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Francesco Mazzaferro
La traduzione anonima di Cennino Cennini in ungherese:
un aggiornamento
[1] Si veda Giovanni Mazzaferro, Cennino Cennini, un’edizione misteriosa e l’Ungheria del primo 1900.
[2] Si veda: http://vonnegutantikvarium.com/konyvek/search
[3] Si veda: http://antikva.hu/festeszet/trattato-della-pittura
[4] Si veda http://www.mke.hu/about/hallgatoi_adatbazis.php/z?order=title&sort=desc. Krisztina Zsolnay è stata una restauratrice di fama negli anni 80 e 90 in Ungheria
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| Fig. 1) Le due copie della traduzione conservate alla biblioteca dell’Università delle Belle Arti (MKE) di Budapest |
In questo blog abbiamo già dedicato due post ad una
traduzione anonima del manuale di Cennino Cennini, recante in copertina il
titolo italiano Trattato della Pittura.
Torno a parlarne oggi fornendo alcuni aggiornamenti.
Il 7 gennaio 2014 [1] mio fratello ha riportato la notizia dell’esistenza di quattro esemplari della traduzione, di cui due erano
segnalati nella biblioteca dell’Università delle Belle Arti di Budapest (un
tempo denominata Accademia delle Belle Arti, poi trasformata in Università nel
1971 e conosciuta dal 2001 come MKE) e due erano disponibili per l’acquisto sul
mercato antiquario della stessa città. Uno dei siti antiquari datava il testo
al 1988 [2], mentre l’altro non offriva alcuna data, ma conteneva
un’interessante citazione dell’introduzione [3]. Il catalogo online della
biblioteca del MKE non conteneva indicazioni su data ed autore della
traduzione. Il 25 febbraio dello stesso anno ho riferito dell’acquisto di una delle copie disponibili presso un antiquario della capitale ungherese,
scoprendo che si trattava di un volumetto di 131 pagine dove erano state
rilegate le fotocopie di un dattiloscritto, effettivamente senza alcuna
indicazione della data e dell’autore della traduzione.
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| Fig. 2) La sala di lettura della biblioteca dell'MKE di Budapest |
Lo scorso 14 giugno ho avuto modo di visitare la biblioteca
del MKE, nei cui scaffali ho trovato le due copie di proprietà pubblica, con
caratteristiche del tutto simili a quella oggi nella Biblioteca Mazzaferro (si
tratta evidentemente di tre copie della stessa pubblicazione).
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| Fig. 3) La prima pagina della copia della Biblioteca Mazzaferro, con la firma di possesso di Zsolnay Krisztina |
Consultando gli archivi elettronici dell’Università di Belle
Arti (che contiene sul web la lista di tutti gli studenti iscritti dal 1870),
sono anche riuscito a scoprire che la firma di possesso contenuta nella
copia della Biblioteca Mazzaferro è quella di Krisztina Zsolnay [4], che vi ha
studiato tra il 1973 ed il 1978 specializzandosi in restauro di pitture
medievali. Ho anche trovato sull’internet numerosi dattiloscritti prodotti a
Budapest in ambito universitario durante gli anni Settanta con evidenti
somiglianze grafico-editoriali. Credo dunque che il fascicolo sia stato
realizzato all’interno dell'MKE, probabilmente nella seconda metà degli anni
Settanta del Novecento.
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| Fig. 4) Dal rapporto annuale della Biblioteca dell'Accademia Ungherese delle Scienze del 1978. Fonte: https://library.hungaricana.hu/en/view/MTAKonyvtarKiadvanyai_MBEJ_1978/?pg=6&layout=s |
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| Fig. 5) Verbali del Consiglio d’Università delle Belle Arti, 1971-1972. Fonte: https://library.hungaricana.hu/en/view/BME_ET_1971-1972/?pg=0&layout=s |
Le due copie conservate alla Biblioteca delle Belle Arti
sono invece registrate con data settembre 1991 e segnatura Lt. 33.689. Una
gentilissima bibliotecaria mi ha tuttavia spiegato che quella data corrisponde
alla ristrutturazione del catalogo, e che tutti i volumi preesistenti di cui
non esisteva data certa sono stata inclusi nel sistema informatizzato facendo
riferimento a tale dato cronologico. Insomma, quando il catalogo della
biblioteca fu ristrutturato nessuno dei responsabili sapeva con certezza quando
la traduzione fosse stata ultimata.
