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lunedì 16 gennaio 2017

Marina Abramović con James Kaplan. Attraversare i muri. Un'autobiografia. Parte Terza


English Version

Marina Abramović con James Kaplan
Attraversare i muri. Un’autobiografia
Traduzione di Alberto Pezzotta


Milano, Bompiani, 2016, 411 pagine

Recensione di Francesco Mazzaferro
Parte terza


[Versione originale: dicembre 2016 - nuova versione: aprile 2019]



Fig. 3) Marina Abramović, Biography, in collaborazione con Charles Atlas, Stuttgart, Cantz Verlag, 1994
Leggi dall'inizio

L’autobiografia di Marina Abramović ha molte chiavi di lettura. In quest’ultima parte della recensione ci chiediamo quanto la sua consultazione possa aiutarci a comprendere alcune vicende artistiche italiane degli ultimi quarant’anni. È un tema rilevante, tanto che la casa editrice 24 Ore Cultura, in cooperazione con il Padiglione d’arte contemporanea (PAC) di Milano, ha dedicato alle opere italiane dell’artista il primo di due volumi bilingui – in italiano ed inglese – per la mostra The Abramović Method, curata da Diego Sileo ed Eugenio Viola nel 2012 [57]. Oltre agli scritti dei due curatori, vi figurano contributi di Renato Barilli, Achille Bonito Oliva, Germano Celant e Gillo Dorfles, ovvero i quattro critici d’arte italiani i cui nomi sono legati alla promozione della sua arte negli anni Settanta nel nostro paese ed al di fuori di esso. I critici Antonello Tolve e Angela Vettese commentano invece performance più recenti degli anni 2000.

I primi successi internazionali della Abramović, durante gli anni Settanta, sono legati al nostro paese, con esibizioni a Roma (1973), Milano (1974), Napoli (1975), Venezia (1976) e Bologna (1977) che sono rimaste famose. Il rapporto con l’Italia rimane costante, e va al di là dell’arte, concretizzandosi in molte amicizie e in una relazione sentimentale di dodici anni (con relativi matrimonio e divorzio) con l’artista Paolo Canevari. Si sono svolte in Italia importanti iniziative anche negli ultimi decenni, come “The Biography Remix” nel 2004 a Roma e, come appena menzionato,“The Abramović Method” nel 2012 a Milano.


Gli anni Settanta

Negli anni Settanta l’Italia è uno dei trampolini di lancio per Marina Abramović. Il motivo delle sue frequenti visite è a mio avviso duplice. Da un lato l’Italia è uno dei centri creativi della performance art, e vi si possono coltivare i contatti con i maggiori artisti europei e americani; lavorare in Italia offre all’Abramović la possibilità di incontrare artisti da tutto il mondo. D’altro canto i rapporti culturali tra Jugoslavia ed Italia sono intensi, sia in ragione della prossimità geografica sia attraverso la rete di relazioni del partito comunista italiano, che in quegli anni si indirizza verso la direzione dell’eurocomunismo e vede dunque nella Jugoslavia un interessante modello di equidistanza dai due blocchi. Occorre comunque aggiungere che queste sono considerazioni mie: Attraversare i muri non contiene alcuna valutazione politica su quel che succedeva in quegli anni in Italia (e, più in generale, in Europa).

Il primo contatto con l’Italia è legato a Contemporanea, un’iniziativa romana di Achille Bonito Oliva e Graziella Lonardi Buontempo del 1973. È una mostra interdisciplinare, che si articola in dieci sezioni espositive su arte, cinema, teatro, architettura, fotografia, musica, danza, libri e dischi d’artisti, poesia visiva e concreta ed infine informazione alternativa. È una delle prime mostre a promuovere l’idea dell’arte effimera, ed anche un modello di mostra interdisciplinare d’arte contemporanea per il mondo intero; precede infatti di molti anni la famosa mostra interdisciplinare Les immatériaux organizzata dal filosofo François Lyotard e dal critico d’arte e curatore Thierry Chaput al Centre Pompidou di Parigi nel 1985. 

La mostra viene tenuta in un parcheggio sotterraneo di Villa Borghese (a mo’ di ‘nuove catacombe’, dirà l’organizzatore parlandone in un'occasione successiva [58]), appena terminato, ma non ancora utilizzato per la finalità originaria. La mostra vuole documentare l’arte contemporanea tra 1955 e 1973, mettendo a confronto Europa e Stati Uniti ed invitando 45 artisti del vecchio e 45 del nuovo continente. La visitano 100 mila spettatori paganti in tre mesi con un successo di pubblico straordinario per quei tempi. In contemporanea, su iniziativa della Lonardi Buontempo, Christo impacchetta Porta Pinciana ed una parte delle Mura Aureliane.

