverso le fonti dei principali
protagonisti del mondo artistico tedesco di quel periodo in Germania si veda in
questo blog la serie di post a cura di Francesco Mazzaferro Scritti di artisti tedeschi del XX secolo.
[2] Sul laboratorio di Forbes si vedano i ricordi di David Varney Thompson in questo blog.






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