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Giovanni Mazzaferro
Ritratti disegnati a mano nelle Vite del Vasari: nuove scoperte
Parte Seconda
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| Figura
17) Presunto autoritratto del Correggio (detto anche Autoritratto di Lord Lee).
Fonte: http://www.fondazioneilcorreggio.it/portfolio/ritratto-di-gentiluomo/ |
5. Il “vero” ritratto del Correggio
L’assenza del ritratto di
Correggio è stata vissuta, storicamente, come quella più importante fra le otto
immagini mancanti nelle Vite. Scrive
Vasari alla fine della biografia dedicata ad Antonio Allegri: “Ho usato ogni diligenza d’avere il suo
ritratto; e perché lui non lo fecie, e da altri non è mai stato ritratto,
perché visse sempre positivamente, non l’ho potuto trovare” [28]. Come
noto, il giudizio espresso da Vasari su Correggio è controverso. L’impostazione
generale è senza dubbio favorevole, specie se si tiene conto che si tratta di
un artefice lombardo; certo è che vale sempre la riserva per cui, se avesse
compiuto il viaggio a Roma (sul presunto viaggio dell’artista a Roma si è
discusso per secoli), avrebbe compiuto miracoli.
Per quanto predisposto
positivamente nei confronti dell’artista, Vasari non poteva certo immaginare
quello che sarebbe successo di lì a fine secolo. Correggio sarebbe assurto ad
uno dei grandissimi dell’arte italiana, paragonabile soltanto a Raffaello, e
per molti superiore a Leonardo e a Michelangelo, Un giudizio che, nella
sostanza, si mantenne inalterato per almeno due secoli. Ora, immaginatevi cosa
sarebbe successo se fosse stato ignoto il volto di Raffaello. Si sarebbe
scatenata una gara a rintracciarne la vera effigie e, in assenza di dati certi,
sarebbero venuti fuori illustrazioni di ogni sorta. Molto spesso ritratti inventati,
altrettanto spesso ritratti “idealizzati”. È esattamente quello che è
capitato nel caso di Correggio. Riccardo Finzi, nel suo Le sembianze del Correggio [29] ne pubblica o illustra diverse
decine, concludendo che, a suo avviso, il volto dipinto nell’Autoritratto cosiddetto di Lord Lee (dal
nome del suo riscopritore; nel 1927) sarebbe appunto il suo autoritratto [30].
Lo vedete qui sopra.
5.1 Il ritratto di Correggio in un esemplare
della Giuntina conservato al Worcester College, Oxford
Ciò detto, non è mia intenzione
passare in rassegna tutti i “veri” ritratti di Correggio. Mi limiterò ai
ritratti disegnati o incollati sulle Vite
[31]. Io, nelle copie esaminate,
ne ho trovati quattro. Il primo si trova in un esemplare della Giuntina
appartenuto e riccamente postillato dall’architetto inglese Inigo Jones
(1573-1652). Le postille sono state edite da Anthony W. Johnson nel 1997 [32].
Johnson, pur non pubblicandolo, segnala la presenza (in corrispondenza del
medaglione dedicato a Correggio) di un “nicely
executed ink drawing of the painter by Jones in the space provided” [33].
L’esemplare in questione si trova a Oxford, presso il Worcester College, che mi
ha dato il permesso di mostrare il ritratto [34]. Eccolo:
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| Figura
18) Ritratto del Correggio in un esemplare del Worcester College postillato da
Inigo Jones © The Provost and Fellows of Worcester College, Oxford |
Questo ritratto – il ritratto di
un uomo col naso adunco, fortemente stempiato, la barba folta su un viso che
pare emaciato -, ad essere sinceri, è tutto fuorché ignoto. Fu utilizzato da
Carlo Manolessi nel 1647 al momento di pubblicare la terza edizione delle Vite (la prima dopo la morte di Vasari).
Come già detto, Manolessi riempì due degli otto ovali lasciati bianchi
dall’aretino: quello di Cavallini e quello di Correggio.