Ecco che cosa si legge in proposito in Attraversare i muri: “Nel 1973 venni invitata a Roma per Contemporanea, una mostra curata dal critico Achille Bonito Oliva. Lì incontrai performance artists come Joan Jonas, Charlemagne Palestine, Simone Forti e Luigi Ontani, e protagonisti dell’Arte povera come Marisa e Mario Merz, Jannis Kounellis, Luciano Fabro, Giovanni Anselmo e Giuseppe Pennone. Di che farmi girare la testa. Ma mentre ampliavo gli orizzonti e osservavo l’affermarsi del concettuale, aspiravo a rendere più viscerale la mia arte, il che significava usare il corpo – il mio corpo. A Roma ripetei la performance di Rhythm 10, ma con venti coltelli e ancora più sangue. Ancora una volta, la reazione del pubblico fu molto intensa. Mi infervorai – sentivo che davanti alla performance art si apriva un mare di possibilità” [59].

L’anno dopo, nel 1974, Rhythm 4 viene mostrato a Milano grazie a Luciano Inga Pin, un critico d’arte che promuove la body art nella sua Galleria Diagramma. “In Jugoslavia e nel resto dell’Europa, nel mondo dell’arte si cominciava a parlare della giovane e temeraria artista di Belgrado. Quello stesso anno andai a Milano, dove alla Galleria Diagramma eseguii Rhythm 4. Ero nuda e sola in una grande stanza, accovacciata sopra un potente ventilatore industriale. Mentre una videocamera trasmetteva la mia immagine al pubblico nella stanza di fianco, spingevo la faccia contro il vortice che usciva dal ventilatore, cercando di inspirare nei polmoni più aria possibile. Nel giro di un paio di minuti, l’impetuoso flusso d’aria all’interno del mio corpo mi fece svenire. L’avevo previsto ma, come nel caso di Rhythm 2, la cosa più importante era farmi vedere in due stati diversi: vigile e priva di sensi. Sapevo di sperimentare nuovi modi per usare il mio corpo come materia prima. Come nel caso di Rhythm 5, il problema era che davo l’impressione di essere in pericolo. E mentre nel lavoro precedente il pericolo era stato reale, questa volta era solo apparente. In ogni caso il personale della galleria, temendo per la mia incolumità, si precipitò nella stanza per ‘salvarmi’. Non era necessario, non era previsto, ma entrò a far parte della performance” [60].

Il passo italiano successivo, allo Studio Morra di Napoli, è ancora oggi leggendario nell’ancora giovane storia della performance art dagli anni Settanta fino ad oggi. La quarta di copertina del catalogo della retrospettiva al MoMA di New York del 2010 è infatti dedicata ad una foto presa da quella performance. “Le fotografie di me nuda nella Galleria Diagramma suscitarono particolare scandalo. Queste reazioni al mio lavoro mi indussero a progettare una performance più temeraria di tutte le precedenti. Se invece di fare qualcosa a me stessa, avessi lasciato che fosse il pubblico a decidere che cosa fare di me? Fu lo Studio Morra di Napoli a invitarmi: ‘Vieni qui e fa’ quello che vuoi.’ Era l’inizio del 1975” [61].

Lo Studio Morra – la cui attività viene oggi continuata dalla Fondazione Morra (http://www.fondazionemorra.org/) – viene creato dal 1974. Sin da allora – come si legge nella pagina web della Fondazione – la Galleria “concentra il proprio interesse verso le neo-avanguardie degli anni Settanta, in particolare è tra le prime in Italia a proporre gli artisti dell’Azionismo Viennese e della Body Art. Negli spazi espositivi si avvicendano artisti come Hermann Nitsch, Gunter Brus, Urs Luthi, Gina Pane, Joe Jones, Marina Abramović, Bob Watts e Peter Kubelka” [62].