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| Fig. 6) Il timbro di registro di una delle due copie della Biblioteca del MKE |
Le schede nei due libri indicano che una delle due copie è
stata data in prestito tra 1995 e 1998, e l’altra tra il 2000 ed il 2009 [5]. Si
può dunque concludere che studenti e studiosi di Budapest abbiano continuato a
far uso della pubblicazione nel corso dei quarant’anni successivi agli anni
Settanta. Dal 2012 è disponibile una nuova e più moderna traduzione del testo
di Cennino in ungherese; ne è autore András Heitler, che è entrato
all’Università delle belle arti nel 1996, lì ha conseguito il diploma di restauratore
nel 2001 e continuato i suoi studi con un dottorato di ricerca tra 2007 e 2010,
fino a diventare docente nel dipartimento di restauro. Questo forse spiega la
ragione per la quale l’ultimo prestito della precedente traduzione anonima
risulti essere del 2009.
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| Fig. 7) Le schede del prestito delle due copie alla Biblioteca dell'MKE |
Sebbene il dattiloscritto sia stato realizzato all'MKE negli
anni Settanta, il testo originale è evidentemente precedente. Assai
probabilmente esisteva (e non è escluso che ancora esista negli archivi
dell’Università) un manoscritto che doveva essere scritto (come il
dattiloscritto) nell’ortografia in vigore nella lingua ungherese antecedente il
1954.
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| Fig. 8) Sandor Nagy, Il lago presso Szentjakab, 1908 |
L’introduzione dell’anonimo traduttore offre altri elementi
d’informazione per cercare di datare la traduzione. Ecco quanto vi si legge:
“Non vi è alcun serio
testo di riferimento sulla pittura in cui non si trovi ripetuta più volte la
frase: "Anche Cennini scrisse...". Sfortunatamente, il più delle
volte queste informazioni e citazioni non sono esatte, e a volte sono
addirittura contradditorie. Alla scuola di Gödöllő, Körosföi Krisch e Sandor
Nagy hanno fatto riferimento ai metodi usati nel passato per produrre pittura di
alta qualità. Lo hanno fatto, prima di tutto, per eliminare ogni influenza
tedesca sull’impressionismo naturalistico ed in secondo luogo per ricreare la
tradizione della pittura murale ungherese. Le regole e le ricette propagate da
Cennini possono essere riscoperte nelle loro pitture, grazie ai loro lavori.
Come professore all’Accademia, Sandor Nagy ha trasmesso ad una generazione di
pittori le tradizioni dei tempi di Cennino, come la pittura a tempera, il
disegno di base su gesso – e tuttavia non esattamente nel modo in cui operò il
maestro di Padova più di cinque secoli fa.
Vi sono ovviamente
numerose ragioni per tali differenze. Una delle cause principali è che la
traduzione tedesca di cui si faceva uso a Gödöllő non era né precisa né
completa. Inoltre la loro esperienza traeva beneficio da altri metodi che
avevano altre origini; i materiali usati da Cennini non erano inoltre più
disponibili, ed infine a volte vi erano stati errori nel tentativo di rimpiazzarli (ad
esempio nel tipo di gesso).