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| Figura
19) Vite del Vasari. Edizione Manolessi (Bologna, 1647) Ritratto del Correggio
(Vol. II p. 22). Fonte: https://archive.org/details/gri_33125011256746 |
Sappiamo che Jones viaggiò in
Italia due volte, rispettivamente nel 1604 e nel 1614. Secondo Johnson le
postille risalgono grosso modo a queste due occasioni. Come conciliare questi
dati di fatto con l’indiscutibile identicità dei due ritratti? La logica vuole
che le ipotesi siano tre:
- Jones e Manolessi ebbero accesso e copiarono nel dettaglio (a decenni di distanza) un identico modello;
- Manolessi copiò da Jones (ma non si vede come possa aver visto l’esemplare dell’architetto inglese);
- dopo il 1647 Jones (o qualcuno dopo di lui – ricordiamo che Jones morì nel 1654 -) si procurò un esemplare delle Vite curate da Manolessi e copiò il ritratto nella Giuntina.
In tutta onesta, dobbiamo
riconoscere che l’ipotesi più probabile sembra essere la terza ed esiste la
concreta possibilità non solo che il ritratto sia stato disegnato quarant’anni
dopo le postille, ma anche che non lo abbia fatto Jones. Il che ci insegna che
bisognerebbe sempre tenere precauzionalmente separate le considerazioni sulla
proprietà di un libro e l’autografia di un disegno in esso contenuto.
5.2 Il ritratto di Correggio (e di Raffaellino da Reggio) in una
Giuntina dell’University of Illinois at Urbana-Champaign
La Rare Book and Manuscript
Library dell’University of Illinois at Urbana-Champaign conserva un esemplare
(segnato 927 V44v 1568) dell’edizione Giuntina delle Vite in cui compare un ritratto del Correggio [35]. L’esemplare fa
parte della collezione Cavagna. Antonio Cavagna Sangiuliani (1843-1917),
erudito e bibliofilo di eccezione, radunò una straordinaria collezione di libri
(85.000 volumi) presso la sua dimora a Bereguardo (Pavia), collezione che
fu acquistata in blocco dall’Università dell’Illinois nel 1920.
Il ritratto non è disegnato a
mano, ma si tratta di una stampa, ritagliata ed incollata in corrispondenza
dell’ovale lasciato bianco. Il volto che vi è ritratto non ci è di certo nuovo.
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| Figura
20) Ritratto del Correggio in un’esemplare dell'University of Illinois at
Urbana-Champaign. © University of Illinois at Urbana-Champaign |
Si tratta dello stesso Correggio
che abbiamo già visto nelle Vite in
edizione Manolessi e nell’esemplare postillato da Inigo Jones, con un’unica,
importante differenza. Lo pseudo-Correggio è ritratto in controparte rispetto
agli esempi già visti. La sproporzione fra il volto dell’artista e l’edicola
che lo contiene segnala poi immediatamente che in realtà il ritratto non è
stato pensato per essere incollato nelle Vite,
ma con una sua funzione autonoma. Ne Le
sembianze del Correggio Riccardo Finzi scrive: “Ai suoi tempi l’immagine del Dozza [n.d.r. l’editore della versione
curata da Manolessi e pubblicata nel 1647] passò
quasi inosservata. Tuttavia il Reggiano Bernardino Curti rifece il ritratto
dando a quel volto una maschia vigoria” [36]. Se fu veramente Curti a
reinterpretare il ritratto del Correggio [37], lo fece prima del 1679, anno
della sua morte.
L’incisione parla da sola.
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| Figura 21) Bernardino Curti. Ritratto di Correggio (XVII secolo) pubblicato in Riccardo Finzi, Le sembianze del Correggio… cit.; fig. 46 |
Quella sull’esemplare in Illinois
è l’incisione di Curti ritagliata e privata della scritta esterna Antonius de Coriggio omnium pictorum
princeps.