Mi sarei presentata alla galleria e sarei rimasta lì, in pantaloni neri e T-shirt nera, davanti a un tavolo contenente settantadue oggetti: un martello; una sega; una piuma; una forchetta; una boccetta di profumo; una bombetta; un’accetta; una rosa; una campana; un paio di forbici; aghi; una penna; miele; un osso di agnello; un coltellino; uno specchio; un giornale; uno scialle; spilli; un rossetto; zucchero; una macchina fotografica Polaroid; e varie altre cose, tra cui una pistola con un proiettile accanto ad essa. Alle otto di sera si presentò una folla considerevole, che trovò sul tavolo le istruzioni” [63]. Al pubblico l’artista assicura per iscritto che i presenti possono utilizzare questi oggetti per fare qualsiasi cosa su di lei, e che se ne assumerà la piena responsabilità. Li invita dunque a prendere l’iniziativa. 

Per le prime tre ore non successe molto. Il pubblico era intimidito da me. Me ne stavo lì, con lo sguardo perso nel vuoto, senza guardare niente e nessuno in particolare; ogni tanto qualcuno mi porgeva la rosa, metteva lo scialle sulle mie spalle o mi dava un bacio. In seguito cominciarono a succedere delle cose, all’inizio lentamente e poi in fretta. Fu molto interessante; in genere, le visitatrici dicevano agli uomini che cosa farmi, piuttosto che farlo di persona (anche se più tardi, quando qualcuno mi punse con uno spillo, fu una donna ad asciugarmi le lacrime). Per lo più si trattava del normale pubblico del mondo dell’arte italiana, i mariti con le loro mogli. A ripensarci, penso che il motivo per cui non venni violentata fu che erano presenti le mogli” [64].

Quando si fece notte fonda, nella galleria cominciò ad avvertirsi una certa tensione sessuale. Non era da me che proveniva, ma dai visitatori. Eravamo nell’Italia meridionale, dove la chiesa cattolica esercitava una forte influenza, e nell’atteggiamento verso le donne c’era una spiccata dicotomia tra puttana e Madonna. Dopo tre ore, un uomo mi tagliò in due la maglietta e me la tolse. La gente mi costringeva ad assumere varie posizioni. Se mi facevano chinare la testa, la tenevo giù; se la tiravano su, restavo così. Ero una marionetta, completamente passiva. A seno nudo. Qualcuno mi mise in testa la bombetta. Qualcun altro prese il rossetto, scrisse “Io sono libero” sullo specchio e me lo mise in mano. Sempre con il rossetto qualcun altro mi scrisse ‘End’ sulla fronte. Un altro mi scattò delle Polaroid e me le infilò in mano come carte da gioco. Le cose si fecero più audaci. Due tizi mi sollevarono di peso e mi portarono in giro. Mi misero sul tavolo, mi allargarono le gambe e conficcarono il coltello a poca distanza dal mio sesso. Qualcuno mi punse con gli spilli. Un altro mi versò lentamente in testa un bicchiere d’acqua. Qualcuno mi fece un taglio sul collo con il coltello e succhiò il sangue. Ho ancora la cicatrice. E poi c’era un uomo di statura molto bassa che mi stava appiccicato, ansimando. Mi faceva paura. Nessun altro e nessun’altra cosa me ne aveva fatta. Ma lui sì. Dopo un po’ mise il proiettile nella pistola e me la mise nella mano destra. La puntò verso il collo e toccò il grilletto. Dal pubblico si levò un mormorio; qualcuno fermò il tizio e ci fu una baruffa. Alcuni visitatori volevano evidentemente proteggermi; altri volevano che la performance continuasse. Dato che eravamo nel Sud, la gente alzò la voce e gli animi si infiammarono. Il piccoletto venne cacciato fuori dalla galleria e la performance continuò. Di fatto, il pubblico divenne sempre più attivo, come in trance” [65].

Poi, alle due di notte, si fece avanti il gallerista e mi disse che erano passate le sei ore. Smisi di guardare nel vuoto e fissai il pubblico. ‘La performance è finita,’ disse il gallerista. ‘Grazie’. Ero in uno stato pietoso: mezza nuda, sanguinante, con i capelli bagnati. A quel punto accadde una cosa strana: d’un tratto quelli che erano ancora lì ebbero paura di me. Mentre andavo verso di loro, uscirono di corsa dalla galleria. Il gallerista mi riportò al mio albergo e andai nella mia stanza, con un senso di solitudine che non avvertivo da un pezzo. Ero sfinita, ma la testa continuava a ronzarmi, facendomi rivedere immagini di quella serata. Quando mi avevano punto e tagliato il collo, non avevo sentito nulla, ma ora pulsavo di dolore. E non riuscivo a liberarmi della paura ispirata dal piccoletto. Alla fine piombai in una specie di dormiveglia. La mattina mi guardai allo specchio, e un’intera ciocca di capelli mi era diventata grigia. In quel momento mi resi conto che il pubblico può ucciderti. Il giorno dopo, decine di persone che avevano partecipato all’evento telefonarono in galleria. Dicevano di essere terribilmente dispiaciute; non si erano rese conto di ciò che era successo mentre erano lì – non sapevano che cosa fosse successo a loro. Quello che era successo, molto semplicemente, era la performance. E l’essenza della performance è che il pubblico e il performer realizzano l’opera insieme” [66].