Più di venti anni fa sono
riuscito ad acquistare l’edizione più completa del libro di Cennini a Roma. È
uno solo dei molti libri tecnici sulla pittura che ho consultato con grande
attenzione per imparare la mia professione, compresa la doratura e la
preparazione della tempera. Se si cerca di leggere il libro di Cennini nella
teoria e nella pratica, è come se si volesse bere la più pura delle antiche
pozioni per poter divenire uno scienziato che possegga tutti i segreti della
pittura. Ovviamente, oggi esistono tecniche molto migliori e più evolute per
la preparazione della tempera, anche escludendo la tempera basata su plastica
per unire in modo stabile gli agenti (ovviamente, sarebbe un errore fare a meno
delle nuove tecniche. Lo stesso Cennini era convinto che i metodi moderni di
pittura fossero migliori degli antichi). Anche la pratica della pittura su muro
non può fermarsi all’affresco. Anche in questo caso vi sono tecniche nuove e migliori, basate su agenti plastici per la fusione che sono molto migliori per
i muri plastificati di oggigiorno.
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| Fig. 9) Sandor Nagy, Ave Miriam, 1904 |
Ho letto libri più
completi e migliori del Libro dell'Arte,
ma nessuno che sia così grazioso e bello e anche così illuminante. Andrea Cennini [sic] da Colle di Valdelsa si limita a descrivere
la professione artigianale, e solo nell’introduzione scrive sull’arte, ma quel
che vi scrive (se si toglie un po’ di polvere antica) brilla ancora, nella sua
essenza, come brillava ai suoi tempi. L’amore con cui lui scrive sulla sua
professione è ancora oggi perfettamente attuale, ed è un riferimento obbligato
per noi tutti – non solamente per noi artisti, ma per tutti i lavoratori.
Le ricette non sono
affatto cadute in disuso. I nuovi tentativi della pittura moderna per rendere
le superfici più interessanti, e per creare una grande diversità di risultati non
erano affatto sconosciuti ai maestri del Quattrocento. "Le tecniche di
produzione" delle superfici (incluso il rilievo in gesso, la bronzatura, la
stampa, la doratura, la coloratura in argento, l’uso della carta stagnola) sono
descritte in capitoli estesi, nello stile attento e dettagliato usato da
Cennino per fornire spiegazioni.
Al lettore spetta in
ultima analisi decidere che cosa gli piaccia e che cosa voglia utilizzare del
lavoro di Cennini. Ho pensato che fosse un dovere tradurre questo lavoro per
dare un’opportunità ai miei colleghi artisti e a tutti coloro che sono sempre
più interessati all’arte, cosicché essi possano conoscere il vero Cennino non
solamente da citazioni e riferimenti, ma nella sua completezza. Mi sembrano
degni di nota: la sua bella ingenuità sulla creazione del mondo, che chiede
aiuto fra l’altro a San Luca, il primo dei pittori cristiani; la sua descrizione
del disegno, della pittura, della pittura su tavola per altari, della doratura,
del rilievo in gesso, del disegno di insegne su tela, del modo come creare
forme in gesso ed infine come far uso di trucchi e tecniche differenti.
Sono sicuro che i
lettori sentiranno che la voce del maestro di Padova ha un messaggio per il
mondo d’oggi allo stesso modo in cui io l’ho sentita, quando ho avuto per la
prima volta nella mia mano il Libro dell'Arte. E non solamente ascolteranno le parole di Cennini, il più antico
libro della cristianità sulla pittura, ma avranno gran piacere a farne uso.”
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| Fig. 10) Sandor Nagy, Doppio ritratto, 1907 |
È del tutto evidente da quanto sopra che il testo non è
tradotto per l’insegnamento delle tecniche di restauro, ma è l’opera di un
pittore che scrive al servizio dei suoi colleghi.
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| Fig. 11) Rauscher Alajos, Accademia Reale Ungherese di Belle Arti, 1871 Budapest, foto del 1920 |
Da un punto di vista temporale, l’introduzione definisce tre
fasi: il momento in cui la traduzione è stata eseguita, il momento in cui il
testo italiano è stato acquisito a Roma, il momento in cui si sono diffuse in
Ungheria le tecniche ispirate a Cennini.
