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Marina Abramović con James Kaplan
Attraversare i muri. Un’autobiografia
Attraversare i muri. Un’autobiografia
Traduzione di Alberto Pezzotta
Milano, Bompiani, 2016, 411 pagine
Recensione di Francesco Mazzaferro
L’autobiografia di Marina Abramović ha visto la luce negli
stessi giorni dell’apertura a Francoforte della prima grande retrospettiva dell’arte
di Ulay, il performance artist che
con lei ha vissuto negli anni Settanta [29]. La mostra di Ulay alla Galleria Schirn,
che ho visitato appena qualche giorno fa, presenta numerosi suoi lavori con l’Abramović.
Non intendo far commenti in questo blog sulle pagine (spesso davvero intense) dedicate
in Attraversare i muri agli alti e
bassi della loro relazione. Piuttosto, mi preme sollevare una questione
differente. Sono passati quarant’anni da quando la coppia di artisti – e molti
altri insieme a loro – hanno inaugurato body
art e performance art in Europa; l’interesse
attuale del grande pubblico per la loro opera implica che tali forme creative,
un tempo ai margini dell’arte, sono oggi divenute parte integrante di quello
che vorrei intenzionalmente definire un “nuovo
standard” nel gusto estetico.
Un dato oggettivo è eloquente: quando nel 1975 circolò a
Belgrado la copertina della rivista d’arte italo-tedesca “Europa. Arte informazione / Kunst – Information” l’artista fu
costretta a dimettersi dall’Accademia di Belle Arti di Novi Sad. L’immagine
mostrava l’Abramović nuda durante una performance tenuta l’anno prima alla
Galleria Diagramma di Milano. Invece la mostra Marina Abramović. The Artist is Present, che si è tenuta al Museum
of Modern Art di New York nel 2010 si è rivelata un clamoroso successo di pubblico.
La mostra è stata visitata da 850.000 visitatori, 1500 dei quali hanno
partecipato attivamente alla performance, durata ininterrottamente tre mesi,
durante l’orario d’apertura del museo [30].
Perché? Che cosa è cambiato?
Mi sembra necessario identificare tre temi, che riguardano
rispettivamente la body e performance art,
la registrazione video delle performance ed il concetto di durata come aspetto
centrale dell’arte.
La Body art nell’età della trasformazione
del corpo
Parlando di Ulay, l’Abramović spiega che la body art esprime, per le persone che la
praticano, “la solitudine, il dolore, il
fatto di saggiarne i limiti. Le … Polaroid [di Ulay] dell’epoca lo mostravano nell’atto di trafiggersi le carni con gran
spargimento di sangue. Una sua opera era consistita nel tatuarsi su un braccio
una delle sue espressioni preferite: ULTIMA RATIO (nel senso sia di ‘argomento
definitivo’ sia di ‘ultima risorsa’). Poi si era tagliato dal braccio il
rettangolo di pelle con il tatuaggio, andando così a mettere a nudo muscoli e
tendini. Il pezzo di pelle tatuata era finito incorniciato, sotto formalina. In
un’altra foto Ulay teneva un tovagliolo di carta macchiato di sangue sopra una
ferita che si era inferto sulla pancia con una lametta. In altre si feriva i
polpastrelli con un taglierino e dipingeva sulle piastrelle bianche di un bagno
con il proprio sangue. E poi c’era una spilla a forma di aeroplano che si era appuntato
direttamente sul petto”
[31].
Non vi è dubbio che si tratti di pratiche estreme, che
sbalordiscono anche ai giorni nostri (alla mostra francofortese si vede, in
cornice, il tratto di pelle di Ulay). E tuttavia oggi l’accettazione sociale
della trasformazione del corpo, ad esempio con tatuaggi e piercing, è divenuta un fenomeno globale, almeno per le generazioni
più giovani. Le persone non s’infliggono più dolore per poter essere
radicalmente differenti dagli altri, ma per segnalare la loro appartenenza ad
una generazione dove la personalità individuale è resa visibile alterando la
pelle. È assai probabile che solamente pochi (almeno in termini relativi) dei
giovani tatuati conoscano la body art
degli anni Settanta, ma è ovvio che anche le performance di allora non siano più viste come violazioni di tabù
morali.