Nel 1976 Marina ed Ulay rappresentano Relation in Space alla Biennale di Venezia, una performance già commentata nella seconda parte di questa recensione. Ne scrive positivamente Achille Bonito Oliva sul Corriere della Sera, in un articolo che, pure, stronca la Biennale con il titolo “Quel pasticciaccio brutto della Giudecca” [67].

L’ultimo avvenimento di rilievo ricordato nelle memorie tra le performance italiane di quegli anni si svolge nel 1977 alla Galleria comunale d’arte moderna di Bologna, nella nuova sede inaugurata due anni prima nel quartiere fieristico del capoluogo emiliano. Tra l’1 e il 6 giugno 1977 Renato Barilli e Francesco Solmi vi organizzano la prima Settimana Internazionale della Performance [68], nel quadro di Arte Fiera.

Sono gli anni in cui l’Abramović e Ulay vivono una vita nomade. Da una cabina telefonica vengono a sapere in Olanda dell’invito “alla Settimana internazionale della performance a Bologna. Ci sarebbero stati molti artisti importanti: Acconci, Beuys, Burden, Gina Pane, Charlemagne Palestine, Laurie Anderson, Ben d’Armagnac, Katharina Sieverding e Nam June Paik” [69]. Oltre a molti italiani, partecipò alla settimana anche l’azionista viennese Hermann Nitsch, ma l’Abramović – che in Attraverso i muri manifesta molte perplessità su di lui – non lo cita.

Volevamo presentare qualcosa di nuovo e d’importante. Era il maggio 1977 [nell’edizione inglese: giugno]. Raggiungemmo la Galleria comunale d’arte moderna con dieci giorni d’anticipo e gli ultimi sgoccioli di benzina. Parcheggiammo lì davanti e andammo a chiedere al direttore se c’era un posto dove sistemarci (potevamo sempre dormire nel furgone, ma a volte non era male poter usare un bagno). Ci disse che potevamo accamparci nella portineria. Perfetto. Così iniziammo a pensare alla nostra performance. Il risultato fu Imponderabilia. Per sviluppare il lavoro, partimmo da un’idea molto semplice: se non ci fossero artisti, non ci sarebbero musei. Da qui decidemmo di fare un gesto poetico: gli artisti sarebbero diventati letteralmente la porta del museo” [70]. 

Ulay costruì all’ingresso del museo due alte scatole verticali che restringevano il passaggio. La nostra performance consisteva nello stare nudi uno di fronte all’altra in questo varco ridotto, come stipiti o cariatidi classiche. Così tutti quelli che entravano avrebbero dovuto mettersi di sbieco per passare in mezzo a noi. E ogni visitatore avrebbe dovuto fare una scelta mentre sgusciava tra noi: fronteggiare l’uomo nudo o la donna nuda?” [71]

L’autobiografia dell’artista rivela due elementi davvero interessanti e sorprendenti, che mostrano alcuni aspetti della vita culturale bolognese del 1977. Chi, come me, visse lì in quei giorni sa bene che fu un momento molto delicato per il capoluogo emiliano, che nel marzo di quell’anno aveva visto momenti di vera e propria guerriglia nel centro urbano, con le forze extraparlamentari di sinistra che contestavano con mezzi violenti al tempo stesso la legittimità del governo conservatore a Roma e dell’amministrazione comunista di Renato Zangheri. Ebbene, l’artista rivela che in quel frangente l’amministrazione comunale era in tale difficoltà da non poter pagare agli artisti il compenso pattuito. Gli artisti cominciarono subito a sospettare che “se ci promettevano di mandarci i soldi per posta, non li avremmo mai visti” [72]. Cercarono dunque di essere pagati a Bologna: “ogni giorno ci presentavamo all’ufficio del museo a chiedere quando ci avrebbero pagato – come del resto facevano tutti gli altri artisti. E ogni giorno c’era una scusa: uno sciopero; il cugino del responsabile dei pagamenti era in ospedale; la segretaria era appena andata via; qualcuno si era dimenticato la chiave della cassaforte” [73]. Va detto che l’originale inglese contiene anche una breve fase sarcastica sul nostro paese (“It was Italyera l’Italia) che il traduttore ha preferito eliminare.