In merito a questa copia delle Vite bisogna però dire altro. Contiene
poche postille anonime [38], quasi tutte concentrate in corrispondenza della Vita di Correggio, ma soprattutto
presenta un secondo ritratto tagliato e incollato. Questa volta si tratta di un
artista per cui nell’opera di Vasari non era prevista l’immagine: Raffaele
Motta (1550-1578), o Raffaellino da Reggio che dir si voglia, protagonista di
una breve stagione del manierismo romano. L’immagine di Raffaellino è inserita
nel terzo volume (dove cronologicamente meritava di stare) alla fine della
lettera di Giovambattista Adriani.
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| Figura
22) Ritratto di Raffaellino da Reggio in un’esemplare dell'University of
Illinois at Urbana-Champaign. © University of Illinois at Urbana-Champaign |
Anche l'incisione di Raffaellino è opera di Bernardino Curti. In particolare fa parte, assieme a quella di Correggio, di un set di nove stampe intitolato Ritratti d'alcuni celebri pittori antichi, per il quale rinviamo a http://hdl.handle.net/20.500.12835/85823. In generale, appare evidente che il postillatore deve essere di Reggio o molto informato sulla città. E' assolutamente vero, ad esempio, che la Notte di Correggio sia stata 'levata' nel 1640 (in particolare il 2 giugno - segnala il postillatore) a favore di Francesco I d'Este.
5.3 Il ritratto di Correggio in una
Torrentiniana della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma
L’edizione torrentiniana segnata
71.5 A 2 e conservata presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma è una
delle più interessanti che mi sia capitato di sfogliare; mi riservo di parlarnepiù approfonditamente in futuro [39]. Innanzi tutto va detto che si tratta di
una versione incompleta: è conservato solo il secondo volume dell’opera; in
tale secondo volume manca il frontespizio e si comincia direttamente da p. 555
col Proemio della Terza parte delle Vite.
Ma la cosa più interessante è che il volume, così come ci appare oggi, è
probabilmente frutto di una volontà molto precoce (probabilmente antecedente
all’uscita della Giuntina nel 1568) di renderlo “illustrato”.
L’esemplare, per quanto attiene
all’argomento che sto trattando, presenta un ritratto del Correggio. Il disegno è stato incollato sul solo lato destro di
p. 581 (quella in cui comincia la biografia del pittore), in maniera tale che
lo si possa vedere sia sul recto (in
cui, oltre al ritratto dell’artista, si legge la dicitura “Ant:o da Correggio Pittore 1512”) sia sul verso, su cui è stato scritto “Disegnita [sic] da Maurizio Sansiri da Correggio l’Anno 1675” [41].
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| Figura
23) Ritratto del Correggio nell'esemplare 71.5. A 2 della Biblioteca Nazionale
Centrale di Roma © Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Sono vietate ulteriori duplicazioni o riproduzioni. |
Inutile dire che, ancora una
volta, quel volto ci è ben noto e corrisponde ai ritratti già mostrati, in
ultima analisi riconducibili all’edizione Manolessi del 1647. C’è da chiedersi
semmai il perché della dicitura del retro, quando la terza edizione delle Vite aveva già messo a disposizione
quelle sembianze. Pare evidente che tutta l’indicazione (a partire dal fatto
che l’autore – un Maurizio Sansiri sconosciuto a me e ai repertori – sarebbe
stato originario proprio di Correggio) serva a corroborare la tesi
(probabilmente a danno di un collezionista un po’ sprovveduto) che quello fosse
realmente il viso dell’artista e che venisse proposto per la prima volta a
titolo di importante scoperta.
5.4. Il ritratto di Correggio nell’esemplare 29.E.4-6 della Biblioteca
Corsiniana di Roma
Nell’edizione Giuntina segnata
29.E.4-6 postillata da Annibale Mancini (si veda par. 3) compare anche il
ritratto di Antonio da Correggio.
Si tratta di una tipologia che –
per quanto mi pare di capire – non ha riscontri in altri ritratti citati dalla
letteratura. Il volto è quello di un uomo che ha abbondantemente superato i 40
anni segnalati da Vasari come presumibile età della morte, con lo sguardo mite,
l’aria malinconica, una folta barba e un abito da cerimonia. Potrebbe essere
benissimo un erudito facente parte dei frequentatori delle tante corti
italiane.