La video art nell’età delle reti sociali
L’uso del video era considerato in quegli anni come
strumento rivoluzionario per rappresentare una performance in modo esatto, con la certezza di evitare qualsiasi
manipolazione. La video art era anche
la controparte necessaria della performance
art: “I video sono il documento più
immediato di una performance, dato che catturano l’energia di un’opera molto
meglio della fotografia”
[33].
La diffusione dei telefoni con funzioni elettroniche e
l’esplosione delle reti sociali nell’internet ha portato, nel bene e nel male,
ad una diffusione (inconsapevole) della performance
come attività di massa. Certamente già negli anni Settanta la disponibilità
della registrazione delle immagini attraverso cineprese aveva reso possibile
alla popolazione (e perciò anche ai giovani artisti) di produrre video. E
tuttavia la situazione attuale è incomparabile: si può riprendere un’azione e
distribuirla sull’internet ad ogni momento e da ogni punto della terra,
assicurando alla ‘performance’ un pubblico universale. Ovviamente, ciò non
significa che ognuno di noi possa agire come performance artist (allo stesso modo, la disponibilità generale
delle tinte industriali non ci ha reso tutti pittori). Ed infatti – nell’enorme
maggioranza – quel che si vede sulle reti sociali non è costituito da attività
artistiche che vogliono contribuire ad allargare gli spazi di libertà
dell’umanità, ma azioni ordinarie ed insignificanti di vita quotidiana. A volte
le persone decidono addirittura di riprendere veri e propri atti criminali (ad
esempio aggressioni) per il solo piacere di mostrarle. In altri termini, quasi
ogni rappresentazione visiva è tecnologicamente possibile ed è percepita come
eticamente lecita, e l’allargamento dello spazio di libertà espressiva (ed
addirittura il suo abuso) non è necessariamente più il risultato di un’attività
artistica. E tuttavia, quel che all’epoca del lancio della performance art sembrava una tecnologia di uso specialistico – come
la video art – è ormai una tecnica di
uso comune.
Quando l’arte fa uso
del bene a noi più prezioso: il tempo
Si parla spesso dell’arte di Marina Abramović come di
un’arte minimalista, anzi di un’arte povera. E tuttavia, è importante rendersi
conto che le sue performance fanno
largo uso del bene più prezioso e meno sostituibile che oggi vi sia: il tempo. Se
il suo mezzo di espressione fosse la letteratura, la sua sarebbe una narrativa proustiana, e
per nulla affatto una poesia epigrammatica. Con lei, l’arte si trasforma da
produzione di un bene fisico nell’organizzazione di un processo temporale
esteso. È un passaggio in linea con un processo secolare nella vita
dell’umanità: non sono più i materiali a mancare, ma i minuti. L’arte
dell’Abramović, che è al tempo stesso effimera, perché di essa non rimane
traccia materiale, e basata sulla durata temporale, ce lo ricorda.
Vi sono alcune performance (ad esempio Rest Energy - si veda in seguito) la cui durata non può estendersi
più di 4 minuti; altrimenti lo sforzo fisico e la caduta della concentrazione
porrebbero rischi all’incolumità dell’artista. Ma nella maggioranza dei casi la
durata è la chiave di lettura fondamentale. Nel 1988 il Great Wall Walk dura novanta giorni durante i quali Marina ed Ulay percorrono
la muraglia a piedi, senza contatto continuo con il pubblico.
Invece, nel 2002 House With The Ocean
View si svolge sul palcoscenico per 12 giorni consecutivi, nel 2010 Artist is Present, nell’atrio del MoMA
di New York, dura 75 giorni (736 ore), la performance 512 hours alle Serpentine Galleries di
Londra occupa 55 giorni nel 2014.
