Pagine

venerdì 4 novembre 2016

Max Liebermann. Briefe [Lettere]. Raccolte, commentate ed edite da Ernst Braun. Volume Secondo (1896-1901). Parte Prima


CLICK HERE FOR ENGLISH VERSION

Scritti di artisti tedeschi del XX secolo - 9

Max Liebermann
Briefe [Lettere]
Raccolte, commentate ed edite da Ernst Braun


Volume Secondo (1896-1901)

2011, 590 pagine, Baden-Baden, Deutscher Wissenschaftlicher-Verlag (DWV)

Parte Prima
Recensione di Francesco Mazzaferro


[Versione originale: novembre 2016 - nuova versione: aprile 2019]

Fig. 1) Max Liebermann, Una via di Milano, senza indicazione di data (Pubblicato in Pan, IV, 1898, N. 3, p. 142 http://digi.ub.uni-heidelberg.de/diglit/pan1898_99_2/0008?ft_query=Liebermann&action=fulltextsearch&navmode=fulltextsearch)

Il secondo tomo dell’epistolario di Liebermann coincide con la consacrazione dell’uomo e dell’artista. È per questo che ad esso dedico una recensione in due parti. Sono anni importanti per Liebermann e per l’arte tedesca, con la nascita della Secessione di Berlino. È il periodo del successo berlinese, a trent’anni dall’inizio della sua attività artistica. Tra 1896 e 1901 – ovvero tra i 49 e i 54 anni – Liebermann riceve nella capitale tedesca le onorificenze che prima di allora aveva ottenuto solo all’estero (ad esempio la francese Légion d’Honore [1]); fa ingresso nell’Accademia Reale delle Belle Arti (dove era stato respinto due volte negli anni precedenti) anche grazie all’insperato sostegno di Anton von Werner, suo rivale storico e, una volta raggiunta una situazione di pieno riconoscimento sociale e professionale, si concede il lusso di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Come vedremo nella seconda parte del post, fonda e diventa presidente della locale Secessione, dando quindi vita a un circuito organizzato per la commercializzazione delle opere d’arte parallelo a quello tradizionalmente operante nella capitale, ed organizza quattro esibizioni, nel 1899, 1900 e due nel 1901. Le mostre si rivelano grandi successi commerciali e di pubblico, e soprattutto dimostrano che anche a Berlino vi è spazio per un’opposizione organizzata al di fuori dei circuiti artistici più conservatori, legati alla casa regnante e dunque particolarmente forti in città. Nello stesso tempo, la sua vastissima rete di contatti nel mondo dell’arte e la creazione del circuito commerciale alternativo lo aiutano ad affermarsi come pittore anticonformista di grande successo; nel 1900 gli viene dedicata una monografia (circostanza rarissima in quegli anni per artisti viventi). Come vedremo alla fine della seconda parte di quest’articolo, la contropartita del successo è anche l’invidia: per la prima volta, nel 1901, il pittore viene investito in prima persona da un’ondata di antisemitismo e nazionalismo, sia pur confinata all’attività di un critico d’arte minore, che si cela dietro a uno pseudonimo. Liebermann viene dunque attaccato proprio per essere un esponente di spicco di un nuovo centro di potere nel mercato dell’arte tedesco, coagulatosi intorno a lui e ai cugini Cassirer, astri nascenti del commercio e dell’editoria d’arte. È con la sua risposta a quest’attacco che si conclude il secondo volume di lettere.

Mi sembra importante proporre una lettura critica del carteggio. Abbiamo certamente a che fare con un personaggio di primo piano della vita culturale berlinese, che tuttavia è sempre meno pittore (nel senso di autore di nuove tele) e sempre più organizzatore del proprio successo e di quello di un gruppo di artisti a lui legati o in sintonia con le sue idee. In generale, il carattere delle lettere sembra tradire un certo imborghesimento: forse a causa dell’età, o forse per il gusto di atteggiarsi a membro del mondo accademico, nelle sue missive abbondano improvvisamente le citazioni dotte in latino, e lo stile – un tempo più discorsivo ed agile – si fa a volte pesante [2]. Un altro dei segni dei nuovi tempi è la maggiore attenzione che Liebermann dedica alla riproduzione fotografica e alla gestione dei diritti delle opere dipinte nel passato, più che alla creazione di nuove opere. Moltissime lettere sono dedicate esclusivamente a questo tema [3]: si tratta il più delle volte di far fotografare tele esposte nei musei, in modo tale che possano essere riprodotte su libri, cataloghi, fascicoli e riviste. Nel 1897 sono anche citate per la prima volta le diapositive, che servono al critico d’arte Alfred Koeppen per tenere una conferenza all’università sul pittore [4]. 

A giudicare dalla corrispondenza, si direbbe quasi che ormai, nel corso del periodo dell’anno trascorso a Berlino, Liebermann svolga soprattutto il ruolo di grande impresario dell’arte, dedicando alla pittura solamente qualche ora al giorno e soprattutto i tre mesi di vacanze nell’amatissima Olanda. Il suo mondo, che una volta si estendeva ben al di là di Berlino (con importanti attività a Parigi, Monaco, Amburgo e Dresda), sembra sempre più rinchiudersi nella capitale tedesca, dove si crea un legame commerciale fortissimo con la nuova galleria dei cugini Paul and Bruno Cassirer. Liebermann si permette anche il lusso di agire giudizialmente contro l’amministrazione della città per essersi visto negare la possibilità di sopraelevare la casa di famiglia, nella centralissima Pariser Platz, allo scopo di ricavare uno studio nel sottotetto (l’amministrazione si era opposta per preservare il profilo originario della piazza, che affaccia sulla Porta di Brandeburgo). La lite giudiziaria si conclude con una sentenza favorevole, che Brand trascrive nel volume [5]. Nel settembre 1898 Liebermann annuncia trionfante a Tschudi che i lavori sono terminati e saluta la conclusione della vicenda “come una dimostrazione di libera cittadinanza contro l’arbitrio della polizia” [6].