Come riuscire a farsi pagare? Pochi minuti prima dell’inizio della performance, Ulay si precipita nudo nell’ufficio della segretaria del direttore, minaccia di restare lì ad oltranza, la coglie impreparata e ottiene per sé e Marina il corrisposto in contanti; è talmente insicuro di quel che possa succedere ai soldi durante la performance che nasconde le banconote – avvolte in un sacchetto di plastica – nello sciacquone del gabinetto. “Fummo gli unici artisti a essere pagati” [74].

Il secondo aspetto è che la performance (che in origine doveva durare sei ore) fu interrotta da un solerte vicequestore dalla polizia, che la interdisse sulla base del divieto di atti osceni in luogo pubblico (lo racconta anche Roberto Barilli in un dettagliato contributo al catalogo per The Abramović Method, alle pagine 52-55 del primo volume). Quel che non era ancora successo negli anni precedenti a Roma, Milano, Napoli e Venezia, ovvero l’intervento della forza pubblica, si verificò nella città che più di tutte godeva fama di tolleranza.

Va peraltro detto che l’irruzione della polizia contribuì probabilmente al successo della performance, attirando l’attenzione dei media. Qualche mese dopo, nell’agosto 1977, Gillo Dorfles, uno dei maggiori critici italiani del Novecento, dedicò alla performance un arguto articolo sul Corriere della Sera, per commentare l’interrelazione tra arte e costumi sociali, ed anche per fare un complimento al pubblico bolognese, che si era comportato in modo composto. “Abituarsi, dunque, ai contatti fisici col prossimo, con gli estranei; toccare gli altri (come non vorremmo essere toccati noi). Forse questo il senso d’una delle tante performances di Body-Art ammannite al pubblico durante l’ultima « Arte Fiera» bolognese. Si trattava d’un lui e d’una lei (nella fattispecie due artisti molto noti: la belgradese Marina Abramovic [sic] e l’olandese Ulay), i quali – perfettamente ma castamente nudi – stavano immobili dentro il vano d’una porta, attraverso la quale, con uno spazio di circa quaranta centimetri tra i due, dovevano farsi strada gli spettatori. Il pubblico adempì all’operazione con coscienza e compostezza; e, mi parve, senza imbarazzo, cercando di fare il più presto possibile nel varcare la soglia – la porte étroite – e, nel varcarla, non aveva neppure il tempo d’accorgersi se toccava o meno i due giovani (del resto molto attraenti in condizione meno pubbliche)” [75].

Imponderabilia è diventata un classico della performance art nel mondo. È stato ripresentata da altri performer artists più volte; è stata riproposta continuativamente durante tutto il corso della mostra retrospettiva “The Artist is Present” al MoMA di New York, durante i tre mesi dell’esibizione nel 2010.

Due ulteriori performance emiliane immediatamente successive – elencate nel catalogo milanese delle opere italiane – non compaiono in Attraversare i muri. Sono Relation in Time (a Bologna) e Work Relation 2 (a Ferrara). La prima è assai famosa per l’intreccio di capelli tra l’Abramović e Ulay.


La pausa degli anni Ottanta

Nel decennio seguente, le presenze italiane dell’Abramović si fanno meno assidue. L’Italia rimane un paese da cui provengono molti suoi amici, ma prevale l’interesse per altre regioni (l’India, l’Australia, il Nepal, la Cina) in un processo di scoperta delle culture extra-europee. Del resto, la comunità internazionale della body art, così coesa negli anni Settanta attorno ad un nucleo di artisti fondatori, tende a disperdersi. In Italia, gli anni Ottanta sono anche i tempi del cosiddetto ‘riflusso’, per utilizzare l’espressione del gergo giornalistico con cui si indica l’abbandono dell’estrema ideologizzazione, che era una delle ragioni dell’interesse dei giovani per un’arte di tipo radicalmente contestativo negli anni settanta.