Nella House With The
Ocean View, ad esempio, Marina avrebbe “vissuto
per dodici giorni su [tre] piattaforme, bevendo solo acqua filtrata e svolgendo
tutte le sue funzioni corporee – lavarmi, fare la pipì, dormire – davanti agli
spettatori. Su una piattaforma sarebbero stati montati una doccia ed un water,
un’altra avrebbe avuto una sedia ed un tavolo, e la terza un letto. Ogni
piattaforma sarebbe stata collegata al pavimento da una scaletta, solo che al
posto dei pioli ci sarebbero state lame affiliate rivolte verso l’alto. Il
passaggio da una piattaforma all’altra sarebbe stato possibile attraverso aperture
nelle pareti laterali” [34]. “Ogni giorno, non
facevo che muovermi fra le tre piattaforme. Era essenziale che svolgessi ogni
attività al più alto livello di consapevolezza, che mi lavassi, facessi pipì,
stessi seduta, bevessi, fossi sdraiata o – soprattutto – stessi sul bordo di
una piattaforma, al di sopra della scala di lame, il più a lungo possibile” [35].
Il tempo è il vero bene prezioso degli spettatori, ed è
proprio questo che l’Abramović chiede loro: usare il loro tempo per l’arte. Per
la performance “Marina Abramović presents”
alla Whitworth Art Gallery di Manchester nel 2009, “per entrare nel museo, i visitatori dovevano firmare una dichiarazione
in cui si impegnavano a stare quattro ore senza uscire” [36]. E dunque
l’arte dell’Abramović non è un’arte povera, ma anzi paradossalmente un’‘arte
ricca’, ricchissima, barocca, eccessiva. Si pensi ancora al parallelo
Abramović-Cellini (cfr. Parte Prima). Nel 1500 – in una situazione di scarsità globale di beni –
gli oggetti dorati di Benvenuto Cellini erano così preziosi per I potenti
dell’epoca che papi, monarchi e duchi erano pronti ad ignorare i suoi crimini
per assicurarsi che egli potesse continuare a produrli. Oggi, diamo valore a
quel che non abbiamo: tempo. Possiamo riconoscere il suo valore in due modi:
uno è accorciando i tempi di tutto quello che facciamo, l’altro è dando valore a processi che sono molto lunghi nel tempo e che quasi nessuno, se non
un performance artist, può
organizzare per noi in maniera interessante e creativa, sapendo che mai potremo
godere a pieno di quella ricchezza. Nessuno, ai giorni nostri, ha una
sovrabbondanza tale di tempo a disposizione da poter guardare a pieno un video su
una performance che dura diverse ore.
Nuove forme della
poetica
Traendo una prima conclusione, quel che quarant’anni fa era
l’espressione celebrale di un’élite rivoluzionaria, che cercava di allargare il
perimetro dell’arte per fonderla con una vita alternativa, al prezzo di
infrangere tabù morali e solamente grazie alla capacità di far uso di
tecnologie relativamente innovative, è oggi certamente largamente accessibile e
comprensibile al pubblico. Ed una delle sue caratteristiche allora più
rivoluzionarie in termini formali, la lunga durata, la rende più preziosa in un
mondo dove il tempo è divenuto il bene più scarso in tutti i sensi.
E tuttavia questi elementi, se illustrano perché il pubblico
dei giorni nostri non consideri più body
e performance art come espressioni
eversive, ma anzi in esse si possa riconoscere, non sono di per loro
sufficienti a spiegare l’effetto poetico che l’arte di Marina Abramović
esercita ormai su un numero straordinariamente alto di persone in ogni parte
del pianeta. Cerchiamo insieme di capire quale siano le componenti della
rivoluzione della poetica che l’artista è riuscita a portare a termine nel
corso degli ultimi quarant’anni.
Il punto di partenza:
l’arte come processo
“Ne fui molto
impressionata. Aspettai che la tela carbonizzata si raffreddasse, presi dei
chiodini e la appesi con cautela alla parete. Poi partii per le vacanze con la
mia famiglia. Al mio ritorno era rimasto solo un mucchietto di cenere e di
sabbia sul pavimento. Il tramonto non esisteva più. In seguito capii perché
quell’esperienza era importante. Mi insegnò che il processo era più importante
del risultato, così come la performance per me ha maggiore significato
dell’oggetto. Avevo visto il processo di farsi e poi il processo di disfarsi.