Perché questo ritratto non ha
successo? Si potrà rispondere: perché non era noto a nessuno. Non è affatto
così. L’esemplare si trovava alla Corsiniana. Giovanni Gaetano Bottari fu
bibliotecario della Corsiniana a metà Settecento. Pubblicò nel 1759 la quarta
edizione delle Vite [42], la prima
annotata e soprattutto la prima in cui comparivano tutti i ritratti degli
artisti, compresi gli otto lasciati bianchi da Vasari nel 1568. Sei di quegli
otto volti sono tratti letteralmente dai ritratti che compaiono nell’esemplare
di Mancini. Sono quelli di Giovanni da Ponte, Berna sanese, Duccio, Taddeo di
Bartolo, del Torrigiano e di Marco Calavrese. A puro titolo di esempio si
allega il ritratto di Giovanni da Ponte pubblicato da Bottari.
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| Figura 25) Giorgio Vasari, Vite nell'edizione Bottari (1759). Particolare del ritratto di Giovanni da Ponte |
Lo si confronti con la figura 4).
Le due immagini sono identiche. Bottari dunque conosceva l’esemplare Mancini e
l’usò per ricavarne sei degli otto ritratti mancanti. In due casi se ne
astenne. Il primo è quello di Pietro Cavallini, per cui usò il ritratto
pubblicato dal Manolessi nella terza edizione delle Vite (quella del 1659 che abbiamo già citato) e il secondo è
Correggio, per cui non usò né il ritratto dell’esemplare Mancini (fig. 24) né
quello pubblicato da Manolessi (fig. 19). Perché? La risposta è sibillina nelle
Note al testo (a p. 31 n. 1: “Il ritratto del Coreggio è stato trovato di
poi, e qui riportato”), ma più circostanziata nella Giunta alle note del Tomo secondo (in fondo al volume, con una
nuova numerazione in cifre romane): “Il
ritratto di questo pittore, che il Vasari non poté raccapezzare, l’abbiamo
ricavato da una buona stampa intagliata di A. Belluzzi, dedicata al P. Sebastiano Resta della Chiesa nuova di Roma da Giovan Francesco Bugatto
Milanese, e concittadino di detto Padre” (p. 3). Secondo alcune note
manoscritte del Resta l’incisione sarebbe stata fatta nel 1691.
Dunque per Bottari, un antiquario
ed erudito di primo livello, il “vero” ritratto del Correggio è quello inciso
da Bugatti su invenzione del Belluzzi (vedi fig. 26. Da notare che Bottari si
sbaglia e inverte i nomi di incisore e inventore) in cui si vede un uomo canuto,
con il naso aquilino, in abiti che sembrano religiosi, con in mano un’immagine
della sua Madonna del Latte. Tutto
tranne che un quarantenne o poco più.
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| Figura
26) Ritratto del Correggio. Incisione di Giovanni Francesco Bugatti su
invenzione di Ambrogio Besozzi. Brescia, Musei Civici di Arte e Storia, Pinacoteca Tosio Martinengo. Fonte: http://www.lombardiabeniculturali.it/stampe/schede/D0080-08739/ |
Corrado Ricci [43], nel 1917,
rintraccia la fonte iconografica da cui ha attinto Besozzi. Si tratta di un
particolare di un affresco di Lattanzio Gambara per il Duomo di Parma in cui, “subito a sinistra di questa [n.d.r.
della porta maggiore], si vede una figura
d’uomo attempato, d’una sessantina d’anni, un po’ calvo, un po’ rugato, col
naso aquilino e la barba scura, non molto lunga” (cfr. fig. 27).
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| Figura
27) Immagine del presunto ritratto di Correggio nell'articolo di Corrado Ricci
su ‘Rassegna d’arte antica e moderna’ fasc 3/4 1917 (p. 61). |
AGGIORNAMENTO 10 NOVEMBRE 2017. Per un nuovo ritratto di Correggio (su modello di quello proposto da Bottari si veda il post Un 'nuovo' ritratto di Correggio in un esemplare delle Vite vasariane all'asta presso Sotheby's.