Anche la performance art di Marina cambia in quegli anni: l’attenzione dell’artista si sposta dalla sfida gestuale ed estrema al proprio corpo ai cosiddetti tableaux vivants, rappresentati da performers oppure dal pubblico. Sono immagini di carattere pittorico, fotografate con lo scopo di riflettere sul rapporto tra persone, paesaggio e storia. Seguendo quel modello, a Genazzano (nel quadro del festival della performance chiamato La zattera di Babele) si svolge nel 1983 la performance Modus Vivendi, di chiara ispirazione pittorica. Alcune figure (come quella della Pietà) saranno ripetute negli anni successivi in molte occasioni.

L’unico caso significativo di presenza in Italia citato nelle memorie è del 1984, quando Marina e Ulay sono a Trapani per girare Terra degli Dea Madre (il traduttore italiano Alberto Pezzotta ha corretto il titolo in Terra della Dea Madre), un breve video (quindici minuti) scritto e diretto dai due artisti. Si tratta di una meditazione sulla relazione tra uomini e donne ed il loro differente modo di esprimere dolore e cordoglio in una società siciliana raffigurata come ancora molto primitiva; il senso di mistero è rafforzato dal fatto che l’Abramović parla fuori campo usando una lingua inesistente. Il video – in cui nessuno dei due interpreti compare, e che dunque appartiene propriamente al genere del cortometraggio, piuttosto che della performance– è girato per essere mostrato come parte di un’installazione allo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 1986: l’installazione si compone di due sedie, un apparecchio televisivo (che mostra il video) ed un megafono (che diffonde la voce ed il sonoro). Vedendo le immagini disponibili su internet, mi sembra si avverta un senso di fascino e al tempo stesso di diversità e distanza rispetto alla società siciliana, che trapela del resto anche dalle pagine dell’autobiografia: “Conoscevamo già quell’isola, e ci affascinava la divisione tra i sessi: le donne chiuse in casa, vestite di nero, che parlavano tra loro in cerchio; gli uomini sempre fuori, organizzati nei loro gruppi. Andammo a Trapani e su un giornale pubblicai un annuncio dicendo che per il nostro film cercavamo donne dai settanta ai cento anni, nonché vergini dagli ottanta ai novant’anni. Specificavamo che sarebbero state pagate. Rimanemmo tre giorni nel nostro albergo e non venne nessuna. Assolutamente nessuna. Poi, il quarto giorno, si presentò un’anziana signora molto elegante, vestita come una vedova. Era accompagnata da un’amica vestita come lei, che rimase in silenzio. ‘Che cosa volete?’ ci chiese. ‘Raccontateci’. Con tutto il nostro entusiasmo, raccontammo loro il film che avevamo in mente, mentre bevevamo un caffè. La donna mi guardò e mi disse: ‘La possiamo aiutare. Parleremo con nostro fratello’. Il giorno dopo l’intera città si mobilitò per aiutarci. Ci vennero dati i permessi per girare sia all’esterno sia in vecchi palazzi. Si materializzarono dei giovanotti che trasportavano il nostro equipaggiamento e, soprattutto, ne garantivano la sicurezza. In un posto come quello, dove comandava la mafia, avevo la sensazione che le nostre cose potessero scomparire appena giravamo la testa. Adesso invece eravamo protetti, e potevo lasciare le attrezzature nella macchina aperta senza che nessuno le toccasse. Penso che fossimo così strani da essere loro simpatici: ci trovavano divertenti. Recuperammo anche due vergini, due gemelle di ottantasei anni. Arrossirono con grande dolcezza quando le riprendemmo” [76].


Il ritorno in Italia

Nel 1997 Marina ritorna ad una performance italiana, su sollecitazione di Germano Celant (il padre della definizione dell’arte povera negli anni Settanta, ed uno dei critici d’arte italiani più presenti sul quadro internazionale) cui è affidata quell’anno la direzione della Biennale. La terribile guerra nei Balcani ha riportato l’attenzione dell’artista belgradese all’Europa; la Jugoslavia si è sciolta in modo tragico, la guerra si è conclusa con la pace di Dayton nel 1995, e le autorità del Montenegro di Đukanović – alla ricerca di una nuova identità dopo essere rimasto stretto all’abbraccio della Serbia negli anni della guerra – le chiedono di essere da lei rappresentate alla Biennale, dato che il padre era montenegrino. L’artista è attirata dall’argomento identitario, ma rompe molto presto con i rappresentanti delle autorità. La Abramović, che in quella fase sta riflettendo in parallelo sulle cause della fine della sua storia d’amore con Ulay e della rovina sanguinosa della propria patria, propone loro una rappresentazione che presenta aspetti assai crudi: vuole organizzare un’installazione con topi e ossa sanguinolente di bovini, per raccontare la leggenda balcanica del topo-lupo. Il ministro della cultura del Montenegro rompe allora le relazioni con l’artista, preferendo una raccolta di pittori locali su temi etnico-popolari, denunciando l’artista come traditrice. A quel punto la performer non ha più possibilità di partecipare alla Biennale, quando Celant le propone una soluzione d’emergenza che si rivelerà foriera di successo: le offre lo scantinato del padiglione italiano, ancora libero, per presentare al pubblico il lavoro che non ha potuto rappresentare. Con quell’opera l’artista vincerà il Leone d’oro.