Successivamente lessi anche una frase di Yves Klein che apprezzai molto. ‘I
miei quadri non sono che le ceneri della mia arte’” [38].
Questa conclusione rimase ferma nella sua mente per decenni.
Ecco cosa dice l’ Abramović suoi studenti: “Ripeto
continuamente una frase di Brancusi. ‘Non è importante ciò che fate, è
importante la condizione mentale di chi lo fa” [39].
La performance come
arte totale
Il passaggio da pittura a performance avviene già a Belgrado, ed è probailmente parte di un
processo per liberarsi dal controllo della madre, che era direttrice del Museo della Rivoluzione e delegata della
Jugoslavia all’UNESCO, ed aveva perciò stretti legami con l’arte
di avanguardia ‘ufficiale’ nel paese. Era un modo anche per allontanarsi
fisicamente da casa, dove Marina aveva il suo atelier di pittura. “Continuai a dipingere nel mio studio a casa.
Ma poi un giorno, mentre ero sdraiata sull’erba a guardare il cielo senza
nuvole, mi vidi passare sopra dodici jet militari che lasciavano scie bianche
dietro di loro. Affascinata, osservai le scie scomparire lentamente finché il
cielo tornò di un azzurro perfetto. Ebbi un’illuminazione: perché dipingere?
Perché limitarmi a due dimensioni, quando potevo fare arte con il fuoco,
l’acqua, il corpo umano? Con qualunque cosa! Qualcosa era scattato nella mia
mente: mi resi conto che essere artisti significava avere l’immensa libertà di
lavorare con qualunque cosa, o con nulla. Se volevo creare qualcosa con la
polvere o la spazzatura, potevo farlo. Era un’incredibile sensazione di
libertà, soprattutto per chi veniva da una casa dove non c’era quasi libertà” [40].
Nel 1969 l’Abramović decide di dedicarsi alla performance art, e propone la sua prima
idea per un happening al Centro Culturale Studentesco, il SKC, di Belgrado,
appena creato sulla scia della rivoluzione studentesca in tutt’Europa: “installare vasche per lavare i panni lungo
la galleria del centro giovanile” [41]. L’idea non sembra particolarmente
eversiva, ma viene comunque bocciata.
Come sottolineato dal titolo stesso dell’autobiografia, la capacità
di sopportare il dolore è una componente importante sia della performance art sia della personalità di
Marina Abramović: “Il dolore è come una
porta sacra da cui si accede a un altro stato di consapevolezza. Quando varcavi
quella soglia, si apriva un’altra dimensione” [50]. Gillo Dorfles ha parlato
apertamente, nel caso dell’artista, di masochismo [51]. In Attraversare i muri, l’autrice fa invece
riferimento all’educazione che ha ricevuto come figlia di due eroi della
resistenza; le era stato detto fin da piccina come fosse importante resistere
ad ogni pressione. “È
un’esperienza indescrivibile. Il dolore è un grosso ostacolo. Arriva come una
tempesta. Il cervello ti dice: ‘Mi posso muovere, se proprio devo.’ Ma se non
ti muovi, se sei decisa a non fare compromessi e concessioni, il dolore diventa
così intenso che ti sembra di poter svenire da un momento all’altro. Ed è in
quel momento – e non solo in quel momento – che il dolore scompare” [52]. Qualunque siano le ragioni, l’Abramović si
rivela capace di eseguire sempre le istruzioni, mentre Ulay cede ripetutamente.
Questa differenza sarà una delle fratture psicologiche che in ultima analisi
porterà il loro rapporto ad incrinarsi.