5.5. Per una cronologia dei ritratti di Correggio
A guardar bene proprio l’ultima
immagine proposta da Ricci vorrei tuttavia fare un’ipotesi. L’affresco di
Gambara non pare soltanto la fonte d’ispirazione per l’incisione di Bugatti, ma
anche per quella nell’edizione Manolessi, che noi abbiamo incontrato qui negli
esemplari di Oxford, dell’Illinois e della Biblioteca Nazionale di Roma. Se noi
prendiamo il volto dipinto da Gambara attorno al 1570 e lo facciamo ruotare di
90° in senso antiorario, otteniamo un uomo fortemente stempiato, con la barba
lunga, il viso emaciato e lo stesso, inconfondibile naso aquilino. Nessuna
fonte (men che meno Vasari, che dice espressamente di non saperne nulla)
riporta l’indicazione che l’artista correggese avesse il naso così pronunciato.
Possibile che Manolessi e Bugatti giungano allo stesso risultato per
coincidenza? A mio avviso no. È dunque realistico, a mio avviso,
tracciare una linea cronologica di questo tipo (almeno per quanto riguarda i
ritratti di Correggio col naso aquilino): Manolessi o chi per lui raccoglie nel
1647 una tradizione che vuole che nel Duomo di Parma Lattanzio Gambara abbia
dipinto il ritratto di Antonio Allegri. Lo elabora e pubblica nella terza edizione delle
Vite. Questa riproduzione (al
contrario di quanto scrive Finzi) apre un filone fortunato nella rappresentazione
dell’artista. Tale fortuna è testimoniata dall’esemplare delle Vite appartenuto a Inigo Jones, dal
fatto che Bernardino Curti dopo il 1647, ma prima del 1679, incida lo stesso
ritratto in controparte (si veda anche esemplare dell’University of Illinois)
e, infine, che nel 1675 se ne faccia un disegno attribuendone la paternità a un
correggese “doc”. Verso la fine del Seicento (nel 1691, secondo quanto dice
Padre Resta, sulla cui attendibilità non si può scommettere ciecamente)
Ambrogio Besozzi si “inventa” una versione differente a partire dall'immagine Manolessi o (più probabilmente) dall’originale a Parma, e la fa incidere a
Giovanni Francesco Bugatti. Qui Correggio torna ad essere ritratto di profilo,
con aria quasi sacerdotale. L’immagine piace, ed appare in linea con l’idea di
un Correggio povero materialmente, ma ricco di virtù sostenuta (fra gli altri)
anche da Padre Resta. A metà 1700, quando Bottari la fa propria nella quarta
edizione delle Vite, diventa il
“vero” ritratto del Correggio. Di certo, i ritratti che abbiamo visto
testimoniano quello che probabilmente fu il volto prevalentemente
attribuito all’artista per almeno trent’anni, dopo l’uscita dell’edizione
vasariana del Manolessi (1647).
6. Un caso particolare: i medaglioni disegnati
nella Giuntina della Biblioteca Malatestiana di Cesena
La Biblioteca Malatestiana di Cesena conserva un esemplare della Giuntina (segnatura NORI C 0241-3) in cui tutti e otto gli ovali lasciati bianchi da Vasari sono disegnati da Dionigi di Tommaso Malenotti [44]. L’autografia è certa. Si può anzi dire che la volontà di rendere noto chi ha disegnato gli ovali sia primaria. Il nome di Malenotti compare citato in diverse occasioni, da ultimo in un cartiglio disegnato in fondo al terzo volume, in basso rispetto alla xilografia della Fama che illumina le arti.
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| Figura 28) Pagina finale del terzo volume delle Vite vasariane nell'esemplare NORI C 0241-3 della Biblioteca Malatestiana di Cesena © Biblioteca Malatestiana di Cesena |
Vi si legge “Dionigi di Tomaso Malenotti. Firenze 1586”. Il primo degli ovali lasciati bianchi è, come noto, quello di Pietro Cavallini. Qui è visibile un ritratto, che, a prima vista, potrebbe sembrare un tentativo (poco riuscito) di riprodurre l’effigie dell’artista.