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| Fig. 12) Jenő Remsey, Ritratto della moglie, 1910 |
1. L'esecuzione della
traduzione. L’introduzione è sempre l’ultimo testo ad essere compilato in
un'opera. L’autore della traduzione scrive di aver concluso il suo
lavoro in una fase storica in cui l’insegnamento di Cennino Cennini è ancora
d’attualità, dal momento che osserva che i testi tecnici sulla pittura
maggiormente usati fanno ancora riferimento al Libro
dell’Arte come fonte autorevole. L’introduzione ha infatti avvio con
l’affermazione: “Non vi è alcun serio
testo di riferimento sulla pittura in cui non si trovi ripetuta più volte la
frase: "Anche Cennini scrisse...". Può l’autore aver scritto una
cosa del genere negli anni Settanta? Mi sembra assai improbabile. In quegli
anni l’insegnamento di Cennini è molto prezioso per i restauratori, ma non è
più utilizzato dai pittori contemporanei come fonte per sperimentare nuove
tecniche di affresco e tempera. L’ultima generazione di artisti contemporanei a
far tesoro del Libro dell’arte come
strumento d’ispirazione è quella che fiorisce negli anni Trenta e non opera
molto oltre la metà degli anni Quaranta: si pensi agli affreschi svizzeri di Severini, a quelli della Confraternita di San Luca in Polonia, oppure alla Fratellanza dell’affresco in Norvegia. Come spiegato da Zsuzsanna Benkő, in Ungheria
l’insegnamento di Cennino Cennini [6] ha un ruolo centrale nella discussione
estetica tra i primissimi anni del 1900 (quando Aladár Körösfői-Kriesch e
Sándor Nagy creano la colonia di Gödöllő) ed il 1944, quando viene sciolta
l’ultima delle società di artisti ispirata a quell’esperienza, ovvero la Spirituális Művészek Szövetsége (Società
degli artisti spirituali) creata da Jenő Remsey nel 1924.
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| Fig. 13) Jenő Remsey, Coro, 1943 |
Si può ipotizzare che l’anonimo ungherese sia tra gli ultimi
pittori ad interessarsi a Cennino come fonte di conoscenza per i pittori
contemporanei: immaginiamo dunque che egli operi come artista negli anni Trenta-Quaranta
e che la traduzione possa essere stata effettuata negli anni
Quaranta-Cinquanta. Vi sono due altri elementi che fanno pensare a questo
periodo. Primo, il testo non è mai stato pubblicato: una delle ragioni può
risiedere nel crollo del regime politico del maresciallo Horthy dopo la Seconda
Guerra Mondiale e nell’arrivo delle truppe sovietiche. Secondo, il testo
consiglia i pittori di far uso di nuovi colori industriali sia per la tempera sia
per l’affresco, invece che delle tecniche cenniniane: questo tema dell’uso di
colori industriali è un tema presente anche in altre traduzioni di Cennino
negli anni Trenta-Quaranta, come dimostrano le introduzioni delle edizioni rumena del 1936-1937 e norvegese del 1942.