Fig. 2) Berlino, La Pariser Platz nel 1894

Ma al di là degli indizi che sembrano evidenziare un atteggiamento a tratti troppo sicuro di sé, le ragioni per porsi interrogativi su questi anni sono soprattutto legate all’avvio dell’esperienza della Secessione: almeno nel secondo volume del carteggio non è immediatamente evidente quali siano le ragioni estetiche di protesta che legano gli artisti che vi partecipano. Più che far sì che alle esposizioni partecipino artisti giovani, facendo in modo che i nuovi spazi espositivi accolgano nuovi talenti e promuovano nuove idee, Liebermann, da Presidente, sembra volersi assicurare che le mostre ospitino opere di artisti ormai consolidati in Germania (Leibl) oppure già celebri al di fuori del paese (Rodin). L’impressione è che manchi un indirizzo comune. In materia estetica Lieberman esprime infatti posizioni nettissime contro il simbolismo e si dichiara a favore di una pittura tutta ispirata alla celebrazione della natura e della rappresentazione delle persone all’aria aperta; tuttavia, la Secessione che egli presiede si dimostra movimento tutt’altro che uniforme in tal senso. Sembra prevalere la (logica) aspirazione a che le esposizioni registrino un successo di vendite, beneficiando anche della nuova febbre collezionistica che rende la nuova media borghesia tedesca di quegli anni (costituita da notai, avvocati, medici, dentisti, ecc..) affamata di dipinti degli impressionisti e dei post-impressionisti francesi. Insomma, in un universo in cui altrove le secessioni sono a volta caratterizzate dal mito dell’artista-profeta (si pensi a Klimt, Schiele, Munch, Hodler), quello di Liebermann è un mondo con i piedi per terra (mi si permetta un parallelo inconsueto: Liebermann non sembra un Andy Warhol degli anni Settanta, ma un Jeff Koons dei nostri tempi). Cercheremo di leggere le sue lettere insieme ad altri testi estesi in quegli anni, alcuni dei quali scelti e proposti con grande capacità da Ernst Braun nell’appendice al volume, per avanzare alcune considerazioni su luci e ombre della nascita dell’avanguardia pittorica tedesca sul sorgere del nuovo secolo.


Pittore ed imprenditore

Fig. 3) Reinhard e Lindner, Foto di Max Liebermann,
Fonte: Hans Rosenhagen, Max Liebermann, 1900 https://archive.org/stream/liebermann00rose#page/2/mode/2up

Anche nel secondo tomo le lettere confermino l’immagine di Liebermann come uomo con grande senso della concretezza, ottime capacità organizzative, fiuto negli affari e facilità nel tessere e coltivare i rapporti interpersonali. Ma Liebermann è ancora un pittore?

Basta leggere quel che scrive a Max Linde nel febbraio 1898 per capire che la domanda è legittima: almeno a Berlino, egli è divenuto un uomo pubblico: “Purtroppo riesco a dedicarmi poco al lavoro: cene tutte le sere, in cui non posso mangiare o bere niente a causa dei miei molteplici malanni: durante il giorno moltissimi impicci burocratici e difficoltà le più varie, visite, lezioni a studentesse ed altre stupidaggini” [7]. Nel primo tomo delle lettere lo abbiamo visto impegnato in una intensa produzione durata più di vent’anni, durante i quali la sua opera evolve da soggetti fiamminghi prevalentemente rurali alla ritrattistica ed al paesaggio; il secondo volume fa quasi sorgere l’impressione che la pittura sia divenuta un’attività secondaria, tutta concentrata nei mesi estivi passati in Olanda. Vi è a mio parere una sola eccezione: per la prima volta Liebermann si cimenta con la pittura su muro, accettando l’incarico affidatogli dalla famiglia Schnitzler di dipingere le stanze del Castello di Klink nel Meclemburgo (il ciclo è andato perduto alla fine della seconda guerra mondiale). 

Fig. 4) Max Liebermann, Giovane pastore,
riproduzione della pittura murale (perduta) nel Castello di Klink, Meclemburgo, 1898.
Fonte: https://archive.org/stream/maxliebermanndes00paul#page/118/mode/2up/search/klink

Fig. 5) Max Liebermann, Famiglia di lavoratori,
riproduzione della pittura murale (perduta) nel Castello di Klink, Meclemburgo, 1898.
Fonte: https://archive.org/stream/maxliebermanndes00paul#page/116/mode/2up/search/klink
Il ciclo di pitture murali (non erano affreschi, ma oli su tela appoggiati su muro) rappresenta per il pittore una nuova sfida, che lo porta a confrontarsi con il problema della monumentalità dell’arte. È un tema che discute più volte con Bode [8]. Poi annuncia a Max Linde: “Le farà sicuramente piacere sapere che il Signor Schnitzler – sua moglie è membro della famiglia Borsig – mi ha dato l’incarico di dipingere una stanza nel suo castello. Gli schizzi gli sono talmente piaciuti che mi ha concesso tutto quello che gli avevo chiesto. E poiché posso dipingere quel che volevo, la cosa mi fa davvero piacere. Speriamo che se ne faccia qualcosa di discreto e che in seguito l’amministrazione statale finalmente si decida ad assegnarmi un mandato. In fin dei conti si diventa vecchi e si vorrebbe anche aver fatto qualcosa di grande, anche dal un punto di vista spaziale. È vero che l’arte non si misura in metri quadrati e che un piccolo Degas è più grande della più grande crosta accademica” [9]. E con una chiara allusione sessuale conclude: “Ma un uomo può ben volere provare di tanto in tanto delle novità” [10]. A Kollmann confida: “Solo il futuro mostrerà se riuscirò in questo compito, ma comunque la cosa mi interessa enormemente” [11]. 

Fig. 6) Max Liebermann, L’autunno, riproduzione della pittura murale (perduta) nel Castello di Klink, Meclemburgo, 1898. Fonte: https://archive.org/stream/maxliebermanndes00paul#page/114/mode/2up

Fig. 7) Max Liebermann, L’estate, riproduzione della pittura murale (perduta) nel Castello di Klink, Meclemburgo, 1898. Fonte: https://archive.org/stream/liebermann00rosegoog#page/n102/mode/2up

Fig. 8) Max Liebermann, L’inverno, riproduzione della pittura murale (perduta) nel Castello di Klink, Meclemburgo, 1898. Fonte: https://archive.org/stream/maxliebermanndes00paul#page/116/mode/2up/search/klink
Fig. 9) Max Liebermann, Donne che raccolgono legna, litografia pubblicata su Pan, 5, IV, 1899, p. 205
http://digi.ub.uni-heidelberg.de/diglit/pan1899_1900_2/0099?sid=17f9246985ad38d24ed7eda39a1c739e