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| Figura
29) Ovale di Pietro Cavallini nel primo volume delle Vite vasariane (esemplare NORI C 0241-3 della Biblioteca Malatestiana di Cesena) © Biblioteca Malatestiana di Cesena |
Tuttavia tutti gli ovali
successivi presentano varianti su un medesimo stemma araldico, che sarebbe, o
vorrebbe essere, lo stemma dei Malenotti o, ancora rappresentazioni di simboli
fiorentini. Purtroppo non tutti i disegni sono facilmente leggibili. In alcuni
casi l’inchiostro è molto slavato, tanto da renderne difficile l’individuazione.
Vediamoli, a partire dagli stemmi araldici:
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| Figura
30) Ovale del Berna sanese nel primo volume delle Vite vasariane (esemplare NORI C 0241-3 della Biblioteca Malatestiana di Cesena) © Biblioteca Malatestiana di Cesena |
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| Figura
31) Ovale di Giovanni da Ponte nel primo volume delle Vite vasariane (esemplare NORI C 0241-3 della Biblioteca Malatestiana di Cesena) © Biblioteca Malatestiana di Cesena |
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| Figura
32) Ovale di Antonio da Correggio nel secondo volume delle Vite vasariane
(esemplare NORI C 0241-3 della Biblioteca Malatestiana di Cesena) © Biblioteca Malatestiana di Cesena |
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| Figura
33) Ovale del Torrigiano nel secondo volume delle Vite vasariane (esemplare NORI C 0241-3 della Biblioteca Malatestiana di Cesena) © Biblioteca Malatestiana di Cesena |
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| Figura
34) Ovale di Marco Calavrese nel secondo volume delle Vite vasariane (esemplare NORI C 0241-3 della Biblioteca Malatestiana di Cesena) © Biblioteca Malatestiana di Cesena |
Nell’ovale di Duccio si riesce a intravvedere la parte apicale di una cupola con lanterna che è chiaramente la cupola del Duomo di Firenze.
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| Figura
35) Ovale di Duccio nel primo volume delle Vite vasariane (esemplare NORI C 0241-3 della Biblioteca Malatestiana di Cesena) © Biblioteca Malatestiana di Cesena |
E infine nel medaglione di Taddeo
Bartoli si riesce a indovinare che è rappresentato uno stemma a sei palle, che
è ovviamente uno stemma mediceo.
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| Figura
36) Ovale di Taddeo di Bartolo nel primo
volume delle Vite vasariane (esemplare NORI C 0241-3 della Biblioteca Malatestiana di Cesena) © Biblioteca Malatestiana di Cesena |
Malenotti, peraltro, non si
limita a riempire i medaglioni vuoti ma aggiunge spesso decorazioni alle
edicole già stampate. Si veda, a titolo di esempio, l’immagine del Pontormo, in
cui dalle lucerne in alto esce del fumo aggiunto a penna dal disegnatore [45].
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| Figura
37) Ovale del Pontormo nel secondo volume delle Vite vasariane (esemplare NORI C 0241-3 della Biblioteca Malatestiana di Cesena) © Biblioteca Malatestiana di Cesena |
A volte gli interventi di
Malenotti sono datati. Veniamo così a sapere che coprono un arco temporale che
va dal 1586 al 1590.