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| Fig. 14) La ri-edizione del Libro dell’Arte di Renzo Simi nel 1933 |
2. L’acquisizione del
testo italiano. L’autore scrive: “Più
di venti anni fa sono riuscito ad acquistare l’edizione più completa del libro
di Cennini a Roma.” L’aggettivo ‘più
completa’ va letta con riferimento all’affermazione precedente, secondo cui
la versione tedesca del Trattato di
Pittura di Cennini, utilizzato dai maestri ungheresi, “non era né precisa né completa”. Dunque, l’anonimo fa un salto nel
passato di vent’anni: potremmo dunque essere tra gli anni Venti e Trenta. Egli
compie tuttavia un’inesattezza, perché le versioni ‘incomplete’ in circolazione
erano quella francese del 1911, famosissima per l’introduzione di Renoir, e quella romena già citata, ma non quella tedesca (per la precisione, ne esistevano
due: una di Albert Ilg, pubblicata a Vienna nel 1871 ed una di Jan Verkade pubblicata
a Strasburgo nel 1916). È probabile che l’autore si sia recato a Roma per un
viaggio di studio e che lì abbia avuto modo di apprendere la lingua italiana in
modo sufficientemente approfondito da poter leggere (e addirittura tradurre) un
testo scritto nella lingua volgare del Trecento (un’impresa non facile per uno
straniero). È possibile che egli abbia acquisito l’edizione Simi (del 1913, ma
ripubblicata nel 1933 e nel 1943) o quella Thompson (1932). Come già spiegato
in un post precedente sul tema, uno studio di Beáta Szlavikovszky contiene
l’indicazione che almeno quattro artisti ungheresi appartenenti ad orientamenti
stilistici compatibili si recarono in Italia per motivi di studio negli anni Venti-Trenta [7]: tra di essi vi è il fondatore della Societá Cennini (Cennini Társaság), ovvero György
Leszkovszky (1891-1968) nel 1930. Gli altri sono Ernö Jeges (1898-1956) nel
1931, Béla Kontuly (1904–1983) nel 1928 e nel 1929, ed infine C. Pal Molnar (1894–1981) nel 1928, 1929 e nel 1930. Va aggiunto che un prezioso articolo di Julianna
P. Szűcs [8] chiarisce il ruolo importante che l’arte italiana ebbe sull’arte
ungherese d’ispirazione religiosa in quegli anni; vi sono certamente molti
altri artisti che subirono il fascino della cultura italiana, si stabilirono in
Italia e che potrebbero essere stati in grado di tradurre successivamente il
testo, una volta tornati in Ungheria.
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| Figure 15-17) Estratti dallo scritto di Sandor Nagy sulla ‘Tecnica pittorica’ nell’annuario 1934-1935 dell’Accademia Reale Ungherese delle Belle Arti di Budapest |
3. L’affermazione
delle tecniche pittoriche di Cennino in Ungheria. L’introduzione ricorda
che “come professore all’Accademia,
Sandor Nagy ha trasmesso ad una generazione di pittori le tradizioni dei tempi
di Cennino”. Ne è testimonianza l’annuario 1934-1935 dell’Accademia di
Belle Arti, che include un lungo scritto (pagine 27-44) di Sandor Nagy su “La
tecnica pittorica” (A festészeti
technikáról). Il testo, che si apre con una citazione di Cennino, contiene
una trattazione sulla tempera. Va notato che un’impresa industriale di colori,
la Müller di Budapest, avvia nel 1911 la commercializzazione dei colori a
tempera di Gödöllő (si veda la pubblicità del catalogo del Salone nazionale ungherese del 1915) [9]. Il tema del confronto tra
le tecniche cenniniane e quelle industriali è anche al centro di un precedente
articolo del pittore Erik Bogdánffy Pauly (1869-1918) su “Pittura e
tecnologia”, pubblicato sulla rivista Művészet
(Arte) del 1910 [10]. Anche in questo caso l’articolo inizia con una citazione
di Cennini, e prosegue con una descrizione dei nuovi prodotti industriali che
giungono dalla Germania.
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| Fig. 18) Pubblicità dei colori a tempera di Gödöllő, prodotti dall’impresa Müller. Fonte: https://library.hungaricana.hu/hu/view/ORSZ_NEMG_NemzetiSzalon_1915_1917/?pg=620&layout=s |
In conclusione: nessuna delle informazioni raccolte in
questi tre anni consente purtroppo di individuare l’anonimo traduttore del Libro dell'Arte. E tuttavia abbiamo motivo per credere che egli sia stato un pittore
che fu in Italia negli anni Trenta e tradusse il testo al più tardi negli anni Cinquanta. Poi di lui si perse ogni traccia.