Con l’eccezione del ciclo per il castello di Klink, la quantità di nuove opere d’arte viene a dipendere dalla produttività delle estati olandesi. Nel febbraio 1897 Liebermann scrive ad uno dei suoi agenti principali, Albert Kollmann, per descrivere gli eventi dell’estate precedente: “Da Londra sono andato, come sempre, a Laren, dove ho dipinto un po'. Qui [a Berlino] ho fatto alcuni ritratti. In generale gli affari vanno proprio bene, soprattutto a Francoforte dove – dopo la personale di due anni fa – sono rimasti venti quadri” [12]. Torna a Laren nel luglio 1897 [13] ed ancora l’anno dopo. Nell’agosto 1898 si giustifica con Tschudi per non averlo seguito a Parigi e Londra: “Avevo assolutamente necessità, dopo nove mesi, durante i quali avevo prodotto così tanta spazzatura nello studio, di lavorare di fronte alla natura. E nelle cinque settimane a Laren ho dipinto più che potevo, nonostante il tempo orribile” [14] Nell’estate 1900 è prima a Leiden [15] e poi a Scheveningen [16]. Scrive scherzosamente: “Nei tre mesi in cui sono stato in Olanda (…) ho dipinto cavalli e donne nude (ma non a cavallo)” [17].


Alla ricerca della notorietà

Uno dei temi ricorrenti di questi anni è il desiderio di acquisire notorietà: aspirazione del tutto comprensibile, se si pensa che il pittore è ormai attivo da tre decenni, e che ora gli si presentano nuove occasioni, che devono essere colte al volo.

Fig. 10) Foto di alcune sale della Galerie du Luxembourg.
Fonte: Léonce Bénédite, Le Musée du Luxembourg, 1894 http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k56271312/f29.image

Tale ricerca si manifesta nel tentativo permanente di ottenere dagli organizzatori delle mostre le migliori condizioni di esposizione delle opere, in particolare quando si tratta di mostre internazionali. Va detto, a questo proposito, che le esibizioni di quegli anni sono caratterizzate da criteri espositivi del tutto diversi da quelli odierni: tutto lo spazio sulle pareti è usato fino all’ultimo centimetro, ed i quadri sono piazzati secondo un’implicita gerarchia di valore: quelli di maggior pregio devono essere più accessibili allo sguardo del visitatore (si dice allora, usando un’espressione francese, che sono en pleine cimaise), mentre agli altri deve essere riservato ogni altro spazio disponibile, inclusi luoghi che non sono bene illuminati e che risultano di difficile osservazione.

Nel febbraio 1896 Liebermann viene a sapere dal paesaggista Otto Feld (1860-1911), appena trasferitosi a Parigi, che un suo quadro esposto al Palais du Luxembourg, il museo dove all’epoca si tengono le mostre dei contemporanei, è mal piazzato. Si tratta de La birreria di Brannenburg, un’opera del 1893. Risponde al collega ringraziando, ma gli confida di aver contatti insufficienti per assicurarsi una posizione migliore [18]. Tuttavia contatta immediatamente il direttore della Galleria di Dresda Woldemar von Seidlitz, di cui conosce i buoni rapporti con il direttore del Luxembourg, Léonce Bénédite, chiedendogli di intercedere a suo favore. Per suo tramite riceve un mese dopo la reazione stupita del conservatore del museo parigino: “Le confesso, in tutta sincerità, di essere stato assai sorpreso dell’osservazione che lei mi ha fatto a proposito della disposizione di questo quadro. È al centro di una parete, attorniato da opere che non gli fanno alcun torto, esposto ad un’ottima luce ed ha ottenuto un successo legittimo. Avrei avuto difficoltà ad esporlo meglio” [19]. Va detto che sono parole sincere: il quadro viene acquisito dal museo e lo stesso Bénédite lo include nel catalogo ufficiale (l’opera è ancora oggi conservata a Parigi al Musée d’Orsay).


Fig. 11) Il quadro di Liebermann nel catalogo dei dipinti del Musée du Luxembourg,
nell’edizione curata da Léonce Bénédite nel 1912.
Fonte: http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k6463184s/f245.image

La situazione si ripete nel 1900, a riprova del fatto che per Liebermann il modo in cui le sue opere sono esposte in mostre collettive parigine è aspetto di grande importanza. Siamo all’Esposizione Internazionale Universale di Parigi del 1900, a cui il pittore partecipa con il quadro ‘Vecchia con capre’ di dieci anni prima; è un suo cavallo di battaglia, esposto al Kunstverein di Monaco, dove ha ottenuto nel 1890 la medaglia d’oro (si veda la recensione al primo volume di lettere), e ancora oggi custodito nella Neue Pinakothek della capitale bavarese. La mostra parigina si tiene ancora una volta alla Galerie du Luxembourg, dove evidentemente è costume disporre i quadri in modo tale da occupare tutti gli spazi. La sezione tedesca della mostra parigina è organizzata da Lenbach, un famoso pittore monacense che egli conosce personalmente da molti anni (si sono incontrati ancora trentenni a Venezia nel 1878), ma con cui non mancano occasioni d’attrito: Lenbach è infatti fiero avversario di tutti i movimenti secessionisti. Liebermann ha appena ricevuto la notizia, da un imprecisato amico che ha visitato la mostra, che il suo quadro è esposto sopra ad un’opera di Eduard Gebhardt (1838 -1925), esponente della scuola di Düsseldorf e pittore religioso di scuola realista, fortemente ispirato alla pittura rinascimentale tedesca. La notizia gli è insopportabile, e lo spinge ad inviare immediatamente un telegramma a Lenbach e una lettera al collega Max Fritz (1849-1913?), altro pittore a cui è stato dato l’incarico di occuparsi degli interessi dei berlinesi alla mostra di Parigi [20]. Liebermann reclama un’esposizione en pleine cimaise. È il 24 aprile 1900. Lenbach non risponde al telegramma. Dopo quattro giorni Liebermann scrive ad August Schricker (1838-1912), direttore del museo di Strasburgo (allora tedesca), lamentandosi che l’esposizione parigina ospiti ben 14 opere di Lenbach, e dunque insinuando che la sua opera sia in realtà nascosta al pubblico parigino in modo da privilegiare commercialmente le opere del maestro monacense: se il suo quadro non viene esposto diversamente - annuncia Liebermann - lo ritirerà [21]. Correda la propria lettera con una pubblicazione di Lichtwark, critico d’arte che gli è amico e che contiene una serie di critiche positive a suo favore, e rivendica di essere un rappresentante importante dell’arte tedesca contemporanea.