Ma sino ad ora ho deliberatamente
eluso una domanda. Chi era Dionigi di Tomaso Malenotti? Purtroppo non lo so. In
realtà il cognome Malenotti all’epoca era diffusissimo, specie in area senese,
ma qui Dionigi ci tiene a specificarsi fiorentino. Mi sono venute in mente
ipotesi suggestive, come quella che Dionigi possa essere in qualche modo
imparentato con Sebastiano (o Bastiano) Malenotti, assistente per diversi anni
di Michelangelo Buonarroti. Non esiste alcuna prova in merito. I dati di fatto
sono che Dionigi non risulta fra gli iscritti all’Accademia del Disegno di
Firenze; compare invece in quegli anni un Dionigi Malenotti citato nel 1786 da
Placido Landini come membro della Compagnia di Santa Maria della Misericordia
[46]; e, soprattutto, in un inedito manoscritto del canonico empolese Ercole
Vittorio Figlinesi (precedente al 1756), al n. 540 è citato come di origini
empolesi un Dionigi di Tomaso Malenotti: “Gennaio
1580, Dionigi di Tommaso Malenotti, coiaio in Firenze” [47]. L’indicazione
che Malenotti fosse un cuoiaio non deve scoraggiare; i cuoiai operavano nell’ambito
dell’incisione e della decorazione su pelle e il loro mestiere può essere
ricondotto in qualche modo all’arte del disegno. Piuttosto si deve pensare che
fosse un artigiano benestante, se si tiene conto, appunto, che possedeva una
copia delle Vite, opera certamente
non acquistabile a buon mercato. E si deve a mio giudizio considerare l’ipotesi
che la decorazione delle Vite (durata
– lo si ricordi – ben quattro anni) sia stata per Malenotti un tentativo di
emancipazione intellettuale dal proprio ruolo artigianale, una forma di
esaltazione sua e della famiglia tramite la creazione di un ‘libro d’artista’ sui generis. In questo contesto vanno
letti i vari tentativi di produrre uno stemma araldico, e soprattutto il
ritratto che è osservabile nella vita di Duccio. Mi pare improbabile che
intendesse essere l’effigie dell’artista in questione e considererei più logico
pensare che sia un autoritratto di Malenotti.
Qualsiasi sia la lettura che si
voglia dare dei disegni di Malenotti, una cosa appare certa: la consapevolezza
che le Vite sono un’opera preziosa,
da tener in buon conto e da conservare con cura; uno strumento che può servire
addirittura per la promozione sociale della propria persona.
Di ritorno a Piacenza
Ho iniziato questa ricerca
proponendo un ritratto di Pisanello che si trova in una Giuntina della
Biblioteca comunale Passerini Landi di Piacenza. A quella biblioteca vorrei
tornare anche per concludere. Nei suoi scaffali (collocazione L. E/3.05.50) è
conservata anche una copia della precedente edizione Torrentiniana (1550).
Tutto lascia supporre che i due esemplari non abbiamo provenienza comune. In
una delle pagine di guardia iniziale del volume primo della Torrentiniana si
trova una pagina in cui (in basso) compare uno stemma con le iniziali del
proprietario.
Si tratta dello stemma e delle
iniziali di Alfonso Coccapani (ignoro se da identificarsi nell’Alfonso che fu
cavaliere di Malta a fine 1500 o nell’omonimo marchese che prese formalmente
possesso di Fiorano Modenese e del castello di Spezzano nel 1651). Fatto sta che, in alto, compare una frase,
bellissima ed ancora attuale, che comprende quanto preziosi fossero considerati
i libri e le Vite in particolare
all’epoca: “O voi che impresto questo
libro avete, ricordatevi di restitouirlo, così è di dovere”.
Non vi è dubbio che tutti i disegni
che ho presentato in questo articolo siano stati realizzati proprio con
l’intento di impreziosire ulteriormente un’opera considerata già allora
straordinaria. E noi, ancora oggi, ne possiamo godere.
NOTE
[28] Le opere di Giorgio Vasari con nuove annotazioni e commenti di Gaetano Milanesi. Vol. IV, p. 118. Firenze, 1973. Ristampa anastatica dell’edizione
1906.