Ecco che cosa scrive Marina in proposito: “Balkan Baroque, il titolo della mia performance, non si riferiva all’arte barocca, ma al barocchismo e alla follia della mentalità balcanica: il fatto che siamo crudeli e teneri, che siamo in grado di amare ed odiare appassionatamente, e tutto in una volta sola. La verità è che può capire la mentalità dei Balcani solo chi ci è nato, o ci ha passato molto tempo. Capirla da un punto di vista intellettuale è impossibile: emozioni così turbolente sono incontrollabili come un vulcano. Comunque su questo pianeta c’è sempre una guerra da qualche parte, e io volevo creare un’immagine universale che si riferisse alla guerra in generale” [77].

In Balkan Baroque ero seduta sul pavimento del seminterrato del Padiglione Italia, su una catasta di ossa di vacca: sotto ce n’erano cinquecento pulite, sopra duemila sanguinolente, con attaccate carne e cartilagini. Per quattro giorni, per sette ore al giorno, sfregavo le ossa sanguinolente fino a farle diventare pulite, mentre su due schermi alle mie spalle venivano proiettate – a intermittenza e senza sonoro – immagini delle interviste a mio padre e a mia madre: Danica [la madre] che ripiegava le mani sul cuore e poi si copriva gli occhi, Vojin [il padre] che brandiva la sua pistola. In quel locale senza aria condizionata, nell’umida estate veneziana, le ossa sanguinolenti marcirono e si riempirono di vermi, ma io continuavo a strofinarle: il lezzo era tremendo, come quello di cadaveri sul campo di battaglia. I visitatori entravano in fila e osservavano, disgustati dalla puzza ma ipnotizzati dallo spettacolo. Mentre pulivo le ossa, piangevo e cantavo canzoni popolari jugoslave della mia infanzia. Su un terzo schermo passava un video in cui io, vestita da tipico scienziato slavo – occhiali, camice bianco, grosse scarpe di cuoio – raccontavo la storia del ratto-lupo” [78]. È una storia tremenda, in cui si spiega di come gli acchiapparatti costringano un topo dominante alla pazzia, impedendogli di rodere i denti ed accecandolo, e lo introducano nelle tane dei topi in modo tale che uccida il maggior numero possibile dei suoi simili prima di essere sopraffatto. Alla fine di quella storia davvero orrida, la performer improvvisamente avviava un ballo frenetico e sensuale. “L’orrore della carne del sangue, un racconto disturbante, una danza sexy e poi il ritorno a orrori ancora peggiori. Per quattro giorni, sette ore al giorno. Ogni mattina dovevo tornare a immergermi in una catasta di ossa verminose. Nel seminterrato il caldo e la puzza erano insopportabili. Ma quello era il mio lavoro. Per me quello era il barocco balcanico” [79].

La serie di performance e tableaux vivants in Italia (non menzionate in Attraversare i muri), prosegue all’inizio del nuovo millennio: Energy Clothes (Como, 2001), Mambo a Marienbad (Volterra, 2001), Stromboli (2002), Cleaning the Mirror (Napoli, 2004). Le memorie citano comunque spesso l’Italia, sia per le frequentazioni familiari (Marina vive con Paolo Canevari per dodici anni; abitano insieme a New York, ma passano spesso le estati in Italia) sia per i rapporti artistici, in particolare con la Galleria di Lia Rumma (http://www.liarumma.it/) a Napoli e Milano, a partire dal 2002.

Nel 2004 si tiene al Teatro Palladium di Roma la prima di The Biography Remix, per la regia di Michael Laub. È una riproposizione attualizzata di Biography, un pezzo di teatro che nel 1992 era stato composto come riflessione autobiografica. L’editore d’arte italiano Charta pubblica in quell’occasione The Biography of Biographies, oggi praticamente introvabile sul mercato antiquario.