La lettera deve produrre qualche effetto. Max Fritz gli fa sapere che il quadro è stato spostato, e descrive la nuova posizione come ‘molto favorevole’. E tuttavia Liebermann non si fida e fa controllare all’amico giornalista Theodor Wolff (1868-1943), all’epoca corrispondente da Parigi del quotidiano Berliner Tageblatt. Quest’ultimo conferma lo spostamento, ma parla solamente di un miglioramento relativo nel posizionamento. Una seconda lettera a Max Fritz, del 29 aprile, pone un nuovo ultimatum alla Galleria: o il quadro viene posto en pleine cimaise o viene ritirato. Liebermann aggiunge di essere uno dei pochi artisti tedeschi conosciuti a Parigi e che la mostra ne guadagnerebbe [22]. Lo stesso 29 aprile Lenbach invia da Parigi un telegramma risentito: “Il suo corrispondente le ha mentito oppure è cieco: il suo quadro è ad un’altezza appropriata (perfettamente in linea con la sua composizione) nella sala più bella” [23]. E a riprova dell’accesa rivalità tra Monaco e Berlino, Lenbach aggiunge: “Siamo stati davvero delusi da Berlino. Avreste dovuto inviarci molto di più; le opere che abbiamo ricevuto dal promettente Scarbina, da Menzel e dagli altri talenti non erano davvero il meglio; nulla da von Werner, da Begas, solamente due acquarelli insignificanti da Menzel…” [24]. Liebermann replica il 1° maggio, con una lettera a Theodor Wolff: scrive che “da 10-12 anni, ovvero da quando ho iniziato a guadagnare autorevolezza in Germania, Lenbach ha la massima avversione per la mia arte (in cui vede a ragione il più pericoloso nemico per la propria)” [25]. Gli confida di considerare Max Fritz come una vera e propria nullità sia come artista sia come uomo. E poi spiega: “I francesi attribuiscono alle opere, nella giuria d’ammissione, i numeri 1, 2, 3 ecc.  Il numero 1 deve essere piazzato nella fila più bassa; si parla dell’honneur de la cymaise [sic], ed un quadro che viene rispettato è appeso sulla cymaise. Questo diritto mi spetta a maggior ragione, dal momento che io espongo un solo quadro, mentre Lenbach ne ha undici, Stuck tre, e tutti questi sono naturalmente posti in basso. (…) Se Lenbach è talmente egoista da voler mostrare undici dei suoi quadri, mentre ai berlinesi ne è concesso uno solo, almeno deve piazzarlo bene” [26].

Insomma, quello che sembra un botta e risposta tra due colleghi dispettosi è invece una vera e propria battaglia per dare a Parigi maggiore o minore visibilità all’arte del nord o del sud della Germania (qualcosa di simile si verifica nei decenni successivi anche alla Biennale di Venezia, dove la soluzione viene trovata nell’applicare la regola dell’alternanza, che assegna la priorità una volta a Berlino ed una volta a Monaco). È anche un segno delle tensioni tra i due gruppi secessionisti (nelle lettere Liebermann critica non solamente Lenbach, ma anche Stuck, e dunque non solamente i pittori accademici ma anche i secessionisti).




Il primo settembre Liebermann scrive al critico Hans Rosenhagen (che – come vedremo – ha appena pubblicato un libro su di lui): “La sua osservazione che i monacensi sarebbero irritati con noi è per me difficile da comprendere: avremmo molte più ragioni per esserlo noi con loro. A Parigi ci hanno semplicemente sacrificato e non hanno osato opporsi al moloch Lenbach. Lenbach e Werner, questa nobile coppia di dioscuri che cerca in parallelo di elevarsi a Bismarck dell’arte, sono entrambi egualmente pericolosi. Non capisco perché la Secessione di Monaco non se ne renda conto: Slevogt e compagni dovrebbero intervenire energicamente contro il tiranno: i capi della Secessione sono troppo molli o sono marginalizzati con veri e propri diktat. Spero che lo scandalo di Parigi - perché non si può chiamare altrimenti la mostra dei tedeschi - aprirà gli occhi alla gente. Lenbach è ancora più pericoloso di Werner, perché, oltre alla sua brutalità bovina, ha anche talento” [27].


Fig. 12) Un fascicolo del 1902 che raccoglie tutti gli interventi sulla “Decadenza di Monaco come città d’arte

E conclude: “Purtroppo i liberali – sia nell’arte come pure in generale – non sono fra loro uniti, mentre Werner e Lenbach, pur agli antipodi, si alleano immediatamente contro di noi. Predicano la lotta contro i retrogradi, che sia a Berlino o a Monaco. Il flirt a Monaco tra la secessione ed il principe ereditario sarà pagato a caro prezzo. Si può avere forza solamente se si può contare sulla propria.” [28]. Un anno dopo, nel 1901, Rosenhagen animerà la polemica sulla “Decadenza di Monaco come città d’arte”, con un articolo [29] cui seguirà una polemica che avrà uno strascico molto lungo.


Perché il centro degli affari di Liebermann si sposta da Monaco a Lubecca

Un elemento che differenzia il carteggio nel primo e nel secondo tomo è il diverso atteggiamento del pittore nei confronti di Monaco, che è la città dove ha studiato nei primi anni Ottanta e che ancora preferisce come centro d’arte fino ai primi anni Novanta. Monaco diviene una città sempre più ostile e lontana nel corso dell’ultimo decennio del secolo. Al contrario Liebermann si interessa sempre più alla vita artistica della Germania del nord e (probabilmente per il risultato di una serie di casualità che si materializzano attorno al 1897) in particolare a Lubecca. È qui che si trasferisce Albert Kollmann, suo storico agente che lo aveva aiutato agli esordi ed aveva commercializzato i suoi quadri a Monaco. È qui che risiede l’oculista Max Linde, passato alla storia come collezionista d’arte impressionista e del primo Novecento e come mecenate di Edvard Munch, ma sicuramente anche grande sostenitore dell’opera di Liebermann. Linde è una figura a cui Liebermann riserva sempre un trattamento di favore: quando gli dipinge un ritratto e la moglie sembra non gradirlo particolarmente, si dice subito disposto ad apportare modifiche [30] e si offre di partire immediatamente per Lubecca (che diventa una meta frequente) [31]; o addirittura a dipingerne un secondo [32] (alla fine il ritratto sarà accettato nella sua forma originaria) [33]. Ed un grande amico di Linde è il critico d’arte Hans Rosenhagen, anch’egli di Lubecca, che diventerà uno dei sostenitori più fedeli di Liebermann.