La ricostruzione cronologica qui compiuta spiega forse le
ragioni per le quali la conoscenza dell’identità dell’autore è andata persa. È
infatti verosimile che la traduzione del Trattato
della pittura sia stata completata proprio negli anni in cui il cambiamento
politico di regime impedì all’autore – forse un pittore attivo come insegnante
all’Università di Belle Arti – di procedere alla pubblicazione: la scuola di Gödöllő
era caduta politicamente in disgrazia e l’ultimo gruppo di artisti che ad essa
si ispirava (la già citata Società degli
artisti spirituali) era stato smantellato. In quegli anni rivelare il
proprio passato di ammiratore di Cennino Cennini alle nuove autorità, anche
solamente firmando una traduzione di un pittore medievale italiano, poteva
essere assai pericoloso. Il manoscritto rimase dunque un segreto ben custodito
all‘Accademia di Belle Arti fin quando qualcuno (l’autore stesso, ormai
anziano? un suo allievo? un professore di tecniche del restauro?) decise di
trascriverlo in forma di dattiloscritto, forse nella seconda metà degli anni Settanta, per rendere il testo disponibile agli studenti di restauro
dell’Università di Belle Arti. Nulla può essere escluso: forse si sapeva chi
fosse l’autore della traduzione, ma si decise di nascondere il nome dell’autore
per proteggerlo; oppure il ricordo si era già perso, ma si decise tuttavia di
pubblicare il testo come materiale didattico per studenti di restauro di opere
medievali. In ogni caso, l’interesse non era più concentrato sull’introduzione
e le considerazioni in merito alle dinamiche stilistiche dell’arte ungherese del Novecento (le due
pagine iniziali che forse nessuno più leggeva), ma sulle tecniche pittoriche di
origine giottesca. È la parabola che lo scritto di Cennino ha sperimentato
ovunque in Europa, ma che in Ungheria è ancora caratterizzato da un segreto
irrisolto.
Abbiamo già detto che la chiave – se esiste – per svelare il
mistero dell’identità del traduttore è forse ancora contenuta negli archivi dell'MKE. Solamente una ricerca da parte di storici dell’arte nelle carte
dell’Università delle Belle Arti permetterà un giorno di trovare il
manoscritto e verificare se esiste una firma. A quel punto si potrà sapere se
il testo di Cennino fu tradotto da uno dei grandi artisti della secessione
ungherese, da un altro artefice di livello o da un pittore oggi dimenticato, e
comprendere a pieno il significato di questa versione oggi anonima.
Proprio nei mesi scorsi (tra il 21 ottobre ed il 4 dicembre 2016)
si è tenuta al MKE una mostra dal titolo “Prima
della rivoluzione. L’Accademia Ungherese di Belle Arti tra 1945 e 1956.” La
documentazione in inglese [11] spiega che la ripresa dell’attività accademica (avviata
nel 1945) fu caratterizzata da un numero relativamente modesto di epurazioni ed
un approccio abbastanza tradizionale fino al 1949. Da notare che il restauro
era integrato nello studio della pittura, e non ancora un indirizzo di studio
separato, come succederà dagli anni Sessanta; se ne occupava il pittore Nándor
Kapos (1900-1969).
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| Fig. 19) Nándor Kapos, La pavimentazione, senza data (pastello su tela) |
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| Fig. 20) Nándor Kapos, Meditazione, senza data (pastello su tela) |
I pochi docenti di pittura epurati tra 1945 e 1950 [12]
avevano tutti contatti importanti con l’Italia, ma nessuno sembra riconducibile
alle scuole cenniniane a Gödöllő. Nel
1950 si verificò invece un vero e proprio repulisti: con due soli eccezioni, anche tutti i docenti con cui era stata ripresa l’attività scolastica dopo la guerra
furono allontanati [13]; tra di essi vi era anche quel Béla Kontuly già citato
per la sua permanenza in Italia tra 1928 e 1929. Si sospese l’insegnamento
delle materie umanistiche per sostituirle con marxismo e russo. Si tennero
‘conferenze ideologiche’ ed iniziò una fase di repressione che coinvolse come
vittime – in pieno stile stalinista – gli stessi docenti nominati dal nuovo
regime. Quando nel 1956 vi fu l’insurrezione contro l’occupazione sovietica,
l’Accademia fu uno dei centri della rivolta (venne creato un “Comitato
Rivoluzionario dell’Accademia Ungherese delle Belle Arti") e proprio davanti
all’edificio si tennero alcuni dei combattimenti più violenti, che portarono
alla morte di alcuni studenti). Seguì una seconda durissima repressione.