La cooperazione con gli amici italiani (ad esempio con il fotografo Marco Anelli) rimane salda anche quando la storia con Canevari finisce nel 2009. Marina presenta la performance in video Confession alla Biennale di Venezia nel 2010. Lo stesso anno realizza Back to Simplicity (Ciociaria, 2010), lavoro che le serve per purificarsi dalle tensioni accumulate a New York per la grande retrospettiva The Artist is Present al MoMa, ma anche per riprendersi dal dolore del nuovo fallimento della vita sentimentale: “Stavo tanto male che avevo bisogno di un contatto con l’innocenza; così Marco mi fotografò con capre ed agnellini” [80]. Tutti questi lavori, sia in Italia sia a New York, vedono sempre la collaborazione di Marco Anelli come fotografo.

Dopo due anni la retrospettiva di Milano The Abramović Method segna il culmine di un lungo passaggio dalla sperimentazione sulla propria persona (che proprio a Milano aveva avuto una tappa importante, con Rhythm 4, nel 1974) alla definizione di un metodo canonico di performance che non si applichi più all’artista e che possa non solo essere trasmesso alle future generazioni, ma vada anche insegnato al pubblico. Vengono infatti scelte tra il pubblico persone che vengono sottoposte ad una preparazione veloce e divengono protagonisti della performance, mentre gli altri spettatori li osservano. Non conta più quel che essi rappresentano (in termini di azioni o simboli) ma soprattutto il processo, ed il rapporto che si instaura tra gli improvvisati performers e gli spettatori. Basta leggere le istruzioni, sotto la foto immediatamente precedente, per comprendere che si completa a Milano un ciclo di riflessioni artistiche sul tempo e sulla durata artistica che sono sempre stato al centro della produzione artistica di Marina Abramović.


NOTE

[57] Marina Abramović, Italian works, a cura di Diego Sileo ed Eugenio Viola, 24 ORE Cultura,
209 + 96 pagine, 2012

[58] La mostra viene ancora oggi commentata come un momento fondamentale per comprendere l’evoluzione della percezione del gusto nel ventesimo secolo in Italia. Achille Bonito Oliva ha tenuto una lezione su Contemporanea 1973 al Maxxi di Roma, il 28 luglio 2012. La lezione può essere ascoltata all’indirizzo web http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-50a334cc-586a-4bc8-b94a-734d7b4d0085.html.

[59] Abramović, Marina con Kaplan, James – Attraversare i muri. Un’autobiografia, Traduzione di Alberto Pezzotta, Milano, Bompiani, 2016, 411 pagine. Citazione alle pagine 79-80.

[60] Abramović, Marina con Kaplan, James – Attraversare i muri, citato …, pp. 82-83

[61] Abramović, Marina con Kaplan, James – Attraversare i muri, citato …, p. 83


[63] Abramović, Marina con Kaplan, James – Attraversare i muri, citato …, p. 84

[64] Abramović, Marina con Kaplan, James – Attraversare i muri, citato …, pp. 84-85

[65] Abramović, Marina con Kaplan, James – Attraversare i muri, citato …, pp. 85-86

[66] Abramović, Marina con Kaplan, James – Attraversare i muri, citato …, pp. 87-88

[67] Bonito Oliva, Achille – Quel Pasticciaccio brutto della Giudecca, in: Corriere della Sera, 18 luglio 1976.

[68] Una bella collezione di immagini è disponibile all’indirizzo 

[69] Abramović, Marina con Kaplan, James – Attraversare i muri, citato …, p. 115

[70] Abramović, Marina con Kaplan, James – Attraversare i muri, citato …, p. 115

[71] Abramović, Marina con Kaplan, James – Attraversare i muri, citato …, p. 115

[72] Abramović, Marina con Kaplan, James – Attraversare i muri, citato …, p. 116

[73] Abramović, Marina con Kaplan, James – Attraversare i muri, citato …, p. 116

[74] Abramović, Marina con Kaplan, James – Attraversare i muri, citato …, p. 117

[75] Si veda: 

[76] Abramović, Marina con Kaplan, James – Attraversare i muri, citato …, p. 187

[77] Abramović, Marina con Kaplan, James – Attraversare i muri, citato …, p. 266

[78] Abramović, Marina con Kaplan, James – Attraversare i muri, citato …, p. 266

[79] Abramović, Marina con Kaplan, James – Attraversare i muri, citato …, p. 268

[80] Abramović, Marina con Kaplan, James – Attraversare i muri, citato …, p. 362


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