Insomma, il baricentro degli interessi del pittore si sposta da Monaco a Lubecca, soprattutto grazie alla triangolazione Kollmann-Rosenhagen-Linde, che occupa tanta parte del carteggio nel secondo volume, mentre l’interesse per la capitale bavarese, prevalente nel primo tomo delle lettere, va scemando.

I giudizi su Monaco sono sempre più scettici. Subito dopo l’elezione al Senato dell’Accademia di Berlino, Liebermann scrive a Bode: “Se Anton von Werner [n.d.r.: che pur ha votato per lui all’elezione del Senato accademico] fosse rimpiazzato dall’uomo giusto, in breve tempo Berlino diverrebbe la città guida dell’arte non solamente in Germania, ma nel mondo intero. Perché Monaco è morta: ho appena visto l’ultima mostra qui dedicata ad Uhde, Dill, ecc.. [n.d.r.: la scuola di Dachau] ed è ancora più desolante dell’ultima mostra di Monaco” [34]. Siamo nel febbraio 1898. E nel settembre dello stesso anno rincara la dose in una lettera a Tschudi: “Infine, trovo Monaco (come l’anno scorso) in forte decadenza, sia nel campo della pittura sia in quello dell’architettura. Tutti si lamentano e sono sconfortati e vorrebbero trasferirsi a Berlino” [35].

Sono due gli elementi che bisogna qui considerare, per chiarire le ragioni della presunta fine di quella che veniva ancora considerata in Germania la città della pittura per antonomasia: in primo luogo la Secessione di Monaco, fondata nel 1892, incontra crescenti difficoltà a causa del peso predominante nella vita artistica della città di Franz von Lenbach, il pittore di cui si è detto parlando dell’esposizione universale di Parigi del 1900. Quelle difficoltà porteranno, negli anni seguenti, alcuni degli artisti monacensi di riferimento (Slevogt e Corinth) ad unirsi alla Secessione di Berlino. In secondo luogo la Secessione di Monaco, sotto la guida di Franz von Stuck, si muove sempre più chiaramente nell’ambito del simbolismo, ovvero di un indirizzo particolarmente avverso a Liebermann. Nel 1897 il pittore visita a Monaco la settima mostra internazionale dell’arte, ma rimane deluso: “Il nuovo non è buono ed il buono non è nuovo” [36]. In occasione delle preparazioni per la prima mostra della Secessione di Berlino il pittore berlinese racconta a Tschudi di doversi recare a Monaco “come un piccione viaggiatore [37] nell’aprile 1899, per chiedere il supporto del gruppo monacense, soprattutto in termini di quadri da esporre, ma rivela: “Temo che non scoprirò alcun nuovo genio a Monaco (come con il Bordeaux, gli ultimi venti anni non sono stati buoni) e dovremo contentarci di marchi vecchi e ben testati” [38]. Queste sue esternazioni privatissime rivelano che si è ormai aperta una crepa profonda tra i secessionisti di Berlino e quelli di Monaco, anche se una metà circa delle opere esposte alla prima mostra della Secessione di Berlino viene da Monaco, proprio grazie alla mediazione di Liebermann. I motivi sembrano essere più commerciali che ideologici. 


Il successo di pubblico a Berlino

Nel corso del 1897 Liebermann espone ad Amburgo [39], Copenaghen, Stoccolma (dove gli viene conferita un’onorificenza dal re di Svezia [40]) e Venezia (alla seconda Biennale, dove è anche membro della giuria).

L’Accademia Reale delle Belle Arti di Berlino gli dedica una sezione personale nella grande mostra collettiva (la “Große Berliner Kunstaustellung”) organizzata ogni anno nella capitale tedesca. Anche se è un onore inusuale, il pittore tentenna: è sempre stato aspramente critico degli ambienti accademici. Nel marzo 1897 scrive a Lichtwark: “Non so se le ho già scritto che sto preparando una mostra personale, ospitata come iniziativa speciale nel quadro della mostra accademica di quest’anno. Temo di essere stato proprio sciocco ad accettare l’invito. D’altra parte non avevo altra scelta: se avessi rifiutato l’offerta, i miei nemici avrebbero semplicemente detto che avevo paura di mostrare le mie cose” [41]. Le note aspramente polemiche nei confronti di Anton von Werner (il presidente della Accademia reale delle Belle arti) continuano peraltro prima [42], durante [43] e dopo la mostra [44]. 

E tuttavia Liebermann accetta e si impegna a fondo a raccogliere le sue opere migliori, chiedendo ai loro proprietari dell’epoca di cederle in prestito [45]. Si impegna spesso in estenuanti trattative: Max vuole radunare tutti i suoi migliori dipinti, ma i direttori delle gallerie che li possiedono (compresi gli amici come Lichtwark ad Amburgo) sono poco propensi a prestarli [46]. L’8 maggio Liebermann scrive a Max Linde, mostrandosi sorpreso per il successo della sua personale: “La mia mostra a Berlino sembra piacere alla gente (ho comunque seri dubbi che ciò possa avere effetti in qualche modo  positivi o negativi sul valore commerciale dei quadri). E comunque, se si allestisce una mostra – e qui ho raccolto 25-30 quadri, un gran numero di disegni, incisioni e litografie – è meglio che abbia successo. Anche i miei oppositori più viscerali tra i miei colleghi si mostrano impressionati molto favorevolmente dalle mie cose e dall’allestimento della sala” [47]. Il 9 giugno ribadisce, sempre a Linde, che il successo è clamoroso e che quei dipinti che venti anni prima erano derisi, ora sono celebrati.