Forse il testo fu tradotto da uno degli insegnanti epurati nel corso di
pittura, tenuto nascosto per vent’anni e riscoperto negli anni Settanta?
Non posso dunque che concludere con un appello. Quel che si
poteva fare per identificare il pittore ungherese che tradusse il trattato di
Cennino Cennini senza metter mano alle carte del MKE si è fatto. È ora compito
dell’istituzione di Budapest di cercare di identificare chi, in quei decenni
movimentati, possa essere stato l’autore della traduzione.
NOTE
[2] Si veda: http://vonnegutantikvarium.com/konyvek/search
[3] Si veda: http://antikva.hu/festeszet/trattato-della-pittura
[4] Si veda http://www.mke.hu/about/hallgatoi_adatbazis.php/z?order=title&sort=desc. Krisztina Zsolnay è stata una restauratrice di fama negli anni 80 e 90 in Ungheria
[5] La prima copia è stata consultata anche da Barbara Follárd, oggi affermata artista, nata nel 1976 e studente all’accademia tra 1995 e 2000 (il libro è stato preso in prestito durante l’ottobre 1995, ovvero nel primo anno di studi) e da Tibor Gyôri, studente alla fine degli anni Ottanta, ed oggi disegnatore ed autore di fumetti (anch’egli lo prese in prestito durante il primo anno di studi, nel 1997).
[6] Si veda l’ottimo saggio di Zsuzsanna Benkő su “La Società Cennini. L'influenza del Trattato della Pittura di Cennino Cennini sulla vita e le opere della colonia artistica ungherese di Gödöllő e su György Leszkovszky” pubblicato in questo blog. Della stessa autrice si può leggere un sunto in inglese di una recente mostra su Jenő Remsey (http://godolloimuzeum.hu/wp-content/uploads/2014/08/GVM_Remsey-katalogus_2010.pdf)
[7] Beáta Szlavikovszky, Fejezetek a Magyar-olasz kulturális kapcsolatokról 1880-1945 között (Capitoli delle relazioni culturali ungherese-italiano fra 1880-1945), Pázmány Péter Catholic University, Faculty of Art, 2009
[8] Julianna P. Szőcs, Az egyázmövészet útja a Római Iskola felé (Dall’arte sacra alla scuola di Roma), in Ars Hungarica 1981/1. Vorrei ringraziare Dorottya Nagy per aver tradotto in inglese quest'articolo, i cui contenuti vanno ben oltre l'argomento di quest'articolo, ma forniscono un quadro molto utile sui movimenti artistici religiosi fra Ungheria e Italia nel periodo fra le due guerre mondiali.
[9] I colori debbono essere stati commercializzati in tutto l’impero austroungarico, dal momento che vi è un riferimento ad essi anche in tedesco come Gödöllöer Temperafarben. Si veda Beltinger Karoline and Nadolny Jileen, Painting in Tempera, c. 1900, a cura dell’Istituto Svizzero per la Ricerca sull’Arte, Londra, 2016, Archetype Publications, 263 pagine. Citazione a p. 150
[10] Si veda http://www.mke.hu/lyka/09/242-249-technika.htm.
[12] Si tratta di Gyula Rudnay, István Boldizsár e Rezső Burghardt.
[13] Si tratta dei seguenti docenti: Nándor Lajos Varga (rettore), Béla Kontuly, Gedeon Gerlóczy, Emil Krocsák, István Szőnyi, László Kandó, Zsigmond Kisfaludi Strobl, Jenő Elekfy, István Kákonyi.





















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