Arte, energia, spiritualità
Con il tempo, l’interazione spirituale tra artista e
pubblico (si parla di comunicazione di energia spirituale) diventa un fattore
chiave. Ecco come l’Abramović descrive l’ultima sessione di Seven Easy Pieces, una performance lunga
sette giorni al Guggenheim Museum di New York. Quella sera si sta presentando
una performance di 7 ore: Entering the
Other Side (si veda la figura 15 nella prima parte del post): “Stavo nel bel mezzo della rotunda del Guggenheim, su una piattaforma alta sei
metri, indossando un vestito blu con una gonna gigantesca simile al tendone di
un circo, che con la sua forma a spirale (ispirata dalla struttura del museo)
nascondeva la piattaforma scendendo fino a terra. Lo stilista olandese Aziz
aveva realizzato il vestito con centosessanta metri di stoffa e me l’aveva
generosamente regalato. Là sopra, muovevo le braccia con gesti lenti e
ripetuti, nel silenzio più completo: per sette ore. Nella fretta di preparare
la piattaforma, sette ore al giorno, ero così stanca che avrei potuto
addormentarmi in piedi, rischiando di cadere. Quindi era fondamentale che
restassi sveglia. Alla fine, poco prima di mezzanotte, parlai: ‘Per favore,
chiedo un attimo della vostra attenzione,’ dissi. ‘Io sono qui e ora, e voi
siete qui e ora con me. Il tempo non esiste.’ Poi, allo scoccare della
mezzanotte, si udì il suono di un gong; discesi all’interno della gonna gigante
e ne emersi per salutare il pubblico. Gli applausi non finivano mai; molti
avevano le lacrime agli occhi, me compresa. Mi sentivo connessa a tutti i
presenti e alla grande città” [54]. L’artista all’epoca aveva 59 anni
e portare a termine una performance di sette giorni (ogni giorno sette ore) fu uno
sforzo fisico considerevole.
La relazione spirituale tra performer e pubblico diviene personale con “The artist is present” al Museum of Modern Art (MoMA) di New York
nel 2010, quando Marina sta seduta per 736 ore di fronte a più di 1,500 spettatori,
che si siedono davanti a lei uno alla volta: “In The House with the Ocean View avevo un rapporto con il pubblico, ma The Artist is Present era tutt’altra faccenda, dato che la
relazione era uno a uno. Io ero lì, al cento per cento – anzi al trecento per cento
– per ogni persona. E divenni estremamente ricettiva. (…) Ciò di cui mi accorsi
subito fu che le persone sedute davanti a me provavano emozioni molto forti.
Fin dall’inizio, la gente piangeva – e piangevo anch’io. Ero un loro specchio?
Non solo. Ero in grado di vedere e percepire il dolore della gente” [55]. “Alcune persone rimanevano sedute davanti a
me per un minuto; altre per un’ora o più. Un uomo sedette davanti a me
venticinque volte, la prima delle quali per sette ore” [56].
NOTE
[29] La mostra si intitola: “Ulay life-sized”, e si
tiene alla Schirn di Francoforte dal 13 ottobre 2016 all’8 gennaio 2017. Si
veda: http://www.schirn.de/ausstellungen/2016/ulay_life_sized/
[30] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri. Un’autobiografia, Traduzione di Alberto Pezzotta, Milano,
Bompiani, 2016, 411 pagine. Citazione alle pagine 353-354. Si veda anche: https://www.moma.org/interactives/exhibitions/2010/marinaabramovic/
[31] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, pp.103-104
[32] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, p. 105
[33] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, p. 258
[34] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, p. 293
[35] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, p. 266
[36] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, p. 297
[37] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, p. 43
[38] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, pp. 43-44
[39] Abramović, Marina con
Kaplan, James – Attraversare i muri, citato …, p. 253
[40] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, p. 44
[41] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, p. 58
[42] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, p. 57
[43] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, p. 62
[44] Abramović, Marina con
Kaplan, James – Attraversare i muri, citato …, pp. 72, 80-81 e 89-90
[45] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, p. 57
[46] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, p. 75
[47] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, p. 76
[48] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, pp. 106-108
[49] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, p. 118
[50] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, p. 107
[51] Gillo Dorfles e Marina Abramovic. Anno domini 2012,
Arttribune. Si veda: http://www.artribune.com/2016/02/gillo-dorfles-recensione-marina-abramovic-2012/
[52] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, p. 159
[53] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, p. 137
[54] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, pp. 315-316
[55] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, pp. 344-345
[56] Abramović, Marina con Kaplan, James –
Attraversare i muri, citato …, p. 314

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