Fig. 13) Melchior Lechter, Poster della Grosse Berliner Kunstausstellung del 1897

Mentre è ancora in corso la mostra a Berlino, giunge la notizia che l’imperatore gli conferisce la Grosse goldene Medaille per un quadro esposto alla parallela mostra internazionale dell’arte di Dresda [48]. Pieno di entusiasmo annuncia l’ottenimento della medaglia d’oro a molti amici, e riceve tante congratulazioni; vedere finalmente riconosciuto il proprio talento - scrive a Linde - è come aver finito la trafila delle malattie infettive dei bambini [49]. Alcuni suoi quadri in origine venduti all’estero tornano in patria e sono quindi fruibili dal pubblico tedesco: la Galleria di Lipsia li acquista da alcuni collezionisti francesi [50]. Viene anche nominato Presidente del Verein Berliner Künstler, l’associazione degli artisti di Berlino [51]. La serie dei riconoscimenti sembra non aver mai fine.

Nel febbraio 1898 Max scrive una lettera trionfale a Bode: è stato eletto a maggioranza come membro a pieno titolo del Senato dell’Accademia Reale di Belle Arti, vincendo sugli scultori Meunier e Breuer. Addirittura Anton von Werner ha votato a suo favore [52]. Non si tratta di un risultato scontato: ancora nel 1896 Liebermann ha confessato al collega Otto Feld di essere stato respinto per la seconda volta al concorso [53]. Subito dopo la nomina fa visita all’Accademia per ringraziare ed incontra il ministro della cultura (Kultusminister) in persona, Robert Bosse, che gli rivolge molti complimenti [54].  Insomma, è davvero difficile trovare l’evidenza di un atteggiamento negativo dei circoli ufficiali su di lui, almeno in questi mesi.


Liebermann come intermediario artistico e commerciale di Rodin, Whistler e Meunier

Liebermann è convinto che il rinnovamento del gusto artistico a Berlino passi per la diffusione dell’opera di artisti stranieri già famosi altrove, ma ancora non sufficientemente in città: è il caso del francese Rodin, dell’americano Whistler e del belga Meunier. Si rivolge a loro diverse volte per lettera proponendo mostre e, in alcuni casi, facendo passi falsi.

La prima testimonianza dei rapporti epistolari tra Liebermann e Rodin risale al giugno 1896 [55]. Il pittore gli si rivolge in forma rispettosa, usando l’appellativo di cher mâitre. Liebermann è in viaggio a Parigi, dove è accompagnato dal critico e storico d’arte svizzero Hugo von Tschudi, appena nominato direttore della Nationalgalerie di Berlino. È un viaggio importante, perché Tschudi – che Liebermann considera l'unico capace di smuovere le acque a Berlino, come scrive in una lettera del novembre dello stesso anno [56] al direttore del museo d’arte applicata di Lipsia, Richard Graul [57] – acquista in quell’occasione per il museo trenta tele di artisti francesi come Manet, Monet e Degas.

Due anni dopo, nel luglio 1898, Rodin è contattato per inviare opere alla prima mostra della Secessione, ma l'artista francese spiega di non essere in grado di inviare nulla a Berlino nell’immediato: le sue opere sono tutte disperse tra varie mostre. E tuttavia vi è un chiaro segno di interesse [58]. Nel marzo 1899 Liebermann riparte al contrattacco e lo sollecita ad accettare una mostra delle sue opere a Berlino nell’ottobre dello stesso anno [59]. 

Il primo giugno 1900 Liebermann scrive a Rodin per informare lo scultore francese che è “stato eletto dall’assemblea generale come membro corrispondente della Secessione di Berlino” [60]. L’unica condizione posta è che i membri non possano esporre le proprie opere a Berlino in alcun altro luogo, durante le mostre della Secessione.

Nel giugno 1896 Liebermann incontra a Londra James Whistler, artista con il quale ha già avuto rapporti d’affari negli anni precedenti, ma che non ha ancora conosciuto di persona, e che egli apprezza al punto da promuoverne la diffusione delle opere in Germania [61]. Qui si verifica un fatto singolare. Il pittore tedesco riceve in prestito l’Arrangiamento in Grigio e Nero No.1 dalla galleria Colnaghi di Londra. Prima lo mostra a Bode nel suo atelier, chiaramente pensando a un possibile acquisto da parte del Kaiser-Friderich-Museum [62] e poi lo vende al collezionista ed amico Max Linde [63]. Ma Whistler non aveva alcuna intenzione di vendere il quadro, e dunque ne richiede la restituzione: Liebermann prima assicura Linde il 20 maggio 1897 che troverà modo di convincere il collega americano, anche se scrive di aver sentito che si tratta di persona assai strana nel campo delle trattative commerciali [64]; poi deve cedere e chiedere a Linde la cortesia di restituire il quadro.

Tornando all’incontro del 1896 tra Lieberman e Whistler, il pittore lo descrive in una missiva a Richard Graul; non appena fatto ritorno in Germania, scrive dalla stazione climatica di Sankt Blasien, nel luglio dello stesso anno. Il testo, pieno di entusiasmo, conferma l’attitudine polemica di Liebermann, ma tradisce al tempo stesso il suo interesse per ritrattisti dell’Ottocento tedesco di gusto assolutamente tradizionale ed oggi considerati di secondo piano: “A Londra ho conosciuto Whistler e la mia ammirazione per lui è ancora aumentata. Fra l’altro il suo biasimo nei confronti dei colleghi inglesi mi ricorda davvero quello che penso anch'io. E lei si può immaginare quanto ciò mi abbia fatto sentire a casa. Ed inoltre ho visto a casa sua dei ritratti di signore, ma che ritratti! Reggono benissimo il confronto con un Konrad Dielitz, addirittura con [Max] Koner o il conte Ferdinand Harrach e [Ludwig] Passini. Un ritratto, che mostra la suocera, potrebbe figurare addirittura vicino ad un Velazquez o al nostro maestro Nathaniel Sichel. Naturalmente il Senato dell’Accademia Reale di Belle Arti darebbe la palma a Sichel, ma anche in questo caso non cambierei giudizio” [65].

In comune con Meunier, Liebermann ha una viva antipatia per ogni concettualismo nell’arte. Di lui Liebermann cita (in francese) quanto ha dichiarato a proposito di Böcklin (pittore assai sospetto anche a Liebermann): “Non comprendo il suo genio, ma quel che comprendo è che non è un pittore” [66].