[29] Riccardo Finzi, Le sembianze del Correggio, Fabbrico
(RE), 1954. Sia pur brevemente, mi sembra qui il caso di richiamare la
bibliografia fondamentale sui ritratti del Correggio, a cominciare da Girolamo
Tiraboschi, Notizie dei Pittori,
scultori, incisori e architetti natii del Ser.mo Duca di Modena, Modena,
Soc. Tip. 1786, pp. 89-90; poi Luigi Lanzi, Storia
Pittorica dell’Italia, Bassano, Remondini, 1795-1796 Vol. I p. 305-307;
Luigi Pungileoni, Memorie istoriche di
Antonio Allegri detto Il Correggio, Parma, Stamperia Ducale, 1817-1821,
vol. I, pp. 254-257; Corrado Ricci, Il
ritratto del Correggio in «Rassegna d’arte antica e moderna»,
XVII, 1917, fasc. 3-4, pp. 55-67; Roger Fry, A Correggio Problem in The Burlington Magazine for Connoisseurs, Vol. 52, No. 298 (January 1928), pp. 2-5, 9; e infine Riccardo Finzi, Le sembianze del Correggio, Fabbrico (Reggio Emilia), 1954.
[30] Vedi Finzi, Le sembianze… cit.; in particolare le
pp. 29-32 e 42-43.
[31] Come già ricordato ho
individuato altri due schizzi relativi al Correggio che non pubblico in questa
sede. Si veda nota 10.
[32] Three
Volumes Annotated by Inigo Jones: Vasari’s Lives (1568), Plutarch’s Moralia
(1614), Plato’s Republic (1554). Edited
with an introduction by A.W. Johnson, Åbo (Finlandia), 1997. Ringrazio
l’autore per avermi inviato una copia dell’opera.
[33] Three Volumes…; cit.; p. 10.
[34] Ringrazio Mark Bainbridge
per la cortesia. Per politica interna, il Worcester College non desidera che
siano rese note le segnature dei suoi libri. Resta comunque a disposizione per
chiunque desideri maggiore informazioni.
[35] Ringrazio Daniel H. Abosso
per la gentilezza e la collaborazione dimostratemi.
[36] Riccardo Finzi, Le sembianze… cit.; p. 21.
[37] La circostanza (accettata da
Finzi e da molti altri) si basa su un’affermazione di Luigi Pungileoni nelle Memorie istoriche di Antonio Allegri detto
il Correggio, Parma, 1821, Vol. III p. 90.
[38] Tuttavia sono molte le
manicule ed altri segni grafici utilizzati per evidenziare punti importanti,
che sottolineano come l’esemplare sia stato letto e studiato.
[39] Ringrazio Riccardo Mazza per
la cortesia e la disponibilità dimostratemi.
[40] Francesco Marcolini, Le Sorti di Francesco Marcolino da Forlì
intitolate Giardino di Pensieri…, Venezia, presso Francesco Marcolini,
1540. Ringrazio Emanuele Bassi per aver riconosciuto la provenienza delle
vignette.
[41] Sulla destra del ritratto è
visibile l’impronta circolare lasciata dalla ceralacca per incollare il
ritratto. Analoga impronta, nella stessa posizione, si trova a p. 947, in
corrispondenza dell’inizio della biografia di Michelangelo e mi induce a
pensare che ci fosse un secondo disegno, successivamente staccatosi e perso
oppure asportato.
[42] Giorgio Vasari, Vite de più eccellenti pittori scultori e
architetti scritte da Giorgio Vasari pittore e architetto aretino, corrette da
molti errori e illustrate con note, Roma, Pagliarini, 1759.
[43] Corrado Ricci, Il ritratto del Correggio… cit., p.
61.
[44] Ringrazio Paola Errani per
la disponibilità e la cortesia dimostratemi.
[45] Per completezza: la stessa
soluzione (ovvero l’aggiunta a penna di fumo che esce dalle lucerne) è adottata
dall’artista della Corsiniana 29.E.4-6 (cfr. par. 3) in corrispondenza delle
effigi di Paolo Uccello e Masaccio.
[46] Placido Landini, Istoria della venerabile Compagnia di Santa
Maria della Misericordia della Città di Firenze, Firenze, Stamperia
Allegrini, 1786, p. CVI.
[47] Cito dalla trascrizione del
manoscritto, operata da Carlo Pagliai e consultabile online all’indirizzo http://www.dellastoriadempoli.it/vecchie-famiglie-figlinesi-1/.






















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