Fig 14) Max Liebermann, Ritratto di Constantin Meunier, 1898 Pubblicato in: Pan, III, 4, 1897-1898, p. 244.
Fonte: http://digi.ub.uni-heidelberg.de/diglit/pan1897_98_2/0146?ft_query=Meunier&action=fulltextsearch&navmode=fulltextsearch

Liebermann disegna un ritratto di Meunier per pubblicarlo sulla rivista Pan [67]. Anche qui, però, si verifica un incidente simile a quello con Whistler. Liebermann – che evidentemente ha il pallino degli affari e dunque vuol vendere tutto quel che gli passa tra le mani – così descrive l’accaduto a Max Linde, nel marzo 1898: “Lei sa che il museo di Magdeburgo ha acquistato il mio ritratto di Meunier. Vengo adesso a sapere che Meunier se n’è davvero rammaricato e ha preso assai male che io abbia venduto il suo ritratto. Lei può immaginarsi come sia stato imbarazzante dover scrivere a Volbehr chiedendo di annullare la vendita. Attendo con impazienza la sua risposta” [68]. Quella lettera è andata persa, ma Ernst Braun ha trovato la documentazione nell’archivio della città di Magdeburgo che documenta la restituzione del disegno [69]. Meunier vuole il disegno per sé, mentre Liebermann vorrebbe fosse esposto: propone la cessione alla Galleria di Bruxelles oppure alla Nationalgalerie di Berlino, ma lo scultore belga rifiuta [70]. “Mio caro Liebermann – scrive nell’ottobre 1898 – ovviamente io conservo per me il suo ritratto; pensavo di averglielo già comunicato” [71]. I rapporti, comunque, non si guastano. Quando Meunier incontra problemi con mediatori berlinesi che non pagano, è a Liebermann che si rivolge [72] ed è anche grazie a lui che trova una soluzione [73].


La critica favorevole: Hans Rosenhagen

Uno dei primi e più convinti sostenitori di Liebermann è il critico Hans Rosenhagen (1858-1943), studioso e corrispondente del quotidiano Tägliche Rundschau, un giornale ottocentesco di ispirazione nazional-liberale la cui pubblicazione si interromperà con la presa del potere di Adolf Hitler nel 1933. Rosenhagen era stato redattore-capo della rivista Atelier tra il 1890 ed il 1896, e lì aveva pubblicato le prime recensioni positive sull’Associazione degli XI (vedi recensione del Volume Primo), opponendosi con coraggio ai circoli monarchici. Su Tägliche Rundschau compaiono nel dicembre del 1896 due sue recensioni sulle nuove acquisizioni della Nationalgalerie. Tra di esse sono citati diciotto disegni di Liebermann: “E qui troviamo rappresentato con disegni meravigliosi uno dei migliori artisti del nostro secolo, uno dei pochi che segue la sua strada senza tentennamenti: Max Liebermann. Si può cogliere al meglio l’essenza della sua arte in questi disegni, che hanno visto la luce sotto l’influsso diretto della natura o sono stati creati sulla base delle impressioni da essa generate. Quale capacità di visualizzare, quale senso acuto per gli effetti spaziali, quale semplicità di mezzi e quale monumentalità dell’effetto complessivo!” [74].

In una prima lettera a lui indirizzata, Liebermann ringrazia il critico [75], a cui dice di aver prima mostrato l’articolo a Tschudi e poi di averlo inviato a Seidlitz. Chiede pertanto che gli sia inviata una nuova copia. In una seconda lettera, il pittore gli manda l’invito a partecipare alla seconda edizione della Biennale di Venezia [76]. In una terza immediatamente successiva discute con Rosenhagen dell’imminente mostra internazionale di Stoccolma [77]. Da allora ha inizio una corrispondenza continua e sempre più contrassegnata da grande amicizia.

L’anno dopo il critico scrive un articolo sull’Arte nazionale a Berlino [78] in cui attacca frontalmente Anton von Werner e l’accademismo nazionalista berlinese. È sempre Rosenhagen a firmare uno dei primi articoli di sostegno alla Galleria di Bruno e Paul Cassirer, ad una sola settimana dall’apertura, nel novembre 1898 [79]. 

Fig. 15) La monografia su Liebermann di Hans Rosenhagen

Liebermann ha raggiunto il successo e, nel febbraio 1898, non si vergogna a chiedere ad Alfred Lichtwark di scrivere una monografia a lui dedicata, in una collana dal titolo “Gli artisti che aprono il nuovo secolo” a cura dell’editore Georg Bondi [80]. Il direttore della Kunsthalle d’Amburgo, pur amico di vecchia data, declina: non si sente all’altezza [81]. Due anni dopo, però, il 18 giugno 1900, Liebermann riceve a sorpresa dall’editore Velhagen e Klasing di Bielefeld una copia di una monografia a lui dedicata scritta da Rosenhagen [82]. Il libro è un volume di cento pagine, ricchissimo di illustrazioni; si apre con l’affermazione che i maggiori artisti contemporanei sono Manet e Liebermann. Il testo commenta tutte le opere, l’evoluzione dello stile, i periodi durante i quali diviene chiara l’influenza esterna (ad esempio di Menzel), i temi, l’impiego della luce e della prospettiva, l’impostazione dello spazio e della forma.

Lieberman invia a Rosenhagen una lettera entusiasta: “Caro Signor Rosenhagen, un’ora fa [Robert] Ernesti [redattore della casa editrice] mi ha inviato il suo libro ed io le voglio inviare a caldo il mio ringraziamento. Anche se non l’ho ancora letto, ho dato già un’occhiata. Non posso ancora formulare un giudizio, ma vedo che lei lo ha scritto con enorme dedizione ed amore” [83]. Quel che colpisce,  leggendo la monografia di Rosenhagen, è che – al di là della descrizione dei temi e delle opere – egli opera una critica formale delle opere di Liebermann basata su categorie (spazio, luce, colore, prospettiva) che è del tutto ‘esterna’ al mondo del pittore, dal momento che riferimenti a quell’analisi non compaiono mai nelle sue lettere. Liebermann se ne deve rendere conto: nella seconda parte della lettera egli scrive: “Vorrei in ogni caso che lei sappia quanto io le sia profondamente grato, perché io so bene quanta fatica le possa essere costato scrivere un libro così ampio su un pittore il cui merito è di non essere ‘letterario’. E se sul letterario si riesce a scrivere, sul resto è davvero difficile. È un soffio d’alito, che quasi non si percepisce, ed eppure è l’intera essenza dell’arte” [84]. E comunque, dopo qualche giorno, l’1 luglio 1900, Liebermann comunica formalmente all’editore il proprio apprezzamento ed i giudizi positivi di Bode e Tschudi sul volume [85]. 


La critica favorevole in Francia: un articolo sulla Gazette des beaux-arts

Nel 1901 viene pubblicato un articolo su Lieberman nella prestigiosissima Gazette des beaux-arts, la maggior rivista d’arte di Parigi. Gustave Kahn lo presenta come un artista cosmopolita, di tradizione non prettamente tedesca, se non per un riferimento a Menzel, ma fortemente influenzato da Millet, dalla scuola di Barbizon, Monet e Manet e dall’arte olandese. È anche evidente il debito dell’articolo con la monografia di Rosenhagen, soprattutto per quel che riguarda la discussione su paralleli e differenze tra Liebermann e Manet, e sul diverso rapporto tra luce e spazio nelle loro pitture.


Fig. 16) L’articolo di Gustave Kahn su Max Liebermann, pubblicato dalla Gazette des beaux-arts.
Fonte: http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k203154r/f332.item

Liebermann ringrazia Kahn l’8 ottobre 1901, con una lettera in tedesco (tutta la loro corrispondenza è in francese, ma il pittore riconosce di non essere in grado di esprimersi in modo compiuto in francese sui temi che vuole affrontare in questo caso). “All’inizio della sua carriera l’artista è felice se si scrive su di lui, non importa se si tratti di un elogio o di un biasimo. È sufficiente che si discuta di lui. Man mano che la sua notorietà cresce, l’artista inizia a chiedersi dove si scriva su di lui ed infine gli interessa solamente chi scriva di lui. Ebbene, io sono orgoglioso che si sia scritto su di me nella Gazette, e per di più in modo talmente lusinghiero (…) Quel che apprezzo di più nel suo articolo è il coraggio del suo convincimento, che le consente di scrivere in una rivista francese su un artista tedesco. Se davvero si potesse realizzare il suo detto che per i grandi artisti l’arte è l’unica e vera patria! Purtroppo negli ultimi tempi si sta diffondendo in Germania un fatale sciovinismo – penso naturalmente solamente a quel che si dice in questi giorni a Dresda nel congresso per l’educazione artistica, a proposito dell’arte patria [Heimatkunst]. Vi è solamente della buona o della cattiva arte, e Millet potrebbe essere un tedesco così come Menzel un francese, senza voler negare che l’artista sia influenzato dal proprio ambiente” [86].


Fine della Parte Prima
Vai alla Parte Seconda 


NOTE

[1] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, 1896-1901, Baden Baden, Deutscher Wissenschaftsverlag, 2012, 579 pagine. Citazione a pagina 13.

[2] Si tratta spesso di frasi brevi, inserite a confermare il contenuto di argomentazioni più complesse ed articolate, oppure semplicemente per puro compiacimento stilistico. Ecco alcuni esempi. Per gli auguri di buon anno ad Alfred Lichwark: “Quod felix faustmque sit!” (p. 66); a Max Linde per celebrare la medaglia d’oro concessagli dall’imperatore: “Habent fata sua tabulae! (p.117); a Rosenhagen, per congratularsi del modo cortese, ma fermo con cui ha fronteggiato le posizioni accademiche : “Fortiter in re, suaviter in modo (p. 138); ancora a Lichtwark, per spiegare pregi e limiti del nuovo edificio della Secessione: “Ultra posse nemo obligatur (p. 271; la stessa espressione è usata anche in una lettera del 1901 a p. 398); a Linde, per parlar male di Anton von Werner: “Quem deus perdere vult, prius dementat!” (p. 274); sempre a Linde (nella stessa lettera) per spiegare la natura di un articolo che ha scritto su Degas, pubblicato su Pan: “De omnibus rebus, et quibusdam aliis (p. 275); ed infine a Max Lehrs, a commento del fatto che a Leiden, dove ha trovato un’abitazione dell’epoca di Rembrandt da dipingere, gli studenti si sbronzano di champagne: “Sic transit gloria mundi (p. 360).

[3] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), pp. 103, 105, 108, 144, 173 e 190.

[4] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 152.

[5] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 454.

[6] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 229.

[7] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p.201.

[8] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), pp.178 e 179.

[9] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 188.

[10] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 188.

[11] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 205.

[12] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 70.

[13] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 131.

[14] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 226.

[15] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 360.

[16] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 361.

[17] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 366.

[18] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 21.

[19] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 32.

[20] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 343.

[21] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 345.

[22] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 346.

[23] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 347.

[24] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 347.

[25] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 348.

[26] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), pp. 348-349.

[27] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 362.

[28] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 362.

[29] Rosenhagen, Hans - Münchens Niedergang als Kunststadt, in Der Tag, 13 e 14 aprile 1901.

[30] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 127.

[31] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 128.

[32] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 141.

[33] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 146.

[34] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 199.

[35] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 230.

[36] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 151.

[37] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 151.

[38] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 284.

[39] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 74.

[40] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 164.

[41] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 87.

[42] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 92.

[43] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 138.

[44] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), pp. 201 e 274.

[45] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 73.

[46] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 75.

[47] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 102.

[48] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), pp. 104 e 115.

[49] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), pp. 117 e 200.

[50] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 131.

[51] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 101.

[52] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 199.

[53] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 22.

[54] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 199.

[55] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 42.

[56] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 53.

[57] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 43.

[58] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 224.

[59] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 280.

[60] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 355.

[61] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 61.

[62] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 81.

[63] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 93.

[64] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 105.

[65] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), pp. 43-44.

[66] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 193.

[67] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 191.

[68] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 207.

[69] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 207.

[70] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 227.

[71] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 241.

[72] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 238.

[73] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 248.

[74] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 60, nota 203.

[75] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 60.

[76] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 62.

[77] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 64.

[78] Rosenhagen, Hans - Die nationale Kunst in Berlin, in Die Zukunft 20, 1897, pagine 428-34. Il testo è disponibile all’indirizzo
http://germanhistorydocs.ghi-dc.org/sub_document.cfm?document_id=721&language=german.

[79] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 250.

[80] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 196.

[81] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 198.

[82] Rosenhagen, Hans - Max Liebermann, Bielefeld, Velhagen e Klasing, 1900, 104 pagine. Testo disponibile all’indirizzo https://archive.org/stream/liebermann00roseuoft#page/n3/mode/2up.

[83] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 358.

[84] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 358.

[85] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 359.

[86] Liebermann, Max - Briefe. Volume 2, (citato), p. 416.





Nessun commento:

Posta un commento